Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 2
La villa appartiene oggi al Principe Demidoff. Questo Creso russo la trasforma in un museo napoleonico. Essa diverrà magnifica con portici dalle colonne marmoree e sale incantevoli, dove si potranno ammirare tutti i fasti dell'Imperatore dipinti in affreschi sulle pareti. Napoleone però, che aveva piantato gli aranci sulla terrazza della villa, si contentò di far dipingere la sala da pranzo in stile egizio; in genere sembra che il ricordo dell'Egitto fosse il più caro della sua vita, poichè gli rappresentava le poesia epica e romantica della sua gioventù. Ora Demidoff ha raccolto tutte le possibili reliquie che sono inerenti alla storia napoleonica, e le disporrà nelle sale di S. Martino. Una reliquia napoleonica vivente ancora, nel cui possesso il principe è stato, egli non potrà esporre in questa villa, poichè, a quanto si dice, egli non l'avrebbe ben tenuta; voglio dire la sua prima moglie, Matilde Bonaparte, figlia dell'ex-re Girolamo, reliquia di Vestfalia.
Quando i cimelii saranno tutti a posto, mi dissero i lavoranti della villa, il principe farà venire tutti i venerdì a proprie spese un piroscafo da Livorno a Portoferraio, per trasportare tutti coloro che vorranno ammirare le belle cose. Per ora, nessuno deve entrare e questo sta scritto su di una tabella. Così io non potei entrare nella villa.
Tornando a Portoferraio, fui consolato dal bel chiaro di luna, che seppe narrarmi molte cose. Al chiaro di luna si osservano meglio le rovine e si medita meglio sui ricordi d'ogni specie; il fascino di una luce incerta si accorda così bene con tutto ciò che c' è di transitorio e di fugace!
Si può amare Napoleone? Potrà essere commossa sino alle lacrime un'anima umana tra mille anni al ricordo di lui, in uno qualunque dei teatri delle sue geste? Io lo dubito; io non lo credo.
Vi è un gran nome nella storia, che per metà suona nel nome di Napoleone: Timoleone. Il ricordo di quest'uomo del tempo antico, io lo confesso, mi commosse profondamente, quando ripensavo a lui, visitando il teatro di Siracusa. Come avrebbe avuto paura Napoleone dinanzi a questo greco, che lo avrebbe inviato a Corinto, disprezzandolo severamente, come il tiranno Dionigi. Altri tempi, grandezze diverse; Napoleone, nella sua gioventù, era entusiasta di questi eroi di Plutarco; quando divenne imperatore, confutava rabbiosamente Tacito e fece un panegirico a Tiberio.
Così spesso lo si è paragonato a Prometeo incatenato, che questo quadro è oramai vecchio; esso sta tuttavia tanto bene a questo eroe in esilio, che era in condizione di spezzare le catene dell'Elba, sino a che la forza e la violenza non lo ribadirono in ceppi diamantini allo scoglio di S. Elena. Dopo, quali lotte da giganti! Blücher e Wellington dovevano vincere questo genio, lanciati quali forza e violenza contro il semidio. Il generale degli ussari Blücher, adoperato nelle mani del destino quale mezzo per abbattere Napoleone, o diciamo con parola più modesta, a batterlo, poichè cosa avrebbe potuto fare un brav'uomo come Blücher, senonchè battere strenuamente... Questo è uno scherno amaro. La natura pertanto si serve delle grandi forze, se vuole formare o sviluppare qualcosa, delle più modeste, quando vuole compiere o distruggere.
A Napoleone le settimane trascorse all'Elba doverono sembrare anni. Egli si lamenta spesso con Campbell che gli siano stati tolti la moglie ed il figlio, negandogli un favore che è accordato anche ai più miseri degli esiliati dall'umanità.
Sua madre venne nell'estate. Come ritrovò Letizia Ramolino suo figlio! Anche il cuore vanitoso della madre era precipitato dall'alto della fortuna, ma non si spezzò; il cuore di Giuseppina, più nobile, si spezzò, 30 giorni dopo la prima caduta di Napoleone, alla Malmaison. Anche Paolina Borghese, sua sorella, una volta la nuova Elena del mondo, la bella etéra, ai piedi della quale giacevano sovrani coronati, venne ora a farsi dimenticare nella solitudine dell'Elba.
