Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 11

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«I pericoli, a cui il turbamento dell'ordine e inopportune risoluzioni potrebbero esporci, debbono essere scongiurati, e rigidamente mantenuti il prestigio del Governo e l'inviolabilità delle leggi.

«L'onore del Paese riposa nelle mie mani, e non mi può, ora, mancare quella fiducia che in me ripose la nazione nei giorni del suo più profondo lutto.

«Appena sarà tornata la pace negli animi e l'ordine pubblico sarà ristabilito completamente, il mio Governo si occuperà, con sincero vigore, in collaborazione col Governo francese, per giungere ad un pratico accordo, atto a porre un termine alla grave questione romana.

«Italiani! Non dubito della vostra prudenza, quella prudenza che dimostraste sempre per l'amore del Vostro Re, e per questa Grande Patria, che noi, grazie ai comuni sacrifici, abbiam visto tornare ad essere annoverata fra le nazioni, e che vogliamo tramandare illesa e onorata alle future generazioni».

Febbrile divenne l'agitazione a Firenze. Si tumultuava per le vie. Si gridava: «Abbasso il Ministero Menabrea! Vogliamo Crispi, e andare avanti!» Si desiderava una guerra colla Francia: «Vogliamo Roma, capitale d'Italia! Viva Garibaldi! Viva l'esercito italiano in Campidoglio!» Le truppe mantenevano l'ordine. Severi comandi furon trasmessi ai confini per disarmare le bande e cacciarle nell'interno. Ora soltanto si chiusero gli uffici di arruolamento e si sciolse il Comitato rivoluzionario.

La situazione di Garibaldi diveniva disperata; egli non aveva forze sufficienti per gettarsi subito su Roma, dove, fin dal 27 ottobre, le truppe pontificie si andavano concentrando. Ora nulla più impediva che, dove queste si ritiravano, le schiere garibaldine avanzassero; che, il 28, Nicotera occupasse Frosinone e, il giorno seguente, Velletri; che Acerbi rientrasse in Viterbo; che Antinori, Pianciani e Orsini entrassero in Palestrina, Subiaco e Tivoli, dove si costituivano dei governi provvisori. Ora, quale significato poteva più avere l'invasione spinta fin sotto le mura di Roma, se i Francesi si avvicinavano, e il Governo italiano, che non aveva saputo frenare, anzi, che aveva armato questi corpi franchi, si rivolgeva contro di essi e li dichiarava nemici dello Stato?

Solo l'Aniene separava ormai Garibaldi da Roma. Il ponte Salaro era stato fatto saltare. Un tempo i Goti avevano distrutto questo ponte e Narsete l'aveva ricostruito; molte volte, nel corso dei secoli, esso fu tagliato e restaurato; l'ultima volta erano stati i Napoletani che l'avevano fatto saltare in aria ritirandosi da Roma nel 1798; anche l'iscrizione di Narsete si perde. Ora i suoi archi sono di nuovo ruinati nella corrente, offrendo un pittoresco spettacolo al viaggiatore.

Garibaldi fe' trincerare Monte Rotondo e Mentana, incerto sul da farsi. Egli si recò subito a Marciano e al Casino Santa Colomba, sulla via ferroviaria, a sette miglia da Roma.

I suoi bersaglieri avamposti erano sull'altra riva dell'Aniene, di là dal ponte, presso la bella torre de' Pazzi, e si avventuravano prudentemente fin sulle rive del fiume, per scambiar qualche fucilata con i papalini.

