Passeggiate per l'Italia, vol. 3
Part 13
A Monte Rotondo era più visibile che a Mentana il pauroso eccitamento dei paesi devastati dalla guerra; questa infatti ha solo 500 abitanti appena; quello 1300. Il popolo non era favorevole ai garibaldini: «L'invasione ci ha rovinato», ci assicurava un impiegato al Municipio, facendo grandi gesti e parlando con forza di tutte le imposte in denaro, foraggio, cavalli, esatte da Garibaldi, imposte che talora alcuni suoi indegni sottoposti prendevano senz'altro per sè.
La piccola città è situata, alta e forte, sul dorso di un'altura, dalla quale si gode una veduta bellissima dei monti sabini, fino a Monte Gennaro. Si vede Tivoli, Sant'Angelo e Monticelli, molto vicini; più lontano, la bianca Palombara, Montelibretti ed anche Nerola, e in mezzo ai monti l'abbazia benedettina della Farfa, che in tempi remoti fu distrutta dai longobardi di Spoleto, e poi ricostruita grandiosamente. Verso nord, la campagna è dominata dal dentato Soratte, ai cui piedi il Tevere serpeggia, uscendo dall'Umbria, per continuare il tortuoso cammino fino a Roma, accompagnato sulle due rive da due strade romane, la Flaminia e la Salara. Di Roma, a così grande distanza, si vedono ancora, come linee appena percettibili, le torri di Santa Maria Maggiore e del Laterano; ma la cupola di S. Pietro domina intera e piena, la solenne campagna, come una sfera oscura. Quando i pellegrini che vengono dall'Oriente per questa strada, sono giunti in vista di questi grandiosi segnacoli della Chiesa, possono lietamente inginocchiarsi e venerare! Vi sono molti quadri che rappresentano scene di questo genere. Un artista di genio potrebbe oggi prendere a soggetto questo drammatico contrasto: dei volontarî garibaldini in camicia rossa che, dalle alture di Monte Rotondo, vedono per la prima volta la cupola di S. Pietro.
Essa dovette sembrare loro il simbolo della méta così appassionatamente inseguita, come già ai Goti di Alarico o alle soldatesche affamate del Borbone e di Frundsberg doveva sembrare la città di Roma, veduta in lontananza. Il loro capo avrà forse loro spesso additato quella cupola sublime; e ne avrà loro parlato con parole fiammeggianti di patriottismo--come ne aveva parlato a Ginevra, al Congresso per la Pace, dal quale Garibaldi--per una ironia della storia--quasi immediatamente passò sul campo di battaglia, a Mentana!
E' cosa piena d'interesse rappresentarsi i pensieri che dovevano agitare l'animo di quest'uomo straordinario nell'avvicinarsi a Roma, di quest'uomo così vario di destino e di fortuna, la cui vita fu una lotta per la libertà combattuta in due parti del mondo! uomo che certamente avrebbe avuto una parte più notevole nella storia, se la natura al suo disinteresse da antico romano, e alla sua incomparabile attività e vigoria di carattere, avesse accoppiato il genio di un uomo di Stato.
Nel rivedere Roma, Garibaldi avrà ricordato con stupore quel tempo, già passato alla storia, in cui egli aveva difeso contro i Francesi la metropoli del mondo intero. Volgendosi alla campagna di Tivoli, si sarà visto nel ricordo ritirarsi da Roma, con altre schiere di volontarî, un po' meglio armati e disciplinati delle attuali, verso gli Appennini. Era il 30 luglio 1849.
Sorrideva al suo spirito il pensiero di entrare ora in quella Roma che già aveva dovuto abbandonare, e che formava la brama più ardente della sua vita. Ma egli non entrò in Roma; non piantò sul Campidoglio, nè lo stendardo della Repubblica, nè il tricolore italiano. Battuto dalle truppe del Papa e di Napoleone a Mentana, lo vediamo di nuovo prigioniero di Stato a Varignano. Misero sotto processo lui che non poteva essere soggetto a giudizio, perchè troppi complici aveva, la serie dei quali cominciava a Palazzo Pitti.