Molte persone vennero e se ne andarono misteriosamente. I sette porti dell'isola non erano stati mai così animati. Nei nove mesi vi entrarono 1200 bastimenti e 900 italiani e 600 inglesi vennero a vedere l'uomo dell'Elba, tra i quali molti ufficiali in uniformi italiane, francesi ed inglesi, ora da Marsiglia, ora dalla Corsica, da Genova e Livorno, ora da Napoli, Civitavecchia e Piombino. Con tutti Napoleone si intratteneva allegro e spiritoso e da tutti si faceva informare degli avvenimenti del suo paese e del continente.
Un giorno venne a Portoferraio una signora straniera con un bambino. L'Imperatore la ricevette segretamente, e l'alloggiò in campagna; dopo pochi giorni però essa ripartì col bambino per l'Italia, misteriosamente come era venuta. Circolarono molte dicerie, pochi soli seppero chi fosse la straniera; essa non aveva potuto sottrarsi agli sguardi della curiosità. Si può facilmente immaginare come Napoleone all'Elba si trovasse nella situazione di un uomo interessante, che soggiorna in una piccola città di provincia, spiato da tutti gli occhi, e chiacchierato da tutte le lingue. Quella signora straniera era una contessa polacca, il bambino, un figlio di Napoleone, il frutto di un'ora di delizia nella fredda Polonia. Io non so ciò che avvenne poi del bambino, ma credo poter accertare che questo bambino si sia presentato nel mese di dicembre 1852, quale ambasciatore ufficiale della Francia, dinanzi alla regina Vittoria d'Inghilterra, per annunziarle che la superficie del mondo, nonostante l'Elba e Sant'Elena, era divenuta di nuovo bonapartista, poichè 8 milioni di francesi avrebbero eletto commossi imperatore di Francia Luigi Bonaparte, unico figlio superstite dell'ex Re di Olanda.
E' un sogno. La storia del mondo ha talvolta i suoi sogni di vecchi amori e di avvenimenti antichi, come un individuo. Nell'anno 1852 essa sognò di Napoleone.
L'Imperatore intanto veniva svergognato da zie e comari, come si dice. In tutta Italia si affermava che una certa signorina Vantini aveva conquistato il suo cuore, che egli l'aveva ricevuta in ore romantiche, nella villa ed anche nel suo palazzo, e che essa inoltre già portava nel seno un secondo piccolo Napoleone ed infine che essa si vantava apertamente di ciò. Questa signorina era figlia di un possidente dell'Elba, un uomo che era stato sindaco di Portoferraio; egli era d'altra parte cognato di un certo signor Cornelio Filippi di Livorno. La sorella di questo signor Filippi tuttavia era una vera Messalina, amante dichiarata dell'inglese Grant, un negoziante di Livorno, e questo Grant a sua volta era un nemico accanito di Napoleone e manutengolo dello spione Giunti, ecc. ecc. E così si ebbe una storia di scandali anche all'Elba.
Il danaro cominciava tuttavia a mancare. Le entrate di Napoleone erano di appena 400.000 lire. La Francia, ad onta dell'impegno preso, non pagava la rendita annuale di lire 2.500.000 stabilita dall'accordo di Fontainebleau. L'Imperatore si lamentava e lord Castlereagh si interponeva per lui; ma il Governo francese tergiversava e non pagava, perchè sospettava probabilmente che l'esiliato volesse servirsi dei suoi denari per un qualche colpo di Stato; nella miglior ipotesi si temeva un'irruzione in Italia; che potesse però tentare uno sbarco in Francia, non passò per la mente a nessuno.
Qui all'Elba, nella prossimità della Francia e dell'Italia, i due paesi si son dovuti offrire da se stessi come teatri di una possibile restaurazione alla fantasia dell'Imperatore decaduto. Come deve aver passeggiato indeciso in questo giardino, in questo studio ed in quella villa, le mani incrociate sulla schiena, pesando sulla bilancia della scelta, qua la Francia e là l'Italia, qui il rinnovarsi di un cammino già noto, la restaurazione di un regno che gli era appartenuto, là una nuova strada, una monarchia del tutto nuova da fondare.