Il vecchio eroe popolare si aggirava intorno le mura di Roma, mentre ancora erano vivi i ricordi del 1848. Si narrava, in Roma, che egli si fosse introdotto travestito in città e due notti avesse passato a Palazzo Piombino. Si diceva che egli avesse giurato di penetrare in Roma attraverso quella stessa porta S. Giovanni, per la quale si era ritirato nel 1849. Fu allora che la sua fuga a San Marino e nella Pineta di Ravenna pose le basi della fama di questo duce nazionale, che così meravigliosamente ha rinnovato nel nostro tempo le imprese degli antichi condottieri. Erano passati da quel tempo diciotto anni. Quanti rivolgimenti si erano operati in Italia in questo spazio di tempo, quante strane vicende nella sua esistenza! Dapprima, anni infelici di reazione e di disperazione, ma anche di incessanti congiure, di nascosto lavorìo per il raggiungimento dell'ideale nazionale. Poi, dopochè la caduta di Venezia distrusse anche l'ultimo sogno di liberazione italiana, l'esilio di Garibaldi in America, dove con onorevole lavoro egli dovè guadagnarsi il pane; poi, sette anni dopo, il primo raggio di speranza col prender parte il Piemonte alla guerra di Crimea; ritorno di Garibaldi; l'alleanza della Francia nella insperata guerra d'indipendenza; il precipitoso crollo dei troni italiani; la sua spedizione in Sicilia con i mille; il suo ingresso in Napoli, che costituì il momento più brillante di tutta la sua vita, fatti questi che somigliavano più ad una romanza normanna che alla verità storica; la violenta annessione delle Marche, della Romagna, dell'Umbria; l'Unità italiana; la convenzione di settembre; Firenze capitale; Garibaldi in nuovo contrasto col Governo, nella solitudine di Caprera; la catastrofe disperata di Aspromonte; prigionia e angosce a Varignano; di nuovo Caprera; la seconda insperata guerra d'Indipendenza, coll'aiuto della Prussia! Venezia libera, l'Italia libera, fino all'Adriatico; non rimaneva che Roma, per compiere la realizzazione del sogno di unità del secolo XIX.

Garibaldi rivedeva ora, dopo 18 anni, questa Roma; egli era al suo cospetto, alla testa di nuove schiere di volontari, avendo di nuovo concepito il disegno audace di conquistarla. Egli giustificava la sua illegale impresa attuale proprio con quella data: 1849, e si chiamava generale dei Romani, come altri si erano detti, un tempo, re dei Romani. Ma le condizioni erano del tutto mutate; diciotto anni prima egli difendeva Roma; ora l'assediava e aveva a combattere con quei Francesi che, 18 anni prima, aveva combattuto sotto le mura di Roma; ed anche questa volta essi erano sbarcati a Civitavecchia, per penetrare in Roma. Il medesimo Napoleone li mandava per difendere lo stesso Pio IX, e sotto la sua protezione viveva quel Francesco II, che egli aveva cacciato da Napoli. Degli uomini del '48 rimanevano ancora Pio IX, Napoleone, Garibaldi, Mazzini, tutti ancora alla testa delle varie tendenze e correnti dell'epoca. Altri erano morti, come Manin, Balbo, Gioberti, Cavour.

Il 28 ottobre, la flotta francese apparve in Civitavecchia; il mare agitato ritardò di alcune ore lo sbarco, il 29, ciò che impressionò molto il partito clericale.

Un proclama del comandante generale De Failly, che era stato preceduto in Roma dai generali Polhès e Dumont, fu affisso il 30 per le strade di Roma; esso era così concepito: «Romani! L'Imperatore Napoleone manda per la seconda volta in Roma un corpo di spedizione, per difendere il Santo Padre e il trono pontificio dagli attacchi delle bande rivoluzionarie. Voi ci conoscete da lungo tempo; noi compiamo soltanto una missione morale e disinteressata. Vi aiuteremo a ristabilire la tranquillità e la fiducia nella cittadinanza. I nostri soldati rispetteranno, come prima, le vostre persone, i vostri costumi, le vostre leggi.

«Civitavecchia, 29 ottobre.

«Il Comandante Generale del Corpo di spedizione francese DE FAILLY».

Il proclama fu letto dagli uni con soddisfazione, dagli altri con muto sdegno.

Ecco l'ordine del giorno che Garibaldi emise quello stesso 29 ottobre a Santa Colomba, prima che avesse avuto notizia che i Francesi già erano sbarcati a Civitavecchia.

«CORPO DEI VOLONTARII ITALIANI.

«Quartiere generale S. Colomba, 29 ottobre.

«Gli Americani lottarono per 14 anni per conquistare l'indipendenza, e per farsi il più libero e potente popolo della terra; i Greci lottarono 11 anni e più, e così tutte le nazioni, che vogliono redimersi a indipendenza e unità, e non piegare e cadere in quella prostrazione, a cui era stata condannata la patria nostra dalla preponderanza straniera. Il popolo italiano, dopo il sublime slancio del '48, in pochi mesi si esaurì, e il piccolo insuccesso di Custoza lo fe' retrocedere di molto sulla strada gloriosa.

