Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 17
Domandai se per avventura esisteva nel palazzo qualche ricordo della presenza di quest'uomo singolare, ed il custode mi fece vedere un ritratto di Cola, che teneva nella sua stanza. Questo ritratto, dipinto ad olio, lo rappresentava in abito di senatore, con la testa dai riccioli neri, coperta da un berretto rosso. La sua testa grande e molto espressiva, il viso nobile, senza barba, presentava la fisonomia larga e grassa che si dice che Cola avesse avuto nell'ultimo periodo di sua vita. Il naso aquilino, di profilo prettamente romano, rivelava energia; lo sguardo era tranquillo e imperioso. Sotto il ritratto lessi queste parole: _Nicolas Calabrini dit De Rienzi, tyran de Rome en 1347_. Questo ritratto non aveva, a dire il vero, verun carattere di autenticità, ed apparteneva fuor di dubbio al tempo in cui il gesuita Cerceau pubblicò l'opera, senza valore: _Conjuration de Nicolas Gabrini dit De Rienzi, tyran de Rome,_ venuta alla luce in Amsterdam nel 1734.
Un'altra figura storica del tempo di Rienzi e Petrarca aleggia nel palazzo di Avignone, quella di una bella e giovine principessa, accusata dell'uccisione del marito ed assolta dal Pontefice; Giovanna I regina di Napoli e signora di Avignone e della Provenza. Quale erede del regno, era stata fin dalla fanciullezza fidanzata dal suo avo Roberto I al giovane principe Andrea d'Ungheria. Questo re morì il 19 gennaio 1343, dopo aver stabilito un consiglio di reggenza per la durata della minorità di Giovanna. La principessa, giovane di sedici anni, punto non amava il suo consorte, di cui probabilmente non hanno gli storici napoletani esagerati i modi rozzi e la inettitudine. I baroni napoletani mormoravano contro la tracotanza degli Ungheresi che circondavano la giovane corte; decisero di sbarazzarsi di Andrea, tanto più che Clemente VI aveva di già pubblicata la bolla che prescriveva l'incoronazione anticipata del minorenne Andrea.
Giovanna trovavasi, il 18 settembre 1345, in Aversa col re suo consorte; nella notte Andrea venne chiamato fuori dei suoi appartamenti col pretesto di ricevere dispacci importanti, e, non appena l'infelice giovane apparve al balcone, fu afferrato da persone mascherate, le quali gli gettarono un laccio al collo e lo precipitarono, senza far rumore, nel giardino, dove si trovò al mattino il suo cadavere appeso ad una fune. Il popolo si commosse; la regina fuggì in tutta fretta a Napoli, dove si rinchiuse nel suo palazzo; la voce pubblica l'accusò di aver ucciso il marito, o, per lo meno, di essere complice dell'assassinio di questo. Ebbero luogo processi ed esecuzioni per ordine tanto di Giovanna, quanto del legato pontificio, che non si tardò a spedire da Avignone.
Intanto Ludovico di Ungheria, fratello dell'ucciso, preparava un esercito per muovere contro Napoli e vendicare la morte di Andrea; nel che riuscì completamente. Giovanna, giovane, bella, voluttuosa, come in tempi posteriori Maria Stuarda, e intelligente al punto che si diceva aver ereditate le splendide doti d'ingegno del suo grande avo, non sapeva in qual modo sottrarsi al pericolo imminente che la minacciava. Tolse a marito Ludovico di Taranto, suo cugino, per il quale nudriva una tenera passione già prima della morte del marito. Intanto il mondo risuonava delle accuse del re di Ungheria e delle proteste d'innocenza di Giovanna; le opinioni erano divise.
Comparvero gl'inviati di Ludovico e di Giovanna a Roma, davanti a Cola di Rienzo, e la regina si abbassò innanzi al tribuno del popolo, allora padrone di Roma e nello splendore della sua possanza, protestando la sua innocenza, con umili e lusinghiere epistole, accompagnate da ricchi doni. Sottraendosi però alla collera dell'ungherese il quale si avvicinava, si avviò, nel gennaio del 1348, in Provenza, sua proprietà, in compagnia del novello marito, e si presentò in Avignone a Clemente VI, il quale, feudatario di Napoli ed iniziatore del processo aperto contro di lei, era ad un tempo suo giudice e suo signore.
