Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 20

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All'estremità del mosaico si vede il sobborgo di Classe, oggi distrutto, che fa riscontro all'imagine di Ravenna della parete opposta. E' un castello solidamente fortificato, con torri merlate, a cui si stende dinanzi il mare azzurro, cosparso di vascelli dalle bianche vele. Nel suo complesso è di un effetto straordinario.

Ravenna non possiede nessun'altra chiesa che possa eguagliare la nobile opulenza e le felici proporzioni di Sant'Apollinare. Ha però ancora un certo numero di vecchie e notevoli basiliche, che mi limiterò ad indicare. Teodorico vi aveva fatto costruire parecchie chiese ariane, come quella dello Spirito Santo, ancora esistente, e di Santa Maria in Cosmedino: non mi ci fermerò, come non intendo fermarmi a parlare di altri monumenti più antichi, dell'epoca di Galla Placidia, come San Giovanni Evangelista, Sant'Agata e San Francesco. Solo la cattedrale della città meriterebbe uno studio profondo, perchè fu la sede dei patriarchi, un tempo così potente, ma ricostruita intieramente nel XVIII secolo. Questa cattedrale era la più antica delle chiese di Ravenna, di poco posteriore alle chiese romane di San Pietro e San Paolo e di San Giovanni in Laterano, risalendo all'arcivescovo Urso, da cui gli venne il nome di Basilica Ursiana. In origine era una basilica a cinque navate riposanti su cinquantasei colonne. Ne' suoi muri si trovavano rappresentate in gran numero scene della storia di Ravenna. Tutto ciò ora è scomparso, e qualunque sia l'interesse di alcune parti del nuovo fabbricato, niente di esso attrae in modo speciale la nostra attenzione.

Gli archivi del palazzo arcivescovile costituiscono oggi il suo tesoro più prezioso. La collezione delle pergamene, composta di quasi 25,000 documenti, quella dei papiri, che risale sino al secolo V, poteva essere considerata come una miniera inesauribile di documenti prima che parte di queste due collezioni fosse trasportata al Vaticano, parte distrutta e dispersa.

A poca distanza dal Duomo si trova ancora il vecchio battistero di San Giovanni in Fonte, esso pure attribuito all'arcivescovo Urso. Questa curiosa costruzione ottagonale si compone di due file di arcate romane sovrapposte, d'aspetto antichissimo, ed è sormontata da una cupola interamente ricoperta di mosaici, rappresentanti il battesimo di Cristo e i dodici apostoli.

Fuori della città si possono ammirare due vecchie basiliche: Santa Maria in Porto e Sant'Apollinare in Classe. Quest'ultima è, senza dubbio, la più bella chiesa di Ravenna. Visitiamola. Come è noto, una volta il mare si avanzava sino a poca distanza dalla città e, in grazia di questa vicinanza e dei corsi d'acqua e delle lagune, Ravenna godeva una sicurezza e un'importanza commerciale pari a quelle che più tardi dovevano fare la fortuna di Venezia. E come Venezia, Ravenna, di cui la fondazione risale a tempi favolosi, era originariamente in parte costruita su delle isole.

L'imperatore Augusto, conquistato da questa posizione topografica eccezionale, aveva deciso di riparare a Ravenna la flotta dell'Adriatico; di là l'origine del sobborgo di Cesare e di Classe, di cui il secondo prese il nome dalla stazione navale stessa. Per lunghi anni Ravenna serbò il monopolio del commercio nell'Oriente; poi, l'interramento del suo porto e circostanze politiche, finirono per produrre la sua decadenza, tutta a profitto di Venezia.

Da allora l'Adriatico si è ritirato a sette miglia dalla città, in guisa che non lo si scorge più da nessuna parte. Solo il vento umido, che giunge dal largo e passa al disopra delle foreste della costa, rivela la vicinanza del mare. Il punto stesso del vecchio porto non può più essere determinato con esattezza. Il nome d'una chiesa presso le mura della città, Santa Maria in Porto, e anche la piazza di Sant'Apollinare in Classe, sono le sole a indicare la regione, dove si trovavano un tempo i bacini e gli arsenali.

