Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 12

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Verso mezzodì arrivò il primo gruppo di prigionieri, circa 400, scortato da papalini e da francesi. Essi camminavano disinvolti, con ostentata tranquillità. Uno dei loro ufficiali, un bel giovane dalla camicia rossa, camminava altero innanzi a loro. Il popolo se lo additava dicendo che era Menotti Garibaldi; ma sembra che non fosse vero. Quegli uomini erano giunti finalmente alla tanto sospirata Roma, ma in altre condizioni da quelle che avevano sognato; essi passarono attraverso la folla silenziosa fino alla prigione sul Quirinale.

Erano quasi tutti laceri o mal vestiti; pochissimi indossavano la camicia rossa; fra di essi ve ne erano molti straordinariamente giovani. Il loro aspetto diceva una odissea di privazioni e di dolori; su alcuni pallidi volti si leggeva ancora: Roma o Morte! Facevano un effetto di profonda commozione, che non avrebbero fatto se fossero stati bene armati e ben vestiti.

Io vidi il secondo gruppo di prigionieri, di 600 uomini, passare il Ponte Nomentano sull'Aniene. Essi sembravano in migliori condizioni dei primi. La maggior parte portavano la camicia rossa e il berretto rosso; alcuni avevan su questo delle penne; tutta la strada era illuminata da questi colori. Vi eran fra loro anche degli uomini maturi, dai capelli grigi, nell'uniforme della Guardia Nazionale Italiana. I capitani portavano ancora la spada, prova questa che avevano capitolato onorevolmente. Essi tacevano tutti; molti guardavano timidamente la folla che era venuta loro incontro da Roma. Un segnale dato dal corno avvisò che era giunto il momento del riposo; i soldati di scorta si stesero entro i fossati; dei prigionieri, la maggior parte rimase in piedi sulla via; alcuni si gettarono sulla nuda terra di Roma; altri si accomodarono a fianco dei papalini, i quali li lasciarono fare in silenzio; tutta la scena rappresentava un singolare quadro storico sul pittoresco paesaggio dell'Aniene, presso il vetusto e turrito ponte memore di Belisario. Su di esso stanno incise le armi di quel notevolissimo pontefice che fu Nicolò V, contro il governo del quale congiurò Stefano Porcari, per morire poi in Castel S. Angelo, per mano del carnefice. L'oro diffuso e luminoso del sole irradiava la solenne campagna, nel cui sfondo già biancheggiavan di neve le maestose vette dell'Abruzzo.

La marcia verso Roma di questi figli d'Italia destinati al carcere di Castel S. Angelo mi riportava il pensiero alle memorie della prima fanciullezza, quando io vidi a migliaia i vinti difensori della Polonia, dell'esercito di Gielgrid, passare prigionieri il confine, accompagnati dalle truppe prussiane.

Dinanzi al mio sguardo si presentavano di nuovo tutte le tragiche lotte dai popoli combattute su questo grande territorio di Roma, i secoli barbari del Medio Evo passati su questa città, la cui storia io già scrivevo da anni e ancora scrivo; e mi prese un'infinita tristezza quando tornai a considerare tutti quei prigionieri di guerra incamminati per Roma.

XI.

Cinque giorni dopo la battaglia io mi recai a Mentana con alcuni amici romani per visitarla. Fu una passeggiata incantevole attraverso la tranquilla campagna, sotto il sole puro e il cielo nitido di novembre. La via Nomentana era animata soltanto da gruppi di soldati. Sull'Aniene erano ancora attendate le vedette francesi. Passavano ancora carrozze che trasportavano feriti.

Antiche tombe romane in rovina sorgono nei campi che si attraversano, dove, secondo l'uso remotissimo dei padri, i pastori abruzzesi portano a pascolare le loro greggi. I belati delle pecore e le note tenui delle zampogne dei pastori riempiono l'aria di lamento e il cuore del viandante di mistero, sentimento che resta perennemente in ognuno che abbia attraversato quella sacra località.