Il Papa le assegnò a stanza Villeneuve, sopra la sponda opposta del Rodano; convalidò il secondo matrimonio di lei, che non era conforme alle leggi canoniche, e fece istruire il processo, invitandola poi a comparire nel proprio palazzo, davanti ai cardinali ed ai baroni di Provenza. Giovanna pronunciò davanti all'assemblea una orazione latina a sua difesa, con tanto spirito, con tanta tranquillità, con tanta sicurezza, che tutti rimasero compresi di stupore. Il suo comparire in attitudine di accusata, di esule, la memoria del suo grande avo Roberto, protettore illustre della Chiesa e, più di tutto, la sua gioventù, la sua bellezza, la sua grazia, commossero tutti gli animi, e la giovane regina fu assolta dall'accusa di uxoricidio.
Bastò questo giudizio dei cardinali ad assolverla davanti alla propria coscienza? Era dessa veramente innocente quale la proclamarono? Fra gli storici napoletani, gli uni la condannano, gli altri l'assolvono, e la sentenza imponente dello storico d'Italia di maggior peso l'addita quale complice almeno del misfatto. Dessa fu consapevole del reo disegno, e non vi si oppose; al pari di quanto fece più tardi Maria Stuarda, in occasione della morte di Darnley.
Giovanna si preparò a far ritorno a Napoli per riconquistarvi il suo regno. Aveva d'uopo d'uomini e di danaro, e vendette, l'8 giugno 1348, la città di Avignone al Papa per la meschina somma di ottantamila scudi d'oro. Si trassero da questo fatto severe conclusioni; nessuna prova esiste a conferma di esse, ma il sospetto è facile a spiegare. L'uccisione di un re e l'assoluzione di una regina accusata di averlo spento, furono quelle che ridussero Avignone in signoria dei Papi. Giovanna riacquistò il regno di Napoli, che governò con senno e prudenza per molti anni, in mezzo ad agitazioni continue. Morto Ludovico di Taranto, sposò Giacomo di Aragona, e venuto a morte questi pure, tolse a quarto marito Ottone di Braunschweig. Cadde poi nelle mani di Carlo III di Durazzo, suo parente e nemico a morte, e questo pretendente alla corona ordinò ai suoi scherani di farla perire della stessa sorte toccata al suo primo marito. Così Giovanna di Napoli fu strangolata nel castello di Muro, nelle Puglie, nel 1382.
Mentre le mura del palazzo di Avignone richiamavano nella mia memoria questo episodio sanguinoso della storia del reame di Napoli, il mio pensiero si fermava a considerare le condizioni attuali del regno stesso, le cui sorti incerte ed agitate traggono a sè l'attenzione di tutta quanta l'Europa. Pensavo al giovane re Francesco rinchiuso nelle mura di Gaeta, erede degli errori e delle colpe de' suoi padri, fuggiasco dalla sua capitale, abbandonato dal suo popolo, stretto d'assedio dalle truppe italiane nella sua ultima fortezza, minacciato dal re di Piemonte, che mira a precipitare dal trono il suo congiunto, inalberando l'antica bandiera di Cola di Rienzo, la bandiera dell'unità d'Italia, con Roma capitale. Il fuoco dei cannoni di Gaeta è l'ultimo lampo del tramonto di un dispotismo che non poteva più durare.
Avignone, pertanto, era diventata, come abbiamo visto, proprietà della Santa Sede, e Clemente VI non tardò a prenderne possesso con sua grande soddisfazione, perchè vi si sentia non meno signore di quanto lo fosse già in Venasca e Carpentras. In un'epoca in cui la Chiesa era venuta perdendo a mano mano i suoi possedimenti in Italia, quel tratto di terra provenzale doveva apparire ai Papi come un vero asilo e come un rifugio inaccessibile alle tempeste, dinanzi all'aspetto della rivoluzione che sembrava dovesse di giorno in giorno scoppiare in Roma. Mentre per varî secoli erano stati dalla ribellione cacciati ripetutamente dall'Urbe ed era colà la loro esistenza divenuta continuamente precaria, in Avignone avevano quiete e tranquillità, ed i settant'anni d'esilio di Babilonia furono per lungo tempo i soli anni pacifici del Papato. Non c'è, quindi, da stupire che i Papi esitassero a staccarsi da Avignone.
