Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 14
Il gusto per la poesia non è mai tramontato fra i Romani, che, come tutti gl'Italiani, amano i versi; il popolo di tutte le classi sociali spande a piene mani sonetti e canzoni, non appena un'occasione si presenta. C'è uno sposalizio? Sonetti. Nasce un bambino? Sonetti. Si laurea uno studente? Sonetti. Si veste una monaca? Sonetti. Viene sepolto un morto? Sonetti. Si festeggia un Santo? I sonetti piovono. Un monsignore è fatto vescovo? egli cammina su un tappeto di sonetti con le sue calze paonazze! Questi parti poetici d'occasione si raccoglievano un tempo nelle Accademie, nelle quali gl'ingegni erano legalizzati e ricevevano il bollo della scuola poetica tradizionale. Il _furor academicus_, una vera peste nel secolo XVII non soltanto in Italia, ma anche fuori, è ora del tutto sopito, e se a Roma ci sono ancora degli Arcadi, dei Quiriti, dei Tiberini, e anche degli accademici della S. Concezione, non si deve ricercare in essi un intendimento letterario. L'Arcadia, fondata alla fine del secolo XVII da Crescimbeni e da Gravina, il maestro e protettore del Metastasio, ha una fama mondiale. Il suo nome e il suo simbolo, una zampogna, bene delimitano gl'innocui campi, in cui cercava asilo la poesia dei Romani, e si conviene anche bene alla storia della città, il cui Foro, antico dominatore del mondo, si mutò in un Campo Vaccino, la cui campagna si coprì d'innumerevoli greggi, come per un immenso idillio, e il cui popolo, finalmente, si cambiò, da schiera di dominatori, in una mandra di pie pecore, che il Papa, buon pastore, guidava a pascere fra le ruine. Ai tempi di Göethe, che i pastori accolsero nel loro coro con grandi feste, l'Arcadia godeva ancora una certa fama; oggi, fortunatamente, è passata fra le curiosità, sebbene di tanto in tanto la sua zampogna torni a farsi sentire. La massa di poesie che vengono composte in quelle riunioni, può solo avere riscontro nella loro completa insulsaggine: leggendole, sembra di udire d'un tratto un coro multiforme di belati e di pigolii.
Per quanto anche oggi non vi sia in Roma ingegno poetico che, secondo l'antico costume, non si rinchiuda in questa o quella Accademia, dove gli si offre l'occasione di farsi udire a recitare i propri versi in una grande sala, pure queste Accademie sono grandemente decadute ed hanno perso la loro autorità. Una nuova generazione tende, anche in Roma, ad una forma e ad un significato più personale.
Cresciuta fra i moti dei passati decennî, che scossero i Romani dal loro sonno letargico, essa incarna le speranze dell'oggi e tenta anche in Roma, in condizioni così sfavorevoli, un rinnovamento della poesia, rinnovamento che sarà solo possibile, quando l'ingegno poetico, invece di portare l'antica livrea dei sonettisti, si vestirà d'una forma nuova, priva di artificî e palpitante di vita.
La nota fondamentale di questa giovane scuola romana è sopratutto la nota lirica della poesia del sentimento. La Musa realistica e politica tace in Roma, sebbene gli ultimi avvenimenti tanto argomento le abbian fornito; e questo non è da deplorarsi, perchè impedisce i giudizî immaturi e le frasi banali e comuni. A Roma, non è possibile una voce originale e profonda come quella del fiorentino Giuseppe Giusti. Qua non prevale che la lirica filosofica, ch'è in gran parte un riflesso della poesia del Leopardi, e l'eco del _dolore universale_ dell'Inghilterra e della Germania.
L'influenza del Leopardi sui giovani poeti d'oggidì--essi delirano ancora per lui--è grandissima, ma forse non troppo sana. La sua forma classica e pura, la sua bella lingua possono prendersi a modello di perfetto stile, ma la fantasia poco può attingere ad un poeta che compone liriche senza immagini e senza metafore, ma solo con pensieri; la mente non può troppo esaltarsi al disperato nichilismo di una nobile anima, corrosa dal dubbio e dallo sconforto. La poesia di questo elevato e solitario spirito è formata dal grido straziante non solo della sua patria, ma dell'umanità intera, la quale piange sul destino particolare e, possiamo dire, eccezionale di un solo uomo: il poeta. Il suo modo di considerar l'esistenza è la scuola peggiore che si possa offrire ad un essere che nell'esistenza debba lottare.
