Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 18
Ed ora, addio, chiese, palazzi, musei e meschine antichità di Avignone! Come finiscono per stancare questi quadri, questi monumenti, queste reliquie dei tempi andati! Come riposa il ricrearsi nella vista della bella valle del Rodano ai piedi della città! Lo splendido sole di Provenza illumina le verdi isole del fiume, indora la collina di Villeneuve ed invita il viaggiatore a passeggiare all'ombra dei pioppi e dei platani agitati dal vento, a prestar ascolto al muggito delle acque poderose, a contemplare le grandi barche di trasporto che guizzano con la rapidità della freccia sotto gli archi del ponte! La vista, dalla porta dell'Ouille di Avignone, dell'ampio Rodano con le sue due isole, e con le rive singolari della Linguadoca, è bella davvero; non valse, però, a cancellare dalla mia memoria quella contemplata poco tempo prima, della Vistola, il gran fiume che svolge le sue acque profonde sotto gli archi giganteschi del ponte della strada ferrata presso Dirschau, nè l'immagine del Nogat che scorre tranquillo ai piedi dell'antica e bella Mariemburg. Il castello del medio evo, dei cavalieri dell'ordine teutonico, torreggia colà in modo assai più pittoresco che il palazzo dei Papi in Avignone.
Il fiume separa Villeneuve dalla città, e la Provenza dalla Linguadoca. Le due rive sono congiunte da ponti; di uno, di costruzione romana, non sussistono più che quattro grandi archi molto pittoreschi e che si estendono per un tratto dalla riva sopra il fiume, poi cessano. Su di essi sorge una piccola cappella, che guarda, solitaria e fantastica, i flutti. Narrasi che risiedesse in quella il santo uomo che aveva edificato il ponte stesso, e la leggenda relativa a quella costruzione è l'unica d'indole mite e poetica che io abbia trovata in Avignone.
Il piccolo Benezet stava custodendo al pascolo le pecore della sua povera madre sui monti del Vivarais, quando, tutto ad un tratto, i monti e le valli si trovarono immersi nelle tenebre per un eclissi; era il 13 settembre del 1177. Una voce esclamò: «Benezet, dammi ascolto, perchè io sono Gesù Cristo!» Il ragazzo spaventato rispose: «Dove sei, o Signore, e che cosa domandi da me?»--«Non aver paura, lascia pure pascolare le tue pecore, scendi al Rodano e fabbricavi sopra un ponte».--«Signore io non so dove sia il Rodano; sono un povero ragazzo, non ho che tre soldi in tasca, come vuoi che io possa costruire un ponte su quel fiume?» La voce replicò: «Fa quanto ti ho detto, poichè io so dove e come dovrai costruire il ponte». Il piccolo pastore scese dal monte piangendo, abbandonò il gregge, ed incontrò un pellegrino che camminava appoggiato al suo bordone, il quale gli disse: «Figliuolo mio Benezet, seguimi al luogo dove dovrai costruire il ponte.» Allorquando arrivarono al fiume e il ragazzo vide le acque di questo, ampie, rapide, profonde, prese a piangere più amaramente, se non che il pellegrino lo confortò, gli ordinò di salire in una barca, di scendere ad Avignone, di presentarsi al vescovo, e di partecipargli l'incarico che gli era stato affidato. Così fece Benezet, e trovato il vescovo che stava predicando nella cattedrale, gli disse franco e disinvolto: «Signor vescovo! Il Signore mi ha qui mandato per costruire un ponte sul Rodano». L'ardito ragazzo venne tosto arrestato e fu condotto davanti al vicario. Ripetè al giudice l'incarico che aveva avuto, e questi, additandogli un grosso macigno che trovavasi nella corte, gli disse sorridendo che avrebbe prestata fede alla sua missione, quando fosse riuscito a sollevare quella voluminosa pietra. Il ragazzo la sollevò tosto, la caricò sulle spalle, e la portò, fra gli applausi del popolo che gridava al miracolo, sulla riva del Rodano. In un momento si raccolsero cinquemila scudi d'oro, e si pose tosto mano alla costruzione del ponte.
