Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 15
Non sarebbe possibile paragonare le poesie della nuova poetessa romana con i canti di Vittoria Colonna, tanto più perchè la giovane signora Gnoli non ha voluto seguire nessun modello, ma aprirsi una via personale e quella percorrere senza esitazioni. Ed è riuscita. Spesso ella si rivolge al passato, ed una delle sue poesie migliori è appunto: l'_Incontro di Beatrice e di Laura in Paradiso_, dove felicemente evoca le due ombre, che amorevolmente si intrattengono, anime sorelle, e si dileguano poi come due stelle
Nova tracciando via Di luce e d'armonia.
Bella ed efficace è pure una poesia sulle catacombe di Roma, su questo strano dominio delle ombre e del passato, figlio della Storia e della Morte. Le descrizioni dell'Inferno di Dante non fanno più spaventosa impressione di questi lunghi corridoi oscuri sparsi di ossa, di nicchie vuote, di sarcofaghi, di rozze imagini bizantine e d'iscrizioni oscure e sinistre; anche qui Dante avrebbe avuto bisogno di una guida come Virgilio. Ora, il Virgilio di questo mondo sotterraneo è il De Rossi, l'epigrafista dottissimo; e, rileggendo i versi della Gnoli, io ricordo con piacere l'escursione che nelle catacombe feci con la poetessa, l'improvvisatrice napoletana Giannina Milli ed il De Rossi che ci guidava. _Hierusalem civitas et ornamentum martyrum Domini_ è il motto della poesia, tolto da un'iscrizione del III secolo.
La Gnoli fa seguire immediatamente alla Notte delle catacombe, l'Inno di Omero _al Sole_, e ci libera dal brivido delle catacombe con la contemplazione della Fonte di ogni luce e di ogni intelletto. In questi canti parla una spirito religioso; e sembra davvero che la Gnoli eccella specialmente nella grande lirica contemplativa. Ella tentò, con minor fortuna, il dramma lirico con _Torquato Tasso a Sorrento_. Ma questo genere melodrammatico non era più tollerato; il _Pastor Fido_ e l'_Aminta_ non ci fanno anch'essi più veruna impressione. Il melodramma può ancora avere un valore ed un contenuto artistico, quando è trattato con abilità drammatica misurata e delicatezza lirica altissima, come l'_Eco_ e _Narciso_ di Calderon; ma se eccettuiamo il coro d'introduzione del _Tasso in Sorrento_, che è assai buono, il resto si riduce ad un giuoco puerile, e la figura del grande poeta, che si è travestito da pastore e vive in mezzo ai pastori, i quali non lo capiscono nè lo rispettano, ci sembra non essere più che una marionetta, e tutto il componimento fornisce una nuova prova del sentimento incompleto e vano di quest'arte di maniera.
Paolo Emilio Castagnola e Giambattista Maccari son due poeti ch'han Muse sorelle. Troviamo anche in essi l'inevitabile querela delle miserie presenti; la sconsolata tristezza del Leopardi, per la quale _tutto fuorchè il duolo è vano_, ha sfiorato anch'essi, ma appena, come un sentore di muschio che si è insinuato nelle vesti di due uomini sani passati per la casa di un morto. Fondamentalmente, essi hanno due fresche e vive nature, e, invece del loro dolore, canterebbero volentieri la grande sventura della loro patria, se non temessero l'esilio. Ambedue hanno un senso giusto ed esatto della realtà e della storia.
Castagnola ha cantato in una romanza, _Emellina_, la tragica fine di Corradino, il tradimento di Astura e la sua morte. _Emellina_ è il nome di una fanciulla, figlia di Frangipane, la quale, vissuta in un castello solitario fra il cielo, il mare e le selve, s'innamora di Corradino, al primo apparir di costui, e invano tenta di salvarlo. Il soggetto è buono, ma non sempre son buoni i versi. L'ottava non è trattata abbastanza nobilmente, e oscilla fra lo stile elevato e il tono popolare della cronaca; i caratteri sono indefiniti e romantici. Pregevole però, per bellezza lirica, è il canto d'addio di _Emellina_ che flebilmente lamenta la sua sorte dall'alto della sinistra torre.
