Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 8

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Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria, la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi alla porta Portese, presso il Gianicolo; lo si scoprì nel XVII secolo. Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci. Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.

Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un precetto di separazione fra le due comunità. Il codice teodosiano prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad alte grida.

Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le «_Mirabilia Urbis Romae_» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.

Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli ebrei.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei durante i secoli seguenti. Sappiamo solo che continuarono ad esistere come comunità e che più volte resero omaggio agli imperatori tedeschi, quando venivano incoronati, cantando in lingua ebraica le laudi tradizionali. Sempre dimorarono in Trastevere ed esercitarono il loro commercio vicino ai ponti del fiume e sui ponti stessi. Infatti il ponte dei Quattro Capi, vicino al Ghetto attuale, si chiamava «_Pons Iudaeorum_» e anche quello degli Angeli era designato nello stesso modo: probabilmente dei banchi di ebrei erano situati su questi ponti.

Ad eccezione di qualche lampo di odio popolare, gli ebrei del resto non subirono a Roma quelle feroci persecuzioni che soffrirono in altre città d'Europa. Roma non è mai stato terreno propizio al fanatismo religioso; l'antica tradizione di tolleranza verso tutti i popoli vi si è sempre conservata. Perfino le crociate che provocarono in tutta l'Europa spaventevoli esplosioni di odio contro gli ebrei, non ebbero le stesse conseguenze in Roma. Una sola volta, nel 1020, noi troviamo nella storia notizia di una persecuzione propriamente detta contro gli ebrei, ed ebbe origine da un terremoto.

I papi riconobbero sempre la Sinagoga come una legale comunità dell'urbe; essa era pareggiata alle altre comunità straniere dei greci e dei germani. L'inquisizione, introdotta ai primi del secolo XIII, ebbe per essa, al principio, gli stessi riguardi. Così, a un dipresso, gli ebrei acquistarono in Roma una certa importanza come cambiavalute e come medici. Il commercio del denaro e la scienza medica essendo passati quasi interamente nelle loro mani, essi non tardarono in queste qualità a rendersi necessari al Vaticano.

Il viaggiatore Beniamino di Tudela, ai tempi di Alessandro III (1159-1185) contò in Roma 200 ebrei ricchi, liberi, tenuti in grande considerazione, tra i quali il papa aveva scelto dei servitori. «Qui--egli dice--si trovano persone sapientissime, fra cui il primo è il grande rabbino Daniele, un altro rabbino Daniele, un giovane bello e intelligente frequenta la corte di Alessandro in qualità di ministro del papa», cioè come banchiere.

Il curioso è che Pier Leone, l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138), era nipote di un ebreo convertito. La sua famiglia fu annoverata fra le più grandi famiglie patrizio e per più secoli. Questa razza, largamente dotata dalla natura e dalla lotta che acuisce l'intelligenza, seppe dunque infiltrarsi, come di contrabbando, sino nell'intimità dei papi. Mentre le donne ebree andavano a predire la buona ventura nelle nobili famiglie, gli ebrei erano ammessi liberamente, in qualità di banchieri o di medici, presso i papi che si trovavano in ristrettezze finanziarie o ammalati.

Si trova il nome di tutti i medici ebrei dei papi nell'opera di Mandosio, _Degli archiatri pontificj_, completata dal Marini (Roma, 1784). Il primo di questi fu Giosuè Halorki, medico dell'antipapa Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una speciale predilezione per gli ebrei. Halorki si fece più tardi battezzare e prese il nome di Gerolamo di Santa Fede; e sotto questo nome scrisse un libro contro gli ebrei: «_Hieronimi de Sancta Fede ex Iudaeo Christiani contra Iudaeorum perfidiam et Talmud tractatus, sive libri duo ad mandatum D. PP. Benedicti XIII_».

Egli fu maledetto dalla Sinagoga.

Innocenzo VII, del quale fu antipapa Benedetto, nel 1406 accordò il diritto di cittadinanza a certi ebrei di Trastevere, fra cui a Elia di Sabbato, a Mosè di Lisbona, a Mosè di Tivoli, i quali erano medici e portavano il titolo di «maestri». Godevano costoro grandi privilegi ed erano dispensati dal portare il segno obbrobrioso di Giuda.[28] Medico particolare di Martino V fu Elia, appartenente al Ghetto romano. Così fino al XVI secolo, nonostante le bolle di scomunica promulgate da più papi, si trovano medici ebrei in Vaticano. Come orientali, come imparentati con gli Arabi, gli ebrei furon tenuti ovunque, anche presso i principi e gl'imperatori, in grande considerazione per la loro sapienza medica. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed eloquente, fu il medico di Leone X.

Naturalmente qualche cosa del favore che godevano i medici ebrei si rifletteva sulla comunità di Trastevere; ma a causa della natura stessa del reggimento della Chiesa, reggimento tutto personale, la sorte degli ebrei di Roma dipendeva unicamente dal carattere del papa che regnava; e questa incertezza del domani teneva gli ebrei in continuo timore, e li esponeva spesso a uno stato senza legge.