Tale è la meravigliosa leggenda relativa all'antico ponte di Avignone, ed io non voglio toglierle il suo carattere poetico, coll'aggiungervi dei commentarî. La grande opera fu compiuta nel 1188, ma le bande catalane cominciarono a danneggiarla nel 1395, e, dopo d'allora, il tempo e la furia delle acque la ridussero a quello stato di rovina in cui oggi si trova.
Per arrivare a Villeneuve, esistono ora due altri ponti, uno in ferro, e l'altro in legno, i quali congiungono le due isole che sorgono sul fiume, denominate Ville de Piot, e la Barthelasse. Villeneuve-les-Avignons è un paese pittoresco. Dicesi che anticamente sorgesse in quella località _Stathmos_, o Statuma, emporio commerciale dei Massiliotti. Il paese attuale risale al 1226; fondato dai monaci di S. Andrea, venne ampliato e fortificato da Filippo il Bello. Serviva quasi di porto avanzato alla Francia sul Rodano, e tale rimase, finchè i re di Napoli e i Papi di Avignone furono padroni della Provenza. Sorge tuttora, a poca distanza dal fiume, una bella torre, la quale si suole chiamare torre di Filippo il Bello. La sua posizione, di fronte al ponte di S. Benedetto a cui può avere servito di difesa, è bella, ed è amenissima la passeggiata ombreggiata d'alberi per arrivarvi, colla vista del fiume e della mole imponente del palazzo dei Papi. Il villaggio, del resto, è grigio, deserto, malinconico e pare anche povero, sebbene vi siano alcune tintorie di robbia ed alcune filature. Solo si scorgono qua e là alcune chiese ed alcuni palazzi cadenti in rovina, i quali ricordano i tempi, per buona sorte passati, del feudalismo.
E' cosa ben curiosa, che nel mentre Avignone si vanta dell'uomo che introdusse nella Provenza la coltivazione della robbia, Villeneuve le possa contropporre quello che nel 1560 importò in Francia il tabacco, presentandone le prime foglie alla regina Caterina de' Medici. Non ho visto a Villeneuve nessuna statua in bronzo di Giovanni Nicot, ambasciatore di Francia alla corte del Portogallo, e glie se ne dovrebbe pure innalzare una, con una grande tabacchiera nella mano ed un grosso sigaro avana in bocca. Del resto, i sigari francesi non fanno punto onore a Giovanni Nicot, perchè sono di pessima qualità.
Poche sono le cose meritevoli di attenzione in Villeneuve: esiste, nella chiesa dello spedale, la tomba d'Innocenzo VI, monumento gotico in stile di tabernacolo, il quale trovavasi dapprima nella bella Certosa del luogo, ora interamente distrutta. Venne quello ristaurato, e la statua del Papa coricato è nuova. Sulla ripida collina Andaon vi è il forte, S. Andrea, tuttora in buono stato. Vi si accede per una grande porta e sull'altipiano della collina, cinto di mura, si vede una cappella. Di là si gode la bella vista del panorama della Provenza, simile a quella che si ha dal _Rocher des doms_, se non che ha il pregio che di qui si scorgono pure la città di Avignone e il suo castello. Allorquando il sole sul tramonto tinge le mura gigantesche di questo in rosa, o di colore violaceo, l'effetto è magico. Questo è il luogo opportuno per prendere congedo da questa antica Avignone, illuminata dal sole cadente.
Gettai uno sguardo di desiderio su quelle campagne della Provenza, che avrei pure voluto visitare. Ero attorniato da provenzali, e la loro antica favella mi destava mille ricordi sulla loro storia, sulla loro civiltà. Quella lingua si va perdendo; tutti gli sforzi per farla rivivere dei poeti, fra' quali il più illustre è Mistral, non valgono altro che a continuarle un'esistenza letteraria artificiale. Vorrei anch'io poter intonare le rime, piene di speranza, dirette da un poeta, ancora vivente, al suo amico Mistral; ma temo non esprimano altro che un pio desiderio.
Prouvenço, o pais dei troubaire Lou gai-sabé reverdira: Deja milo novèu cantaire Dison lou béu tems que viendra Lou mounde vèi la reinessènço: Lei Troubadour van reflouri... O moun païs, bello Prouvènço, Toun dous parla pòu pas mouri.
RAVENNA.