«La battaglia di Novara terminò la disgrazia d'Italia, e senza le famose difese di Venezia e di Roma, la storia di quella guerra sarebbe stata più che triste per noi.

«Noi siamo impegnati in una lotta col più intollerabile di tutti i governi, mentre alle nostre spalle ne sta un altro, simile a quello. Intorno abbiamo la corruzione, la disonestà, la viltà. Mentre un governo sparge menzogne sul conto dell'altro, l'uno e l'altro cercano un pretesto per schiacciare questo manipolo di volontari, che sono gli araldi magnanimi della coscienza nazionale.

«Dal disordine della nostra organizzazione provennero dapprima conflitti, il ripetere dei quali sarebbe vergognoso, ed anche in questo io riconosco la mano del tradimento, che ci vuole distruggere.

«A queste schiere di volontari, che offrono al mondo un così nobile spettacolo e che già han costretto schiere mercenarie a venire dall'estero a Roma e a far saltare i ponti che vi conducono, conviene un contegno che sia degno della loro alta missione. Dolori, privazioni, pericoli saranno gradito tema dei vostri discorsi, quando ritornerete alle vostre famiglie; e alle vostre donne, o giovani, racconterete con fronte più fiera le eroiche imprese da voi compiute. Ed ora affrettiamoci all'impresa che speriamo propizia!»

I liberali avevano sperato che l'occupazione francese si dovesse limitare a Civitavecchia; ma s'ingannavano. Napoleone aveva ora trovato il coraggio di dichiararsi alleato dei gesuiti e salvatore del Papato. Il 30 ottobre nel pomeriggio, i primi battaglioni francesi entrarono in Roma al suono delle fanfare. Scesero dal Quirinale, circondati dai legittimisti e dai papalini, i quali erano andati loro incontro fino alla stazione ferroviaria, per festeggiare un trionfo da lungo tempo atteso. L'aspetto di queste truppe era fosco e punto famigliare, come quello di gente che entra in terra nemica e ne sente l'odio su di sè. Molta gente era per le vie, ma silenziosa. Non una voce si levò.

Il 30 ottobre 1867 fu un triste giorno nella storia d'Italia; esso segnò un profondo esaurimento morale ed un grande regresso. Non era ancora passato un anno, dacchè i Francesi erano stati costretti, dalle condizioni politiche e dalla logica delle opinioni e dei fatti, ad abbandonare Roma. Allora tutto il mondo si era rallegrato coll'Italia, perchè finalmente questo giorno era giunto, dopo secoli di aspirazioni e di sforzi, verso l'indipendenza dalla dominazione straniera. Anche questo era stato illusione. I Francesi erano di nuovo sbarcati nel paese, e la loro nuova occupazione sembrava dire al mondo che l'Italia, incapace a mantenere la sua libertà, era caduta di nuovo per la propria debolezza nel vassallaggio di un signore straniero.

L'amarezza, la vergogna, la disperazione dei patrioti non ebbero limiti. Si aspettava la notizia dello scoppio della rivoluzione a Firenze e della caduta di Vittorio Emanuele. Forse in questa crisi lo salvò la risoluzione presa dal governo di far passare anche all'esercito italiano i confini dello Stato Pontificio. Gli Italiani toccarono li 30 Acquapendente, poi Civita Castellana, Ceprano e Frosinone, dove ristabilivano gli stemmi papali e vicino inalberavano la bandiera tricolore. Questa fu l'unica dimostrazione contro l'invasione francese, che il governo italiano trovò la forza di compiere; ma giunse di lì a poco un ordine categorico da Parigi che ingiungeva agli Italiani di ripassare i confini.

X.

Dopo il ritorno dei Francesi il governo Pontificio mandò di nuovo le sue truppe ad occupare i varii luoghi della Provincia, dai quali erano stati chiamati per difendere la capitale, e il 30 ottobre il Generale de Courten stesso muoveva su Albano e Velletri, dove le bande di Nicotera avevano stabilito un governo provvisorio.

Si voleva poi assalire Garibaldi stesso con tutte le forze, sloggiarlo dalla sua forte posizione e ricacciarlo oltre i confini. Egli aveva raccolto intorno a Monte Rotondo e Mentana circa 8000 uomini. Là egli fu testimone degli avvenimenti che avvilirono la sua patria e costringevano lui stesso a ripiegarsi ritirandosi sulle truppe italiane e a deporre le armi o ad attaccare audacemente i Francesi, i Pontificii ed a soccombere.

La sua situazione era disperata e insostenibile. Egli aveva dovuto inasprire, chiedendo loro contribuzioni, i villaggi della Sabina, assai poveri e contrarî all'invasione, la quale non offriva loro alcun vantaggio, ma solo le conseguenze più tristi della rivoluzione; mentre con ciò egli non era nemmeno riuscito a diminuire l'asprezza delle condizioni e la deplorevole miseria delle sue schiere affamate. Si commisero anche eccessi, in Monte Rotondo stesso. Per dare un esempio, Garibaldi fece fucilare due volontarî. Il popolo delle campagne aveva per lui poca simpatia, e riusciva difficile avere notizie e informazioni. Le sue truppe non erano dunque al caso di sostenere un serio urto coll'esercito pontificio disciplinato e bene armato, spalleggiato dalle truppe francesi. Avevano poi avuto tempo di riaversi dalle fatiche della guardia in Roma, ed erano fresche e riposate.

Le speranze e i disegni di Garibaldi si dileguavano. Un uomo di così violente passioni che non poteva ammettere separazione fra l'idea e l'atto, aveva potuto sperare d'impadronirsi di Roma, finchè; soltanto le truppe pontificie la difendessero ma dopo la venuta dei Francesi, la più audace fantasia doveva arrestarsi. L'intervento francese e il passaggio dei confini da parte dell'esercito italiano sottraevano ormai a lui ogni terreno per un'ulteriore azione extralegale. Egli vide in questi fatti un piano concertato di reazione, e se ne giudicò vittima. Prima si eran serviti di lui, ora volevano schiacciarlo. Il proclama del Re e di Menabrea gli mostrava che egli dovea aspettarsi un secondo Aspromonte. Messi da Firenze gli portavano la recisa intimazione di deporre le armi e rientrare nello Stato. Egli ricusò, e il primo novembre pubblicò quest'ordine del giorno:

«Il governo di Firenze ha lasciato occupare il dominio Romano che noi avevamo a prezzo di sangue prezioso conquistato, sottratto ai nemici d'Italia. Noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli dell'esercito coll'abituale cordialità, ed aiutarli a cacciare da Roma i soldati stranieri che sorreggono la tirannia. Se poi delle vergognose trattative, continuazione della vile convenzione di settembre, possono tanto oltre dare autorità al gesuitismo e alla sporca Consorteria, da costringerci a deporre le armi in omaggio ed ubbidienza al 2 dicembre, allora potrò ricordare al mondo che io, generale romano, creato con pieni poteri dall'unico legittimo governo della Repubblica Romana, per elezione all'unanimità, io solo ho qui il diritto a difendermi colle armi sul terreno della mia giurisdizione; e che se questi miei volontarî, campioni della libertà e dell'unità d'Italia, chiedono Roma capitale d'Italia, fedeli al voto del Parlamento e della Nazione, essi non deporranno le armi che quando la patria sarà compiuta, la libertà di coscienza e di culto sollevata sulle rovine del Necromantismo, e i mercenarî dei tiranni fuor dei confini».

Garibaldi, trovandosi fra i due eserciti nemici, si sarebbe potuto ritirare, come si sperava, su Corese, per lì deporre le armi prima di essere attaccato dai Francesi e dai Pontificî. Si dice che, infine a un certo momento, volesse prender veramente questo partito. Ma perchè voler portare le sue truppe obbliquamente verso l'Appennino, e non direttamente su Corese, dove la strada non passa per Mentana? Si deve credere che egli volesse recarsi in una località qualsiasi del Regno per aspettarvi gli eventi, o forse anche tentar di trascinarsi dietro la nazione, sebbene il ricordo di Aspromonte dovesse ammonirlo della inverosimiglianza d'un buon successo. Effettivamente notizie di fonte italiana spiegano che Garibaldi aveva concepito il piano di ritrarsi coi suoi 8000 su Tivoli, di riunirsi là colle bande di Nicotera e di Orsini, e di gettarsi negli Abruzzi. Dicono che con questo intendimento la notte del 2 novembre egli die' l'ordine di marciare su Tivoli per Mentana. E' da notarsi che una parte dei volontari già si era diretta su Corese,--verosimilmente coloro non più atti a combattere,--per raggiungere di là la patria. In opposizione con questa versione che è quella degli ufficiali garibaldini Fabrizi, Mario, Missori, Menotti ed altri, abbiamo quella del partito francese di Roma che afferma che le forti posizioni, nelle quali furono assaliti i Garibaldini il 3 novembre, Monte Rotondo e Mentana, provano che essi non furono sorpresi nella ritirata, ma che aspettavano là il nemico.

La versione italiana fu anche confermata dalle notizie del Ministero della Guerra Romano, il quale afferma che, mentre i Garibaldini volevano operare a Tivoli il loro congiungimento, furono attaccati. Garibaldi poi confermò egli stesso questa versione.

Egli non cercò dunque la battaglia, ma vi fu costretto; è ingiusto dunque il rimprovero che gli è stato fatto di aver voluto porre in giuoco senza scopo a Mentana il sangue dei suoi soldati; e lo stesso si dica dell'accusa di aver voluto con quella battaglia far scoppiare una guerra fra l'Italia e la Francia; egli non aveva evidentemente alcun sentore il 3 novembre che i Francesi dovessero sostenere i Pontifici nell'attacco imminente. E' certo anche che, se egli si è voluto affermare forza indipendente e superiore alla nazione, ha in parte implicitamente reso possibile, e non voluto evitare, lo scontro.

All'atto del 3 novembre i Pontificî erano usciti da Roma in numero di 3000 al comando del generale Kanzler, seguiti dalla brigata francese Polhès, forte di 2000 uomini, per impadronirsi di Monterotondo e cacciarne le schiere volontarie. Garibaldi doveva prender questo. Verso mezzogiorno i Pontifici attaccarono, presso Mentana, gli avamposti di Garibaldi (I Francesi erano per la riserva). La sorpresa dei volontari, ai quali venne assai tardiva la notizia dell'avvicinarsi del nemico, e che si trovavano in marcia per Tivoli, fu grande. Essi non sapevano nemmeno dell'esistenza di truppe francesi nei dintorni. Il combattimento s'impegnò con uguale furore delle due parti. Due grandi principî del mondo presente lottarono quel giorno, nemici mortali; da un lato il capo della rivoluzione nazionale e della democrazia, alla testa delle sue schiere volontarie composte anche di patriotti di antiche stirpi; dall'altro lato il difensore del potere temporale dei Papi, con soldati volontari delle più cattoliche regioni d'Europa, molti dei quali animati da zelo ardente di crociati, pieni di odio contro l'Italia e la rivoluzione; figli questi in gran parte di antiche case legittimiste di Francia, del Belgio e della Polonia.

Le proporzioni del fatto d'armi di Mentana avrebbero potuto in altri tempi valergli il nome di battaglia; ma ora esso ci sembra di non grande entità numerica, se pensiamo ai colossali movimenti di truppa di altre battaglie contemporanee. Nondimeno questo combattimento avrà per due ragioni significato importante nella storia. Primo, perchè in esso ci trovarono di fronte due tendenze, due principî, due forze nettamente opposte dell'epoca nostra; secondo perchè chiuse tutto un periodo della Storia d'Italia e del papato temporale.

I volontari, male armati, indeboliti dalla fame e dal freddo--alcuni eran ragazzi di 15 o 17 anni--si batterono con eroico valore, colla picca, la spada, la baionetta; ma furono sloggiati dalle loro posizioni dal reggimento di Zuavi. Si gettarono sotto le mura della Vigna Santucci di fronte a Mentana, ed anche di lì dovettero ritrarsi. I cannoni pontificii e francesi, portati lassù batterono allora furiosamente le mura del Castello, mentre i due cannoni di Garibaldi, predati a Monterotondo, esaurirono dopo 50 o 60 colpi le loro munizioni. In queste condizioni i volontari fecero uno sforzo disperato per prendere ai lati il nemico con due forti colonne, tentativo che riuscì, e verso le due e mezzo del pomeriggio le truppe pontificie si videro a mal partito, e nel combattimento si sarebbero evidentemente cambiate le sorti, se il generale romano non avesse chiamato a soccorso la brigata francese. Anche se il loro appoggio fosse stato inutile, si sarebbe voluto mostrare che i Francesi c'erano ed aiutavano validamente i papalini. Essi avanzarono e coprirono i Garibaldini di una fitta pioggia di proiettili dei loro _chassepots_.

Il generale francese stesso scrivendo poi al Ministero della Guerra, diceva _les chassepots ont fait merveille._, frase supremamente inopportuna, anzi indelicata e villana, che l'Italia non dimenticherà più. I volontari furono sopraffatti; e dapprima essi non credettero francesi i nuovi assalitori, ma legionari d'Antibo; tanto era lungi da loro il pensiero che Napoleone permettesse ai suoi soldati di spargere sangue italiano. Ma quando si sparse la voce che i Francesi stessi attaccavano, i volontari gettarono le armi e si dispersero in fuga. Solo un battaglione s'indugiò a difendere le case, le barricate e il castello baronale di Mentana. Così esso protesse la ritirata che Garibaldi aveva cominciato su Monterotondo. I Pontificii e i Francesi non poterono penetrare nella forte posizione. La notte lo circondarono, per rinnovare l'attacco il mattino seguente, ma alle 5 fu inalberata bandiera bianca: un capitano garibaldino chiese, parlamentando col colonnello francese del 59^o linea, libera uscita con armi e bagagli; fu accordata libera uscita, ma senza armi e bagagli. Una compagnia francese doveva condurre la guarnigione di Mentana, prigioniera di guerra, a Corese, e consegnarla alle truppe italiane. Così la lotta non fu in alcun modo disonorevole. I vincitori stessi dovettero riconoscere il valore mostrato dai vinti.

Garibaldi stesso, che durante il combattimento non si era mostrato nelle prime file, ma aveva dovuto dare i comandi seduto in carrozza, si era già ritirato con due migliaia circa di soldati, quando fu dato l'assalto a Mentana.

Secondo dice Crispi, testimone oculare, la sera del 3 novembre Garibaldi giunse al ponte di Corese con 5000 nomini, se pure questa cifra è esatta. Là depose le armi, e il giorno seguente, per ordine superiore, fu incarcerato a Figline presso Arezzo. Quando le truppe pontificie ed imperiali la mattina del 4 mossero verso Monterotondo, trovarono che il luogo era stato sgombrato. Le perdite di Garibaldi furono grandi; 1000 uomini giacevano morti o feriti; circa 1400 prigionieri. Le perdite francesi non ammontarono, secondo i rapporti ufficiali, che a 2 morti e 36 feriti, quelle dei pontifici a 30 morti e 103 feriti.

La notizia della disfatta e della ritirata di Garibaldi giunse a Roma la sera del 3, e si sparse il mattino seguente. Essa provocò un'eccitazione di diverse nature. I nazionali fremevano al pensiero che i Francesi, alleati dell'Italia, avevan preso parte alla lotta come gendarmi del Papa, avevan tirato agl'Italiani come su bestie feroci, ed avevan esperimentato le qualità dei loro _chassepots_ sui volontari quasi inermi. Li commoveva il pensiero che l'esercito regolare del Re, a poche miglia da Mentana, doveva essere stato testimone della battaglia, le armi al piede. Essi non sapevano per quale delle due nazioni dovesse ritenersi più vergognoso questo fatto d'armi, per l'Italia o per la Francia. Nella storia di Francia, la _meraviglia di Mentana_, sarebbe certamente rimasta, tragico capitolo della _Gesta clericorum per Francos_.

La via Nomentana offriva il 4 novembre un aspetto singolare. Centinaia di carrozze erano state portate nella notte, per la ricerca dei feriti. Questi già dal mattino avevano cominciato a venire a gruppi o alla spicciolata, tristissimo spettacolo, e fra loro erano anche delle piccole schiere vacillanti di feriti più leggeri, a piedi o a cavallo. Molti e molti Romani movevano loro incontro. Non dimenticherò mai l'aspetto di due garibaldini giacenti su un carretto che procedeva lentamente, non so se morenti o già morti. I loro volti già anneriti dalla morte sembravano ancora contrarsi nell'ultimo spasimo di dolore e di rabbia.