Se, di tanto in tanto, Castagnola tenta il canto politico, Giambattista Maccari esprime più spesso e più chiaramente il suo pensiero. La Musa politica trova in Roma, più d'una volta all'anno, occasione di farsi udire: cioè, quando si festeggia il favoloso Natale di Roma, per l'anniversario della morte del Tasso, e per la distribuzione dei premi nelle Accademie delle arti rappresentative. Non v'è poeta in Roma, che in tali circostanze non mandi arditamente un saluto alla patria, e una volta, a proposito d'una poesia di questo genere sulla fondazione di Roma, si proibì la vendita dei versi del Torlonia, ne' quali la politica non entrava affatto. Anche Maccari, dunque, ha scritto versi per queste occasioni. Le sue stanze _Nel Natale di Roma_ sono piene di forza. Egli si rivolge ai Romani: O cittadini, che avete lasciato dietro di voi gloriose e sublimi ruine, ascoltate ora il mio lamento, sgorgato da sincero dolore, al vedervi indossare solo vesti pompose con altero cipiglio, mentre bandite da voi il sapere che disprezzate come cosa vana.
E alle donne romane dice: O donne che solo vi date a coloro che son ricchi di terre e di vasellami preziosi, e pensate solo a preparare vani tesori ai vostri figli: badate bene! L'ignoranza li avvolge e li sòffoca: quale sarà il loro avvenire?
Energici anche e commoventi sono i sonetti del Maccari, composti in occasione della distribuzione dei premi agli artisti. «Italia, i tuoi orgogliosi monumenti non son più che mute e inutili pietre: riànimati di nuovo spirito, e non prestare ascolto allo stolto che ti consola col ricordo del tuo grande passato»!
Che vi giova, degeneri nipoti, L'andar superbi della gloria avita, Se fatti siete a tutto il mondo ignoti!
Voci solitarie e virilmente nobili in mezzo alle rovine di Roma! Ne ringrazino di cuore il poeta gli Epigoni romani!
Maccari si volge al presente, e dalle rovine e dai palazzi passa alle capanne del povero. Già in Castagnola troviamo stornelli popolari, ma in Maccari essi sono più numerosi. Egli scrisse delle ballate che ci descrivono la vita nella campagna romana, come _la Venditrice di fragole_, che discende dai monti alla città, con la sua cesta elegante e colma di frutti. Il ritornello di questa ballata è il seguente:
È venuta in città la montanina, Chi vuol comprar la fragoletta alpina?
Altri soggetti della poesia del Maccari sono la «Pastorella», la «Boscaiuola», che porta sul capo, fino alla città, il peso delle legna raccolte sui monti, il «Mietitore», e la «Cicoriara»; questi ultimi due sono soggetto d'idillii, dei quali il secondo è specialmente bello ed aggraziato. Queste cicoriare, raccolta la loro insalata nei campi, vengono a venderla a Roma, vestite di un abito campestre caratteristico, al Pantheon o a Piazza Navona. In queste descrizioni Maccari mostra un temperamento poetico felicissimo, e si sente che la sua Musa ha respirato le aure fresche dei campi! E proprio nella realtà e nella natura deve ricercare la sua rigenerazione la poesia italiana: questo dovrebbero intendere i poeti di Roma. Sotto questo aspetto debbo salutare con gioia una piccola raccolta di canti popolari che la Strenna Romana pubblica col titolo: _Saggio di canti popolari di Roma, Sabina, Marittima e Campagna_. Gli editori debbono molto all'opera del signor Visconti che nel 1830, per la prima volta, diede mano ad una raccolta di questo genere (_Saggio di canti popolari della provincia di Marittima e Campagna_). La raccolta attuale è piccola, ma preziosa. Essa comprende ritornelli di fiori della Campagna romana, quartine sabine, e finalmente delle stanze di dieci versi della Marittima e della Campagna latina.