Se attualmente la Chiesa romana possedesse un territorio di là dalle Alpi, non sarebbe improbabile che Pio IX, in condizione di cose che ricordano l'epoca di Cola di Rienzo, vi cercasse rifugio, invece di rimanere, sotto la dubbia protezione della Francia, in Roma.
Clemente ampliò ed abbellì il palazzo dei suoi predecessori. Vi eresse una stupenda cappella, o piuttosto una chiesa gotica, di gran lunga superiore, per ampiezza e per bellezza architettonica, alla cappella Sistina del Vaticano. La ornò, come del pari varie stanze del castello, di buone pitture a fresco, per opera di maestri chiamati d'Italia. Tutte queste pitture vennero distrutte; la cappella, divisa in due piani ed in varie camere, venne ridotta ad uso di caserma, e si vedono con dolore gli archi gotici incassati nei muri ed avanzi di pregevoli affreschi, che erano, senza dubbio, della scuola di Giotto.
Clemente VI morì il 6 dicembre 1352, dopo oltre dieci anni di pontificato e dopo aver vissuta vita piacevole e splendida. Aveva radunato in Avignone il fiore della Francia meridionale, ed introdotto il lusso alla sua corte; nelle sale del suo palazzo, gremite di belle dame, di cavalieri, di poeti, di artisti, di dotti, le feste si succedevano alle feste. Egli fu largo co' suoi nipoti, co' suoi favoriti, delle dignità della Chiesa e dei tesori accumulati dall'avarizia del suo predecessore. Fu il papa più brillante di quanti ebbero stanza in Avignone, ed il cupo castello sotto di lui si può paragonare al Vaticano nei tempi di Sisto IV, di Giulio II e di Leone X.
Tre papi abitarono ancora dopo di lui la Francia; l'ultimo di questi pose fine all'inopportuno esilio, riportando la sede del sommo pontificato nella città eterna.
Il severo Innocenzo VI fu il contrasto preciso di Clemente VI. Proscrisse ogni lusso dalla corte di Avignone, rimandò a Roma Cola di Rienzo, facendolo accompagnare dal cardinale Egidio Alvarez Albornoz, uno degli uomini di Stato e dei capitani più distinti che abbia avuto la Chiesa. Egli, difatti, riuscì a riconquistare al patrimonio di S. Pietro le provincie perdute, meglio di quanto non abbia saputo fare, a' giorni nostri, il generale Lamoricière. Roma stessa piegò davanti a quell'energico spagnuolo, e fece ritorno al papa. Innocenzo VI morì in Avignone il 12 settembre 1362.
Gli succedette Urbano V (1363-1370). Potè essere grato ai suoi predecessori, i quali avevano provveduto a cingere Avignone di mura, imperocchè, senza questa precauzione, sarebbe caduto nelle mani di quelle bande armate, le quali in allora percorrevano, saccheggiando, l'Italia ed il mezzodì della Francia. Circondarono quelle la città, ed il papa si vide costretto ad ottenere, con molto denaro, il loro allontanamento. Petrarca, oramai vecchio, esortò allora Urbano, perchè abbandonasse la Francia e facesse ritorno a Roma, divenuta tranquilla. I Romani lo avevano richiamato per mezzo di un'ambasciata, ed Urbano si portò difatti, nel 1367, nella desolata città; se non che, nel 1370, abbandonò di bel nuovo Roma e l'Italia, fattesi deserte, e non valsero a trattenerlo le supplicazioni di S. Brigida, la quale gli profetava la morte, quando facesse ritorno ad Avignone. E volle il caso che la profezia si avverasse, poichè Innocenzo cessò di vivere nel dicembre, non appena ritornato in Francia. Egli aveva ultimato il palazzo pontificio, aggiungendovi la settima torre, denominata degli Angeli. Le altre sei avevano nome Trouillas, S. Giovanni, l'Estrapade, S. Lorenzo, la Campana e la Gache.
Il suo successore Gregorio XI fu l'ultimo papa in Avignone. Scosso dalle preghiere dei Romani, di Pietro d'Aragona, delle sante donne Brigida e Caterina da Siena, la quale ultima venne persino a tal uopo in Avignone, abbandonò, il 13 settembre 1376, per sempre la Provenza, accompagnato da tutti i cardinali, ad eccezione di sei, i quali preferirono continuare ad abitare le loro amene ville sulle sponde del Rodano.
