Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 9
E' molto probabile che fra tutte quelle figure mitologiche, quella di Mercurio, il patrono dei negozianti e dei banchieri, il Rothschild dell'Olimpo, dovesse essere quella che tornava più accetta, più intelligibile agli abitanti del Ghetto. Del resto tutti gli emblemi di quel povero popolo si riferivano sempre più o meno ad un'idea sola; danaro, sempre danaro; e difatti vi si scorgevano immancabilmente i corni dell'abbondanza, dai quali sgorgavano monete d'oro, vino e pane.
Gli ebrei presentarono a Pio VII, Chiaramonti, tutti i loro emblemi e motti raccolti in un volume splendidamente legato, e maestrevolmente miniato, e glielo porse in Venezia il rabbino Leone di Leone di Ebron, vestito alla foggia orientale, con turbante, _haftan_, e lunga barba. Un poema latino in distici elegiaci lo accompagnava e la dedica in lingua latina era la seguente:
PIO SEPTIMO P. O. M. QUA DIE IMPERII GUBERNACULO SOLEMNITER SUSCEPIT QUOD BONUM FELIX FAUSTUMQUE SIT FESTIVISSIMA HEBRAEORUM UNIVERSITAS D. D. D.
Come si vede, gli ebrei di Roma non avevano abitato senza profitto presso il classico portico di Ottavia. Il poema poi seguitava dopo aver cominciato con esclamazioni lagrimose prettamente giudaiche, e prima di arrivare al papa chiamava in scena Apollo.
O si me Cythara plectroque juvaret Apollo, Concinerem summi maxima regna Pii. Meque peregrinis audiret versibus uti, Quidquid habet tellus, quidquid ex axis habet. Principis astra super ferrem clarissima facta, Queis comes it recti non temerandus amor; Quippe suis, velut illa, polo fulgoribus umbras Dimovet, e vulta quos radiante jacit. Ast pro me Pindi veniant et culmina Musae Quas cecinit vatum fabula graeca deas. Hae resona fundant solemnia carmina voce, Tympana pulsantes, sistra lyrasque manu, Hae Temidis celebrent servantem jura decorae, Qua duce subjectis imperat agminibus: Candoremque sinus dantis cum pace salutem, Viribus ingenii, pondere consilii. Magnanimis nitit ille notis, prudentibus aeque. Ne summum videat gloria tanta diem! Culmina Gregorium nutu qui celsa creavit, Sospitet, omnigenis condecoretque bonis, Edat, ut arbor aquae prope rivos consita, fructus, Et diadema suum vinciat usque caput. Hic niteat solusque, ferax sit dactilus ipse: Adspiciat laetos ire, redire dies. Gaudeat urbs, precibus nunquam non acribus instet, Ut sibi sint Pacis numera juncta Piae.
Per Gregorio XVI gli ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti di Belluno, concittadino del nuovo papa, un libro che conteneva tutti gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo presentarono al pontefice, che volle mandarlo in dono al Capitolo della sua città natia. Anche a Pio IX, attualmente regnante, venne presentato un libro simile, nel quale il rabbino di Roma, versatissimo nella letteratura ebraica, e abilissimo calligrafo, a quanto mi assicurarono i suoi correligionari, raccolse preziosi emblemi, e sentenze bibliche, scelte con molto criterio ed il libro era tanto riccamente legato ed ornato, che costò circa cinquecento scudi.
