Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 3

Chapter 33,892 wordsPublic domain

«Elevato al trono per vostra elezione, tutto ciò che è avvenuto all'infuori di voi, è illegale. Da 25 anni, la Francia ha nuovi interessi, nuove istituzioni ed una gloria nuova, che possono esser garantiti solo da un governo nazionale e da una dinastia, sorta in queste circostanze. Un principe che regnasse su di voi, che fosse posto sul mio trono con la forza di quelle armi che hanno devastato il nostro paese, si appoggerebbe invano sui principî del diritto feudale; egli non garantirebbe che i privilegi di un piccolo numero di individui, nemici del popolo, che da 25 anni li ha sempre condannati in tutte le nostre assemblee nazionali. La vostra pace all'interno e il vostro prestigio all'estero sarebbero perduti per sempre.

«Francesi! Nel mio esilio ho inteso i vostri lamenti ed i vostri desiderî; voi avete reclamato questo governo ai vostri voti, ciò che solo è legittimo; avete accusata la mia lunga inerzia e mi proponeste di sacrificare la mia pace al bene della patria.

«Io ho traversato i mari in mezzo a pericoli di ogni sorta. Sono qua per riprendere tra voi i miei diritti, che sono pure i vostri. Non terrò conto di tutto ciò che è stato fatto, scritto o detto da alcuni dopo l'occupazione di Parigi; ciò non avrà nessuna influenza sui servizi rilevanti che essi prestarono per l'innanzi, poichè è degli avvenimenti di questa fatta che si trovino nell'organizzazione umana.

«Francesi! Non vi è nazione che, per quanto piccola, non avrebbe avuto il diritto di sottrarsi e che non si sarebbe sottratta all'onta di obbedire ad un principe che è stato imposto da un nemico, momentaneamente vittorioso. Quando Carlo VII ritornò a Parigi e rovesciò il trono effimero di Enrico VI, egli riconobbe di essere in possesso del trono, pel valore de' suoi prodi e non per mezzo del principe-reggente d'Inghilterra.

«Così io pure riconosco e riconoscerò a voi soli ed ai prodi dell'esercito il dovuto onore.

_Firmato:_ NAPOLEONE».

Questi sono i proclami ch'ei scrisse nel mare d'Elba. Lo spirito militare di quei tempi, quando il popolo diveniva esercito, ed il sovrano, generale, ci si affaccia da questi documenti nella sua barbarie per l'ultima volta. Chi può leggere oggi senza sentirsi irritato queste frasi di gloria militare e di guerre dei prodi dell'esercito e sempre ed eternamente dell'esercito?

Il 1^o marzo alle 3, la flotta di sette trasporti arrivò nel golfo S. Juan; alle 5 Napoleone pose piede sulla terra di Francia. La schiera si nascose in un uliveto.

Come somigliava qui Napoleone agli eroi romantici della sua patria côrsa. Poichè, mostrandocisi ormai nell'atteggiamento di avventuriere, egli era essenzialmente côrso. I guerrieri più rinomati della patria sua avevano cercato di impossessarsi di essa dall'esilio, nella stessa maniera.

Nell'anno 1408 Vincentello d'Istria sbarcò con un paio di spagnoli e di côrsi su quell'isola, per strapparla ai genovesi. Dopo un combattimento glorioso egli fu preso e decapitato.

Giampaolo fece, nell'anno 1490, un'incursione in Corsica con quattro côrsi e sei spagnoli, ch'erano tutti il suo esercito. Dopo un combattimento glorioso, egli morì in esilio.

Tre volte irruppe il valoroso Renuccio della Rocca dal suo esilio in Corsica, la prima con 18 uomini, la seconda con 20, e la terza volta con 8 amici. Ogni volta egli entrava coraggiosamente nel paese, mettendo avanti editti di esilio e lanciando proclami, e contando sul concorso dei suoi amici. Egli fu ucciso nell'anno 1511, sui monti, dopo varii combattimenti gloriosi.

Nell'anno 1564 Sampiero, il più valoroso dei côrsi, sbarcò nella sua patria con 37 côrsi e francesi. Egli fu ucciso nell'anno 1567 sui monti, dopo gloriosi combattimenti cogli eserciti genovesi.