Per arrivare alla basilica di Classe bisogna percorrere circa tre miglia, in direzione nord-est. Da prima si traversa il Ponte Nuovo, al disopra del fiume Ronco; poi si scorge, a due miglia di distanza, in una solitudine completa, l'antica chiesa con a lato il campanile rotondo e cupo. Tutto all'intorno si stende una vasta pianura paludosa, d'aspetto severo e malinconico, rotta qua e là da risaie. Dalla parte del mare si scorge, come una cintura di un verde scuro, la celebre e immensa Pineta. Verso ovest s'innalzano all'orizzonte, lontano, le cime azzurognole degli Appennini.

Sant'Apollinare fu costruita nel 535 da Giuliano Argentario, al quale si attribuisce la maggior parte delle basiliche di Ravenna di quell'epoca. Nel 549, la chiesa fu consacrata dal patriarca Massimiano, il quale terminò anche San Vitale. Del portico quadrato che la circondava, non rimane più che la parte anteriore, la quale forma ora il vestibolo; questo, in tutte le vecchie chiese di Ravenna, è specificato col nome di Ardica (derivato da Narte). L'interno della basilica è magnifico; le sue proporzioni sono maestose e semplici. Ventiquattro superbe colonne di marmo greco, non tolte a templi antichi, ma scolpite espressamente per questo monumento e ornate di capitelli simili, separano le navate. Secondo l'uso primitivo, il tetto a travicelli non ha ornamenti. Lo spirito dei tempi antichi spazia su tutto il monumento, e questa impressione è vieppiù rafforzata dallo spettacolo di una lunga schiera di sarcofaghi nelle pareti delle navate laterali. Non ho visto in nessun'altra città, tranne ad Arles, una così grande quantità di sarcofaghi innalzati isolatamente nell'interno delle chiese. La vista di quelli di Sant'Apollinare ha immediatamente risvegliato in me il ricordo della famosa strada coperta di tombe della vecchia città provenzale.

Le urne funerarie di Ravenna si distinguono in maniera tutta speciale dai sarcofaghi romani dell'epoca cristiana. Roma ne possiede un gran numero, molto interessanti, in parte del secondo periodo del medio evo; se ne trovano nelle Grotte del Vaticano, nel museo di San Giovanni in Laterano e qua e là nelle chiese. Numerose tombe dei primi tempi del cristianesimo sono anche ornate da soggetti religiosi, scolpiti in rilievo. Le urne funerarie di Ravenna, invece, appartengono all'epoca gotica bizantina e anche all'epoca barbara, e quasi sempre sono dei sarcofaghi molto massicci, fatti di marmo greco, d'un bianco giallastro, senza ornamenti, tranne i simboli cristiani e una semplice iscrizione. A parer mio, nessuno di essi è improntato all'antichità pagana, come a Roma in alcune tombe papali. A Ravenna sono state tutte eseguite per lo scopo a cui erano destinate. Le loro forme, grandiose e originali, producono una profonda impressione; si direbbe che tali sarcofaghi, dalle volte sollevate e massiccie, abbiano servito di sepoltura a eroi goti, piuttosto che a patriarchi.

Sembra che l'arte della scultura fosse già spenta a Ravenna, avanti i tempi di Galla Placidia, poichè non la si ritrova viva che nei suoi rapporti diretti con l'architettura. L'arte di riprodurre figure si concentrò interamente nel lavoro del mosaico, e vi produsse, in quei tempi semi-barbari, una ricca e preziosa fioritura. Conforme all'uso cristiano, quei sarcofaghi venivano posti un tempo sotto il portico esterno della chiesa. Essi racchiudono i corpi dei patriarchi della città, dal V all'VIII secolo. A somiglianza di quanto si è fatto nella chiesa di San Paolo fuori le mura, a Roma, si sono ornati i muri delle navate di una fila di ritratti, rappresentanti la lunga serie degli arcivescovi di Ravenna; ma questa decorazione è di recente data. Come la lista dei Papi comincia da San Pietro, quella dei metropolitani di Ravenna si apre col missionario Apollinare, fondatore dell'arcivescovato. Il patrono e capo gerarchico di Ravenna era stato, secondo la tradizione romana, istituito vescovo da San Pietro, a Roma; era, dunque, discepolo del principe degli apostoli. Tuttavia, si rivendicò molto tempo per lui, contro San Pietro, la supremazia sul mondo cristiano; o, per essere più precisi, i vescovi di Ravenna suoi successori rifiutarono per vari secoli il primato di Roma. Le ricchezze temporali del seggio di Sant'Apollinare erano, d'altronde, considerevoli, poichè gli arcivescovi possedevano immobili lontani, perfino in Sicilia e in Oriente. Dopo la caduta del regno longobardo, come ho già ricordato, si eressero un momento a padroni dell'Esarcato, contro le pretese dei Papi.