I ritornelli sono bei fiori di campo, freschi e odorosi, cresciuti in piano o in monte. Non c'è forse fiore che il popolo qui non abbia messo a simbolo di qualche cosa. L'uomo dei campi applica volentieri ad un fiore una sentenza o un pensiero, racchiusi in un ritornello, sia per una rosa, o per un narciso, o una margherita, o per una viola. Ogni fiore gl'ispira una piccola poesia, espressa in tre versi pieni di sogno. Questo linguaggio dei fiori si perpetua per tradizione da una generazione ad un'altra, modificandosi e arricchendosi di tempo in tempo. Tutta l'Italia ha questo gusto gentile; i ritornelli errano per i campi con i lavoranti e talora si cantano gli stessi nella Maremma, in Corsica, nella Campagna di Roma. Ma la vera patria di questi ritornelli sembra esser la Toscana, il giardino d'Italia, la regione più felice forse e più geniale di tutto il paese. Questi ritornelli sono costruiti assai semplicemente. Il primo verso, brevissimo di solito, contiene il nome di un fiore; gli altri due, endecasillabi, esprimono il pensiero, in modo che l'ultimo verso rimi col nome del fiore, e quello di mezzo finisca di solito, con un'assonanza:
Io benedico della rosa il fiore; Quest'è la sorte delle cose care; S'acquista in pianto e si lascia 'n dolore.
Un ritornello senza fiore:
M'affaccio alla finestra, e vedo mare. Tutte le barche le vedo venire Quella dell'amor mio non vuol tornare.
Quest'ultimo pittoresco stornello, come dicono i Toscani, si trova anche nella raccolta di canti popolari toscani del Tigri, ma con una infelice variante: _veggo 'l mare_, invece che _vedo mare_. Tigri ne ha raccolti 425, e fra di essi si trovano dei veri gioielli poetici. In molti ritorna l'espressione _m'affaccio alla finestra_, come in questo, un po' lezioso:
M'affaccio alla finestra e vedo notte; Con le lagrime mie bagno le lastre; O fonte di bellezze, buona notte!
Trascrivo qui un ritornello siciliano dell'Etna:
Sciuri d'aranciu; Tutti li beddi di ssu munnu munnu C'un capiddu di tia non ci li canciu.
Oltre queste poesie minime meritano anche di essere ricordati i componimenti popolari di dieci versi della Maremma romana. In Toscana simili componimenti vengono chiamati «rispetti» ma hanno _per lo più solo otto versi_, e formano una strofa. Talora hanno un numero maggiore di versi. A Roma io non conosco che quelli di dieci versi a rime incrociate, con gli ultimi due a rima baciata. Queste strofe contengono sentenze morali, proverbi, o serenate e canti d'amore popolari.
Esse sono spesso ingenue, ma efficaci e piene di poesia. Da due decenni si è diffuso in Italia lo studio dei canti popolari; se ne son fatte più raccolte; recentemente è notevolissima la raccolta di canti umbri, liguri, piceni, piemontesi, romani, di Oreste Marcoaldi (Genova 1855); quella del Tigri: _Canti popolari Toscani_ (Firenze, Barbèra e Bianchi, 1856) vero tesoro di poesia; e finalmente quella di Leonardo Vigo d'Acireale: _Canti popolari Siciliani_ (Catania, 1857). L'isola di Sardegna è restata indietro, quantunque debba contenere materia innumerevole e pregevolissima. La piccola Corsica deve la raccolta delle sue belle canzoni al poeta Salvatore Viale.
Chiudo la mia notizia sui poeti di Roma, i cui nobili tentativi ed i buoni successi ho seguìto con amore per più anni, come ospite, mandando loro il saluto e l'augurio fraterno dell'amico, attraverso le Alpi, sulle rive del Tevere... Noi siamo tutti davvero, come dice la canzone popolare romana, tanti rami d'un tronco solo, tante fiamme d'un solo incendio![10]
AVIGNONE.
(1860).
AVIGNONE.
(1860).