Il mondo che onora il patriottismo e il carattere, aveva lasciato che Garibaldi, l'_enfant gâté et l'enfant terrible_ d'Italia, si sbizzarrisse a suo piacere nelle sue campagne in nome dell'Ideale, senza che il loro insuccesso diminuisse la simpatia verso di lui. Ma tutto ha un limite, come quella massima di Machiavelli nel _Principe_: «E' il fine che si deve considerare, non i mezzi». L'audacia romantica di Garibaldi può certo esaltare la gioventù che ha letto Plutarco, ma essa stanca il maturo giudizio dell'uomo di Stato e del cittadino cosciente. Che un eroe nazionale, così festeggiato, carezzato, reclami perpetuamente il privilegio di essere nell'eccezione, fuori della compagine e delle leggi dello Stato, e di formare una potenza a sè, questo sarebbe un assurdo e una impossibilità in ogni ben ordinato Stato d'Europa.
La monarchia italiana e il pensiero dell'unità hanno superato la terribile crisi (che la Demagogia di Garibaldi aveva provocato) rapidamente e felicemente. Se il giorno di Mentana avesse avuto il merito di liberare l'Italia dall'anarchia di un potere rivoluzionario, che si contrapponeva al Governo, questo dovrebbe riguardarsi come un reale vantaggio. L'invasione dei volontarii ci ha insegnato anche altre cose; essa ha mostrato la debolezza e l'immoralità dell'Italia, e diminuite le simpatie che verso di essa nutriva l'Europa; ha mostrato che era impossibile che il Potere Temporale durasse a lungo nella forma assegnatale dalla convenzione di settembre, ed ha ricondotto in Italia un principio che l'Europa sperava per sempre allontanato da lei. Non parlo della miseria e della rovina, in cui la guerra dei volontarii ha gettato migliaia di persone, al di qua e al di là dei confini romani. Se questa guerra poi, come riteneva Garibaldi, si deve ritenere come una guerra nazionale dell'Italia, contro il Papato per il possesso di Roma, allora affermeremo che il suo esito ha mostrato che nel 1867 il Papato era, ancora, più forte dell'Italia, e che la questione romana non poteva essere risolta colla sola violenza. Questo problema che col trattato di settembre fu, per riguardo all'Italia, mantenuto nei confini di una questione di opportunità territoriale, sarà di nuovo sollevato e riportato nella sfera della diplomazia europea?
E qual problema insolubile! C'è nelle cose umane qualche cosa di impossibile a risolvere? Un astuto motteggiatore consolava un patriota, osservandogli che gli Italiani si risollevano come vincitori dopo le disfatte che sogliono fiaccare gli altri popoli. Anche non potendo dar ragione a questo bello spirito, non vediamo ragione alcuna per disperare che si trovi un giorno un _modus vivendi_ che sappia accordare l'indipendenza spirituale del Papato con le esigenze della Nazione. Il giorno in cui si troverà questa quadratura del circolo, l'umanità potrà festeggiarlo solennemente, perchè segnerà l'inizio di una nuova êra di pace, êra a cui tutti i popoli d'Europa mirano fiduciosi.
XIII.
Son passati tre anni dacchè io scrissi le pagine precedenti. La quadratura del circolo romano non è stata trovata, ma il nodo gordiano è stato reciso della spada. Perciò la _Campagna dei Volontarî intorno a Roma_ ha bisogno di un'appendice.
La descrizione di questi ultimi tre anni di Roma e del Papato morente costituirà un giorno una pagina notevolissima della storia del nostro tempo, se la si saprà attingere al materiale diplomatico, e qua e là arricchirla dei fedeli ritratti dei personaggi più eminenti che ebbero parte in questa tragedia. Il titolo che le si dovrebbe dare sarebbe: «Storia degli ultimi anni e giorni del Potere Temporale».
Ora, per concludere, riporterò alcune date.