Il patriarca di Ravenna era ancora, nell'XI secolo, così ricco e così potente che l'imperatore Enrico IV, durante la sua lotta contro Gregorio VII e la contessa Matilde, trovò in lui il suo più forte sostegno. Fu l'arcivescovo della città, Vilberto, che l'imperatore scelse per elevare alla dignità di anti-papa, sotto il nome di Clemente III; ma questo avvenimento segnò il termine della grandezza della chiesa di Ravenna.

All'epoca in cui l'Impero era fiorente, parecchi tedeschi furono innalzati dall'Imperatore alla dignità di arcivescovi di Ravenna e dotati per questo titolo di larghi privilegi.

La città vide pure qualcuno de' suoi metropolitani salire sul seggio pontificio, fra questi il ferreo Giovanni X e il celebre Gilberto o Silvestro II, ai tempi di Ottone III. Nello stesso tempo circa, due grandi santi, Romualdo e Pietro Damiano, gettarono un vivo splendore sulla chiesa di Ravenna. La storia degli arcivescovi forma, dunque, fino ai secoli XII e XIII parte integrante degli annali della chiesa romana e del medio evo italiano. Il primo tentativo di un'opera su questa storia risale alla metà del VII secolo, e fu Agnello da Ravenna a compierlo. La sua opera, il _Liber pontificalis_, reca l'impronta di quel tempo ancora barbaro, ma la sua antichità la rende di gran valore, e le numerose e preziose informazioni storiche che racchiude, le danno un prezzo inestimabile, mentre la sua infantile ingenuità la circonda di una certa grazia.

Dopo Carlomagno, fino all'epoca degli Hohenstaufen, ben pochi imperatori tedeschi tralasciarono di visitare Ravenna, sia nei loro viaggi a Roma, sia durante le guerre che sostennero in Italia: lo si rileva dagl'itinerarî:

La capitale dell'antico esarcato offriva agl'imperatori una forte posizione nella penisola, durante le loro lunghe lotte con le città e i Papi.

I titoli di proprietà che la Santa Sede faceva valere su Ravenna, non erano riconosciuti dagl'imperatori. Dal tempo degli Ottoni, la Romagna e l'esarcato venivano trattati come terre dell'Impero e governati da conti imperiali. Fu Rodolfo degli Hasburgo il primo a rinunziare solennemente, in favore della Santa Sede, ai diritti che per tutta l'antichità l'Impero aveva rivendicato su quelle provincie. Gli Ottoni ebbero per il soggiorno di Ravenna una predilezione speciale; e Ottone I, sopratutto, non vi dimorò meno di cinque volte, nel 967, 968, 970, 971 e 972. Questo principe, il più potente dei sovrani tedeschi che stesero la loro dominazione sull'Italia, considerava così poco il Papa come padrone di Ravenna, che si fece costruire un nuovo palazzo presso le mura della città. Il luogo di questa dimora imperiale non si può determinare con esattezza; certo è che nè Cesare, nè Classe erano ancora scomparse a quel tempo.

Ottone II dimorò due volte a Ravenna e Ottone III vi soggiornò a tre riprese. Fu qui che questo giovane principe proclamò il primo dei Papi tedeschi, suo cugino Bruno, che dopo, sotto il nome di Gregorio V, si pose sulla propria testa la corona imperiale. Ottone III amava Ravenna e i suoi santi, con quella passione esaltata che fu il segno distintivo del suo carattere. Ivi egli elevò dal seggio episcopale alla dignità pontificia il suo maestro, l'illustre Gerberto. Pochi anni appresso, Ottone III ripassava da Ravenna, questa volta fuggiasco, cacciato dai Romani, e vi rimaneva per alcune settimane, nel monastero di Classe, nella cella del famoso Romualdo, sotto il saio monacale e in mezzo a pratiche di penitenza.

Di questo avvenimento rimase ancora memoria sui muri della basilica, in iscrizione moderna, è vero, e di fattura ecclesiastica.