Con 500 guardie francesi, 200 cacciatori côrsi e con 100 lancieri polacchi, che non avendo cavalli, portavan essi stessi le selle, il côrso Napoleone Bonaparte partì in guerra contro la Francia e gli eserciti reali. Dopo gloriosi combattimenti egli fu relegato nell'isola di S. Elena.

Con un manipolo di côrsi Gioacchino Murat sbarcò nell'ottobre 1815 dalla Corsica a Napoli, per conquistare un regno. Egli fu fucilato dopo il suo audace sbarco.

Con un paio d'uomini, il côrso Luigi Bonaparte arrivò, ai nostri tempi, a Strasburgo, per conquistare una nazione di 35 milioni di abitanti. Il tentativo essendo fallito, egli sorprese di nuovo la Francia in Boulogne. La storia ha il dovere di riconoscere queste incursioni, senza dubbio avventurose, quali precedenti storici di un uomo che divenne imperatore dei francesi non molto tempo dopo. Pertanto, nessuno deve esser considerato felice, prima della sua fine.

Presto si abbattono le cose caduche, dice il vecchio Seneca. Rapido fu il volo di Napoleone dal golfo di S. Juan, a S. Elena, a traverso Waterloo. Il 2 marzo egli era a Cérénon, il 3 a Barême, il 4 a Digne, il 5 a Gap, il 7 a Lione, il 14 a Chalons, il 20 marzo alle 9 di sera egli entrava a Parigi. Il 1^o giugno egli era un uomo politicamente già battuto. Il 18 giugno egli cadde a Waterloo. Il 21 giugno tornò, in fretta, a Parigi; il 22 giugno egli dettò:

«Ma vie politique est terminée et je proclame mon fils sous le titre de Napoléon II empereur des Français!».

Il 15 luglio egli s'imbarcò sul _Bellerophon_; il 7 agosto sul _Northumberland_. Il 16 ottobre arrivava a S. Elena.

Dopo--e questo è l'ultimo quadro della storia di quell'anno meraviglioso--egli giacque sul lontano scoglio africano, nel suo letto di morte, pallido e muto, coperto col mantello turchino di Marengo, col busto marmoreo di suo figlio, il Re di Roma, ai piedi; i suoi amici fedeli Bertrand ed Antommarchi ed i suoi servi stanno in ginocchio, piangendo. Il sole si tuffa in tal momento nel mare. Il sacerdote che ha somministrato l'estrema unzione all'Imperatore, alza le braccia e dice: _Sic transit gloria mundi!_

Napoleone rivisse a S. Elena le sue opere e quello che egli fu, e pose alla sua carriera, a guisa di epigrafe monumentale, le seguenti significative parole:

«Io ho chiuso l'abisso dell'anarchia, ordinando il caos; io ho quietata la rivoluzione, nobilitati i popoli, e moderato i re. Ho incoraggiato qualunque gara, ho ricompensato ogni merito ed ho allargato i limiti della gloria. Tutto ciò è stato pur qualcosa.--Or dunque, da quale punto si potrebbe attaccarmi, dove lo storico non potesse difendermi? Forse nelle mie intenzioni? In questo egli potrà certamente assolvermi dall'accusa. Il mio dispotismo? Si vorrà però ammettere che la dittatura era necessaria. Si dirà ch'io era un ostacolo alla libertà? Egli proverà che l'arbitrio, l'anarchia e la più grande confusione stavano ancora alle porte. Mi si rimprovererà di aver amato troppo la guerra? Egli dimostrerà ch'io fui sempre attaccato. Che io anelassi la monarchia universale? Egli mostrerà che solo la combinazione casuale delle circostanze e solo i nostri nemici stessi sono stati quelli che mi vi hanno spinto passo a passo. Finalmente, si accuserà forse la mia ambizione? Ah, certamente di questa si troverà molto in me, ma della più alta e più bella, che ha forse mai guidato un uomo, intendo quella di ordinare ed inaugurare finalmente l'impero della ragione, l'esercizio ed il godimento completo di tutte le capacità (ingegno) umane. E qui lo storico si troverà forse costretto a rimpiangere che una tale ambizione non sia stata appagata ed esaudita».