Tali erano le cerimonie che, secondo gli usi e le costumanze di Roma, si compivano dagli ebrei nell'occasione della elezione dei papi. Se non che, anche in altre località avevano luogo funzioni analoghe. Troviamo nel dizionario del Moroni la minuta descrizione delle solennità, colle quali gli ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo arcivescovo. Quando nel 1780 Francesco Maria Fenzi fece il suo solenne ingresso in quella città, gli ebrei gli prepararono uno spettacolo veramente originale. Apriva la marcia un ebreo vestito all'italiana col bastone del comando, e lo seguivano altri tre, con lunghi bastoni, questi rappresentano i patriarchi; venivano quindi dodici giovanetti, vestiti all'italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano tutti in mano un pomo d'argento, e quindi altri dieci giovani, con mantello sulle spalle, che rappresentavano i dieci rabbini savi, conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, come se stessero per presentarsi al re Faraone; subito dopo otto uomini, portanti vasi e palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi ventiquattro ebrei, il doppio del numero delle tribù, con vassoi e vasellami d'argento, coi guanti alle mani che raffiguravano il fiore d'Israello. Seguivano ancora quattro ebrei, con voluminose parrucche e bastoni; un gruppo di quarantotto ebrei con berrettone di pelo, fra i quali sei cantori che cantavano salmi; indi una quindicina di giovanetti, che portavano sul petto l'_urim_ ed il _thummim_; poscia un nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di nuovo altri cantori. Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, David e Salomone, a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace ardente. Chiudeva la marcia un gran rabbino decrepito, che pareva la quaresima ambulante; vestito tutto di bianco, e a fianco del quale stavano due altri vecchi, con in mano ciascuno un vassoio pieno di foglie di fiori. Il Pentateuco tutto adorno di campanelli, di frutti, di corone di argento, era posto sotto un baldacchino bianco, portato da quattro fra gli ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori tolte dai bacili, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli ebrei. Le foglie, che cadevano a terra, erano raccolte dalle donne ebree, che se le riponevano, quasi sacre reliquie, in seno. La processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro schiavitù d'Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente. L'arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici ebrei, sopra un palco eretto in vicinanza del Duomo, e riccamente parato; egli portava la mitria, e teneva in mano il pastorale; un ebreo postosi il cappello in capo, e gettato via il mantello, pronunciò un breve discorso di complimento, cui monsignore fece cortese risposta.
Come appare chiaro, una simile processione, avente tutta l'impronta nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù, ma non avrebbe potuto mai aver luogo a Roma. In quest'ultima città, dove il culto cristiano sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo che la pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche processioni degli ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la quale gli ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne; sarebbe superfluo accennarlo. I monelli di Roma avrebbero preso a sassate una esposizione pubblica dei riti mosaici, e Dio sa di quanti lazzi, di quanti frizzi quella sarebbe stata oggetto. Inoltre si sarebbero guardati bene gli ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e quando comparivano davanti ai papi lo facevano coll'aspetto della miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.
Ma torniamo alle sorti degli ebrei sotto i successori di quel Paolo II che primo li fece correre nel carnevale. Ora oppressi, ora trattati con una certa indulgenza, come da Paolo III della famiglia Farnese, la loro sorte peggiorò sotto il pontificato di Paolo IV. Questo, fanatico napoletano, della famiglia dei Caraffa, introduttore della tortura e della censura a Roma, zelante inquisitore, appena salito sulla cattedra di S. Pietro, pubblicò, nel 1555, la bolla _Cum nimis absurdum_, che regolava la condizione della corporazione israelitica di Roma. Revocò tutti i privilegi concessi antecedentemente agli ebrei; vietò ai loro medici di curare i cristiani, proibì loro di esercitare le arti, il commercio, le industrie, di possedere beni immobili; accrebbe loro i tributi e le imposte. Vietò loro perfino di assumere il titolo di _don_ col quale, secondo l'usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli ebrei più distinti. Allo scopo di separarli e di distinguerli totalmente dai cristiani, prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non col cappello e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, è cosa assolutamente assurda e sconveniente che gli ebrei i quali per propria colpa sono caduti in ischiavitù, abusando insolentemente della misericordia loro dimostrata dai cristiani, abbiano l'impudenza di abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di tenere i cristiani al loro servizio e perfino di acquistare case».
Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l'abitazione obbligatoria degli ebrei. Fino ai suoi tempi avevano questi goduto, tuttochè non fosse loro espressamente garentita, della libertà di abitare dove più loro piacesse in Roma. Come era naturale, raramente risiedevano nel centro della città, nè fra i cristiani che li odiavano, e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il papa assegnò loro un angusto e separato quartiere, come era stato fatto a Venezia, che comprendeva poche strette e malsane strade presso il Tevere, e che stendevasi dal ponte Quattro Capi fino alla Regola. Il quartiere era chiuso da mura con porte. Ebbe dapprima il nome di _vicus judaeorum_ e più tardi quello di _Ghetto_: questo deriva probabilmente dalla parola talmudica _ghet_ che significa «separazione». Fu nel giorno 26 luglio 1556 che gli ebrei presero possesso del loro ghetto, piangendo e sospirando come i padri loro quando venivano tratti in schiavitù.
Paolo IV fu per gli ebrei di Roma il crudele Faraone che li espose a tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una località bassa e umida, per la vicinanza del fiume, il che dava origine ad un intero esercito di piaghe d'Egitto. Allorquando morto il cupo Caraffa nel 1559, il popolo romano, per sfogare contro di lui la sua rabbia, si sollevò, saccheggiando il palazzo dell'inquisizione e la Minerva, sede dei domenicani, si videro gli ebrei, uomini per natura timidi, che non avevano preso mai parte alle rivoluzioni, neppure ai tempi di Cola di Rienzo, sbucare dal loro quartiere, per imprecare essi pure alla memoria del papa defunto. Un ebreo ebbe perfino l'ardire di mettere sulla statua di papa Paolo in Campidoglio il suo vergognoso cappello giallo; il popolo rise, atterrò la statua, la fece a pezzi e la testa del papa con la tiara fu fatta rotolare nel fango. È facile immaginarsi quale sorte fosse riserbata agli ebrei, dopo stabilito il nuovo tribunale dell'Inquisizione. Parecchi ebrei furono bruciati sulla piazza della Minerva, a Campo de' Fiori, dove solevano avere luogo gli Autos-da-fè. In quell'epoca venne bruciato anche Giordano Bruno.
Rinchiusi nel Ghetto, gli ebrei non ne erano punto proprietari, poichè le case appartenevano ai Romani, e vi avevano stanza pure famiglie distinte, come i Boccapaduli. Erano quelli proprietari; gli ebrei soltanto inquilini. Perchè potessero rimanere perpetuamente rinchiusi in quelle strade, era mestieri assicurare loro un modo durevole di starvi, poichè senza di questo gli ebrei si sarebbero trovati esposti a due pericoli: mancanza di tetto, qualora i proprietari non avessero voluto averli più per inquilini; impossibilità di pagare, o aggravio incompatibile, quando i proprietari avessero voluto aumentare le pigioni. Si promulgò pertanto una legge,[29] che ordinava dovessero i romani restare padroni delle case affittate agli ebrei, ma averne questi il possesso a titolo enfiteutico; non potessero i proprietari espellerli, sempre che avessero pagata regolarmente la pigione, nè si potesse aumentare questa; fosse lecito agli ebrei praticare nelle case quegli ampliamenti od innovazioni che ritenessero di loro convenienza. Il diritto derivante da quella legge ebbe il nome che porta tuttora di _jus Gazagà_. In forza di questo l'ebreo rimaneva proprietario assoluto del suo contratto di locazione, poteva lasciarlo in retaggio ai congiunti o ad altri, lo poteva alienare, e ancor oggi è ritenuta cosa vantaggiosa possedere per _diritto di Gazagà_ un contratto di locazione trasmissibile per eredità, ed è molto ricercata quella giovane ebrea, che può recare in dote al suo sposo un tale documento. In forza di questa legge benefica fu assicurato agli ebrei un tetto.