Sostiamo un momento, poichè questo è un punto misterioso nella storia di Napoleone, un punto di una seduzione straordinaria, quando si voglia formarsi un criterio, come tutte l'eventualità di un grande carattere. Per un minuto, può dirsi, balenò sull'Italia l'apparizione di un avvenire incalcolabile, mentre Napoleone era all'Elba.
Quali conseguenze ne sarebbero derivate infatti se questo uomo avesse improvvisamente dimesso la sua aspirazione verso la Francia, se egli, italiano, fosse comparso in Italia sotto un nuovo aspetto, quale ordinatore cioè ed unificatore di questi bei paesi, nella città mondiale di Roma, sul Campidoglio, qual romano imperatore della penisola latina?
E' fuori dubbio che un tale partito fosse preso in esame, ma a qual punto giungessero i rapporti di Napoleone cogli agenti dell'Unione italica, che avevano il loro centro a Torino, è difficile poter precisare, nonostante tutto quello che è stato scoperto. Quel progetto di un impero costituzionale a Roma, a capo del quale si sarebbe dovuto eleggere Napoleone, non suona più fantastico oggi, che nel 1814. Napoleone doveva essere imperatore romano, i Re di Sardegna e di Napoli sarebbero stati indennizzati con delle somme, le città principali, come Milano, Venezia, Firenze e Napoli, sarebbero state innalzate a vice-reami, per appagare il loro patriottismo, divenendo volta a volta sedi del parlamento nazionale. Il Papa fu dichiarato un fantasma, di cui si doveva liberarsi. Questo era il progetto italiano; per metterlo in esecuzione poteva bastare una guerra. Murat, allora ancora re di Napoli, poteva essere avviluppato in una guerra colla Francia; Napoleone sarebbe comparso nel momento dello scontro, nel qual caso egli avrebbe indubbiamente avuto ragione delle due armate, ed avrebbe compiuta l'unità d'Italia, obbligando i Borboni di Francia a riconoscerlo.
Ma basta con questi sogni. Napoleone manteneva l'Italia in tensione, quando egli prestava ad essi l'orecchio, ed infatti il suo sbarco nella penisola avrebbe fatto vacillare ogni cosa. Egli si sarebbe senza dubbio rivolto all'Italia, se la Francia non gli avesse offerto nessuna prospettiva; ma ciò, di cui i suoi agenti di colà lo informavano, mostrava chiaramente ch'egli non doveva che sbarcare per vedere sfumare come nebbia la restaurazione borbonica.
Intanto, nel palazzo all'isola si viveva semplicemente, senza destar preoccupazioni; Paolina, l'anima della società, dava ogni tanto una festa. Ma, affine di risparmiar danaro, il treno di casa era stato ridotto, qualche progetto di costruzione pure veniva sospeso e si vendeva persino un parco d'artiglieria. L'Imperatore stava tutto ingolfato tra le carte, i giornali ed i rapporti. Il suo piccolo studio aveva lo stesso aspetto, di quello alle Tuileries; l'uomo era pur sempre lo stesso, era Napoleone, che ruminava in fondo all'animo progetti colossali, piani di battaglia ed idee che dovevano sconvolgere il mondo.
In tal modo egli se ne stava nella piccola cameretta della sua casa di Portoferraio, sul tetto della quale sventolava il modesto vessillo dell'Elba, bianco ed amaranto colle api imperiali, mentre nello stesso tempo l'alta diplomazia sedeva a congresso a Vienna. Tutte le potenze d'Europa sono dietro il tavolo verde, mettendo in movimento mille penne e mille lingue; tutto il mondo è un protocollo ed un campo di lotte diplomatiche e tutto questo per il piccolo uomo dell'Elba. Questi, in silenzio e dimenticato, solo come un mago nella spelonca ove evoca spiriti invisibili, mandandoli fuori e ricevendoli di ritorno; quelli avvolti dal frastuono delle feste della vittoria e dei dibattimenti. Così passavano i mesi. Ad un tratto il piccolo uomo di ferro all'Elba si alza dal tavolo suo: il Congresso non è più; i principi ed i diplomatici si dividono ed il mondo torna ad essere di nuovo un campo di guerra infuriato.