Alla fine del 1867 la vittoria di Mentana rassicurò completamente gli animi. Si vide con soddisfazione Napoleone trascinato alla reazione, in aperta rottura colla democrazia e la demagogia. Si desiderava perciò che egli restasse solidamente legato al potere. Il papa creava cardinale Luciano Bonaparte, il 13 marzo 1868, il primo Bonaparte che ottenesse la porpora! Per completare la sorprendente fortuna di quella casa, mancò solo che egli giungesse alla Santa Sede.
Roma era tranquilla. Nel _Patrimonium Petri_ erano di nuovo i Francesi: circa 5000 uomini. La città aveva guarnigione solo di papalini. La Curia romana era ora occupata dell'idea del Concilio, la cui riunione indisturbata era finalmente possibile per il ritorno dei Francesi e la vittoria di Mentana. Con questo Concilio, preparato già da molti anni, i gesuiti intendevano coronare l'opera loro ponendo sulla testa del Pontefice la quarta e suprema corona, quella dell'infallibilità. Il 29 giugno 1868 fu pubblicata la bolla che convocava il Concilio per l'8 dicembre 1869.
Il caso volle che l'8 giugno di quell'anno stesso si celebrasse in Germania una solenne festa nazionale; si scoprì il grande monumento di Lutero, a Worms, alla presenza del Re di Prussia, lo scudo della chiesa protestante, il capo della Nazione tedesca, e l'ormai certo restauratore dell'Impero.
Nel programma dei gesuiti c'era già da tempo la guerra contro la Germania protestante, la Germania del pensiero e della scienza; si concepirono a questo proposito piani fantastici. Sognavano una nuova epoca nella storia, un'epoca di nazione e di crociata per cattolicizzare il mondo; il Papato padrone della terra, secondo le affermazioni del Sillabo e i decreti del prossimo Concilio. E che cosa meglio di una guerra della Francia contro la Germania avrebbe potuto aprire la via a tutto questo? Questa guerra che dovevano compiere le invincibili legioni di Napoleone, armate dei _chassepots_ e delle mitragliatrici, così bene esperimentate a Mentana, avrebbe certamente annientata la potenza del protestantismo in Europa, e resa impossibile l'unificazione della Germania sotto gli Hohenzollern. Dalla certa vittoria della Francia seguirebbe il nuovo frazionamento d'Italia nelle sue parti, e il ristabilimento dello Stato della Chiesa, come al tempo di Consalvi. Allora Napoleone, il salvatore e protettore della Chiesa, sarebbe divenuto un nuovo Carlomagno, e l'umanità pacificata si sarebbe raccolta intorno alle due grandi metropoli della terra; Parigi, sede del dispotismo cesareo, centralizzante in sè la civiltà umana; Roma, la fonte infallibile della verità divina, manifestatasi nel gesuitismo.
La rivoluzione spagnuola e la caduta violenta della bigotta regina Isabella fu il primo colpo contro questi disegni. E chi sospettava che la candidatura al trono di Spagna sarebbe divenuto un fattore della storia del mondo?
Giunse l'anno del Concilio, il 1869. In Roma fervevano i preparativi.
Nulla ancora faceva prevedere prossime tempeste, se non forse in Germania, una vivace opposizione al Concilio, del quale si negava la necessità e si condannava lo spirito di parte. Si disegnavano i campi degl'infallibilisti e dei loro avversarii.
L'11 aprile il vecchio pontefice festeggiò il cinquantesimo giubileo, dacchè era divenuto prete; e deputazioni, indirizzi, augurî, doni piovvero da tutta la cristianità. La dimostrazione fu grandiosa e solenne; Roma divenne un teatro in festa, come nel 1867. Il papa che così si festeggiava, si credeva onorato da tutto il mondo, come suo capo spirituale. Queste feste gli sembrarono di buon augurio per il prossimo Concilio.
L'8 dicembre 1869 questa solenne adunanza ecclesiastica si aprì in San Pietro. Pioveva a dirotto, ma il tempio conteneva appena la folla accorsa. Roma, come tutta l'Italia, era allora tranquilla. Le truppe di Napoleone formavano la guardia del Concilio, che divenne il grande avvenimento dell'epoca, nel quale il mondo temeva di dover riconoscere una crisi di risveglio nella vita della Chiesa riunita, mentre duecento sacerdoti gli dichiaravano solennemente riconosciuti gli attributi della potenza divina.