Eccone la traduzione: «Ottone III, imperatore di Germania, re dei Romani, sottomettendosi alla regola severissima di san Romualdo per la remissione dei suoi peccati, venne scalzo dalla città di Roma al monte Gargano, dimorò quaranta giorni come penitente in questo chiostro e in questa basilica, espiò i suoi delitti sotto il cilicio e con mortificazioni volontarie, dando un augusto esempio di umiltà e, Imperatore, illustrò questo tempio e insieme il suo pentimento»[11].

Il celebre convento di San Romualdo non fu soppresso che sotto il regno di Napoleone I. I suoi fabbricati in rovina si trovano presso la basilica, fra cespugli di felci e olivi. I monaci sono dispersi; uno solo fra essi erra ancora malinconico nella chiesa della quale è guardiano. La vecchia basilica rovina, insieme col campanile che le è al lato, e somiglia piuttosto a un faro che ad un campanile. La desolazione del vecchio monumento è infinita, e lo spettacolo della campagna deserta che lo circonda, dà una tristezza immensa, mentre è di una indescrivibile bellezza. Ho visto quella grande pianura paludosa durante un uragano che brontolava lontano sull'invisibile Adriatico e che aveva coperto il cielo di nere nubi. Le acque addormentate, coperte di piante acquatiche, le ruine sprofondate, la vecchia basilica e gl'immortali ricordi che essa evoca, la strada deserta che traversa la campagna nella direzione di Cesena, la cupa foresta di pini che si stende a perdita d'occhio e le cui cime gigantesche si stendono calme e maestose come grandi palme; dall'altra parte, attraverso l'atmosfera solcata di lampi, le torri dell'antica città: tutto questo insieme silenzioso, melanconico e morto, senza un cinguettio d'uccelli, senza un profilo umano, contribuisce a gettare l'anima in una profonda e indicibile commozione.

Le rive melanconiche del Ronco conservano ancora il ricordo di un altro avvenimento storico, quello che ha segnato la giornata dell'11 aprile 1512, uno dei più terribili scontri che abbia insanguinato il suolo italico, una lotta così eroica che Teodorico e Odoacre stessi ebbero ad ammirare il valore dei combattenti. E' là che gli eserciti alleati degli Spagnoli e del bellicoso Papa Giulio II, correndo in soccorso del generale Marco Antonio Colonna, rinchiuso in Ravenna, furono assaliti dalle truppe di Luigi XII, re di Francia, comandate dal giovane Gastone di Foix. I Francesi riportarono la vittoria; ma la pagarono con la vita del loro illustre ed eroico generale.

I più celebri capitani dell'epoca, quelli che dovevano illustrarsi nel gran secolo di Carlo V, spagnoli, francesi, italiani, tedeschi, il fior fiore dell'aristocrazia, tutti presero parte alla battaglia. Un grande poeta, l'Ariosto, si trovava nel campo del duca di Ferrara, e colui che più tardi doveva essere papa Leone X, allora legato, fu fatto prigioniero.

Se Gastone di Foix avesse sopravvissuto alla sua vittoria, nulla gli avrebbe impedito d'impadronirsi di Roma e di Papa Giulio II. Ma la buona sorte che si è sovente attaccata alla Santa Sede, apportò un buon cambiamento; i Francesi vincitori furono bentosto vinti e costretti a lasciare l'Italia.

La colonna commemorativa che si vede ancora oggi sul campo di battaglia, sulla riva del Ronco, fu eretta nel 1557, per cura del governatore pontificio della Romagna, Donato Cesi, che divenne più tardi cardinale. Delle iscrizioni incise su medaglioni di arte molto mediocre ricordano il grande avvenimento.