(1863).
RAVENNA.
(1863)
Dal mese di agosto dell'anno 1863 un tronco di strada ferrata conduce da Castel Bolognese a Ravenna. Partendo da Bologna e passando per Imola, Lugo e Bagnacavallo, s'impiegano appena quattro ore per compiere il tragitto. E' per questo che una delle città più interessanti dell'antichità e del medioevo, relegata sino a poco tempo fa fuori di ogni circolazione e confinata in una solitudine, d'accesso difficile e mezzo morta, si è trovata ad un tratto lanciata nella corrente della vita mondiale.
Quasi tutte le città italiane ci rappresentano, nei loro monumenti, le due grandi epoche della storia del paese: l'antichità romana e il medioevo cristiano. Solo Ravenna resta come vestigia della transizione dall'una all'altra di queste due epoche; e sotto questo punto di vista è impareggiabile.
Ravenna ha visto, difatti, la caduta dell'Impero romano, il primo insediamento del regno germanico sulle rovine della potenza dei Cesari, i sessant'anni della supremazia degli Ostrogoti, i due secoli del dispotismo bizantino, e ne conserva inapprezzabili ricordi.
Nel contemplare questi monumenti del V e del VI secolo, il viaggiatore che per la prima volta arriva a Ravenna, prova delle impressioni paragonabili soltanto a quelle che suscitano le ruine di Pompei; e, difatti, Ravenna è la Pompei dell'epoca gotica e bizantina.
Lo stato quasi perfetto di conservazione degli edifici sembra un prodigio, quando si pensi ai secoli di barbarie e di devastazioni che hanno attraversato. Si spiega, in parte, per la fortunata circostanza che i Longobardi non riuscirono a strappare Ravenna agli esarca bizantini. Il re Liutprando non riuscì a entrare nella città che nel 727 o 728, cioè in un'epoca in cui la civiltà aveva addolcito sensibilmente i costumi degli invasori. Nè Liutprando, nè il suo secondo successore al trono longobardo, Astolfo, distrussero i monumenti di Ravenna; solo il sobborgo di Classe, a quanto sembra, fu distrutto da Liutprando.
Per lungo tempo Ravenna rimase sede dell'amministrazione bizantina in Italia, e Roma, caduta in grande decadenza, fu governata come una semplice città di provincia. Ravenna approfittò di questa situazione privilegiata e della sollecitudine degli imperatori bizantini, che la considerarono per lungo tempo come il gioiello più prezioso dei loro possessi in Italia.
Quando, più tardi, dopo la caduta del regno longobardo e dell'esarcato, il Papa rivendicò la popolazione della città, fondandosi sui diritti che gli concedevano le donazioni di Pipino, i patriarchi o arcivescovi di Ravenna combatterono questa pretesa. Essi stabilirono il loro dominio sulla Romagna, assunsero la successione degli esarca, e, sostenuti dai privilegi che loro accordavano gl'imperatori, respinsero per molto tempo i tentativi della Santa Sede, mantenendo la loro autorità su Ravenna.
Il ricordo dei tragici avvenimenti della decadenza romana e dell'invasione barbarica, i tempi di Stilicone, di Alarico, di Attila e di Genserico, la grande figura di Teodorico, le lotte gigantesche che misero termine alla dominazione dei Goti e immortalarono i nomi di Totila, di Belisario, di Teia e di Narsete; infine, l'oscurità quasi mistica del periodo degli esarca bizantini, a mala pena rischiarata, di tanto in tanto, da qualche debole barlume, proveniente dalle cronache del tempo: tutto ciò dà a Ravenna una grazia singolare e produce sullo spirito del viaggiatore un'impressione profonda.
Come ci apparirà la città che vide compiersi tanti avvenimenti? Senza dubbio ci sembrerà più malinconica e più tetra ancora della vecchia Bologna. Ma qui ci troviamo ancora dinanzi all'ironico contrasto che la realtà appone quasi sempre alla visione che la fantasia si forma delle cose.
La delusione è grande. Cento altre città d'Italia, anche dei piccoli borghi fortificati, sperduti nelle montagne, ricordano più vivamente il passato ed offrono al primo sguardo un aspetto più storico e più monumentale dell'antica città bizantina e gotica.