Tutti conoscono come era costituito questo Concilio, i mezzi con i quali si ottenne la maggioranza, come fu schiacciata la minoranza, le lotte e i dibattiti de' suoi partiti. La sua storia fu accompagnata da una letteratura tutta speciale, quale non si era mai vista nei precedenti sinodi. L'opinione pubblica vigilava sul Concilio; essa teneva le sue sedute presso quelle di questo parlamento romano, i cui più segreti pensieri, piani e manovre sapeva svelare ed anche indirizzare.
Si sono uditi dei gravi cattolici credenti gridare allo scandalo per questo Concilio. Essi riconoscono tristamente, e loro malgrado, che la sua convocazione fu un incalcolabile errore, la sua opera una dannosa sfida allo scisma. La sua storia costituirà un giorno una pagina del nostro assai istruttiva e, come già fu detto dai cattolici, mostrerà alle generazioni future quanto grande fosse l'accecamento, quanto profonda la povertà di spirito e l'esaurimento dell'elemento romano della Chiesa in quel tempo.
Giunse l'estate del grande anno 1870. Già l'attenzione del mondo si era distolta dal Concilio, dove la strenua opposizione della minoranza tedesca e l'opinione pubblica stessa erano state forzate a cedere. Contemporaneamente, mentre la Chiesa doveva raccogliere nel suo Capo tutte le energie, lasciando i suoi membri inutili e impotenti per sempre, la Francia, con un nuovo plebiscito, si accentrava nella potenza imperiale. Allora l'orizzonte politico si turbò d'un tratto per la candidatura al trono spagnuolo.
Il 18 luglio 1870 fu pubblicato il nuovo dogma dell'infallibilità del Papa. Il tempio di S. Pietro si trovò in quell'occasione vuoto e deserto. Si scaricava un diluvio con violenza tropicale sulla città. Fra tuoni e lampi fu annunziato all'umanità che il Papa era infallibile.
Soltanto un giorno dopo, il 19 luglio, la tempesta si scaricava sulla Francia! L'Imperatore Napoleone dichiarava la più folle delle guerre alla Prussia e alla Confederazione del Nord.
Giunsero allora i grandi giorni della punizione per l'orgoglio e per la millanteria. La storia li ha registrati, giusti e solenni. La Germania si sollevò istantaneamente, compatta, gigantesca, irritata. La forza del popolo tedesco debellò in battaglie che furono macelli, l'Impero francese. Il 2 settembre Napoleone si arrendeva alla magnanimità del grande Re tedesco, che aveva così crudelmente offeso. Tutt'Europa tremò per il contraccolpo di questa guerra senza precedenti; tutto ciò che era in essa di fracido e di guasto dovette staccarsene.
A Parigi si proclamò la Repubblica. Gli Italiani chiedevano insistentemente Roma. Ma il vecchio eroe della _Campagna dei volontarii_ del 1867 era passato in Francia per combattere al fianco dei suoi nemici di Mentana, col colonnello degli zuavi Charette, sotto la stessa bandiera:--per un'ombra ed un nome. Come Lucano egli poteva esclamare: _Tuumque nomen, libertas, et inanem prosequar umbram_; come lui sognatore nobile e fedele ai suoi principii.
Le truppe francesi si erano ritirate da Roma per difendere la patria; così lo Stato della Chiesa era di nuovo aperto ad una invasione. Il Governo italiano dichiarava decaduto il trattato di settembre colla caduta di Napoleone che l'aveva concluso, e disponeva per l'occupazione di Roma da parte delle truppe del Re, giustificandola come una necessità per la conservazione dello Stato e come una volontà del popolo d'Italia.
Strana e mirabile concatenazione logica di avvenimenti!