Nei poeti italiani formati alla scuola di Byron, di Shelley, di Lenau, manca, per la particolare indole dell'anima meridionale, un sentimento che faccia equilibrio e contrappeso a quell'ironia, a quell'_humor_ che son loro particolari, sentimento che, in ultima analisi, solleva l'uomo del Nord al disopra del suo dolore. L'indole meridionale ha dei contorni straordinariamente netti, e non sa produrre quell'accordo fra i sentimenti e le tendenze estreme ed opposte, che l'anima nordica perfettamente raggiunge colla sua sentimentalità, usando questa parola nel suo senso migliore.
E' anche un fatto che desta meraviglia, vedere nella poesia romana dei nostri giorni introdursi un elemento tedesco.
Mentre i Napoletani si dedicano con grande amore allo studio della filosofia tedesca di Kant, di Hegel, di Schelling, lo studio della poesia tedesca si è largamente diffuso nell'Italia del nord e centrale, ed ha preso un vero impulso. Le belle traduzioni del Maffei hanno introdotto Schiller, non solo sulle scene, ma nelle famiglie, ed i migliori lirici moderni, Heine, Lenau, Uhland, non sono ignoti in Roma. Molti degli attuali poeti romani parlano o capiscono il tedesco e leggono nell'originale i nostri poeti. Ciò che di essi specialmente li attrae, è il loro carattere grave, così diverso dalla poesia dei sonetti d'occasioni e dei concettini e degli artificii; è la musicale vivacità del sentimento, il caldo palpito lirico, la pittura felice dei varî momenti, la ricchezza degli stati psicologici descritti nelle loro sfumature più intime, e, finalmente, il culto panteistico della natura. Quest'ultimo esercita sugli Italiani uno speciale fascino: essi lo sentono in modo diverso e speciale. La forma della poesia italiana, bella, chiara, netta e plastica come la lingua stessa, subordina a sè il contenuto, mentre da noi il sentimento trabocca oltre le linee della forma. L'armonia è l'essenza di quella; la melodia di questa nostra poesia, che è la più ricca del mondo in canzoni. «Il desiderio, mi diceva un poeta romano, ecco ciò che caratterizza i Tedeschi nella loro poesia; questo sentimento rinnoverebbe la nostra poesia, se potesse esservi trasfuso».
Don Giovanni Torlonia indirizza, in una delle sue poesie, questi versi alla signora romana Teresa Gnoli:
E delle idee germaniche Seguendo il volo libero, sublime, Prendi soggetto alle tue nuove rime.
Don Giovanni è uno dei pochi aristocratici romani che coltivano le scienze per naturale bisogno. Ve ne sono però alcuni in Roma veramente côlti e pieni di attività, come Don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, della stirpe famosa di Bonifacio VIII, e come Don Baldassarre Buoncompagni, così versato nelle scienze matematiche. Sapendo quanto la società romana sia poco favorevole ambiente per questi studî, nella lode verso questi uomini si deve aggiungere la riconoscenza della loro patria. Torlonia, uomo di molta coltura, si adopera con zelo a riportare in onore, in Roma, le belle lettere, da lungo tempo neglette. Ci vuole in Roma, e specialmente nell'aristocrazia, del coraggio per portare il titolo di poeta. Son passati i tempi di Vittoria Colonna e di Leone X, e le società arcadiche hanno fatto quel che era in loro potere per togliere alla poesia ed ai poeti la stima della società. «E' un poeta», dicono anche oggi i Romani, per designare un uomo che non esercita nè l'avvocatura, nè un'altra professione, e che passa i suoi giorni vagabondando e pigliando mosche per offrirle poi in vendita.