Qua e là si erge una torre baronale diroccata, sulla cima di un verde colle, che rammenta l'epoca feudale, quando Roma era ancora una repubblica e il papa non era in essa padrone assoluto. Raramente si incontra qualche solitario casale adibito in parte ad osteria, con una torre medioevale a lato ed una cappella rustica. Ve ne è una ad otto miglia da Roma, detta Capo Bianco, che serve anche da taverna, ed ha sulla porta un boschetto di verdi lauri. Non era visibile un essere vivente; tutto sembrava morto, intorno. Il conte L. vi aveva mandato dei cavalli di ricambio, per poter proseguire il viaggio rapidamente.

Una strana e profonda gravità invase tutta la comitiva quando ci cominciammo ad avvicinare ai sanguinosi campi di Mentana. Io ricordavo la sublime ode del Petrarca:

Italia mia, benchè il parlar sia indarno... Che fan qui tante peregrine spade?

Donna E. diceva i versi del nobile Leopardi:

Piangi, che ben n'hai d'onde, Italia mia...

Così una medesima querela discende da Dante e da Petrarca fino a Leopardi e ai dì nostri; quando potrà essa alfine cessare?

Da Capo Bianco ci avanziamo sui pendii dolci dei colli. Il paesaggio Sabino si spiega dinanzi agli occhi come un gran panorama di montagne di alto stile, verso cui sale una maestosa distesa di campi, di colore violetto nella lontananza, sulla quale si può seguire collo sguardo il volo delle aquile del Lazio. Si erge lì presso la possente piramide di Monte Gennaro sopra Tivoli; a destra i monti Prenestini, i monti Volsci, e le belle alture di Frascati, tutto soffuso di un tenue color di giacinto e piene d'una maestà placida e classica.

Qua e là sulla strada si trovano resti dell'antico lastricato della via Nomentana, in ben connessi poligoni di basalto. A dieci miglia da Roma si trova a sinistra su un colle una solitaria torre guelfa senza edifici adiacenti, costruita parte in peperino nero, parte in mattoni rossi, che è una proprietà della regione.

A destra sorge Monte Gentile, un casale di bell'aspetto, con torre, già castello degli Orsini, come lo mostra il nome assai frequente in quella famiglia; nel XV secolo, Capocci e Stefaneschi lo distrussero e lo abbandonarono. Nulla di più attraente di questi turriti casali romani, perduti nella melanconia di questa deserta e grandiosa campagna, così singolari e così classici, di cui Walter Scott si sarebbe certo innamorato.

Superando un'altura, si giunge al bosco di Mentana, un bosco di quercie tedesche, che qui sono rimaste nane. Già in questo luogo, e poi per tutta la strada fino al paese, noi vedemmo, per i fossi e i cespugli, una quantità straordinaria di cartuccie. Queste, e degli alberi abbattuti, erano l'unica traccia del combattimento, perchè i morti già erano stati seppelliti, ed i feriti ricoverati negli ospedali.

Mentana appare dietro questa boscaglia; prima la Vigna Santucci colle sue mura bianche, dove si combattè così aspramente; poi una cappella sulla strada, ancora piena di paglia, sulla quale più di un ferito trovò la morte. Il palazzo baronale degli Orsini sorge nello sfondo, simile ad una fortezza, con torri e merli, sul pendìo verde d'un colle, solitario e fiero come un ricovero di briganti; il paese è ancora nascosto da piccole alture. In basso la valle è fosca, circondata da colli sparsi qua e là di olivi e vigneti; ma tutto ha un aspetto selvaggio, sinistro ma, pittoresco.

Una strada conduce su per uno sperone di rupi giallastre. Ora si vede il paese, una fila di case senza interesse, simile ai _castelli_ dei monti Sabini, che spirano tanta miseria e desolazione; si direbbero dipendenze del castello feudale, che una volta il signore vi ha annesso per comodo proprio, e dato ai suoi vassalli per abitazione. Dinanzi al palazzo sta la chiesa gentilizia. Essa era aperta e già riconsacrata e molti feriti vi erano morti; fra gli altri, un belga che era venuto a Roma e si era arruolato fra gli zuavi pochi giorni prima la battaglia. Una palla gli aveva spaccato il cranio; diciassette ferite gli avevano trapassato il corpo. Su un pezzo di carta, trovato presso di lui, stava scritto: _le comte d'Erb, fils du duque d'Erb._

Dalla porta della Chiesa si accede al piazzale di fronte al castello, dove si vede una colonna senza capitello, intorno alla quale giacciono delle bisaccie militari. Qua e là, rovine marmoree dell'antico _Nomentum_. Sulla parete esterna della chiesa una statua mutilata che il popolo chiama San Giorgio. Il castello era pieno di soldati francesi, i quali si esercitavano coi loro fucili ad ago, che vantavano tanto, affermando che senza di quelli i Pontificii non avrebbero mai preso Mentana.