Pio V, Ghislieri, nel 1566, confermò la bolla di Paolo IV, promulgò ordini severi per impedire agli ebrei di vagare per la città e perchè venissero di notte rinchiusi nel Ghetto. All'Ave Maria le porte di questo venivano irremissibilmente chiuse, e gli ebrei còlti fuori andavano soggetti a punizione, sempre quando non riuscissero con danaro a corrompere i guardiani. Nel 1569 lo stesso papa proibì agli ebrei di abitare altre città degli Stati della Chiesa, eccetto Roma ed Ancona, poichè prima erano stati tollerati pure a Benevento e in Avignone.
Questo editto era stato promulgato appena, che Sisto V lo revocò, facendo brillare tra le miserie del Ghetto un raggio di umanità. Questo grande papa, rinnovatore di Roma, dove pressochè ogni strada, ogni edificio ricorda il suo nome, sentì compassione del popolo d'Israele; pubblicò nel 1586 la bolla _Christiana pietas, infelicem Hebraeorum statum commiserans_, con la quale rese gli antichi privilegi agli ebrei. Permise loro di abitare nello Stato romano, cioè in tutti i luoghi murati, città e castella dell'agro romano. Loro concesse facoltà di esercitare qualunque commercio o negozio, ad eccezione di quelli del vino, grano e carne; permise loro di trafficare liberamente con i cristiani, di valersi parimenti dell'opera di questi, vietando loro unicamente di tenere al servizio persone cristiane. Si prese pensiero di migliorare le loro abitazioni; lasciò ad essi facoltà di aprire scuole o sinagoghe quante volessero; parimenti permise loro di fondare biblioteche ebraiche; prescrisse non si potessero chiamare gli ebrei in giudizio nei giorni delle loro feste; abolì l'obbligo di portare il segno di Giuda; vietò che si battezzassero a forza i bambini degli ebrei; e che si aggravassero di tasse straordinarie gli ebrei in viaggio; diminuì le imposte loro assegnate, riducendole ad un modico testatico, e al pagamento di una somma fissa per l'acquisto dei palii del carnevale. Diede per tal guisa Sisto V l'esempio al mondo di un papa propriamente cristiano, la cui memoria sarà benedetta in ogni tempo; e tornerà sempre a lode del suo nome, quanto, per impulso d'animo generoso, operò a vantaggio degli ebrei.
Finalmente questa volta nella lotteria era toccato un buon numero agli ebrei, ma appunto, perchè era una lotteria, poteva tutto ad un tratto venirne fuori uno cattivo. Infatti pochi anni dopo la morte di Sisto V, Clemente VIII, Aldobrandini, revocò tutte queste liberali disposizioni e rinnovò l'editto Caraffa, ripiombando gli ebrei nella desolazione.
Nè solo rimasero in questa misera condizione per tutto il secolo XVII, ma la loro miseria nel secolo XVIII aumentò per gli editti di Clemente XI e di Innocenzo XIII. Questi vietò agli ebrei qualunque commercio, ad eccezione della vendita dei cenci, panni usati e ferri vecchi, o come dicevasi volgarmente _stracci-ferracci_, e soltanto Benedetto XIV nel 1740 permise loro di aggiungervi la vendita di panni nuovi, alla quale attendono tuttora assiduamente e con profitto. Si videro pertanto fino da quel tempo gli ebrei aggirarsi per le case con le loro vecchie mercanzie e si è udito fin da allora per le strade risuonare il grido «_aeo!_» col quale annunciavano il loro meschino commercio.
Ancor oggi si sente spesso in tutte le strade di Roma il malinconico grido del povero ebreo, che con un sacco sulle spalle lancia il suo «Ròbbi vè!»