Napoleone era informato di tutto quanto avveniva in Francia ed a Vienna; sul principio dell'anno 1815 la discordia minacciò di mettere gli alleati in guerra fra di loro. L'Austria, la Francia e l'Inghilterra si impegnarono per mezzo di una convenzione segreta contro la Russia e la Prussia. La Francia esigeva pure la restaurazione dei Borboni a Napoli. Il trono di Murat vacillava; egli si offrì quindi naturalmente quale alleato a Napoleone, per fare appello a quella unità d'Italia, a capo della quale egli avrebbe dovuto esser posto.
La parola terribile di Sant'Elena era già arrivata alle orecchie di Napoleone. Il partito era preso nell'animo suo. Egli divenne sempre più solitario; evitava di parlare a Campbell. Egli lo riceveva solo di rado e soltanto quando l'inglese ritornava da Livorno, ove andava qualche volta. Una nave da guerra francese incrociò allora intorno all'isola per spiare Napoleone, del quale si cominciò a dire che preparasse uno sbarco in Italia; invece la corvetta inglese, che era a disposizione di Campbell, navigava continuamente tra l'Elba, Genova, Civitavecchia e Livorno, su e giù.
Napoleone stesso, come sovrano dell'isola, possedeva dei navigli da guerra, cioè quattro bastimenti; essi veleggiavano spesso, manovrando sul mare, sotto il nuovo vessillo dell'Elba, che era rispettato anche dai barbareschi; spesso essi portavano ai capitani dei bastimenti elbani dei regali, dicendo che pagavano il debito di Mosca. L'Imperatore mandava di frequente fuori le navi, per nascondere i suoi propositi; ed egli tanto li nascose che solo Bertrand e Drouot furono a parte del segreto e lo conobbero appena 24 ore prima della partenza. Alle donne non fu detto niente; nella vicina Corsica lo sapeva soltanto Colonna, l'amico di Paoli e confidente di Napoleone.
La decisione d'imbarcarsi, di uscire da quella squallida solitudine, andando incontro a nuovi combattimenti da giganti, dovette essere una terribile scossa per l'anima di Napoleone, simile a quella di Cesare, quando passò il Rubicone. Certo fu uno di quei tratti disperati che si qualificano a seconda dell'esito, o come audacemente eroici e grandi, o come folli ed avventurosi. Tali momenti, nei quali un uomo deciso va incontro al suo destino a corpo perduto, conquistano tutto il nostro interesse, e, se l'impresa riesce, l'audacia stessa sembra che raddoppi la grandezza dell'eroe. Simile a quel Fernando Cortez, che lasciò bruciare dietro a sè i bastimenti, ci appare ora Napoleone, ed in verità egli andò alla conquista della Francia ed alla guerra contro gli eserciti delle potenze europee, con poche truppe di più di quelle che aveva l'avventuroso grande spagnolo quando si trattava di domare i selvaggi indiani. Certamente, due suoi grandi eserciti già stavano in Francia: il fascino del suo nome e l'odio contro la restaurazione.
Era di sabato, il 26 febbraio; Paolina dava appunto un ballo; le guardie e le altre truppe, 800 uomini, stavano in tenuta di marcia sulla Piazza d'Arme; sette bastimenti erano pronti per la partenza in porto; l'Imperatore appariva irrequietissimo; il piccolo uomo andava su e giù, alla finestra, guardava il cielo e il golfo che è mosso dalle onde muggenti. Le guardie ricevettero finalmente l'ordine di imbarcarsi! _Alea jacta est._
Erano le otto di sera quando Napoleone scese dalla banchina nella barca.