Perde da questo momento ogni interesse il palazzo dei Papi, imperocchè, dopo il loro ritorno a Roma, rimase deserto. Durante lo scisma, però, vi abitarono ancora due antipapi: Clemente VII e Benedetto XIII, il quale ultimo vi fu assediato.
Dal 1409 in poi, Avignone ed il contado Venosino furono governati da cardinali legati, fra i quali però gl'italiani, quasi sempre nipoti, punto non si muovevano da Roma, facendosi rappresentare da vice legati. L'ultimo fu Filippo Casoni; la repubblica francese lo scacciò per sempre col dominio papale da Avignone, e questa città venne funestata da atroci scene di sangue sotto Jourdan, Duprat e Jouve, nella notte dal 16 al 17 ottobre 1791. Si fa vedere tuttora, nella torre Trouillas, il luogo dove le vittime infelici erano precipitate da quelle belve umane, sitibonde di sangue. Era pur troppo naturale che l'odio, concentrato a lungo contro la dominazione pontificia, somministrasse pretesto a quegli atti crudeli: il popolo parlava di carceri sotterranee della inquisizione nel castello, di orribili misteri consumativi durante il governo dei legati. La favola narra che nel secolo XV, nell'epoca terribile dei Borgia, un vice legato avesse invitati i cittadini più distinti di Avignone ad una festa nel palazzo pontificio, che avesse chiuso quindi le porte delle sale, e, appiccato il fuoco agli appartamenti, avesse arsi vivi i suoi ospiti; così egli avrebbe vendicato un nipote assassinato da un marito tradito.
Quando si visita Avignone, sotto l'impressione di simili atrocità commesse dalla rivoluzione, sotto il ricordo ancora recente dell'assassinio del maresciallo Brune, commesso dai realisti il 2 agosto 1815, quando si vede quella popolazione rozza e fanatica, si prova un vivo desiderio di partire al più presto da quella città. Oggidì la popolazione di Avignone è ritenuta ancora per superstiziosa, rozza, irritabile, ignorante, ed è possibile che questa contrada possa divenire ancora teatro di brutti eccessi.
Non voglio però dimostrarmi ingrato verso una città così notevole, e mi ci tratterrò ancora un poco. Ci rimane a visitare l'antica cattedrale, il San Pietro di Avignone, ché difatti quello di Roma potè per ben settanta anni nutrire invidia a questa chiesa piccola, nera ed oscura, quale usurpatrice dei suoi diritti secolari. Intanto i Papi si trovarono in questo angolo del mondo, ridotti ad una semplice cappella, la quale sottraeva le pompe del culto e gli atti della storia della Chiesa agli sguardi della cristianità.
_Nôtre-Dame des Doms_, secondo la tradizione, venne fondata da Santa Marta sorella di Lazzaro, imperocchè la pia donna sarebbe sbarcata nella Camargue, avrebbe introdotto il cristianesimo nella Provenza e fabbricata la prima chiesa in Avignone, sulle rovine di un tempio d'Ercole. L'origine, del resto, di _Nôtre-Dame_, non è conosciuta, ed il suo vanto di essere stata edificata da Carlomagno trovasi tutt'altro che fondato; solo è certo che essa è una chiesa molto antica, come lo si vede dalla sua porta principale, di stile prettamente romano, fiancheggiata da due colonne antiche d'ordine corinzio. Il vandalismo della rivoluzione, il quale ridusse a mucchio di rovine altre chiese della città, non risparmiò neppure questa. Rimane, a soddisfazione dei dilettanti di antichità, la così detta cappella di Carlomagno, ma andarono miseramente perduti i monumenti di varî Papi, ricordi preziosi dell'arte gotica nel secolo XIV. Furono restaurate le tombe di Benedetto XII e quella più pregevole di Giovanni XXII, di gusto gotico, con fini sculture e con la figura del pontefice stesa sopra un sarcofago. In una nicchia esistono alcuni avanzi della tomba del cardinale di Armagnac; nel _Sancta-Sanctorum_ si scorge la lapide mortuaria di Luigi Balbo Bertone di Crillon, soprannominato il _Bravo_, l'amico di Arrigo IV. Egli morì in Avignone nel 1615, e la sua statua in bronzo sorge sulla piazza dell'Horloge.