Don Giovanni è insieme mecenate e poeta, ed esser mecenate nella Roma d'oggi è grandemente più utile che esser poeta. La giovane scuola dei poeti romani, confortata ed aiutata da lui, gli si raggruppa intorno come libera accademia per reciproco incoraggiamento ed emulazione.--Nomino solo gli ingegni più originali, personali e indipendenti: Fabio Nannarelli, Ignazio Ciampi, Paolo Emilio Castagnola, Giambattista Maccari, e la poetessa Gnoli. Questa scuola ha fondato un organo proprio, sotto gli auspici di Torlonia, che promette di aver una parte non indifferente nella letteratura di Roma. Si chiama «_La Strenna Romana_». Si chiama _Strenna_ in Italia quel che noi chiamiamo _Musenalmanach_. Questa _Strenna_ uscì la prima volta, a cura del Torlonia e del Castagnola, il primo dell'anno del 1858. Conteneva poesie e prose varie; fra l'altro riproduceva un frammento della _Cronaca di Viterbo_ di Nicola della Tuccia, fatta stampare dal Ciampi. Questa miscela di poesie liriche e di scritti storici non è da lodarsi, ed io esprimo ai miei amici di Roma il desiderio di veder presto la parte poetica separata e pubblicata in volume a sè. Questa promiscuità si spiega, del resto, con la mancanza di giornali e riflette l'indole delle antiche accademie romane, dove i discorsi scientifici si alternavano con le conversazioni letterarie.
Sintomo caratteristico delle condizioni letterarie di Roma è il fatto che la _Strenna Romana_ non viene pubblicata a Roma, ma a Firenze, presso il Le Monnier;--a questa famosa casa editrice fiorentina ricorrono tutti i poeti romani.
Comincio dalle poesie di Don Giovanni Torlonia (_Poesie_, Firenze, 1856), un libercolo di 66 pagine, il più piccolo fra tutti quelli di cui parleremo. Lingua bella e pura, sentimento lirico e musicale, tendenza alla natura idillica: queste sono le sue caratteristiche. La Musa del Torlonia s'ispira alla lirica tedesca; una gran parte delle sue canzoni sono o variazioni di testi tedeschi, o imitazioni di poesie tedesche. Egli avrebbe tradotto felicemente Heine e Lenau, se l'audacia della metafora tedesca potesse esser resa dalla austera e rigida lingua italiana. Ciò è assai difficile, e mi ricordo di un tentativo fatto da un poeta italiano e da me per tradurre in italiano delle canzoni di Lenau. Quello che era naturale e semplice nel libero stile tedesco, diveniva gonfio e artificioso, quando lo si portava in questa lingua. Lenau, per esempio, dice: _la primavera lancia le lodole, i suoi razzi di canto, nell'aria_, e questo bell'ardimento non urta per nulla la nostra immaginazione di tedeschi: ma come frenerebbe il riso un uditorio d'Italiani che udisse recitare nella sua lingua questa frase poetica?[9]
Torlonia ha tradotto, tra l'altro, _Espero_, del _Vergangenheit_ di Lenau.
--Oh quanto melanconico E' d'Espero il fulgor, Quando scintilla languido Tra il giorno che si muor!
--Le nuvolette, simili A impalliditi fior, Sembra che un serto intreccino Al giorno che si muor.
--Del cuore umano i gemiti Ma le sue gioie ancor, Al muto avello scendono Col giorno che si muor.
I versi del Torlonia sono felici, ma non rendono pienamente il pensiero, benchè questi versi di Lenau fossero tra i più atti a lasciarsi tradurre in italiano. Ma questa traduzione può servire di esempio della grazia e facilità, con cui Don Giovanni maneggia il verso. Egli ha fatto anche una buona imitazione della _Pittrice di fiori_ di Lenau, della canzone _Io amo un fiore_ di Heine; e del _Fiorellino miracoloso_ di Goëthe. Sembra che i suoi studi di botanica fatti nell'Agro Romano gli abbiano dato una predilezione per la poesia dei fiori, e di lui troviamo anche nella _Strenna_ parecchie buone canzoni sui fiori dell'Agro Romano. Questo genere di poesia ha per gl'Italiani un carattere popolare, per i molti ritornelli di fiori che essi posseggono, i quali sono cantati specialmente dal popolo. Torlonia ha anche una buona imitazione del _Poeta e la Natura_ di Geibel, ed una bella poesia: _Racconto_, per il quale ha preso il soggetto da una ballata inglese.