Qui, nel momento in cui l'uomo poderoso prende il mare, per tentare gli Dei per la seconda volta, a me sembra che una voce gli gridi dietro: «La triste, eterna legge del fato dispone per tutte le cose, che quando esse hanno raggiunto l'apice, ricadano nel fondo più presto di quanto sono salite». La voce è quella di Seneca, di quell'antico uccello della disgrazia, che ha un diritto speciale di lanciare dietro a Napoleone questa massima, poichè egli vide finire in modo terribile i grandi della terra, l'imperatore Tiberio, l'imperatore Caligola, l'imperatore Claudio e Cesare Germanico, poichè egli rimase per otto anni in esilio in Corsica e studiò la saviezza e conosceva la natura per esperienza profonda, e così poteva predire pure la fine delle cose napoleoniche. Napoleone si allontanò veleggiando, non veduto dalla corvetta inglese, che era a Livorno. Il mare era grosso. Si sperava di aver passato la Capraja prima dello spuntar del giorno; però il vento cessò e al giorno si era ancora in vista dell'isola; solo alle 4 della sera circa si arrivò all'altezza di Livorno e subito si scorsero due fregate e poi una nave da guerra francese, la _Zephir_, che veniva incontro. Gli equipaggi volevano abbordarla, Napoleone però impose loro di nascondersi sotto coperta. Lo _Zephir_ domandò alla nave ciò che c'era di nuovo all'Elba e Napoleone stesso rispose con la tromba: «L'Imperatore sta molto bene». Così sfuggi felicemente al pericolo.
Prima del suo imbarco egli aveva già redatto due proclami all'esercito ed al popolo francese; ma poichè non si poteva decifrarli, egli li buttò in mare e ne dettò altri due. Tutti coloro che sapevano scrivere ne fecero copie; si vedeva a bordo chi scriveva sulle trombe, chi sui _colbac_ dei granatieri e sui banchi. Era una scena curiosa quella, chi si svolgeva sull'_Inconstant_,--questo era il nome del bastimento di Napoleone e della sua fortuna.
Ecco ora i due proclami.
Dal Golfo di S. Juan il 1^o marzo 1815.
Napoleone, per grazia di Dio e per la costituzione dell'Impero, Imperatore dei Francesi.
ALL'ARMATA: «Soldati! Noi non siamo stati battuti. Uomini usciti dalle nostre file hanno tradito la nostra gloria, il loro paese, il loro principe ed il loro benefattore. Coloro che da 25 anni furono veduti percorrere l'Europa per suscitarci nemici, che hanno trascorso la loro vita combattendo contro di noi tra le file nemiche, imprecando alla nostra bella Francia, avranno essi il vanto d'incatenare e dominare le nostre aquile, essi che non ne poterono mai sostenere lo sguardo? Dovremmo noi sopportare che essi raccolgano i frutti delle nostre fatiche gloriose, che essi s'impadroniscano del nostro onore e dei nostri averi? che essi rinneghino la nostra fama? Se il loro regno durasse, tutto sarebbe perduto, anche il ricordo stesso delle nostre memorabili battaglie. Con qual furore essi le sfigurarono e cercarono di avvelenare ciò che aveva meravigliato il mondo! E se restano ancora dei difensori della nostra gloria, si trovano tra i nostri nemici stessi che abbiamo combattuto sui campi di battaglia. Soldati! Nel mio esilio ho udito la vostra voce; io son qua dopo aver superato tutti gli ostacoli e tutti i pericoli.
«Il vostro Generale chiamato al trono per elezione del popolo, innalzato sui vostri scudi, vi è restituito. Venite, unitevi a lui. Strappate quei colori che la nazione ha proscritti ed attorno ai quali da venticinque anni si sono riuniti tutti i nemici della Francia. Inalberate quella coccarda tricolore che portavate nelle nostre grandi giornate. Noi dobbiamo dimenticare che siamo stati i padroni dei popoli, ma non dobbiamo sopportare che alcuno s'immischi nelle nostre faccende. Chi potrebbe pretendere di dominare su noi? Chi ne avrebbe la potenza? Riprendete quelle aquile che portavate a Ulm, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Wagram, a Friedland, alla Tudela, ad Eekmühl, a Essling, a Smolensk, alla Moscova, a Lützen, a Wurschen, a Montmirail. Credete voi che questo piccolo gruppo di francesi, che è oggi così altero, ne possa sopportare la vista? Essi ritorneranno colà donde sono venuti, ove continueranno a regnare se lo desiderano, come pretendono d'aver fatto per diciannove anni.