E' questa la più bella piazza della città, e trovasi a poca distanza, scendendo dal palazzo dei Papi. E' circondata da varî belli edificî, fra i quali l'elegante teatro ed il nuovo palazzo municipale, nello stile del risorgimento francese, preceduto da una corte sopracarica di colonne. Il custode, che me lo fece visitare, mi diceva con aria d'importanza che Luigi Napoleone aveva onorato quel palazzo della sua presenza, nel recarsi ad Algeri, che le scale erano state ricoperte da tappeti, e tutto il quartiere aggiustato con gusto squisito. L'Imperatore venne accolto con grande ostentazione; però il partito legittimista è ancora numeroso in Provenza, sebbene sia grandemente scaduto di ricchezze. Intanto Napoleone può per qualche tempo riposare tranquillo; ha per sè i proprietarî e le classi che lavorano; si odono per ogni dove le sue lodi: egli ha domato la rivoluzione, ristabilito l'ordine e, co' suoi trattati di commercio, ha procurato immenso vantaggio a queste contrade vitifere. Ed inoltre, _notre préponderance!_... Sono parole che si sentono ripetere ad ogni passo.
In fin dei conti convien però dire che il visitare questa città cagiona una grande stanchezza. Le sue strade, dove qua e là sorgono alcuni palazzi, in stile del risorgimento, alcuni edificî antichi e bizzarri, con porticati e cortili che richiamano a sè l'attenzione, sono cupe; l'atmosfera che vi si respira, è malinconica e suscita tristi ricordi.
Quanto non sono più belle le piccole città della Toscana, Prato, Pistoia, Siena, Arezzo, nelle quali ad ogni tratto s'incontrano meraviglie d'arte, memorie della libertà municipale, di una antica e splendida civiltà!
Ho visitato la maggior parte delle chiese di Avignone; non havvene una che si possa dire propriamente bella, e tutte, quasi, recano le traccie della devastazione dell'epoca rivoluzionaria. Entrai una domenica in S. Didier, chiesa di architettura gotica; era piena di donne velate di bianco, le quali, inginocchiate, cantavano delle litanie. Era un quadro pieno di anima e di vita; in quel raccoglimento devoto, nelle armonie di quei canti mi parve ravvisare l'influenza esercitata da Roma per lunghi anni su Avignone. Era un quadro di carattere prettamente romano, se non che la piazza attorno alla chiesa, ombreggiata da grandi alberi, non aveva affatto aspetto romano, nè meridionale, e mi ricordava piuttosto le chiese campestri delle care mie contrade natìe.
La folla dei fedeli non mi permise che di gettare un rapido sguardo sopra un bassorilievo, a cui si dà il nome di _images du roi René_; imperocchè queste sculture sono attribuite al _buon Re_; e non è a dire di quante statue e di quanti quadri lo faccia autore, nella Provenza, la tradizione.
Sorge, a poca distanza da S. Didier, la chiesa del patrono della città, S. Agricola, il quale è invocato in tutte le pubbliche calamità, e particolarmente nei tempi frequenti di siccità. Questa chiesa risale al secolo X e venne ampliata in secoli posteriori; la sua facciata gotica, con larghe torri merlate, è originale, e la semplicità dello stile ogivale anche nell'interno rivela la sua antichità.
Merita pure di esser ricordata la cappella dei _penitents noirs de la miséricorde_. Si conserva in essa il famoso crocifisso d'avorio di Guillarmin, opera del 1659, e la suora che lo mostra, narra la leggenda del nipote dell'artefice, condannato a morte, e, per intercessione di quel Cristo, salvato.
Avrei visitato molto volentieri la chiesa ed il convento dei domenicani, quale ricordo di un'epoca storica, della guerra contro gli Albigesi; ma quegli edifici stupendi furono rovinati totalmente dalla furia rivoluzionaria. Il primo Papa d'Avignone ebbe stanza in quel monastero, ora distrutto, ed ivi Giovanni XXII dichiarò santo il più gran filosofo del medio evo, Tommaso di Aquino, alla presenza del re di Napoli. Quel Papa riteneva, fra le cose sue più preziose, lo stupendo codice in pergamena della _Somma_ del santo, e lo lasciò, morendo, alla biblioteca del monastero, con l'espressa condizione che dovesse essere fissato al muro con una catena. La rivoluzione venne a liberarlo, ed ora il prezioso volume, coperto della polvere dei secoli, gode della sua libertà o del suo oblio nella biblioteca civica. Caterina da Siena, monaca dello stesso ordine, rivolse in quel monastero le sue esortazioni al Papa, per persuaderlo a far ritorno a Roma. Era stato quel convento costrutto poco tempo prima, nell'anno 1330, e si assicura che il suo cortile fosse bellissimo e affatto non la cedesse per vaghezza a quello di S. Trofimo in Arles. I sanculotti rovinarono tutto, comprese pure le tombe di ventiquattro cardinali, sepolti nel convento. La chiesa, in gran parte distrutta, venne ridotta più tardi a fonderia di cannoni.