Esiste un prestigio incancellabile in questo nome di Provenza, e questa contrada, irradiata dal più bel sole, rinomata per il suo bel canto, ricca di vigneti e di olivi, irrigata da un grande fiume, animata da mille ricordi dei tempi antichi, esercita tuttora un vero fascino sopra gli abitanti dei paesi settentrionali. Il riflesso romantico delle canzoni dei trovatori sta su di essa come la gloria di un tramonto sanguigno; imperocchè quell'epoca della poesia del medio evo è tragicamente collegata allo sterminio degli Albigesi, di quegli eretici coraggiosi, di quegli eroi del pensiero, che insanguinarono la poesia provenzale, la libertà delle repubbliche cittadine della Francia meridionale, la civiltà sociale di quelle contrade. Fu quello uno dei punti culminanti della storia del medio evo; i contrasti di tale epoca, sempre forti e pronunciati, lo furono maggiormente ancora colà ed in quel periodo di tempo di libertà e dispotismo, di amore poetico, voluttà, ed inquisizione, di fiori, feste e roghi fumanti di Giraldo di Borneil e di Pietro di Castelnau; di Bertran del Bornio e di S. Domenico. Si aggiunga l'attrattiva di una lingua melodiosa, nobile, la quale a poco a poco venne scomparendo del tutto, della lingua più antica fra le lingue romane, nella quale si scrisse e si poetò prima che l'italiano s'innalzasse a lingua letteraria; della lingua d'Oc o di Occitania, dalla quale ebbero origine quasi per contatto geografico le tre lingue principali di razza latina, l'italiana, la spagnuola e la francese.
Non havvi per avventura in tutta la Francia una provincia, nella quale si vada con eguale commozione. Se non che il treno corre troppo rapido, e quella contrada curiosa, le sue roccie rossicce, i suoi castelli diroccati, le sue città cupe e malinconiche, le sponde ridenti de' suoi fiumi, i suoi aranceti, i suoi vigneti passano non meno rapidamente davanti al viaggiatore che i ricordi storici evocati dall'aspetto di quelle regioni, Bosone di Arles, Raimondo di Tolosa, Simone ed Amaury di Monfort, i conti di Beana e di Oranges, Innocenzo III, Carlo d'Angiò, Ludovico VIII, S. Domenico, i trovatori, i santi, gli eroi, i sette Papi d'Avignone.
La Provenza, del resto, ha tutt'altro che l'aspetto di un paradiso; in molti punti la si potrebbe paragonare ai deserti dell'Arabia. Le contrade sono sassose, arse dal sole, spesso di aspetto selvaggio, bizzarro, malinconico, cupamente severo. Allorquando vidi quest'arida regione, compresi come avesse potuto esser teatro di guerre fanatiche e religiose; come su questa terra bruciata dal sole dovesse crescere una razza di uomini appassionata, come quivi, del pari che nelle Calabrie, dovessero regnare le passioni più svariate, ascetismo, entusiasmo, arditezza di concetti filosofici, amore di libertà.
Vive ancora qui la maledizione delle terribili crociate contro gli Albigesi, gli Ugonotti, delle guerre delle Cevenne, delle conversioni tentate da Ludovico XIV per mezzo dei suoi dragoni. Quasi si direbbe che le città deserte, i castelli che sorgono in rovina in cima alle rupi, sembrino parlare tuttora di quei tempi, come dei saturnali sanguinosi dell'ultima rivoluzione; e non fanno per certo lamentare la caduta della tirannia feudale. Se non che, non sono soltanto i castelli rovinati, che portano questa impronta severa e malinconica; la posseggono pure i villaggi, le città fabbricate con una roccia di colore giallo-rossiccio, che si direbbe infuocata, al mirarla fra le fronde magre dei gelsi e degli olivi. Neppure nei monti più selvaggi dello Stato Pontificio, nei monti Volsci, nella Sabina, neppure nella Corsica, ho veduto villaggi egualmente malinconici. Sono per lo più fabbricati alla rinfusa, senza ordine; le case costrutte di piccoli e rozzi sassi, coi tetti acuminati, sono piccole, a forma quasi di capanne; qua e là si scorge una finestra senza impannata, chiusa unicamente da imposte di legno; qualche volta l'intera parete ha soltanto una finestra e una piccola porta. Le strade sono piccole, strette, oscure, tortuose; meritano a mala pena quel nome, perchè, o disseminate qua e là senza ordine di sorta, od ammonticchiate le une sopra le altre, non si prestano alla formazione di strade regolari, e sembra piuttosto di trovarsi nei giri tortuosi del letto di un torrente, che in vie aperte alla comunicazione scambievole degli uomini.