Non è che a poco a poco, vagando per la città, che si sente aleggiare su noi il soffio del passato. Ma allora l'impressione diventa più possente che altrove, paragonabile solo, per la sua intensità, a quello che si prova a Roma, per quanto diversa nella natura. E' l'anima della storia universale quasi intera, che anima i monumenti della Città eterna; quelli di Ravenna non appartengono che ad un corto periodo, ma l'impronta che ne conservano è più forte che altrove.
In tutte le strade di Ravenna regna un silenzio di morte; le case sono moderne e la maggior parte piccole; le vie larghe e diritte, la città essendo costruita su di un terreno piano. Dappertutto un profondo raccoglimento. Qua e là, sulle piazze, si vedono delle curiose colonne medioevali, con l'imagine di qualche santo; altrove, la statua di un Papa che beneficò la città, pensoso e assorto nelle sue meditazioni. Di palazzi, i quali in altre città rappresentano con tanto splendore la grande epoca guelfa, non si trova traccia. Di quando in quando solamente si scorge una torre rovinata. Le chiese invece sono numerose. Qualcheduna è stata restaurata; altre hanno conservato intatto il carattere gotico primitivo. In generale, sono di proporzioni piuttosto piccole; nessuna ha l'imponente maestà delle cattedrali di Pisa, di Siena o d'Orvieto. Si direbbe che siano state addormentate da qualche incantatore e si siano conservate così fino ai nostri giorni; esse danno a Ravenna un carattere di mistero e di poesia.
E' curioso notare che a Ravenna non si ritrova vestigia dell'epoca romana. I sobborghi di Classe e di Cesarea, un tempo importanti e ricchi di grandi edifici, sono oggi inghiottiti nelle paludi e resta appena qualche segno della loro esistenza. Ravenna fu un tempo l'Avignone degl'imperatori romani. Quando, nel 404, Onorio, temendo un'invasione di goti, trasportò la sua residenza da Roma a Ravenna, rinforzò le mura e si costruì un palazzo. In qual punto sorgeva questo edificio? E' impossibile determinarlo, oggi, benchè le guide non si facciano scrupolo di indicarne il punto preciso. Antonio Zirardini, giureconsulto erudito e archeologo dei più distinti di Ravenna, ha scritto, nel 1762, un eccellente libro sulle antichità della sua patria: _Degli edifici profani di Ravenna_.
La sua opera è ancora la migliore che si possa consultare in proposito, e pur tuttavia non getta che una pallida luce sulle origini di Ravenna.
Fu in questa residenza che Onorio ricevette la notizia della presa di Roma per opera di Alarico; e fu là che egli morì, nell'agosto del 423. Fu però sepolto a Roma, accanto a San Pietro. Per noi, il più antico dei monumenti storici di Ravenna è il mausoleo della sorella di Onorio, Galla Placidia, una delle più straordinarie figure di donna di quell'epoca; una di quelle di cui la sorte si trova legata, nella maniera più stretta e più tragica, ai destini dell'Impero romano spirante. La figlia del gran Teodosio a ventun'anno viveva nel palazzo dei Cesari a Roma, quando Alarico arrivò davanti la città, l'assediò, se ne impadronì e la saccheggiò. Galla Placidia, condotta a lui come prigioniera, dovette seguirlo in Calabria. Poco dopo, la figlia e la sorella degli imperatori romani si vide obbligata a sposare, a Narbona, Ataulfo, successore di Alarico. Ella accompagnò in seguito suo marito in Spagna, vi divenne vedova, vi perse il figlio Teodosio, e, dopo aver subìto indegni insulti, fu rinviata a Ravenna, presso suo fratello Onorio. Appena arrivata, questi la costrinse a sposare il generale Costanzo, da cui ebbe due figli, Valentiniano e Onoria. Morto a sua volta Costanzo, Galla Placidia fu bandita da Ravenna da suo fratello ed esiliata a Bisanzio. Dopo la morte di Onorio ne ritornò, scortata da una flotta greca, pose il suo giovane figlio Valentiniano III sul trono di Occidente, esercitò il potere per lunghi anni, come tutrice del giovane principe, in mezzo a difficoltà e calamità continue, e terminò infine a Roma, a 61 anni, nel 450, la sua esistenza agitata. Con suo figlio Valentiniano III, che fu assassinato cinque anni più tardi, si spense l'ultimo discendente della razza imperiale del grande Teodosio.