Il 19 settembre i Tedeschi stringevano intorno a Parigi, metropoli del mondo, il loro anello di ferro; lo stesso giorno trentamila Italiani erano alle porte di Roma, metropoli del mondo. Il 20 settembre, alle cinque del mattino, fu tirato il primo colpo contro le mura di Porta Pia. La lotta con le truppe pontificie fu semplice e breve. In Vaticano il Papa sedeva fra i cardinali e i diplomatici delle potenze straniere, che aveva mandato a chiamare. Si udirono i colpi di cannone dell'attacco. Il cardinale Antonelli riceveva e inviava dispacci. Venne l'ultimo, annunziante che tutto era finito.
Gli Italiani entrarono in Roma attraverso la breccia presso Porta Pia, il 20 settembre alle 11 antimeridiane, fra l'indescrivibile giubilo della popolazione, mentre, come per incanto, tutta la città si copriva di tricolori.
Il millenario Potere temporale dei Papi finì quasi inosservato. Questo che sarebbe stato in altro tempo un avvenimento mondiale di straordinaria importanza, si compì come un aneddoto sullo sfondo della grande guerra franco-tedesca. Questo tramonto tacito e inosservato della più antica e venerabile potenza d'Europa è profondamente tragico. Non fu il silenzio del mondo una condanna per lo Stato pontificio? Forse molte voci si sarebbero ancora levate in Europa, in suo favore, se il Concilio non avesse d'un colpo ridotto ai minimi termini la considerazione per il Papato. La caduta della sua potenza temporale fu la legittima conseguenza della più mostruosa richiesta che mai sia stata fatta all'umana ragione.
Il plebiscito dei Romani decise, il 2 ottobre, l'annessione di Roma all'Italia. Alla fine dell'anno venne il Re a visitare per la prima volta la città così crudelmente danneggiata dall'inondazione del Tevere, pretesto ben accetto per quella penosa visita. I Romani lo festeggiarono giubilanti. Vi rimase poche ore, e scrisse al Papa una lettera. Nel palazzo del Quirinale--il palazzo pontificio dal quale Pio IX ventiquattro anni prima era stato acclamato dal popolo Sole della nuova Italia, salendo al trono--Vittorio Emanuele firmava il suo primo decreto in Roma, prendendo atto del plebiscito. Era l'ultimo giorno dell'anno 1870. Con esso si chiuse una grande epoca nella storia della città e del papato.
Un tragico destino ricadde sul debole Papa, che aveva esperimentato tanti cambiamenti di fortuna e tante vicissitudini come pochi pontefici prima di lui. Prigioniero volontario, egli geme nel cupo Vaticano, negletto ora nella sua Roma, della quale era stato l'idolo. Che piccola cosa è ogni umana grandezza!
Una misteriosa sorte fece occupare a Pio IX la sua sede per un tempo più lungo di tutti i suoi predecessori, per quanto grande sia stata la loro importanza nel mondo! Il probabile ultimo Papa sovrano temporale ha anche governato Roma più di ogni altro!
Questi sono solo dati di fatto. Noi stiamo dinanzi alle porte serrate di un misterioso avvenire. La quadratura del circolo romano non è stata ancora trovata; il processo morale non è ancora risolto. Solo questo si può dire con sicurezza, che l'umanità, nel memorabile 1870, si è definitivamente liberata da un antico ordine di cose.
Poeti romani contemporanei.
(1858).
Poeti romani contemporanei.
(1858).
Si direbbe che le Muse, da Raffaello così bene rappresentate in una delle stanze del Vaticano in compagnia dei più grandi poeti, abbiano sempre a malincuore scelto Roma a loro dimora e solo di passaggio. Si capisce, del resto, che una città come l'antica Roma non potesse essere molto conveniente albergo alla poesia: il sentimento poetico non poteva ben fiorire nel frastuono di quel mondo; ma vi poteva invece la satira essere in grande onore, poichè il suo elemento è il brutto e il ridicolo.