Entrammo nel castello che rivela parecchie epoche architettoniche. La parte più antica, formata dalle torri rotonde, mostra la maniera di costruzione del secolo XIII, che a Roma chiamano _saraceno_; cioè, queste torri son fatte di frammenti di peperino e di altri varî materiali di riempimento, fra cui pezzi di marmo. La parte anteriore del castello è invece assai più recente, ed ha finestre in stile rinascimento. I merli sono mezzo rovinati, alcuni furono fracassati dalle palle di cannone. In complesso, l'edificio appare come un castello baronale del medio evo, di prim'ordine. Sul portale stan le armi di Sisto V, o meglio di suo nipote Michele Peretti, al quale gli Orsini avevano venduto Mentana. Sulla porta giacevano ancora resti di fucili garibaldini, che gli assediati avevano spezzati, secondo l'uso guerresco, prima di capitolare.

Nell'interno, scale in rovina e stanze colle pareti squarciate dalle bombe. Nel cortile del castello le guardie francesi offrivano un pittoresco colpo d'occhio; stavano preparando il pranzo, tutte affaccendate intorno ad un fuoco che attizzavano con le bacchette dei fucili garibaldini. Ci furono portate delle palle di fucile, che avremmo facilmente potuto raccogliere per terra, di forma conica, di armi rigate o di _chassepot_; raramente se ne trovavano di quelle solite rotonde dei fucili garibaldini. Noi visitammo il piccolo solitario paese. I suoi abitanti erano rimasti per 15 ore nascosti nelle cantine, in preda allo spavento, mentre le palle rimbalzavano come grandine sui tetti. Vi fu un'eccezione; in una casa, una bomba aveva squarciato la parete di una stanza: ebbene, vi furono trovati donne e bambini tranquillamente seduti, come se nulla fosse accaduto. Ci fu detto che i garibaldini avevano occupato il borgo per otto giorni. Una donna ci raccontò che fra di essi vi erano dei signori simpatici, che pagavano quello che chiedevano, e aggiunse che un capitano aveva pagato un pollo 25 soldi, del che era rimasta molto soddisfatta. Altri non avevano potuto pagare nulla davvero, perchè non possedevano un soldo in tasca.

Noi riandammo col pensiero le vicende storiche di questo paesetto Sabino, che era pur ora tornato ad avere una parte nella storia non indipendente da quella che un tempo vi aveva avuta; ricordammo che già una volta i Franchi vi erano venuti per salvare un papa minacciato ed il suo potere temporale; che questo salvatore era stato Carlomagno. La località stessa dava agio di ricostruirne la storia.

Nell'antichità si era chiamata _Nomentum_. Da questo ebbe nome la strada, _Nomentana_, la quale però non apparteneva alle grandi strade romane, perchè presso Ereto, sotto _Nomentum_, si congiungeva alla Via Salara, presso l'attuale Monterotondo.

Più antica di Roma medesima, contemporanea di Fidene e di Crustumeria, i Romani la ritenevano come una delle colonie del re Latino Silvio di Albalonga, il quale certo conquistò quella regione sabina. Prese parte all'alleanza dei Latini contro Roma, in favore dei Tarquinii scacciati. Dopo la battaglia al lago Regillo, che stabilì l'egemonia della Repubblica Romana sul Lazio, _Nomentum_ divenne un municipio romano. Questa città Sabina era però troppo piccola per potere avere una parte importante nella storia di Roma. È noto che Ovidio, Seneca e Marziale avevano possessi nel suo territorio. L'aria vi era salubre, il vino buono, e nelle vicinanze si trovavano sorgenti termali.