Per farsi un'idea delle vandaliche devastazioni, operate dalla rivoluzione nella Provenza, è d'uopo visitare il museo d'Avignone. Trovasi allogato in un palazzo ampio del secolo XVIII. Dopochè il benemerito dottore Calvet fondò questo museo nel 1810, vennero accolte in esso le reliquie delle arti belle tolte dalle chiese, dai conventi, dai castelli feudali, dai palazzi, non di Avignone soltanto, ma ancora dei dintorni. Vi sono rappresentate tutte le fasi del medio evo, fino all'epoca del risorgimento francese, _la rénaissance_; ed io provai tanto maggior interesse a contemplare questa collezione delle antichità del medio evo nella Francia meridionale, in quanto che avevo visitato, pochi mesi prima, in Norimberga, il museo tedesco, istituzione destinata a prendere un grande sviluppo, e meritevole dell'appoggio di tutta quanta la Germania.
Il museo di Avignone, del resto, anche per quanto riguarda l'epoca classica, è povero in paragone di quello di Norimberga, e, tuttochè sia diviso in varî rami, non presenta più che un periodo di civiltà. Nella galleria del medio evo si vedono numerose sculture, e si possono seguire i progressi della plastica, dagli antichi sarcofaghi cristiani fino agli avanzi dei mausolei dei cardinali di Brancas e Lagrange, del conte Raimondo di Beaufort e del maresciallo de la Palice.
Alla collezione di antichità classiche contribuirono quasi tutte le città del mezzodì della Francia; in complesso, però, è povera e non vi si vedono oggetti pregevoli; tanto più che quasi tutte quelle città posseggono il proprio museo. Si osserva, però, con interesse tutto quanto fu rinvenuto in questa parte della Francia, dell'epoca dei Romani, ed anche dei Greci. Vi sono parecchie antiche iscrizioni greche, e altre greche del tempo dei Romani. Si deve pure far menzione di una bella collezione di piccoli bronzi e di un ricco medagliere di tutte le provincie e di tutte le epoche della Francia. Trovasi, nello stesso palazzo, la biblioteca civica, la quale conta più di sessantamila volumi. Contiene parecchie buone opere sulla storia del mezzodì della Francia, ma sono scarsi i manoscritti ed i documenti originali. Gli atti del papato, durante la sua stanza in Avignone, vennero già da tempo, come è noto, trasportati negli archivi segreti del Vaticano. Stanno in una sala della biblioteca i ritratti degli uomini illustri appartenenti al dipartimento di Valchiusa, fra' quali il duca di Mahon, il prode Crillon, Giovanni di Althens, il cardinale Maury, il pittore Mignard, il dottore Calvet, e vi si vedono pure i ritratti di Petrarca e di Madonna Laura, i quali datano però da epoca posteriore.
Nel piano superiore c'è una galleria di quadri, abbastanza pregevole per Avignone; vi sono pochi buoni quadri antichi italiani, fiamminghi e tedeschi di valore, ma molti francesi, particolarmente di Mignard e dei cinque Vernet, la cui famiglia era originaria di questa città. Del resto, bisogna osservare che Avignone non ha prodotto nessun uomo che possa dirsi un vero genio; anzi nessuno dei celebri, a ragione o a torto, poeti della Provenza nacque sulle sponde del Rodano o della Durance. Era d'uopo venisse un forestiero da Arezzo, per dare a quelle contrade il prestigio poetico; ed Avignone gli offrì, ad argomento de' suoi versi armoniosi, una bella donna, come Crotone o Taranto offrivano le loro ragazze per modelli a Zeusi. Ben più avventurata fu Firenze che può vantarsi ad un tempo di Dante e di Beatrice.