Così pensava Napoleone a S. Elena della sua stessa missione. E non pertanto, egli fu un messia, come ogni altro prima di lui, cui la storia assegnava per compito di portare il mondo siccome un atlante per un certo tempo, e di rinnovare pel bene del progresso le fatiche di Ercole. E se deploriamo la natura umana, perchè essa si trasforma piuttosto per mezzo del dispotismo soldatesco di Napoleone, che per le leggi civili di Solone e Timoleone; se infine accusiamo apertamente questo grande uomo di aver dimenticato la sua missione e di esser perito pel suo egoismo e la sua sete di dominio, restiamo però pieni di stupore e di riverenza dinanzi alla sua figura e glorifichiamo la grande spinta che da lui è derivata alla vita dei popoli e al progresso generale.

* * * * *

Ho dunque dato all'Imperatore ciò che all'Imperatore appartiene e voglio dare pure agli elbani ciò che agli elbani spetta. Sono in numero di 20,000; un popolo pacifico, con usi e lingua prettamente toscani e senza caratteristiche di genere nazionale. L'isola è troppo piccola (essa comprende poco più di 7 miglia quadrate) ed è sita troppo vicina alla terraferma per aver potuto sviluppare in sè un proprio spirito popolare. Non si trova traccia di usi côrsi in questa roccia così vicina alla Corsica, e di vendetta si son riscontrati casi solo nei tempi antichi; oggi di essi non c'è più esempio. Il bandito côrso si rifugia solo nell'estremo bisogno all'Elba, dove egli non può rimanere. Un particolare comune ai due popoli isolani è l'ospitalità.

L'Elba conta le seguenti località: Portoferraio (il porto del ferro), la fortezza Longone e la marina di Porto Longone, Marciana con la marina, Poggio, Campo, Capoliveri, Pila, Sampiero, Rio con la marina, Sant'Ilario.

I paesi hanno un aspetto scuro e fosco, come quelli della Corsica, perchè sono costruiti con pietra naturale. Anche questi stanno sulle alture, a causa dei barbareschi, e sono difesi da torri. Dove il mare è prossimo, si sono formati dei luoghi di approdo che si chiamano appunto marine. Molto fruttifera e bella è la campagna nella valle che si stende dai monti di Marciana, a destra del gran golfo, sino a Porto Longone: essa attraversa l'isola per gran parte della sua lunghezza e forma un contrasto magnifico colla selvaggia imponenza dei monti. Questi raggiungono la loro massima altezza sopra Marciana, col Cavanna, che è alto quanto il Vesuvio. L'isola degrada assai verso la costa d'Italia. Dalla riva della Corsica, l'Elba appare come un solo monte di roccia, di magnifica doppia forma piramidale, poichè sono appunto le rocce di Marciana che sono rivolte verso la Corsica; dalla costa italiana, invece, si vede la parte più bassa distesa verso Piombino, ove si trovano riuniti i maggiori tesori dell'isola: il ferro e le frutta.

I monti di Marciana sono molto ricchi di granito e di marmo, di alabastro, di cristallo e d'altre pietre. La località di Marciana ha le migliori castagne; olive ce ne sono poche e cattive, così pure la penuria di legno è forte ovunque. Dappertutto crescono i limoni e specialmente ricercati sono quelli di Campo. Anche il vino vi è in abbondanza; il migliore lo ha Capoliveri, ove si fa un aleatico che eguaglia quello della Toscana. Nella grande vallata cresce molto il granturco. Per tal modo niente manca per vivere al popolo in questo attraente e mite paese, poichè, oltre alla fertilità dei giardini e dei campi, la terra gli ha dato anche i giacimenti inesauribili del ferro di Rio, ed il mare il suo sale ed i suoi pesci. Presso Portoferraio, gli Etruschi ed i Romani già prendevano sarde e tonni che si trovano colà in quantità stupefacenti. I pesci ed il ferro resero già nell'antichità a tutti i popoli che scorrevano avidi i mari dell'Elba e specialmente ai Côrsi, ai Fenici, ai Cartaginesi, ai Tirreni e ai Romani. L'isola si chiamava nell'antichità _Aethalia_, poi _Iloa_, e nel medio evo _Ilva_, donde è derivata l'_Elba_ attuale.

Una buona strada carrozzabile conduce da Portoferraio per la valle sopra Capoliveri verso Longone, attraverso l'isola sino all'altra parte del mare. Si gira intorno al golfo sino a S. Giovanni, un piccolo sito con una capanna da pescatori, da dove le barche fanno il tragitto per Portoferraio. Ci mettemmo in una di queste barche e traversammo il golfo sino a S. Giovanni a vela spiegata, colla velocità di una freccia. Colà si sale un'altura, che è piena di avanzi di costruzioni romane e si discende poi giù nella valle dall'altra parte del golfo.