Generalmente, sorge sopra ogni villaggio un castello rovinato, quasi marchio in fronte al sanguinoso medio evo. Pochi sono gli indizi, le traccie di arti belle; le chiese stesse sono più che modeste, e di architettura tutta primitiva. La vita che si vive in quei paesi pare estranea alla civiltà, porta in generale l'impronta della selvatichezza e della miseria. Difatti, per qual motivo i contadini abbastanza agiati di oggidì, i quali non hanno a temere più nè gli arbitrî nè i soprusi dei baroni, nè le scorrerie dei soldati di ventura, nè le sorprese dei satelliti dell'inquisizione, continuerebbero a rintanarsi in quelle meschine catapecchie, tristi avanzi del medio evo? L'abitudine è certamente, se non sempre dolce, pure abbastanza tenace, e gli abitanti del mezzogiorno sono più ostinati degli altri nei loro usi, nei loro costumi, particolarmente nelle regioni aride e montuose, di per sè ribelli al progresso agrario, e l'inerzia ed il sudiciume sono purtroppo qualità caratteristiche delle contrade.
Parlo dei piccoli villaggi della Provenza, non delle grandi città avvezze alla civiltà, alla vita sociale, le quali però sono esse pure di aspetto malinconico, decaduto e sudicie esse pure. Così è Donzères, così Mondragone col suo nero castello, così la Palud Mornas con le sue memorie sanguinose, Piolenc (nomi strani, bizzarri, sonori) così pure Orange, che richiama tutto ad un tratto al ricordo della storia della Borgogna, dei Paesi Bassi, dell'Inghilterra ed anche della Prussia; sede una volta dei principi, da cui derivò la casa di Orange, ma pur sempre città piccola, d'aspetto cupo, notevole per alcune antichità romane e medioevali.
Nelle campagne regna un profondo silenzio; si vedono appena qua e là alcuni contadini intenti a lavorare la terra, e, nonostante la vicinanza di due grandi città commerciali, quali sono Lione e Marsiglia, non vi si scorge quasi indizio di attività industriale e commerciale. Anche le stazioni della strada ferrata sono in generale vuote di passeggieri; ad ogni stazione però stanno aspettando preti col loro breviario, monache coi loro rosari e con le loro grandi croci. In una parola, questa contrada non è contrada francese; queste popolazioni dalla faccia abbronzata dal sole, dai capelli neri, non sono francesi; sono preti romani, o popolo misto di liguri, celti, borgognoni, visigoti, romani ed anche di greci massilioti, i quali tutti popolarono queste regioni con le loro colonie.
Le sponde qua e là altissime del Rodano, con le loro tinte calde, l'aspetto affascinante di esse in molte parti, come all'incantevole Roche de Glun, eccitano la fantasia, e quanto più uno si inoltra nel sud, tanto più il paese gli appare bello e originale.
Presso Mornas vidi i primi olivi, ma sembravano ancora delle piante esotiche. Di limoni e di aranci non ne vidi, ad onta della prossimità della città di Orange. Presso Sorga si varca il celebre torrente di questo nome, il quale scende dai monti romantici di Valchiusa, dove Petrarca cantò la bella Laura. Sorge in vicinanza Avignone, sul possente Rodano, e di là signoreggia tutta la contrada il palazzo dei Papi, uno dei più cospicui monumenti che ci siano rimasti del medio evo, gigantesco, di aspetto cupo; esso richiama alla memoria in certo modo quelli d'Egitto.
Avignone non è nè grande nè bella città, però varia di aspetto ed originale. Ai tempi dei Papi contava ottantamila abitanti; oggidì sono ridotti a trentasettemila quelli del decaduto capoluogo del dipartimento di Valchiusa. Al pari di tante città d'Italia, dalle quali si ritirò la vita storica, non è più che un monumento senz'anima. L'aria vi è, per così dire, impregnata di leggende, di storia, ma non già, come quasi ovunque in Italia, di belle e poetiche tradizioni; qui tutto è severo. Vi abbondano il fanatismo, la prepotenza baronale, l'assolutismo clericale; mancano la vita civile, il soffio della democrazia, i contrasti armonici della vita attiva e del genio della civiltà. L'ombra del suo medioevale castello ciclopico si stende su tutta la città, e si direbbe la opprima, le impedisca di risorgere; guardando da quello Avignone, si pensa involontariamente ad un legittimista caduto in bassa fortuna, sul logoro abito di velluto del quale, si scorgano tuttora vestigia di ricami in oro.