La storia dell'estinzione della famiglia di Teodosio segna quella dell'agonia dell'Impero romano, e il mausoleo di Galla Placidia ci appare oggi come la tomba della potenza dei Cesari. Entrando in questo piccolo e tetro sepolcro, rivestito di meravigliosi mosaici, si prova un senso di raccoglimento storico, così intenso come non lo risveglia neppure il mausoleo di Augusto, nè la tomba romana di Adriano. La disgraziata principessa volle essere sotterrata a Ravenna, ch'essa amava e che si era compiaciuta di arricchire di numerose chiese, e non a Roma, a cui la legavano così crudeli ricordi. Si era fatta fabbricare una tomba e l'aveva dedicata, come cappella espiatoria, ai santi Nazaro e Celso.
Ci si rende facilmente conto della diversità dei tempi, quando si paragona questa tomba dell'ultima dinastia imperiale di Roma ai maestosi mausolei dei primi imperatori. E' tutta impregnata di spirito cristiano; la sua forma è quella di una croce latina, lunga cinquantacinque palmi romani e larga quarantaquattro. La cappella è sormontata da una cupola, rivestita di mosaici, come pure lo sono le nicchie e le volte; una mezza luce vi penetra attraverso piccole finestre. Nel mausoleo si trovano cinque sarcofaghi; due piccoli, incastrati nel muro laterale dell'entrata, e tre grandi, posti nelle tre nicchie formate dai bracci della croce. Nella nicchia principale, proprio di fronte all'entrata, si scorge la più grande delle urne, alta sette piedi, semplicissima. Senza dubbio, là riposa la sorella di Onorio. La tradizione vuole che, durante varî secoli, essa restasse nel sarcofago, seduta su di un trono di legno di cipresso e ricoperta de' suoi paramenti imperiali. Secondo storici più moderni, il corpo non divenne polvere che nel 1577. Si dice pure che dei fanciulli introducessero un cero acceso nei fori del sarcofago e che le pareti prendessero fuoco: così fu ridotto in cenere ciò che restava di Placidia.
Quali personaggi sono rinchiusi negli altri sarcofaghi? Non lo si può determinare in modo esatto. I due più grandi contengono, probabilmente, i resti del generale Costanzo e di sua figlia, la sventurata principessa Onoria che, fidanzatasi al terribile Attila, dopo una vita di passioni avventurose, venne a trascinare stentatamente gli ultimi anni della sua esistenza in un chiostro di Ravenna. L'opinione che il corpo di Onorio si trovi del pari in uno di questi sarcofaghi è senza dubbio priva di fondamento, poichè questo imperatore morì, è vero, a Ravenna, ma fu seppellito nel mausoleo imperiale di Roma, vicino a San Pietro.
I mosaici del mausoleo di Galla Placidia sono notevoli per la loro antichità; risalgono avanti al 450, e sono i più antichi prodotti dall'arte cristiana. Oltre gli arabeschi, felicemente disegnati, rappresentano delle figure isolate di profeti e di evangelisti e in due punti l'imagine di Cristo. Qui, come in tutte le vecchie chiese di Ravenna, si rimane colpiti dalla fisonomia bella, giovanissima e imberbe del Salvatore. Questa concezione della figura di Cristo corrisponde del resto all'ideale che la gente si formò nei primi tempi del cristianesimo. Soltanto più tardi, il viso del Salvatore venne rappresentato sotto l'aspetto vecchio, tetro e lugubre del tipo bizantino. Ravenna offre la prova manifesta dell'errore di una tale appellazione. I maestri mosaicisti bizantini, e particolarmente quelli dell'epoca di Giustiniano, hanno dovuto lavorare a Ravenna più che in ogni altra città d'Italia. E anche nei mosaici di San Vitale, posteriori di 100 anni circa a quelli del mausoleo di Galla Placidia, noi ritroviamo lo stesso tipo giovanile della figura del Salvatore, molto lontano dalla tradizione detta bizantina e che si riavvicina piuttosto all'ideale primitivo, caratterizzato dalle pitture delle catacombe. Ma lo strano si è che il secondo tipo, quello che offre un'espressione quasi demoniaca, si trova di già sull'arco trionfale di San Paolo, a Roma, decorato egualmente di mosaici per ordine di Galla Placidia, ai tempi di Papa Leone I (440-462), come lo prova anche oggi l'iscrizione: _Piacidiae pia mens operis decus_... Il Salvatore vi è rappresentato in mezzo busto, in proporzioni sovrumane; l'espressione del viso è tetra, e sveglia un sentimento di terrore. In quei tempi non vi erano certamente a Roma artisti bizantini; i mosaicisti facevano ancora parte dell'antica scuola, di quella che aveva decorato le Terme. Il tipo severo e terribile della figura di Cristo proviene dunque da una concezione romana, e non bizantina.