Qui esiste sulla marina una villa che è proprietà di un impiegato di Demidoff; io non mi ricordo forse di aver veduto altrove un sito più tranquillo. La graziosa casetta è circondata da un giardino con fiori ed aranci, in mezzo a colline di vigneti, e guarda sul bel golfo e su Portoferraio che le sta incontro e che di qui si presenta in un aspetto singolarmente seducente. Se si scende nella valle, è come se si passeggiasse in un giardino, in una campagna ricca e ridente, ove si vorrebbe volentieri trattenersi. Ovunque campi rigogliosi, verdi montagne, boschetti fioriti e di qua e di là il mare scintillante.

Un acquazzone ci obbligò, in mezzo alla valle di Capoliveri, a ricoverarci in una casa di contadini. Trovammo colà molti campagnoli, uomini e donne, occupati a preparare dei fichi da seccarsi. Ci offrirono pane, uva e vino nuovo, e poichè il mosto non ci piaceva, un vecchio andò a cercare un gran recipiente di terra, e ci versò da esso del vino rosso; era un ottimo aleatico del posto.

Noi riprendemmo il nostro cammino verso Porto Longone, col più bel sole (era di settembre) ed arrivammo a questo piccolo porto all'ora di mezzogiorno. La seconda città dell'Elba giace in una piccola baia, sotto rocce scoscese, sulle quali si eleva maestosamente la fortezza. Sulla spiaggia vi sono un paio di strade, sulle quali passano le onde, giungendo sin presso alle case. Qui regna una gran quiete ed un grande abbandono; alcuni bastimenti si cullano dolcemente sull'acqua; marinai e pescatori riparano delle barche capovolte e cantano una canzone monotona. Dappertutto vasi di fiori dinanzi alle finestre e sui balconi; più in là le piccole case si perdono addirittura tra i giardini rigogliosi, come le case dell'isola di Procida. Il suolo intorno a Porto Longone è più meridionale che intorno a Portoferraio. Colà l'aloè cresce in una magnificenza ed in una abbondanza che mi fecero stupire, poichè un intero viale di piante d'aloè, da ambo i lati della via carrozzabile, conduce per un'altura al porto di Longone. I loro cespugli di fiori, che somigliano a grandi candelabri, erano in piena fioritura. Io non aveva mai veduto prima, nemmeno nelle parti più meridionali della Corsica, tante aloè insieme; uno spettacolo simile lo vidi soltanto in Sicilia, ove una fila di queste piante, ordinate a caso dalla natura, conduceva al tempio di Segesta. Qui crescono anche le palme.

La fortezza di Longone a cui si giunge inerpicandosi per un piccolo sentiero, è costruita sopra un altipiano di una immensa roccia e, colle sue mura e le sue torri merlate, appare molto antica. Essa fu eretta dagli spagnoli, sotto Filippo IV e V. E' un fatto straordinario e curioso che questa piccola Elba sia stata divisa nello stesso tempo sotto tre diversi dominî; dappoi, mentre l'isola apparteneva al Principe di Piombino, questi cedette nel 1537 Portoferraio a Cosimo; il Re delle Due Sicilie per contro possedeva Porto Longone. Poscia, nell'anno 1736, tutta l'Elba, compreso Piombino, cadde sotto il regno di Napoli, e passò quindi nel 1801 al Regno d'Etruria, sino a che venne aggregata alla Francia nel 1805.

Gli Spagnoli rimasero molto tempo a Porto Longone, e ve n'è quindi rimasto il ricordo di essi ed anche oggi vi si adopera nell'apostrofe il «Don».

La fortezza è certo resistente, poichè la sua situazione la rende inaccessibile. Essa racchiude la città propriamente detta, un quadro deserto di distruzione e di abbandono. Una gran parte delle opere furono fatte saltare nel 1815 per ordine di Napoleone. La fortezza ha dovuto sostenere diversi attacchi, quando i Francesi combattevano anche qui gli Spagnoli, ai tempi di Luigi XIV. Un ufficiale della guarnigione toscana, presso la famiglia della quale passammo una bella ospitale giornata, ci fece vedere ciò che vi era di notevole. Egli era direttore della compagnia di pena, dalla quale egli ha raccolto i ravveduti in una scuola militare. Nel forte trovammo un piccolo gruppo di veterani toscani, dei quali alcuni conoscevano la Germania dai tempi napoleonici e vantavano tanto la bellezza delle sue regioni, come la nettezza delle sue case. Tutto ciò che il nostro ospite ci mostrò, dalla disposizione ed organizzazione interna della sua compagnia, alla sua amministrazione, e al suo codice penale, tutto era un vero modello di indirizzo militare; tutto aveva la sua regola ed ogni oggetto il suo posto assegnato, persino il ferro dei piedi ed il nerbo fatale.

Anche a Longone, Napoleone aveva un così detto palazzo, una casa non imponente, in cui egli scendeva tutte le volte che veniva a cavallo dalla sua capitale. La prossimità di questa fortezza gli si adattava in modo speciale. Egli soleva mangiare all'aperto, come racconta Valery nella sua descrizione dell'Elba, sotto il monte, seduto sopra un sedile scavato nella roccia (chiamato _canapé_) ove aveva piantato in semicerchio dei gelsi. Di là osservava con un cannocchiale i bastimenti che passavano, e le coste d'Italia.

Di fronte al golfo di Longone è situato il forte Fucardo, con un faro per i bastimenti che entrano in porto. Intorno son rive pittoresche e dalla parte di terra i monti più scoscesi, che in qualche roccia ricordano Capri, senza avere certamente quel calore meridionale nel tono dei colori. In questi luoghi romantici e deserti, prossimo alla strada che conduce alle miniere di Rio, è situato l'eremitaggio di Monserrato, fondato dagli Spagnoli.

Attraversammo col nostro ospite le roccie per giungere a Rio. La strada conduce per contrade deserte, traverso pianure e sorgenti. Una di queste sorgenti porta il nome di Barbarossa, non dell'imperatore tedesco, ma bensì del corsaro che attaccò e saccheggiò, nel 1544, Porto Longone. Il suo nome è ancora vivo in diverse isole del Mediterraneo, forse in tutte, poichè non ve n'è alcuna in quei paraggi che non sia stata visitata da questo che fu il più ardito di tutti i pirati.

Passammo così per diversi piani e diverse colline rocciose, sempre rallegrati da nuove vedute di roccie, valli e mare, sino a che non discendemmo a Rio. Qui rumoreggia giù dalle alture un ruscello che si scarica nel porto. Da esso il luogo ha preso il nome di Rio. Di questo torrentello, il più rapido dell'Elba, si dice che non abbia origine nell'isola, ma che provenga dalla Corsica, da dove poi proseguirebbe per canali sotterranei al disotto del mare, sino a tornare alla luce nel Rio. Le foglie ed i rami dei castagni, che l'acqua trasporta con sè, dimostrerebbero chiaramente la sua origine côrsa. Comunque sia, questa nuova Aretusa sembra potersi riferire, secondo il significato poetico, alla sorte di Napoleone.

Un'altra considerazione ancora congiunge le miniere di Rio alla Corsica; di qui fuggì una volta, nel secolo XV, Pietro Cireneo, scrittore conosciuto dei côrsi, di cui la vita avventurosa di fuggiasco è simile ad un romanzo; fuggendo dal patrigno, egli giunse ancora bambino a Rio e guadagnò la sua vita nelle miniere di ferro, aiutando a portare coi somari il minerale al porto.

Il terreno rosso sul quale camminavamo ci avvertiva che ci trovavamo su terra ferrugginosa; dappertutto nient'altro che questa polvere di ferro; le colline d'intorno, scure e rossicce, coperte d'innumerevoli arbusti d'aloè, i quali con le loro foglie rigide, di un colore di _bleu_ acciaio, e terminanti in punte di spine, sembrano essere tanti fasci di pugnali e di spade. Tutto ciò che incontrammo aveva questo color di ferro, gli operai di Rio, tinti di rosso nei vestiti, nella faccia e nelle mani, ed anche i cani stessi, che ci venivano incontro. Il porto stesso, verso il quale scendemmo, era rosso di polvere di ferro; sulla spiaggia giacevano mucchi di minerale, che di là veniva poi caricato sui bastimenti.