Nell'epoca cristiana dell'Impero germanico, _Nomentum_ divenne presto un vescovado; lì presso, erano gli altri vescovadi di Fidene, oggi Castel Giubileo, _Cures_, e _Forum Novum_, che sussiste ancora. La serie dei vescovi nomentani va dal 415 al 964, nel quale anno si sospese la nomina dei vescovi, il che prova che la città era del tutto decaduta. Essa si era conservata, del resto, per ignote ragioni, più a lungo delle altre antiche città delle immediate vicinanze di Roma, le quali, al tempo delle invasioni barbariche, scomparvero. _Eretum Crostumeria_, _Fidene_, _Gabii_, _Ficulea_, _Antemna_ sono sparite senza lasciar traccie. Anche l'antica famosa _Cures_, patria di Numa, decadde al tempo dei Longobardi, e vive ancora solo nel nome di Correse.

Nomentana esisteva ancora nell'anno 800 col suo nome antico, sebbene già fosse radicalmente cambiata; il 23 novembre di quell'anno Carlomagno, ch'era diretto a Roma per farsi incoronare in San Pietro, vi si fermò. La sua dimora in quel luogo, nello stesso mese di novembre, nel quale 1067 anni dopo delle bande di volontarii italiani tentavano di abbattere il dominio pontificio, che Carlomagno aveva fondato, ci sembra un fatto abbastanza strano e notevole.

La lotta degl'Italiani e dei Romani contro il potere temporale dei Papi cominciò già in quel tempo, poichè quel potere temporale era stato stabilito per il primo intervento di Pipino in Italia a favore della città di Roma, minacciata dai Longobardi. La storia dell'umanità non offre esempi di un'altra lotta di così lunga durata intorno ad un unico ed inalterato principio.

La ragione del viaggio di Carlomagno a Roma era la seguente. Papa Leone III, successore di Adriano, era stato, in seguito ad una congiura di nobili romani, fra i quali i nipoti stessi di Adriano primeggiavano, cacciato da Roma, dopo un tentativo di ucciderlo. Era fuggito prima a Spoleto, e di là si era ritirato a Paderborn. Il gran monarca rimandò anzitutto il fuggiasco con ambasciatori franchi a Roma, dove gli aristocratici, che si erano impadroniti del governo, non opposero alcun ostacolo al suo ritorno: ma, spaventati per l'imminente intervento, si sottoposero al processo e al giudizio di questi plenipotenziarii. Essi decisero in favore del Papa, ma i ribelli condannati si appellarono a Carlo, e questi venne solo un anno dopo, come aveva promesso a Leone, per tenere in Roma il suo tribunale, che il Papa, suo sottoposto in ogni questione temporale, ugualmente riconobbe.

Carlo calò col suo esercito nella Sabina, e sostò a Mentana per venire a Roma, non per la via Salara, ma per la Nomentana.

Questo prova solo che quel luogo aveva anche allora molta importanza perchè era la sola sede episcopale della regione Sabina. Da ciò si può dedurre che Monterotondo che dista solo mezz'ora da Mentana, ed è molto più grande e più abitabile di quella, nell'ottocento non esisteva ancora. Veramente si era creduto di riconoscere in Monterotondo l'antica _Eretum_; ma il Nibby si è pronunziato, con seri buoni argomenti, contro questa opinione, ed ha provato che quella località ha avuto origine soltanto nel più tardo medio evo. La Sabina formava originariamente una parte del ducato di Spoleto; Carlomagno l'aveva regalata al Papa, e solo molto più tardi la trasse in suo potere. Ma molto relativa era questa sua potenza sul territorio sabino prossimo a Roma. Tutta la regione era stata spaventosamente devastata, nel IV secolo, dall'invasione dei Longobardi: le sue città erano già quasi tutte decadute; nell'ottavo e nono secolo i documenti delle diocesi dimostrano che esse non erano più città, ma borghi.

Leone III era andato solennemente incontro a Carlo a _Nomentum_ con i maggiori dignitarii della chiesa, una parte della nobiltà e della milizia cittadina e molto popolo. Carlo giunse a _Nomentum_ il 23 novembre 800. Egli pranzò col Papa, dopo di che questi tornò a Roma per preparare il solenne ricevimento del monarca in S. Pietro, per il giorno seguente, mentre Carlo pernottò nel paese. In qual palazzo fece Carlo il suo pranzo col Papa, e dove passò la notte?