Non ho, disgraziatamente, potuto visitare la celebre foresta di pini, conosciuta sotto il nome di Pineta. La foresta sembra risalire ad una lontana antichità. Si dice che già al tempo dei Romani se ne traessero i materiali per la gettata del porto. L'esercito goto vi accampò, quando Teodorico assediò Odoacre in Ravenna. La maggior parte si compone di boscaglie di piante diverse, in mezzo alle quali si innalzano gli alti fusti dei pini. I frutti di questi alberi racchiudono delle nocciuole, a forma di mandorle, di cui Ravenna fa un commercio molto esteso. Si calcola a diecimila il numero delle staia di tale frutto, che ogni anno vengono spedite fuori. Gli abitanti di Ravenna mi hanno fatto delle descrizioni incantevoli dell'interno selvaggio e deserto della loro Pineta, delle macchie nelle quali i cacciatori inseguono il cinghiale, e delle regioni in cui la foresta si avanza sino alla costa e viene a morire in riva a golfi pittoreschi, bagnati dal mare. Il bosco si estende lungo l'Adriatico per una lunghezza di ventiquattro miglia, dalla città di Cervia sino alla foce del Po, chiamata Spina o _Spinetrium_. Misura tre miglia nella sua maggior larghezza.

Noi abbiamo studiato i monumenti di Ravenna, seguendo il succedere dei tempi piuttosto che l'ordine topografico, e non ci siamo occupati che di qualcuno di essi, di quelli che caratterizzavano meglio la loro epoca. Abbiamo rilevato che la grande epoca guelfa non si ritrova quasi in nessun palazzo, in nessuna chiesa. Ma in mancanza di questi monumenti, gli abitanti di Ravenna mostrano con orgoglio, in un vicolo secondario, una piccola cappella funeraria, che essi non cambierebbero con la più bella cattedrale del mondo. Là è sotterrato, a lato di Galla Placidia e di Teodorico, il più gran genio dell'Italia, eroe e vittima della lotta dei Guelfi e dei Ghibellini, a cui ha innalzato un monumento imperituro.

Quand'anche Ravenna non avesse altra attrattiva che la tomba di Dante, e altra gloria che quella di aver offerto l'ultimo asilo al Poeta, ciò basterebbe a preservare eternamente il suo nome dall'oblio.

Fu nel 1320 che Dante, senza patria e nella più estrema povertà, si recò da Verona a Ravenna. In quei tempi, racconta il Boccaccio, un nobile signore, Guido da Polenta, era padrone di Ravenna, città antica e celebre della Romagna. Egli era molto erudito nelle scienze liberali, onorava grandemente gli uomini di valore e specialmente quelli che la loro alta istruzione poneva al disopra degli altri. Quando seppe che Dante, di cui la riputazione era da lunga data giunta sino a lui, si trovava in Romagna, nella miseria e nello scoraggiamento, decise, senza esserne stato da lui sollecitato, di offrirgli un asilo e di trarlo dalla sua situazione disperata. Sotto la benevola protezione di questo nobile signore, Dante abitò Ravenna per qualche tempo, quando aveva perduto ogni speranza di ritornare a Firenze.

Là egli formò un certo numero di allievi, nell'arte della poesia, sopratutto usando la lingua volgare, che, primo fra gl'Italiani, come afferma lo stesso Boccaccio, ha saputo elevare all'altezza che il greco Omero il latino Virgilio avevano conquistato per la loro lingua materna.

La famiglia Polenta era divenuta nel 1275 padrona della città, dominata per lo innanzi dai duchi dell'antichissima famiglia dei Traversari: Guido da Polenta era nipote della bella Francesca, che fu maritata a Giovanni Malatesta da Verrucchio, podestà di Rimini, e del quale il poema di Dante ha immortalato il ricordo. Il signore di Ravenna non prese in mala parte i versi, ove l'ombra di Francesca da Rimini appare tra le ombre votate alla dannazione eterna.

Dante finì la sua vita a Ravenna sotto la protezione di Guido.

Il palazzo dei Polenta è scomparso senza lasciare la minima traccia, e della loro dominazione non resta altro monumento materiale che la tomba del poeta. A parte questo ricordo, niente risveglia più il loro nome, se non una lapide incastrata nel muro della chiesa di S. Francesco; essa rappresenta un uomo vestito di una tonaca dei frati minori e porta questa iscrizione: «_Hic jacet Magnificus Dominus Hostasius de Polenta qui ante diem felix obiens occubuit MCCCLXXXVI die XIV Mensis Martii. Cujus anima requiescat in pace._»

Le lotte combattutesi nell'anima ardente di Dante, le passioni che animano così violentemente la sua opera e che gli hanno impresso il segno di una tale incomparabile personalità, tutte queste agitazioni si erano ben calmate, quando il gran poeta venne a terminare i suoi giorni a Ravenna. La fine della sua vita fu consacrata alle pie ed alte meditazioni, alla _Vita contemplativa_.