Cercammo il direttore dei lavori. Egli era un tedesco, la qual cosa appresi con grande gioia. Solamente il tedesco è, fra i vari popoli, il vero minatore; egli solo è capace di scendere nel pozzo della vita e di scrutare negli antri bui della natura il suo più profondo carattere. Qui egli scava di continuo, sino a che trova il minerale puro, e, dimentico di sè, non ricorda la primavera che è di fuori. Talvolta egli dorme giù nel fondo, come Epimenide, o come l'imperatore Barbarossa nel Kyfthäuser, quel vecchio minatore tedesco dalla corona aurea e dalla lunga barba cresciuta traverso il tavolo, oppure come il Tannhäuser nel Venusberg (Monte di Venere).

Il signor Ulrich, un uomo marziale, un tedesco di buona lega, ci venne incontro; anche la sua stretta di mano era ferrea, la sua parola breve e decisa e la sua voce straordinariamente potente. Ci ricevette cordialmente, come suoi compatriotti, ci condusse ai lavori e ci spiegò la loro disposizione. Le miniere di ferro dell'Elba, che sono amministrate per proprio conto da una Società toscana, erano da poco tempo sotto la sua direzione. Egli le ricevette in condizioni miserrime; in pochi mesi le ha però tanto migliorate che già ora si può calcolare la produzione annuale a 35,000 tonnellate, mentre non producevano prima che solo 22,000 tonnellate. Giornalmente vengono estratte 120,000 libbre di ferro; in estate però i lavori languono, perchè la lavorazione dei campi reclama gli operai, i quali sono per la maggior parte di Rio. Nell'inverno i lavori procedono molto più alacremente.

Già dai tempi più remoti la miniera di Rio era sfruttata, pure essa rende ancor oggi moltissimo, è un monte di circa 500 piedi di altezza, tutto di materiale di ferro. Nelle sue vicinanze vi sono ancora altri giacimenti non meno ricchi, quelli di Terra Nera, di Rio Albano e quello della Calamita, un vero monte magnetico. Già gli Etruschi sfruttarono queste cave; essi portavano il materiale a Populonium, sotto il cui dominio l'isola giaceva e colà veniva estratto il ferro. La penuria di legna non permette all'Elba il lavoro di fusione ed anche oggi il ferro viene fuso in fabbriche nelle vicinanze dell'antica Populonium, oppure il materiale viene imbarcato per Napoli, Genova, Marsiglia e Bastia.

Il sig. Ulrich ci dimostrò quanto gli antichi e i loro successori avessero scialacquato con questi giacimenti. Delle intere colline di terra ferruginosa inutilizzata sono state ammonticchiate, coprendo i giacimenti di minerale. Questa terra sprecata però è tanto ricca di sostanze, sì da dare pur sempre un ottimo materiale. Il signor Ulrich prese una manciata di terra, dove noi stavamo, ce la mostrò e disse;--«Osservate, la terra che io prendo qui alla superficie, dà ancora un ferro migliore di quello che ottengono i francesi nell'Auvergne, dove gli scavi son ben più difficili». Qui il minerale si trova veramente sopra terra e per diverse miglia in giro si sta e si cammina sul ferro. Le miniere di Rio sono più ricche di quelle possedute dal Demidoff in Siberia, e, probabilmente, di uguali ad esse non se ne trovano.

I lavori si limitano ancora alla superficie, e di opere sotterranee, non vi è altro che due gallerie; con tutto ciò si vedono i più bei giacimenti di minerale allo scoperto. Chi s'immaginasse di trovare a Rio dei pozzi di gallerie, delle cave con tutti i romantici accessori dei minatori, come lo avevo immaginato io, prima di vedere questo straordinario monte di ferro, sbaglierebbe di molto.

Gettai uno sguardo nei dintorni; dappertutto vi era malinconia e le opere stesse, queste colline rosse e nere, la terra color di ferro e la polvere di ferro scintillante producevano l'effetto del deserto, come i campi di lava e di cenere di un vulcano. Una torre merlata guardava tristamente dall'alto di uno scoglio sulle miniere. Era la torre di Giove. Innanzi a queste sinistre miniere, dalle quale la furia della guerra ha portato ininterrottamente nel mondo spade, lancie e palle, e dalle quali sembra essere emersa direttamente l'età del ferro, come è stato cantato dal poeta, dovevasi innalzare un monumento a Napoleone, ponendo sul piedistallo quell'ordine del Re degli Etruschi, Porsenna, che, cioè, per l'avvenire il ferro dovesse soltanto essere adoperato per fare arnesi per l'agricoltura e per le arti pacifiche.