Difatti, per tacere degli antichi, la Roma cristiana quali notevoli poeti ha prodotto? Questo domandavo io un giorno ad un poeta romano, mio amico; e, dopo aver ricordato Vittoria Colonna e Metastasio, egli mi fece conoscere altre produzioni poetiche della città, a me del tutto sconosciute. Giusto de' Conti, al principio del secolo XV scrisse un canzoniere: _La Bella Mano_; al principio del secolo XVIII troviamo un'epopea popolare: _Meo Patacca_; e in tempi più recenti, l'improvvisatore Gianni che celebrò le guerre di Napoleone; Marsuzi, autore delle tragedie _Caracalla_ e _Alfredo il Grande_, e finalmente Luigi Bondi, traduttore delle _Georgiche_ di Virgilio.
La poesia ama la vita mossa ed intensa; e da molti secoli Roma non è terreno per lei. Gli strepiti delle fazioni piacciono più alle Muse del clangore cupo delle campane e del mormorio delle litanie nelle processioni; il narcotico odore dell'incenso, che riempie interamente la città di Roma, non è un ispiratore efficace di poesia. La profonda severità delle ruine dell'antichità offre oggetto di meditazione al filosofo ed allo storico, ma i fiori della poesia appassiscono all'ombra melanconica di tante tombe. A Roma le pietre son più possenti degli uomini; il passato è gigantesco; il presente è piccolo invece, e il futuro coperto di un impenetrabile velo.
Una sera, mentre erravo per il Trastevere, sentii una ragazza che, sola, seduta sulla scala di una casa deserta, cantava, seria e pensosa:
«O Roma antica, Roma illustre, non sei più!»
Queste dolorose parole sulla bocca di una fanciulla mi parvero piene di significato. Non poteva dunque sorgere fra le rovine di Roma un genio lirico, vivace ed ingenuo? Sarebbe stato forse soffocato dalla storica malinconia delle rovine? Può darsi; ma anche una Musa così ammantata di tristezza avrebbe potuto essere bella e sublime, non come quella gonfia e rettorica delle notti romane del Verri, ma come quella di lord Byron nel _Childe Harold_, nelle sue apostrofi di artista nordico e di uomo libero.
Siamo però giusti verso i Romani; essi non poterono mai cantare e celebrare le loro ruine, perchè non fu mai loro permesso di rimpiangerle e di giudicare il presente dagli avanzi del passato. Essi, insomma, non poterono utilizzare il loro abito poetico.
L'antichità, come il medioevo, è pieno in Roma di motivi eroici e tragici, ed un poeta cittadino non avrebbe che a servirsene con abilità per suscitare immancabilmente dell'entusiasmo. Spesso, mentre assistevo nel Mausoleo di Augusto (oggi teatro _Corea_) ai salti dei pagliacci, nelle loro curiose pantomime, o, per rara fortuna, vedevo rappresentare, nella traduzione del Maffei, la _Maria Stuarda_ di Schiller, pensavo: quale impressione produrrebbe, in questo luogo, una tragedia romana su Bruto o Virginia! Come dovrebbe trascinare all'entusiasmo i Romani una tragedia su Cola di Rienzo, proprio qui, nel Mausoleo di Augusto, dove il corpo di quel tribuno fu un giorno bruciato!
I Romani lasciarono elaborare prima a Shakespeare, a Corneille, a Racine, a Voltaire, poi ad Alfieri, questa materia di teatro romano; e sul teatro romano quelle opere non si vedono nemmeno, e fra i busti di uomini illustri che adornano il Pincio, manca quello di Alfieri! Esso vi fu, per un momento; poi ne venne improvvisamente asportato dalla polizia--fatto questo a cui ho assistito io stesso e che riferisco qui, per risparmiarmi una chiacchierata più lunga, tendente a dimostrare l'impossibilità di un dramma nazionale romano di genere storico.
Se, oltre a parecchie altre ragioni di indole politica e fisiologica, che impediscono lo sviluppo del sentimento poetico in Roma, si pensa alla stagnante cultura letteraria, alla mancanza di giornalismo e di critica, alla decadenza del mercato librario,--che di poco si solleva soltanto negli affari degli antiquarî,--se si pensa a tutte queste condizioni di fatto, ci sembrerà tanto più interessante e degna di studio ogni attività poetica di questo popolo.