Il secolo XVII, nel quale i Medici accordarono tante agevolazioni agli ebrei in Toscana, fu forse l'epoca più infelice per il Ghetto di Roma. Trovo in un libro romano del 1677 (_Stato vero degli ebrei in Roma_; Stamperia del Varese) la notizia che a quell'epoca il numero degli ebrei era di 4500, fra i quali si contavano 200 famiglie agiate. L'autore dice che nel secolo XVI il Ghetto pagava 4861 scudi annui di tributi, e che nel secolo XVII non ne pagava più che 3207. Sebbene quello scrittore sia grandemente ostile agli ebrei, non avrei argomento per tacciarlo di non esser veritiero. L'autore asserisce che ad onta delle incessanti lagnanze che gli ebrei andavano movendo di continuo, il Ghetto era ricco; e che, pagati tutti i tributi, risparmiava ogni quinquennio 19,470 scudi, e che possedeva un capitale di un milione di scudi. Non c'è dubbio che vi erano in quell'epoca ebrei ricchi a Roma, e che in mezzo ai manutengoli dei ladri, e ai negromanti del Ghetto, v'erano degli usurai che accumulavano interessi sopra interessi. Nessun papa riuscì mai a impedire questa piaga dell'usura nel Ghetto; i nobili indebitati proteggevano gli ebrei, e mentre il Ghetto era oggetto di disprezzo generale, il patrizio romano, il cardinale e talora il papa, accoglievano con complimenti nel loro palazzo, l'usuraio dal giallo berrettone. L'autore di quello scritto dice che gli ebrei avevano estorto coll'usura ai cristiani 235,000 scudi, e che non passava sera, in cui non entrassero per le porte del Ghetto nelle case degli ebrei almeno 800 scudi usciti dalle tasche dei cristiani. Quel popolo astuto sapeva far danari con qualsiasi mezzo; e l'usura degli ebrei dava alimento all'odio dei cristiani per essi. Giovanni di Capistrano aveva una volta fatto offerta di una flotta ad Eugenio IV per trasportare gli ebrei di Roma di là dal mare. «Ora che egli è morto, dice il nostro autore, sarebbe a desiderare potesse mandare dal cielo una flotta a papa Clemente IX per purgare Roma di tutti quei ribaldi». I Rothschild del Ghetto romano in quell'epoca esigevano d'ordinario il diciotto per cento. Oggi ancora il danaro degli ebrei fa le loro vendette sui cristiani; ancor oggi nel Ghetto s'impresta ad usura. Tutti colà si agitano, si muovono per guadagnare, per fare danaro, e come potrebbe essere altrimenti? Un giorno che passavo in una strada del Ghetto, una povera donna che cuciva dei cenci, mi chiamò dicendomi: «Signore, che cosa comandate?» Volendo provare la sua presenza di spirito, risposi subito: «cinque milioni!» E la donna di rimando: «Sta bene! quattro per me, e uno per voi!»
Nel XVIII secolo si esigeva con rigore che gli ebrei assistessero in certi giorni determinati ad una predica, destinata a convertirli. Già Gregorio XIII nel 1572 aveva prescritto dovessero ascoltare la predica una volta per settimana. Un ebreo, convertito, come ben si può immaginare, era stato il promotore di questa usanza, certo Andrea, che con tutto il servilismo di un convertito, aveva insistito vivamente presso papa Gregorio per la promulgazione di quell'editto. Si vedevano pertanto al sabato comparire nel Ghetto gli sbirri che spingevano a furia di frustate in chiesa gli ebrei, uomini, donne e fanciulli, al di sopra dei dodici anni. Dovevano assistere alla predica, per lo meno cento uomini e cinquanta donne, e più tardi il numero fu portato a trecento. Alla porta della chiesa una guardia contava questi uditori forzati, e nell'interno della chiesa stessa la polizia li sorvegliava, e se un qualche ebreo sembrava distratto, o sonnecchiava, era destato da un colpo di frusta. La predica era fatta da un frate domenicano, dopo che si era tolto dall'altare il Santissimo Sacramento; e il sermone versava sul testo dell'Antico Testamento che gli ebrei avevano in quello stesso giorno udito leggere e spiegare nella loro sinagoga, e che veniva commentato nel senso del dogma cattolico, allo scopo di far conoscere agli ebrei la verità cristiana. Queste prediche da principio venivano fatte in S. Benedetto alla Regola, ma più tardi ebbero luogo in quella chiesa di S. Angelo in Pescheria, dove Cola di Rienzo aveva tenuto i suoi primi discorsi infuocati ai Romani.