Ivi egli compose i suoi salmi della penitenza e il suo Credo. Sembrava si fosse trasformato in penitente come aveva fatto l'imperatore Ottone III che, dopo aver visto crollare il suo potere su Roma, aveva rivestito il saio e si era rinchiuso per pregare nella cella di Sant'Apollinare. Quando sentì avvicinare la sua fine (si spense il 14 settembre 1321), domandò che lo si sotterrasse vestito dell'abito dei francescani. Per questo i frati minori lo considerano come uno dei loro; si ricorda, d'altronde, che nel suo poema egli si era già rappresentato cinto della corda di quest'ordine.

Guido da Polenta fece seppellire il Poeta in un sarcofago di marmo nel convento dei frati minori. Si proponeva d'innalzargli un magnifico monumento, ma questo progetto non fu eseguito. Durante i disordini nei quali la famiglia Polenta perì, la tomba fu dimenticata. Nel 1482 soltanto fu ricordato il dovere sacro che era stato lungamente trascurato. I Polenta erano stati cacciati. Bentosto annessa a Venezia, Ravenna fu governata da pretori della potente Repubblica. Uno di questi ultimi, Bernardo Bembo, padre del celebre cardinale, riprese il progetto di Guido da Polenta e fece innalzare al poeta, nel 1482, un bel mausoleo. E' quello che ci viene mostrato oggi, ma trasformato dai legati del papa nel XVII e XVIII secolo. Si sa, infatti, che i Veneziani cedettero, nel 1509, Ravenna alla Santa Sede, sotto il pontificato di Giulio II, che riunì anche Bologna al dominio di S. Pietro.

La tomba di Dante ha la forma di un piccolo tempio, sormontato da una cupola e fabbricato nello stile del Rinascimento. L'interno è ornato di bassirilievi e d'iscrizioni. Quattro medaglioni rappresentano Virgilio, Brunetto Latini, Can Grande della Scala e Guido da Polenta. In faccia alla porta di entrata si trova il sarcofago di marmo, e al disopra il medaglione in rilievo del Poeta.

La celebre iscrizione, da lui composta dice:

Jura monarchiae superos Phlegetonta lacusque Lustrando cecini voluerunt fata quousque: Sed quia pars cessit melioribus hospita castris, Autoremque suum petiit felicior astris, Hic claudor Dantes patriis extorris ab oris Quem genuit parvi Florentia mater amoris.

La tomba è sempre chiusa. Il conte Alessandro Cappi, che mi accompagnò nella visita al mausoleo, mi raccontò che nella suo gioventù aveva visto a Ravenna lord Byron, allora innamorato della contessa Guiccioli. Mai, mi disse la mia guida, lord Byron non passava in vista della tomba, fosse pure a distanza, senza scoprirsi rispettosamente, e mi sovvengo ancora dei bei versi che egli ha dedicato alla sepoltura di Dante.

Ed è, infatti, un santuario a cui ogni uomo di animo elevato non saprebbe avvicinarsi senza commozione, un luogo di pellegrinaggio e di raccoglimento per tutti coloro che sono capaci di comprendere e ammirare il genio creatore del Poeta, tanto potente da innalzare al disopra delle tempeste e delle passioni un ideale eterno di calma e di sublime serenità.

Dante simboleggia con la sua propria esistenza ciò che rende così maravigliosa la storia della sua patria, l'arte e la scienza producenti i loro più nobili fiori in mezzo alle più spaventose lotte civili.

Da questo lato e da tanti altri il Poeta fiorentino è il rappresentante e come l'incarnazione del genio italiano verso la fine del medio evo.

La solitudine in mezzo alla quale si drizza la tomba di Dante, produce un'impressione profonda, e bisogna felicitarsi che gli abitanti di Ravenna abbiano rifiutato ai Fiorentini pentiti la restituzione del loro tesoro nazionale. Dante continua così il suo destino d'esilio; egli riposa nella cella la cui ombra ospitale riparò i suoi ultimi giorni, in un monumento all'erezione del quale hanno preso parte la Serenissima Repubblica di Venezia e la Santa Sede. La sua tomba si drizza al largo, libera e isolata come una sepoltura di sovrano, come il mausoleo del grande Teodorico.

NOTE: