Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Part 10

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Una bomba, gettata correndo da un uomo contro il corpo di guardia di Piazza Colonna, diede il primo segnale della rivolta. Subito dopo si udì un frequente scoppiar di petardi, un rumore di moschetteria, e un sordo rimbombo. Saltava in Borgo la mina a palazzo Serristori; una parte del grande edificio, dove avevano il quartiere principale gli zuavi, saltò in aria, seppellendo più di venti persone, in massima parte giovani musicanti del corpo e orfani della città. Fortunatamente non si riuscì a incendiare le mine poste sotto le altre caserme. Gli artiglieri che erano stati guadagnati alla causa rivoluzionaria, in Castel Sant'Angelo, erano già stati scoperti e imprigionati. Secondo il loro piano, i rivoluzionari, non più di 500 uomini, si erano divisi in piccole bande e dovevano impadronirsi dei varî posti militari. Il corpo di guardia del Campidoglio doveva essere forzato, e si doveva suonare la campana della torre per chiamare alle armi i Romani. I 50 garibaldini che mossero contro il Campidoglio, furono dispersi da un paio di fucilate. Eguale esito ebbe ogni altro tentativo del genere. Solo a porta S. Paolo i garibaldini, in numero di 400, al comando, dicesi, di un deputato italiano, riuscirono a impadronirsi del corpo di guardia. Una parte di essi occupò quella porta fortificata e a forma di rocca; altri si diressero verso S. Paolo, per impadronirsi del deposito di armi ch'era nella vigna Matteini. Ma la polizia l'aveva già scoperto e portato via. Un altro deposito, nascosto in una cava di pozzolana presso la basilica, non potè essere rintracciato da quelli stessi che ve l'avevano stabilito. La schiera, tornando verso la porta, si scontrò coi pontificii, e si disperse dopo breve combattimento. Anche la porta fu riconquistata dalle truppe papali. L'assalto al gassometro, presso il Circo Massimo, tentato allo scopo di far piombare Roma nelle tenebre, fallì egualmente.

La piccola schiera di volontarii, condotta dai fratelli Cairoli lungo il Tevere, verso la città, coll'intenzione di approdare a Ripetta, non giunse fin qui, ma occupò, fuori delle mura, una villa sulle alture dell'Acqua Acetosa.

Senza le armi sparse qua e là, le vesti lacere gettate sulla strada, delle traccie di sangue, e specialmente senza la rovina del palazzo Serristori, la grande maggioranza dei cittadini romani non avrebbe saputo, il mattino del 23 ottobre, che nella notte si era combattuto. Quella mattina stessa delle truppe mossero da Porta del Popolo verso l'Acqua Acetosa, per snidarne la schiera di Cairoli. Là, fra il Tevere e l'Aniene, presso la loro confluenza, sorgono dei colli verdeggianti che digradano in prati tranquilli fino al Tevere, il quale scorre maestoso fra due rive basse, in vista dei lontani e pittoreschi monti della Sabina. Qualche casetta di campagna sorge in quei colli detti Parioli. Su questi, nella villa Glori, si erano fermati i 70 volontarii, fra cui erano patriotti, uomini di coltura e di audacia, in gran parte possidenti di campagna e ingegneri, studenti, soldati. I due fratelli Cairoli li guidavano, Enrico deputato al Parlamento, e Benedetto, capitano d'artiglieria nell'esercito italiano. Fra loro vi era anche un conte Colloredo, napoletano, della casa Acton. Attaccati all'improvviso dai carabinieri pontificii, questi garibaldini si difesero da eroi, in una lotta corpo a corpo. Dopo che Enrico e molti altri furono uccisi o messi fuori di combattimento, i restanti si dispersero o furono fatti prigionieri.

VIII.

Garibaldi era appena giunto a Scandriglia, quando diede ordine ad Acerbi di marciare su Viterbo, e a Nicotera di fare irruzione nella Campagna romana. Egli stesso doveva, con 4000 uomini, dirigersi su Roma e impadronirsi di Monte Rotondo.

Il 23 ottobre, Acerbi per Torre Alfina si avvicinava a Viterbo con soli 800 uomini. In quella città si trovavano circa 200 pontificii al comando di Azzanesi. Questi riuscì felicemente a respingere gli assalitori, quando, nella notte del 24, Viterbo fu assalita alle sue sei porte, ad una delle quali, porta della Verità, fu appiccato il fuoco. I garibaldini si ritirarono con grandi perdite.

Garibaldi stesso occupava Monte Maggiore e Passo Corese, donde minacciava Monte Rotondo. Dai confini del Lazio i telegrafi annunciarono che i volontarii avanzavano su tutta la linea.

La posizione di Roma si faceva difficile. I 3000 uomini che vi si trovavano, già stanchi come erano, non avrebbero potuto difenderla, se le schiere dei garibaldini si fossero, da tutte le parti, riunite sotto le sue mura. E per di più non si era sicuri che non potesse aver luogo un secondo e più fortunato tentativo di rivolta. Erano stati arrestati centinaia di sospetti, ma, dal 22 ottobre, ogni notte dimostrava che la città era ancora piena di rivoluzionarii. Infatti, con le tenebre cominciava il giuoco dei petardi. Nell'ora che in Italia è più sacra, quella in cui suonano le campane i tocchi dell'Ave Maria, sembrava, in quei giorni, che Roma si riempisse di démoni usciti non si sa di dove, annunziati dal vivo e fitto scoppiettìo dei petardi, che si univa al suono solenne delle campane. Che cosa di più strano e suggestivo di questa armonia sinistra, fatta di bombe e di campane, esprimente, meglio che non possan far le parole, l'irriconciliabile conflitto di quelle forze del tempo, che lottavano oggi per il possesso di Roma, e che già tanti secoli avevano lottato?

Per alleggerire le fatiche delle truppe nel servizio di pattuglia, dei cittadini clericali avevano formato una milizia nazionale, della quale fecero parte anche figli di case principesche. Il 25 ottobre, seguendo in Trastevere le traccie di un focolare di rivoltosi, si scoprì un deposito d'armi in casa del fabbricante di stoffe Aiani. Gli zuavi diedero l'assalto a questa casa; del proprietario e dei garibaldini quasi tutti si fece strage; pochi furono presi prigionieri. Il medesimo giorno, il governatore militare di Roma proclamava la città in stato d'assedio, e comandava che fossero consegnate tutte le armi di proprietà privata.

Frattanto Garibaldi era apparso, nella notte del 24, sopra Monte Rotondo, villaggio situato in un incantevole colle che domina la valle del Tevere fino a Corese, e la campagna fino alla città, da cui dista solo tre miglia tedesche. Aveva fatto tagliare i telegrafi che univano il villaggio a Roma, per isolare i 370 italiani che vi erano di guarnigione, al comando del capitano Cortes. Il luogo era forte, e cinto di mura medioevali, e il castello baronale degli Orsini, oggi dei Ludovisi, poteva servirgli di rocca. Garibaldi attaccò Monte Rotondo con 400 uomini, ma non aveva artiglieria. I pontificii si servirono, con successo, di due cannoni, e respinsero gli assalitori. Ripetutamente rigettato, Garibaldi ricondusse più volte all'assalto la sua schiera; una porta fu incendiata, ed i garibaldini entrarono finalmente nel paese, mentre i difensori si ritraevano entro il castello. Questo, essendo stato minato, la piccola guarnigione si diede prigioniera di guerra la mattina del 26 ottobre, dopo una valorosa difesa di ben ventisette ore.

Garibaldi entrò a cavallo nella cattedrale di Monte Rotondo, volendo far qui la sua sosta; ed anche in ciò egli si palesò figura schiettamente medioevale. Così Francesco Sforza entrò a cavallo nel duomo di Milano conquistata; così fece re Ladislao di Napoli il suo ingresso nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, essendosi insignorito di Roma. I prigionieri furono condotti anch'essi nel duomo, in presenza di Garibaldi, e siccome essi si scoprirono il capo, quegli, credendo lo facessero per rispetto verso di lui, fece loro segno di coprirsi[5]. Lodò poi il valore che i prigionieri avevano mostrato, degno, disse, di una miglior causa; li difese anche dal furore dei garibaldini, che già qualcuno ne avevano ucciso, e li fece condurre ai confini, di dove le truppe del re li trasportarono a Spezia, nel forte Varignano. Garibaldi passò la notte in un confessionale, mentre le camicie rosse facevano del duomo ciò che avevano già fatto di S. Pietro le selvaggie schiere del connestabile di Borbone.

Garibaldi era padrone del luogo più forte della provincia; ora Annibale era alle porte. Ma egli aveva ottenuto queste risultato, l'unico degno di nota in tutta quella campagna, avendo avuto 400 fra morti e feriti, e avendo perduto un tempo prezioso. La piccola guarnigione di Monte Rotondo aveva reso a Roma il più grande servizio; se non avesse trattenuto Garibaldi resistendogli vivacemente, egli avrebbe affrettato la marcia su Roma. Prendere Monte Rotondo era d'altra parte necessario, perchè esso congiunge le strade della Campagna romana alla strada dell'Umbria. Un esercito che l'abbia occupato, è padrone della strada di Roma e di quella di Passo Corese, mentre ha facile la ritirata sui monti di Tivoli e nell'Abbruzzo.

Se Garibaldi avesse allora avuto qualche migliaio di uomini ben armati, da gettare sulle mura di Roma, prima che i pontificii, richiamati, tornassero dai varii luoghi della provincia, avrebbe potuto avere in sua mano la città. Quanto spesso le sue deboli mura aureliane non erano state, nel medio evo, diroccate in qualche luogo meno vigilato, di notte, da una schiera di assalitori! Lo stesso poteva ora accadere. Le truppe pontificie non avrebbero potuto difendere la larga cinta di Roma. Chi li avesse veduti, quei pallidi e stanchi belgi ed olandesi, trascinarsi armati per la città, avrebbe ben potuto dire che essi sarebbero stati incapaci di respingere un attacco alle mura da parte dei volontari, e di opporsi loro validamente quando fossero entrati. Essi avrebbero potuto soltanto rinchiudersi nella città leonina, per difendere in Castel Sant'Angelo il Pontefice, finchè non giungessero soccorsi di Francia. In Castel Sant'Angelo si sarebbe, infatti, ritirato Pio IX, come già Clemente VII, per il corridoio sotterraneo che lo fa comunicare col Vaticano, ed avrebbe forse, dai suoi merli, assistito ad un secondo sacco di Roma.

Questa città che si trovava, dopo tre secoli, in condizioni analoghe a quelle del 1527, minacciata come allora da schiere volontarie, offriva allo spettatore, nel 1867, un quadro di indescrivibile stranezza, simile a quello che doveva offrire nel 1527. Si sarebbe detto che solo nomi e costumi fossero mutati. Invece del connestabile di Borbone, Garibaldi era sotto le mura di Roma, e forse sarebbe caduto nell'assalto alla città, e, per una ironia della sorte, avrebbe potuto, morendo, ripetere le parole medesime del Borbone: à Rome! à Rome! Invece di papa Clemente VII, Pio IX era assorto in preghiere nelle sale del Vaticano. Lo stesso grido di guerra che aveva guidato le schiere di Borbone e di Frundsberg, che era stato il grido dell'odio e del bisogno, era ora il grido dell'esercito di Garibaldi: Roma o morte! Come nelle schiere del Borbone si trovavano mescolati uomini di tutte le nazioni, così qui erano entrati democratici d'ogni parte d'Europa. Un uguale disprezzo per la Chiesa e le sue sacre funzioni, un uguale grido di furore contro il Pontefice ed il clero, risuonava allora come ora. Pure si potrebbe dire che i luterani del 1527 e gli Spagnuoli e gl'Italiani che si mischiarono ad essi, erano meno radicali nella manìa della distruzione dei garibaldini di oggi. Lo stesso effetto magico, che aveva prodotto il nome la figura del Borbone sulle sue schiere, ora lo produceva la figura ed il nome di Garibaldi. Come quelle marciavano cantando canzoni glorificanti il connestabile, così questi cantavano entusiasticamente la strofa:

L'ha detto Garibaldi, E questa è verità, Chi muore per la patria In paradiso va.

Quando le schiere garibaldine furono nel duomo di Monterotondo, uno di essi salì sul pulpito, afferrò il crocifisso e cominciò un sermone burlesco, condito di innumerevoli sozze bestemmie, invitando finalmente l'uditorio ad invocare il Dio Garibaldi. Questo fu fatto in mezzo ad un indescrivibile baccano, dopo di che il predicatore esclamò: «Ed in nome di Garibaldi io vi impartisco la benedizione». Gli ascoltatori non risparmiavano ogni sorta di gesti osceni e schernitori delle sacre reliquie; quello salito sul pulpito fece, col crocifisso, il segno della croce, poi lo gettò al suolo riducendolo in pezzi.

Questo narra il domenicano prigioniero, cappellano degli zuavi[6], e dice: «I garibaldini appartengono a tutte le classi sociali; vi sono nobili, plebei, colti, incolti, ed ogni specie di briganti. Essi appartengono a tutte le nazioni e si sono tutti riuniti con lo scopo di condurre, contro la Chiesa e la società Cristiana, la campagna della distruzione; infine essi sono l'esercito cosmopolita del diavolo, la spaventevole caricatura dell'esercito cattolico. Fra di essi, molti hanno avuto una buona educazione cristiana ed hanno eccellenti genitori. Molti hanno pure ingegno e coltura ed anche maniere distinte e signorili. Però la massa è fatta di uomini di vita indegna ed errante, avanzi di galera, o di giovanetti fatti entrare con insidie nelle sètte segrete, o di vagabondi delle grandi città, senza fisso impiego, che vanno guadagnandosi il pane alla ventura, servendo da cocchieri, fattorini, facchini, garzoni e via dicendo. Altri sono braccianti ed operai. Tutti questi si arruolano per tentar la fortuna, per ammazzare o lasciarsi ammazzare, senza sapere perchè. Una febbre, un delirio vano li trascina alla lotta, e non se ne rendono conto. Fra loro sarebbe vano cercare una qualunque coesione ed unità di idee. Alcuni hanno lo scopo di distruggere il Papato, come a me stesso hanno detto; altri di fare l'Italia una; altri di togliere al Papa il potere temporale che, secondo loro, è contrario al Vangelo, altri di rovesciare tutti i troni e tutti i re; e molti, finalmente, lo scopo di rubare. Da questa varietà di intenzioni, nasce una indescrivibile confusione sicchè non c'è da far le meraviglie se talora si maltrattano e si fan del male fra di loro.

Se fra i loro comandanti uno ordina una cosa, un'altro ne ordina un'altra, onde l'abitudine di disprezzare e trasgredire i comandi. Ciascuno si crede un'autorità, e tutti vogliono dominare. Molti di essi non sarebbero cattivi, ma, in quei momenti di febbre, sono capaci di eccessi; ne fui purtroppo testimone a Monterotondo, e le sue chiese ne serbano le deplorevoli traccie. Le loro vesti sono intonate alle loro idee ed opinioni. Sarebbe difficile trovar fra di loro due uomini vestiti nello stesso modo. Molti portano la camicia rossa o il berretto rosso; alcuni son vestiti di rosso da capo a piedi, ma tutti hanno un cencio rosso in qualche parte. Di religiosità non mostrano traccie; molti ostentano odio verso ogni forma religiosa; in parecchi si potrebbe facilmente trovare un'esatta immagine dei demonî, così sinistra appare la loro veste fiammante, specialmente quando va unita ad uno sguardo selvaggio ed audace.

V'è un solo nome che li elettrizza: Garibaldi. Esso ha su tutti loro una tale autorità affascinante, da far veramente supporre, non essendo possibile scorgervi cause reali, una potenza diabolica a servizio della sètta segreta.»[7]

Il medesimo monaco descrive i suoi colloquî con Pantaleone, già francescano, e, dopo Marsala, cappellano di Garibaldi, al quale serviva da segretario e scriveva proclami, un siciliano schietto, di buon umore e di estrema vivacità. Fu proprio lui che trovò, per il primo, il grido di battaglia: Roma o morte! Del che egli stesso si vantava col nostro monaco, il quale dovè, del resto, a lui la sua salvezza. Pantaleone era forte e ben fatto; portava un berretto di pelle d'orso, detto _all'Orsini_, senza tesa, alla maniera armena; sulla camicia rossa recava, specialmente in battaglia, una giacca nera abbottonata, per non offrire un bersaglio al nemico. Aveva poi stivaloni e pantaloni scuri, al fianco una grande sciabola e al collo, attaccato ad una catena, un fischio per far segnali. Parlava con facilità sorprendente, con uno stile figurato ed elegante, sopra una infinità di argomenti. Soleva dire, assai spesso, che la religione cattolica è contro natura, che il papato è una menzogna, una frode che ha fatto il suo tempo e dovrebbe essere tolta via. Egli aggiungeva che i preti non amano le loro famiglie, che rinunciano all'amore coniugale, che deprimono e tengono soggetti i popoli per mezzo di mille menzogne, e via dicendo. Avendogli chiesto l'ingenuo monaco se avesse già contratto matrimonio, egli rispose: «Non ho trovato finora nessuna donna che abbia conquistato il mio cuore, e non so quando questo avverrà... ma non potrà tardar molto ad accadere, se non morrò prima. Togli via questa cocolla--diceva poi al monaco--simbolo di ignominia e di menzogna, e segui noi che siamo gli uomini della verità. Noi siamo i primi uomini della rivoluzione; è nostro compito di distruggere il papato e di insegnare le dottrine semplici del vero Cristo, senza miracoli e senza umiliazioni»[8].

IX.

La presa di Monterotondo suscitò spavento in Roma, dove più d'uno pensò a porre al sicuro i proprî valori.

La Giunta Insurrezionale Romana pubblicò questo proclama (27 ottobre):

«Romani! Da tre giorni voi spargete--senza armi, senza munizioni, animati solo dal sentimento del dovere, forti del vostro diritto--voi spargete timore e danno nelle file di una feroce soldatesca, che sta pronta alla lotta nei suoi quartieri, e mostrate così all'Italia e al mondo che Roma, anche se inerme, non può attaccare un'aperta battaglia, sa scrivere col proprio sangue la protesta contro il suo martirio. Nella prima notte del 22 avete scoperte e portate via le poche armi che servivano per la vostra difesa; avete costretto il nemico ad aprire la Porta S. Paolo, avete risolutamente assalito la guardia del Campidoglio e vendicato così i vostri morti, abbattendo tutti quegli avversarî che han potuto raggiungere le vostre armi. Una parte della caserma, Serristori saltò in aria, minata dalla vostra mano, e seppellì non pochi nemici sotto le rovine.

«In tutte le lotte a corpo a corpo il nemico piegò sotto i vostri colpi. Sopratutto seminarono il terrore nelle schiere nemiche le vostre bombe Orsini. Nella notte del 23, quando il nemico già si era messo sulle difese, osaste assalire, in S. Pietro e Tommaso, le pattuglie che accompagnavano i prigionieri, e riusciste a liberarli. Ai Monti, il sangue degli zuavi arrossò le strade; a Ripetta, presso il Clementino, sulla piazza Sforza Cesarini e in altri luoghi, ufficiali e soldati caddero colpiti da voi. Il governo papale, nella vana speranza di far credere all'Europa ingannata che Roma sia tranquilla, vi ha, da una settimana, tenuto in un effettivo stato d'assedio, senza osare di proclamarlo; ma questo giuoco non poteva a lungo durare, di fronte al vostro animoso contegno, ed i vostri oppressori sono stati forzati a riconoscere e dichiarare la vostra ribellione e la loro paura.

«Ieri fu dichiarato lo stato d'assedio e dato l'ordine del generale disarmo, ma con quella ipocrisia che è caratteristica principale del governo pretesco. Roma è messa in stato d'assedio e disarmata, non perchè i Romani lottano e muoiono, ma perchè una banda di uomini, introdottisi segretamente in città, turba l'ordine pubblico e sparge il terrore in una guarnigione di migliaia di soldati. O menzogna! Romani furono uccisi al Campidoglio, Romani i 200 prigionieri della porta S. Paolo, Romani la vecchia e il bambino uccisi nella caserma di Sora.

«Mentre quella menzogna si faceva ogni giorno più palese, il popolo di Trastevere, memore del suo passato, scese in campo, e afferrando con mano febbrile le poche armi restate in suo potere, si chiuse in una delle sue case come in una fortezza, e sfidò tutto l'esercito pontificio ad una lotta leale e cruenta. Erano cinquanta contro mille; ogni strumento, ogni arnese era un'arma, e per quattro ore resisterono. Il popolo inerme cercava di portar loro soccorso, ma ogni accesso era chiuso; impossibile avvicinarsi ai combattenti. Il numero soverchiò finalmente il valore; gli zuavi riuscirono, mentre già avevan veduto la strada seminata di cadaveri dei loro compagni, a penetrar nell'interno della casa, e allora non diedero quartiere. Nessuna ferocia potrebbe paragonarsi a quella di questi crociati del vicario di Cristo. Tutto fu massacrato: la famiglia Aiani, donne e bambini, senza pietà trucidata; i feriti con pochi colpi finiti di uccidere. Il Papa Re può benedire questo bagno sanguinoso e ringraziare il Signore.

«Romani! Era necessario dare una risposta di sangue alla proclamazione dello stato d'assedio, e voi l'avete data; era necessario porre tra voi ed il Papa una barriera di cadaveri, ed uno solo dei massacrati di Trastevere basterebbe a provare al mondo che non è più possibile una conciliazione fra Roma e i suoi tiranni. Se ciò non basta, se l'Italia non si affretta ed esita, se la vittoria non deve arriderci ancora, non sarà colpa nostra; noi avremo compiuto intero il nostro dovere, e questa pagina rimarrà nella nostra Storia. Ma abbiate fiducia: Garibaldi è alle porte; l'intervento francese sembra scongiurato; tutta l'Italia, Governo e Popolo, sta per riunire le sue forze ad uno scopo unico: Roma. Noi non saremo abbandonati. E' impossibile che questa esitazione si prolunghi; è impossibile che questo conflitto non termini colla proclamazione di Roma a capitale d'Italia».

Roma, 27 ottobre 1867.

Ma la speranza di avere scongiurato l'intervento francese dovette essere presto abbandonata. L'opinione pubblica in Francia sembrava favorevole a questa; solo i ministri Duruy e La Valette erano contrari, e parlavano in pro della causa italiana.

Il 24 ottobre, il papa ricevette, per mezzo del suo nunzio a Parigi, una netta dichiarazione dall'Imperatore, al quale aveva fatto conoscere le disperate condizioni di Roma, e Monstier, il 25, partecipò alle potenze che la Francia interveniva, perchè era stata commessa un'infrazione al trattato di settembre. Invano Vittorio Emanuele aveva tentato di provocare un intervento misto, non ottenendo che di ritardare la partenza della flotta da Tolone; ma il 26 ottobre il comando fu dato, e le corazzate francesi navigarono verso Civitavecchia.

In questa crisi, dal suo esito sembrava dipendere la sorte della sua monarchia, si risolse finalmente il Re al passo che da molto tempo avrebbe dovuto fare, cioè a mettersi deliberatamente dalla parte della legalità, ed a mettere un argine, per mezzo della violenza, al movimento rivoluzionario di Garibaldi.

Chiamato, il 27 ottobre, Menabrea al nuovo Ministero, egli pose un termine all'anarchia ministeriale, e pubblicò il seguente proclama:

«Italiani! Delle schiere di volontari, esaltate e trascinate per opera di un partito, hanno, senza l'autorizzazione mia e del mio Governo, varcato i confini dello Stato. Il rispetto che tutti i cittadini debbono alle leggi e ai trattati internazionali, approvati da me e dal mio Parlamento, esige, in questa occasione, da noi il compimento di un indeclinabile dovere.

«L'Europa sa che la bandiera, spiegata nel paese confinante col nostro, e sulla quale sta scritto distruzione della più alta autorità spirituale, quella del Capo della Religione Cattolica, non è la mia. Questo attentato pone la patria in grave pericolo e mi obbliga insieme a salvare l'onore del paese e ad impedire che siano confusi due scopi e due indirizzi diversi.

«L'Italia deve essere posta al sicuro dai pericoli che la minacciano; l'Europa deve vedere che l'Italia, fedele ai suoi impegni, non può e non vuole essere la disturbatrice dell'ordine pubblico.

«Una guerra coi nostri alleati sarebbe una lotta fraterna fra due eserciti, che han combattuto, l'uno a fianco dell'altro, per la medesima causa.

«Io, che sono arbitro della pace e della guerra, non potrei tollerarlo. Confido quindi che la voce della ragione venga ascoltata, e che quei cittadini d'Italia, che dimenticarono i loro doveri, ritornino presto nelle file del nostro esercito.