Queste prediche vennero ridotte a poco a poco a cinque sole per anno, e stavano per andare addirittura in disuso, allorquando Leone XII, il gretto Genga (1823-1829), volle rinnovarne l'obbligo. Oggi però, anche questa barbarie è scomparsa; venne tolta di mezzo, a quanto mi si disse, nel primo anno dal pontificato liberale di Pio IX.[30]
L'ebreo convertito, acquistava come di diritto la cittadinanza romana, con tutti i vantaggi che sono a questa inerenti. Non era raro che ebrei appartenenti al Ghetto si facessero battezzare, e questi, come suole avvenire di tutti coloro che abbracciano una nuova religione, erano i più fanatici nel volere ottenere conversioni che non quelli stessi che li avevano convertiti. Si possono leggere ancor oggi sul frontone di una chiesa che sorge rimpetto al Ghetto, presso il ponte Quattro Capi e dove sta dipinta una crocifissione, scritte in ebraico ed in latino le parole del secondo versetto del capitolo sessantesimo quinto d'Isaia: «Io stendo tutto il giorno le mie mani verso un popolo disobbediente, il quale batte una via che non è la retta». E questa esortazione fu fatta incidere da un ebreo convertito.
Secondo l'uso del medio evo, gli ebrei che si battezzavano in Roma, assumevano il nome dei loro padrini; e siccome per lo più si ricercavano questi fra le famiglie più distinte della città, ne avveniva che gli ebrei in certo qual modo si infiltrassero nel patriziato romano più antico. Vi furono dei Colonna, dei Massimi, degli Orsini, ebrei ed anzi, si pretende ora a Roma che parecchie famiglie patrizie, le quali vanno superbe del loro titolo principesco, dopo essersi spente, siano state continuate dagli ebrei di Trastevere.
Anche al giorno d'oggi, in cui sono scomparsi gli antichi maltrattamenti contro gli ebrei, si osservano per il battesimo solenne di uno di questi, o di un turco, le solennità che furono anticamente in uso. Hanno luogo ogni anno, nel sabato santo, nel battistero di S. Giovanni in Laterano, e siccome questa cerimonia sembra sia considerata come obbligatoria e deve aver luogo ad ogni costo, quando manca un catecumeno da battezzare, fa venire un turco od un ebreo da fuori. E' perfino accaduto che giudei o turchi si sian fatti battezzare più volte per lucro. Nel 1853 assistei al battesimo di un'ebrea. Essa stava presso la fonte battesimale avvolta in bianchi veli, con un cero acceso in mano, simbolo della luce che l'aveva rischiarata, e dopo essere stata unta sulla fronte e sulla nuca degli olii santi, ricevette il battesimo in quella vasca di Costantino, dove Cola da Rienzo si era tuffato un giorno nell'acqua di rose; e quindi fu ricondotta processionalmente al Laterano. Il cardinale che l'aveva battezzata, la cresimò davanti all'altare, quindi espresse al popolo la sua gioia per il grande miracolo compiutosi sotto i suoi occhi, in forza del quale, una creatura umana, in preda poco prima ai demoni e condannata all'inferno, tutto ad un tratto si era rivestita della innocenza di un bambino, ed immersa nella pura luce celeste.
Anticamente si parlava con maggiore energia; infatti il gesuita Stefano Menochio, nel suo libro _Stuore_, stampato in Venezia nel 1662; asserisce che gli ebrei puzzavano nella stessa carne, e che quel cattivo odore spariva immediatamente in seguito al battesimo. Narra, con tutta ingenuità, che perfino l'imperatore Marco Aurelio si lagnò del cattivo odore degli ebrei, e che questo fatto è incontestabile, e che appunto gli Agareni si fecero battezzare per non puzzare come cani.