Allorquando camminavo sul selciato, veramente cattivo, di queste strade oscure e contorte, mi pareva di trovarmi ancora in Anagni, dove pure più d'una volta tennero corte i Papi e dove sussistono tuttora le rovine del palazzo di Bonifacio VIII. Quella città è decaduta, deserta, polverosa, incresciosa, quanto lo è appunto Avignone. Fu in Anagni che Bonifacio VIII fu sorpreso e trattato nel modo più indegno da Guglielmo di Nogaret, inviato dal re di Francia Filippo il Bello. Pochi anni dopo lo stesso re Filippo portava il papato esautorato e ridotto a' suoi voleri, nella cattività francese, o, come fu detta, di Babilonia, fissandone la sede quivi in Avignone. E queste reminiscenze storiche, queste relazioni fra le due città, mi facevano pensare sempre più ad Anagni, della quale serbavo profondo ricordo.
Le mura stupende della città, opera dei Papi, con le loro torri quadrate, con i loro merli, con le loro porte; l'alta ed ampia rupe (_Rocher des Doms_) con la cattedrale e coll'immenso palazzo; la città di aspetto grigio, dalla quale sorgono alcune antiche torri, il Rodano che lambe le mura; gli avanzi pittoreschi del ponte di S. Benezet; il ponte sospeso che porta nell'isola sul Rodano; sull'altra sponda di questo, l'aspetto bizzarro di Villeneuve-les-Avignon con le sue torri, e col suo castello; tali sono i caratteri principali, che prima appaiono, di Avignone.
La posizione della città, senza essere straordinariamente bella, non manca però di un certo pregio; imperocchè il nobile fiume dà alla città stessa ed al suo territorio un carattere di grandezza e di maestà. L'orizzonte è vasto e bello, e mi sorprese, ad onta delle mie fresche reminiscenze d'Italia, quando dalla riva del Rodano salii la lunga ed ampia gradinata che porta sul Rocher des Doms. Si scorge una campagna di aspetto completamente meridionale, coltivata ad oliveti, e con piantagioni di gelsi, di robbia, di viti, attraversata dal Rodano, dalla Sorga, dalla Duranza, irrigata da numerosi canali, popolata da moltissimi villaggi. Un cielo limpido e sereno si stende su quella regione di colline. Sulla sponda destra del Rodano, arida e di tinta gialla come le roccie della Sicilia, si scorgono le rive di Villeneuve, il forte S. Andrea, Chateau-neuf-des Papes, i monti ricchi di oliveti di Valchiusa, più in là l'alto Bentoux, l'azzurro Luberon, le cime delle Alpi del Delfinato e della Provenza, e finalmente le montagne della Linguadoca. Tutti questi monti non hanno le belle forme dei monti italiani, campeggiano però in un'atmosfera e sotto un cielo meridionale, ed annunciano la vicinanza del bel paese. Allorquando i cardinali italiani e romani (che sempre ve ne furono alla corte dei Papi francesi) gettavano lo sguardo su questi campi di Provenza, potevano fino ad un certo punto trovarvi un ricordo delle bellezze d'Italia ed una reminiscenza del panorama grandioso di Roma. I cardinali poi, ed i Papi francesi che l'amore di patria legava a queste contrade, potevano rivolgere sovra esse con soddisfazione i loro sguardi e consigliare agl'Italiani di consolarsi col vino eccellente di Borgogna, e con le belle avignonesi, dagli occhioni neri, diletto, questo, che essi non disprezzarono mai.
La vegetazione sul Rocher des Domes è tutta quanta meridionale. Vi crescono e vi fioriscono, sulle terrazze, i leandri, l'alloro, gli alberi della vite, le ginestre ed i pini, e vi scorsi pure alcune piante di aloe, per quanto queste piante d'Italia fossero piccole, tisiche, come piante esotiche. Si capiva che il suolo non era quello ancora, in cui potessero prendere tutto il loro sviluppo. Nel pensare allo splendore della vegetazione d'Italia, mi pareva che i Papi avessero cercato di portare nella cattività di Babilonia la flora romana. Gli aranci ed i limoni non crescono in Avignone all'aperto, per quanto vi sia caldo il sole, e non vidi che meschini gli allori, i cipressi ed i pini, che crescono cotanto maestosi in Roma. Del resto, il suolo di Avignone è fertile, produce vino ed olio eccellenti, fichi, mandorle e robbia soprattutto, in grande quantità.