_Nomentum_ era, mille anni fa, certamente più popolata di ora; e se l'antica città si trovava nella stessa ubicazione, in cui si trova oggi la miserabile fila di case presso al castello degli Orsini, essa poteva offrire, in piccolo, l'aspetto di tutte le altre città di quel tempo: rovine dell'antichità, tempi distrutti o trasformati ad altro culto, e palazzi di antica signoria, a fianco di tugurî abitati da una nuova generazione.

A _Nomentum_ non risiedeva un conte; forse un tribuno, per analogia con altre città, vi aveva giurisdizione, se il paese però--cosa di cui dubito--era ancora abbastanza grande da essere sede di un tribuno. Non ci erano ancora stirpi baronali, nel senso del medio evo più vicino a noi. Soltanto 150 anni dopo si trova in _Nomentum_ la stirpe dei Crescenzi, ricca e perciò dominante. Perciò indubbiamente abitò Carlo nella curia vescovile, la residenza, certo molto patriarcale, del vescovo di Mentana.

Fu dunque di là che il più grande dominatore dell'Occidente scese a Roma, il 24 novembre 800, e fu là che egli sostò prima di recarsi all'incoronazione. Un mese dopo Leone III lo incoronava appunto re dei Romani.

Il rinnovamento dell'Impero d'Occidente nella Dinastia Franca, a parte altre ragioni più generali ed elevate, era divenuto necessario per i Papi anche per questo, che esso dava loro il modo di mantenere il loro dominio temporale su Roma e sulle provincie. Poichè, senza la protezione dell'autorità imperiale, senza la sicurezza di un sempre pronto intervento franco, i Papi non avrebbero potuto affermare la loro signoria sulla regione romana. Questo fatto si era già allora manifestato palesemente, ma la storia posteriore del _Dominium temporale_ non fece che offrirne nuove prove irrefragabili.

Nel secolo decimo questo dominio fu minacciato da un grande pericolo: quello della nobile casa dei Crescenzi, la quale appunto aveva in Mentana grande autorità. Essa apparisce, per la prima volta, nel 901, e, da quell'anno, si trovano molti Crescenzi fra i più ragguardevoli signori della città. Che questa casa già possedesse terre in Sabina, è mostrato dal fatto che un Crescenzio, nel 967, fu conte e rettore della provincia Sabina per incarico del Papa.

Nel 974, Crescenzio de Teodora si impadronisce del potere a Roma, e più tardi suo figlio Giovanni Crescenzio è a capo del partito nazionale romano. La sua storia forma un noto episodio del regno di Ottone III. I cronisti chiamano questo Crescenzio _Nomentano_. La sua famiglia che risiedeva quasi tutta nella Sabina e presso Farfa in particolare, si doveva quindi trovare in possesso di quel luogo, e Giovanni Crescenzio o era nato ei pure nei possedimenti de' suoi padri, o _Nomentum_ era toccata particolarmente a lui per eredità. Proprio in quell'epoca sembra che venisse soppresso tale vescovado; e siccome si sa che l'ultimo vescovo fu un tal Giovanni, si può supporre che, essendo questo nome abituale nella famiglia dei Crescenzi, anche l'ultimo vescovo di _Nomentum_ fosse un membro di quella famiglia. In quel tempo vi erano già dei conti ereditarî nel territorio pontificio. Perciò già nel 980 Giovanni Crescenzio poteva essere conte di _Nomentum_ e avervi posseduto la sua fortezza, nello stesso luogo dove poi sorse il castello degli Orsini, che ancora vi sorge.

Nel 985, Crescenzio prese il titolo di _patrizio romano_ e governò la città di Roma come suo capo temporale, durante la minorità di Ottone III. La sua potenza venne meno, quando Ottone, nel 996, venne a Roma per ricevere la corona imperiale dalle mani di Gregorio V, il primo Papa tedesco che egli stesso aveva innalzato a quella dignità. Crescenzio, condannato a morte come ribelle, prestò giuramento di fedeltà al giovane imperatore, e fu graziato. Ma Ottone se ne era appena andato, che l'astuto romano infranse il giuramento, cacciò il Papa tedesco e s'impadronì dei diritti imperiali. In questa usurpazione lo appoggiarono i suoi parenti di Sabina, il conte Benedetto e i suoi figli Giovanni e Crescenzio. L'usurpatore trovò una misera fine, quando Ottone III ebbe ricondotto in Roma il Papa con buon nerbo di soldatesche. Crescenzio si difese eroicamente in Castel Sant'Angelo, finchè si dovette arrendere. Fu decapitato, il suo corpo fu gettato dai merli di Castel Sant'Angelo e poi appiccato a una forca su Monte Mario. Per dei secoli Castel Sant'Angelo si chiamò la torre di Crescenzio.