Molte altre chiese furono fondate a Ravenna da Galla Placidia. Esse esprimono lo spirito profondamente religioso e melanconico di questa donna straordinaria, che consacrò gli ultimi anni della sua vita alle meditazioni religiose e alla pia contemplazione del passato. E, mentre noi non risentiamo che del disprezzo per quel triste Onorio, che, alla presa di Roma, pianse, soltanto, a quanto dicono, la morte del suo pollastro favorito «Roma», la vita così disgraziata e turbata di Placidia c'ispira, al contrario, simpatia e profonda pietà.
Dopo aver visitato la sua tomba, si può andare a vedere quella di Teodorico, che corrisponde alla seconda epoca della storia di Ravenna e ad uno dei più memorabili periodi degli annali d'Italia.
Il duce germanico, Odoacre, avendo, nel 476, messo fine all'esistenza dell'Impero romano d'Occidente ed essendosi proclamato primo re d'Italia, governò con saggezza e fermezza in Ravenna, quando fu attaccato da Teodorico. Per tre anni si difese gagliardamente; obbligato, infine, ad arrendersi, fu massacrato nel suo palazzo per ordine del vincitore, nonostante i patti della capitolazione.
E' da Ravenna che Teodorico governò l'Italia, riunita per l'ultima volta in regno sotto la dominazione dei Goti. Egli vi costruì un magnifico palazzo. Se egli avesse mai abitato questo edificio, si potrebbe concludere che la residenza degli ultimi imperatori d'Occidente si era di già sprofondata nella tormenta dell'invasione barbarica. Ma antichi scrittori, che si occuparono del palazzo innalzato da Teodorico, hanno fatto osservare che questi non inaugurò l'edificio costruito per sua cura, la qual cosa nel linguaggio dell'epoca significa che non vi abitò. Se ciò è esatto, caratterizza assai bene il destino degli Ostrogoti, che, in generale, non riuscirono mai a prendere piede stabile in Italia. Il re degli Ostrogoti continuò dunque, probabilmente, a risiedere nel vecchio palazzo imperiale, mentre faceva costruire l'altro, del quale alcuni frammenti sono rimasti.
Si scorgono nella strada principale che, da Porta Serrata a Porta Nuova, traversa Ravenna da un capo all'altro. Là s'innalza un alto muro in mattoni, sulla parte superiore del quale stanno una grande nicchia e otto piccoli archi romani. Le porte hanno egualmente la forma di arcate romane. Così come sono attualmente, col loro triste aspetto, questi ruderi ci fanno intravedere il medio evo nascente, caratterizzato dallo scomparire della grandiosa concezione architettonica romana. Questa riduzione di dimensioni appare, del resto, in tutti i monumenti di Ravenna. In verità, sarebbe azzardato appoggiarsi alla piccolezza delle vestigie del palazzo gotico di Ravenna per concludere che, nel suo insieme, questa costruzione non era nè sontuosa, nè grandiosa. Gli antichi cronisti affermano che Teodorico si fece portare da Roma e da Costantinopoli marmi preziosi e colonne, e che impiegò specialmente i ricchi avanzi del distrutto palazzo il «Pincio». Ciò è molto strano, poichè Ravenna stessa doveva essere una miniera di magnifici materiali. La residenza di Teodorico era, dicono, contornata da portici e ornata, all'interno, di splendidi mosaici.