«I vostri beni, il vostro rango, la vostra gloria, i beni, il rango e la gloria dei vostri figli non hanno maggiori nemici di questi principi che ci sono stati imposti dagli stranieri. Essi sono i nemici della vostra fama, poichè il ricordo di tanti fatti eroici che hanno glorificato il popolo francese, quando combatteva contro di essi per sottrarsi al loro giogo, è la loro stessa condanna.
«I veterani delle armate della Sambre e della Mosa, del Reno, d'Italia, dell'Egitto, dell'Oriente, della grande Armata sono umiliati; le loro cicatrici onorate sono schernite; i loro successi sarebbero delitti e i prodi sarebbero ribelli se, come sostengono i nemici del popolo, i sovrani legittimi si trovavano tra le file delle armate nemiche.
«Gli onori e le ricompense appartengono a coloro che li hanno serviti contro la patria e contro di noi.
«Soldati! Venite, schieratevi sotto le bandiere del vostro Capo; la sua vita è la vostra: i suoi diritti sono quelli del popolo ed i vostri; il suo interesse, il suo onore, la sua gloria sono l'interesse, l'onore e la gloria vostra. La vittoria marcerà al passo di carica; l'aquila coi colori nazionali volerà di torre in torre sino alle torri di Nôtre-Dame. Allora potrete mostrare con onore le vostre ferite; allora potrete vantarvi di quello che avete fatto e sarete i liberatori della patria.
«Nella vostra vecchiaia, circondati dai vostri concittadini che vi ascolteranno con attenzione, racconterete loro le vostre grandi geste; voi potrete dire con orgoglio: anch'io facevo parte di quella grande Armata che entrò due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Poma, di Berlino, di Madrid e di Mosca, che liberò Parigi da quelle infamie che il tradimento e la presenza del nemico le avevano impresse. Onore a questi prodi soldati, gloria della patria! e vergogna eterna ai francesi colpevoli, in qualunque condizione la fortuna li abbia posti, che combatterono per venticinque anni per dilaniare il cuore della patria.
_firmato_: NAPOLEONE».
AL POPOLO FRANCESE.
«Francesi! La capitolazione del Duca di Castiglione consegnò Lione ai nostri nemici senza tentar difesa. L'esercito, il cui comando io gli avevo confidato, era in condizione di battere il corpo d'armata austriaco a lui contrapposto, per il numero dei suoi battaglioni e per l'eroismo e l'amor di patria delle truppe che lo componevano, passando così dietro il fianco sinistro dell'esercito nemico che minacciava Parigi.
«Le vittorie di Champ-Aubert, di Montmirail, di Château Tierry, di Bauchamps, di Monterom, di Craonne, di Rheims, di Arcis-sur-Aube e di Saint-Dizier, la sollevazione dei bravi contadini nella Lorena, nella Champagne, nell'Alsazia, nella Franca Contea e nella Borgogna, e la posizione da me occupata dietro gli eserciti nemici, in modo da tagliar loro i magazzini, i parchi di riserva, le comunicazioni e toglier così loro tutto il necessario, li avevano posti in condizione disperata. I francesi non erano mai stati sul punto di essere più potenti e la più bella parte degli eserciti nemici era irremissibilmente perduta; essa aveva trovato la propria sepoltura in quelle regioni deserte, che aveva spogliate così crudelmente, quando il tradimento del Duca di Ragusa consegnò ai nemici la capitale e produsse il dissolvimento dell'esercito.
«Il modo imprevisto di comportarsi di questi due generali, che tradirono in una volta la loro patria, il loro principe ed il loro benefattore, cangiò le sorti della guerra; la condizione del nemico era tale che, sul finire del combattimento che ebbe luogo dinanzi a Parigi, esso si trovava senza munizioni, avendolo noi separato dal suo parco di riserva.
«In queste improvvise e gravi circostanze il mio cuore era dilaniato, ma l'animo mio rimase incrollabile; io presi allora consiglio solo dal bene della patria; io mi relegai sui miei scogli in mezzo al mare; però la mia vita vi era e doveva esservi ancora utile. Non permisi al grande numero di cittadini che mi volevano accompagnare, di dividere la mia sorte; io pensavo che la loro presenza fosse utile in Francia; non condussi meco che un piccolo manipolo di prodi, necessari per la mia difesa.