Dopo la morte di Ottone III, i Romani crearono patrizio romano suo figlio Giovanni, potere che egli tenne fino al 1012, anno in cui morì. D'allora in poi, la famiglia dei Crescenzi si continuò in Sabina e a Roma, ma senza assurgere più a grande importanza. Il potere patrizio passò invece, dopo il 1012, ai conti di Tuscolo, i quali seppero farsi arbitri del potere temporale del Pontefice e della stessa Santa Sede.

Così nella storia dello Stato pontificio _Nomentum_ è classica per essere stata sede di una antichissima stirpe ribelle al potere dei Papi. Era ciò noto all'ultimo discendente dei Crescenzi, che il 3 novembre 1867 lottò con i pontificii e cadde sul colle di Mentana, in difesa della Santa Sede?

Dopo il periodo dei Crescenzi, si parla raramente di _Nomentum_ nei documenti della storia di Roma; esso è chiamato _Castrum Nomentane_, donde il nome Mentana o La Mentana. Già il mutamento di _civitas_ in _castrum_, per designarlo, come si legge nelle bolle papali del secolo XIII, dice che quella città era decaduta tanto da non esser più che uno smantellato villaggio. Essa appartenne ai monaci di San Paolo, che la tramandarono nel secolo XII alla potente casa dei Capocci, finchè Nicolò III, della casa Orsini, diede Mentana al suo nipote Orso. Gli Orsini nel secolo XIII s'impossessarono di molte località sabine. Essi possedettero anche il vicino Monterotondo, Monte Gentile e Nerola. Costruirono a _Nomentum_ il castello, l'attuale fortezza, verosimilmente sulle fondamenta dell'antica rocca, e vi rimasero più di tre secoli; poi, nell'anno 1595, la vendettero ad un nipote di Sisto V, Michele Peretti, principe di Venafro. Più tardi, divenne proprietà dei Borghese che la posseggono ancora.

XII.

Da Mentana si giunge in meno di mezz'ora per una strada assai buona fra cespugli e vigneti a Monterotondo. Il grande castello baronale, una volta degli Orsini ed ora appartenente al Principe di Piombino, è un edifizio imponente e bello, con una torre grandiosa, e sorge, in cima al paese che quasi nasconde. Era pieno di soldati francesi. Nel cortile giacevano più di mille fucili garibaldini, accatastati in disordine; cattive armi a percussore, forse della Guardia Nazionale, mucchi di baionette, guaine di sciabole, bacchette si vedevano sparse sul terreno. Erano state raccolte a Monterotondo e sulle strade vicine.

Fui condotto nella casa dove Garibaldi aveva abitato; questa si trovava nella piazza inferiore, non lungi dal Duomo. Qui egli aveva due camerette al piano superiore. Sul suo letto, coperto con una coperta gialla, era appesa una sacra immagine e un vasetto di cristallo coll'acqua benedetta, del quale egli si serviva tanto come dello specchio che stava nel canterano. Ora questa stanza è abitata da un capitano francese.

Vedemmo anche il Duomo, Santa Maddalena, dove si erano acquartierati i volontarii. Sugli altari si vedevano ancora ornamenti di chiesa infranti, vesti ecclesiastiche in brandelli, crocifissi e ceri spezzati. Nella sacrestia tutto era sossopra: gli armadi sforzati, i messali e i registri lacerati e sparsi a terra. Una donna che ci condusse là dentro, additò, con segni di spavento, il Tabernacolo dell'altare maggiore, dal quale era sparito il calice. Ci fu parlato di altre profanazioni, che non crediamo opportuno riferire; qualche cosa di simile al _Sacco di Roma_ del Borbone. Furon veduti due volontarî far la guardia sulla porta, avendo uno una mitra in testa, l'altro un pastorale in mano. Questi volontarî seppellivano i loro morti alla rinfusa, nelle chiese stesse; gli ufficiali li calavano nelle tombe, avvolti in paramenti di broccato e d'oro.