In questa poesia romana noi troviamo anche i fiori del nostro romanticismo tedesco. Sembra che la tramontana abbia trasportato il loro seme dai verdi colli della Svevia alle oscure rovine del Campidoglio e del palazzo dei Cesari. Questi rapporti di Roma colla lirica tedesca, meno importanti di quelli coll'Impero tedesco, sono abbastanza interessanti. Come Torlonia già disse, dei germogli della letteratura poetica tedesca possono essere atti a rianimare tutta la lirica italiana. E' vero che un albero d'oleandro darà solo fiori d'oleandro, e un tiglio, fiori di tiglio, ed inutilmente si tenterebbe di innestar l'uno sull'altro; è anche vero che il genio italiano è fondamentalmente diverso da quello tedesco, e tale deve quindi essere la sua lirica, che rispecchia l'anima del popolo; ma Don Giovanni intende soltanto che la Germania potrebbe rendere all'Italia un servizio di cultura letteraria, considerando specialmente il ravvicinamento che si va operando, più o meno profondo, fra i due popoli.
Fabio Nannarelli (_Poesie_, Le Monnier, 1853 e 1856) è un poeta di ingegno non comune, cui arride certo un bell'avvenire; ha uno spirito nobile, appassionato del vero, che egli cerca nella poesia e nella vita, senza traccia di leggerezza e di frivolezza, come del resto tutta la giovane scuola poetica romana. Nannarelli conosce la letteratura tedesca, è un ammiratore di Schiller e di Lenau, sui quali ha scritto una monografia; ha in sè profondi elementi tedeschi, e la sua Musa ha un carattere strettamente germanico. La sua nota fondamentale è melanconica, grave e appassionata. V'è nella sua poesia un alito di morte, che sembra esser venuto a lui dalla Piramide di Caio Cestio, alla cui ombra dormon le ombre di Jung e di Schelley, grandi genî poetici riflessivi, così insoliti nella terra di Roma. L'insufficienza di una esistenza male ordinata, che i Romani sentono ogni giorno di più, più di un inglese o di un tedesco, spinge Nannarelli a cercare la solitudine e a sentire il culto del dolore, che in lui non è del tutto scevro di sentimentalismo. Sentendo l'abisso che separa l'aspirazione dalla realtà, egli si rivolge alla natura, come un tedesco, alla natura consolatrice e risanatrice, per la quale egli si sforza di giungere ad una contemplazione filosofica della universale armonia. Il motto di Tiedge:
Cerca la Speranza, la Fede e la Pace, e cadi piangendo fra le braccia della Natura,
che egli ha messo ad epigrafe di una sua poesia, come altre volte dei brani di Schiller e dell'_Amleto_ di Shakespeare,--indica esattamente l'indirizzo del suo pensiero poetico, il quale va errando in un mondo incorporeo di sogni, che toglie al dolore la sua umanità e lo relega nel regno nebuloso delle ombre. Questo è chiaramente espresso nella poesia: _Una voce ed il Poeta._ La voce esclama:--A che pensi così profondamente, o poeta? Coronati, orsù, la fronte col serto dell'amore!--Il Poeta:--L'amore more era un sogno, esso è appassito come le rose. La voce:--Rivolgiti allora verso la Natura!--Poeta:--Non ne viene che suono di sospiri.--La voce:--Rivolgiti alla Scienza, o Poeta:--L'anima trema dinanzi alla luce della verità, e non può afferrarla.--Voce:--Che ti resta allora?--Poeta:--La gioia delle lacrime e la pace nel mistero della tomba.--A questo conduce la Scepsi; la natura, nelle cui braccia il poeta cerca un conforto, diviene per lui un fantasma sospiroso, che gli fa desiderare vagamente la morte. La sentimentalità di un Jacopo Ortis è fino ad un certo punto perdonabile, perchè essa consciamente riposa sul dolore per una infelicità nazionale, ed esprime un forte sentimento patriottico; ma l'annientamento di se stesso e la negazione di ogni sano operare, non sono tollerabili, se ondeggiano vaghi come semplice materia di lirica.
Il culto romantico del dolore sembra serpeggiare come una malattia attraverso le letterature; pure, non frequentemente lo ritroviamo fra i Romani. E se ne guardino essi; altrimenti ci potrebbe ancora avvenire di vedere lo spirito di Werther che erra pel Colosseo, al lume di luna, con la guida del Förster sotto il braccio. Tra il Dolore e il Mistero della tomba sta sempre, anche per un romano dei dì nostri, il sapere e il lavoro. _Travailler sans raisonner_--dice il filosofo Martino al gran filosofo Pangloss, _c'est le seul moyen de rendre la vie supportable_; e se i Romani si lasciano sedurre da un sentimentalismo che non riguarda la loro nazionalità, possiamo ricordar loro giustamente: _Cela est bien dit, Romains, mais il faut cultiver votre jardin._
Il poeta, frattanto, per la forza della sua natura, si solleva felicemente, al disopra di questi periodi di esaurimento nervoso, nel lucente regno del Bello, ed intona il suo dolore terreno alle eterne leggi dell'Universo. La sua poesia più bella, che Terenzio Mamiani non avrebbe sdegnato di sottoscrivere, è _Vignanello_.
Egli si trova nelle incantevoli campagne di Viterbo, presso il monte Cimino e, nella contemplazione della grande fiorente natura, trae dalla sua lira note pure e sonore. La prima parte di questa lunga poesia, _Venere e Sirio_, è una felice variazione sui temi filosofici e naturali: mentre egli, ammirando, contempla quelle due vividissime stelle, imagina che la prima gli dica: Ama! e la seconda: Pensa! Così esprime le due forze che riempiono e reggono il mondo morale, e per mezzo delle quali l'intelletto e la materia armonicamente si estrinsecano.
Buona e benefica è questa malinconia panteistica, che sgorga da un sentimento di pace rassegnata, e da un'anima che si è confusa e versata nella grande divinità della natura, _dove più aperto rivelasi l'eterno amor_.
Ogni volta che il poeta abbandona il vago e l'incerto per cantare la realtà, egli è felice. Felice è l'elegia _A un bambino_, composta contemplando un bambino che giuoca; e assai bello e profondamente umano è il sospiro: il sentiero della vita è dapprima sparso di rose, poi di rose e di spine; infine, di sole spine! Un'altra poesia non meno felice è: _La viola dell'addio_, il lamento d'una fanciulla sulla violetta che le donò l'innamorato prima di partir per la guerra. La sua purezza e il suo carattere intimo ricordano Chamisso.
Nannarelli tentò anche un poema, in versi sciolti, che risale alla sua giovinezza: _Guglielmo_. Egli vi narra la storia d'un amore infelice, che egli afferma aver tolta fedelmente dal vero. Guglielmo, costretto per ragioni politiche a cercare un asilo nel laboratorio d'uno scultore in bronzo, s'innamora della figlia dell'artista; ne fa in bronzo una bella imagine; lo troviamo, anzi, intento a questo lavoro ch'è riuscito assai bene. L'autore non mantiene poi la promessa fatta in questo buon principio, poichè l'azione non si svolge convenientemente, nè giunge ad una logica conclusione. Che un giovine ami, senza esser corrisposto, una ragazza, può essere una infelicità per lui, ma non è ancora una tragedia. Se egli si toglie la vita, noi possiamo solo compatire la sua debolezza, finchè questa catastrofe non è fondata su un intreccio tragico, netto e ben costruito. Ma se egli, acceso di furore, si pugnala nella sala dove la sua amata sta per andare a nozze, e dinanzi agli astanti, e dinanzi a lei stessa atterrita, dovremo confessare che egli non amava veramente la fanciulla, nè era degno di essere amato da lei. Di questi esempi di passione violenta ma selvaggia se ne danno nella vita, ma rimangono fuori del dominio della poesia. Sebbene non manchi di qualche pregio, questo tentativo ci mostra che il nostro autore non ha doti di tragedia o di poeta epico; ha invece, e ad un alto grado, quelle del lirico: slancio fantastico, immaginazione, calore di sentimento, forza riflessiva ed un'anima nutrita di studio e di meditazione, che non si appaga di frasi sonanti. Questo bell'ingegno potrà essere un vero ornamento di Roma, se saprà guardarsi dai traviamenti, e volgersi risolutamente alla vera fonte della poesia, lungi dalle nebbie dell'astrazione incorporea, al sentimento ed alla vita.
Un poeta più sereno, di tinta romantica, è Ignazio Ciampi. Gli riesce felicemente la canzone melodica e facile, come la sua _Fata Morgana_. Ciampi ha una fantasia fervida, una lingua gradevole, imagini leggiadre e piacevoli. Un'edizione accresciuta delle sue poesie conterrà prossimamente molte buone cose; quella che ho sotto gli occhi non contiene che una piccola parte della sua produzione lirica, fra cui--notevole particolare--delle imitazioni dal russo. La lingua russa, assolutamente barbara per un romano, non è conosciuta affatto in Roma, e Ciampi si è fatto tradurre in prosa italiana da un amico le canzoni di Puschkin, per mostrare ai suoi compatriotti come anche sotto una pelle d'orso può battere un cuore poetico. Anche questo fatto--che sarebbe sembrato inaudito in Roma fino a pochi anni fa--è un indizio del diffondersi di tutte le letterature europee. Roma è, durante l'inverno, un albergo di tutte le nazioni; i forestieri vi portano tutte le lingue e v'introducono tutte le letterature; nessuna meraviglia, dunque, se a Roma si comincia a notare l'influenza di ciò che non è nazionale. Ciò potrà allargarne l'orizzonte; però non tutte le nazioni possono avere un'influenza utile e benefica e non ve n'è nessuna che sia più della russa estranea all'indole italiana. I tentativi di Ciampi son dunque da considerarsi soltanto come una curiosità letteraria; ed egli sarebbe più benemerito della sua patria, se presentasse, in veste italiana, i poeti stranieri che hanno più stretta relazione con l'Italia, o che hanno un valore classico assoluto. Egli, del resto, maneggia assai bene l'ottava, e potrebbe perciò felicemente tradurre il _Childe Harold_.
Ciampi ha più volte mostrato la sua abilità nelle romanze in stanze. Scrisse due novelle in versi: _Serena e Stella_, la prima in tre, la seconda in cinque canti. Quella è una leggenda toscana, questa una saga normanna; ambedue son di genere assolutamente romantico, con storie d'amore, avventure e scene fantastiche. Lo stile è facile e scorrevole: le descrizioni, specialmente in _Stella_, sono calde e vivaci. Ma il nostro tempo ha perduto il gusto per questo genere fantastico e cavalleresco; ora si vuole la realtà e la profonda psicologia dei caratteri. Gl'Italiani, del resto, han poca attitudine per le romanze e le ballate, e non ammirano troppo nemmeno il veneziano Carrer. Ciampi ha preso un genere incerto e che partecipa di due nature, mentre avrebbe dovuto volgersi deliberatamente alla novellistica in prosa, descrivendo, per esempio, la vita romana; così avrebbe sfruttato un genere del tutto trascurato in Italia.
Teresa Gnoli, romana, le cui poesie adornano l'Almanacco Poetico, possiede un vero talento poetico, un profondo e pensoso sentimento che si esprime in belle forme. La sua Musa è patriottica e fra gli uomini porta, in nome delle donne della sua terra, il suo contributo alla civiltà nazionale. La letteratura femminile è copiosa e assai importante in Inghilterra, in Germania, in Francia, in America, ma in Italia è ancora limitatissima. Lo spirito mascolino sembra, in Europa, disposto a lasciare il campo alla donna, per quel che riguarda la produzione poetica, e di dividerlo con essa nel romanzo; per ora nulla di tutto questo si nota in Italia. Per quanto strano ciò possa sembrare, è pur vero che in nessun altro paese le donne sono, come qui, amanti della quiete familiare e nemiche della fama e della pubblicità. Il loro sistema d'educazione è ancora in gran parte quello del chiostro, ed esse hanno idee limitatissime sulla società e sullo Stato.
Nel medio evo romantico e violento vi furono figure femminili che i poeti d'Italia chiamavano loro muse ed ispiratrici, per il culto poetico della donna, che già vediamo in Dante e Petrarca; essi immaginavano che la loro donna fosse il sole mistico che accendeva la fiamma del loro ingegno. Più tardi le donne stesse cominciarono a far versi, e proprio in Roma sorse la poetessa più celebre, e, forse, lo ingegno poetico romano più vivace di ogni tempo. Recentemente avemmo in Roma donne improvvisatrici, ma l'arte non avea nulla che fare con esse.