Già parecchi Concilii avevano da molto tempo prescritto la separazione dei cristiani dagli ebrei, e imposto a questi un marchio distintivo in segno di disprezzo. Innocenzo III, il promotore dell'inquisizione, rinnovò queste prescrizioni nel 1215, ed altri papi dopo di lui ne seguirono l'esempio. Senonchè gli ebrei non le osservavano, riuscivano ad eluderle, o si riscattavano col denaro. Talora poi un papa più clemente revocava gli editti che il suo predecessore aveva emanati.

Giovanni XXII perseguitò gli ebrei e fece pubblicamente bruciare il loro Talmud; Innocenzo VII invece fu loro favorevole. Fu il romano Martino V che mostrò ad essi la maggiore benevolenza; rese loro la facoltà di esercitare medicina e decretò poi che tutti gli ebrei degli stati della Chiesa, e non più solo quelli di Roma, avrebbero da allora in poi contribuito alla tassa del carnevale. Ma il suo successore Eugenio IV, un veneziano nemico della razza trafficante d'Israele, ristrinse di nuovo i loro diritti; proibì loro di commerciare coi cristiani, di abitare nelle loro case, di prestare loro assistenza come medici, di girare per tutta la città, di costruire nuove sinagoghe, e di occupare alcuna carica pubblica. Decretò inoltre che la testimonianza di un ebreo contro un cristiano non avesse alcun valore, e infine li obbligò a pagare annualmente alla Camera capitolina 1130 fiorini ed a contribuire con altre imposte ai sollazzi del carnevale.

Era invalso a poco a poco l'uso di valersi in modo indegno degli ebrei per questi divertimenti carnascialeschi, che avevano luogo in piazza Navona, sul colle Testaccio e pel Corso. Non solo gl'infelici dovevano fornire una squadra di vecchi che, vestiti in foggia grottesca, dovevano precedere la cavalcata dei senatori all'apertura del corso, ma dovevano anche esporsi all'onta di correre essi stessi. Il veneziano Paolo II fu il primo che, volendo festeggiare il 1468, anno di pace, offrì ai Romani lo spettacolo delle corse dei cavalli e della corsa degli ebrei.

Ancora oggi sopravvive nelle città d'Italia l'uso di solennizzare certi giorni di festa con le corse dei _Palii_, così dette perchè il premio consiste in stoffe di seta date al vincitore. Allorchè Paolo II offrì questo sollazzo al popolo, fece correre negli otto giorni di carnevale cavalli, asini, bufali, vecchi, giovanotti e ragazzi ebrei. Prima di lanciare quest'ultimi nella pista, venivano riempiti ben bene di cibo, per render loro più penosa la corsa e provocare il riso del popolo. Essi dovevano correre dall'Arco di Domiziano sino alla chiesa di S. Marco, in mezzo agli urli e agli schiamazzi dei Romani, mentre il Santo Padre assisteva allo spettacolo da un balcone riccamente addobbato, e rideva di cuore. Si potrebbe credere che la parte che a queste corse prendevano gli stessi Romani, togliesse a quella degli ebrei il suo carattere di umiliante; ma bisogna avvertire che per questi era un divertimento, a cui essi si offrivano spontaneamente, mentre gli ebrei vi erano costretti con la forza. Coloro che ai dì nostri hanno assistito alle corse di cavalli nel Corso, che sostituirono più tardi quelle degli ebrei, e che hanno visto il popolo quasi folle eccitare gli animali con grida furiose e con fischi, possono immaginare quello che nei barbari tempi del medio evo dovessero soffrire gli ebrei correndo lungo il Corso fra gl'insulti e in mezzo a quel tumulto.

Per lungo tempo il popolo volle questo spettacolo; io ho trovato, nella _Roma nova_ di Sprenger del 1667, che gli ebrei dovevano correre nudi, con una sola fascia intorno ai fianchi, e l'autore dice che i primi a correre erano gli asini, poi gli ebrei, poi i bufali ed infine i «barberi».

Durante due secoli gl'israeliti di Roma soffrirono questo volgare insulto, sino al giorno in cui Clemente IX, Rospigliosi, nel 1668, cedendo alle loro suppliche, li esentò dalla corsa a patto che pagassero un tributo annuo di 300 scudi, e concesse loro che, invece di precedere la cavalcata del Senatore, prestassero omaggio ai reggitori della città nella sala del trono, e fornissero i premi per le feste del carnevale.

Solevano i notabili ebrei, quali rappresentanti della comunità israelitica, presentarsi ai reggitori della città in Campidoglio nel primo sabato di carnevale. Giunti nella sala dove quelli sedevano, gli ebrei si gettavano ai loro piedi e offrivano un mazzo di fiori e 20 scudi, perchè fossero impiegati ad addobbare il balcone, su cui il Senato soleva, in piazza del Popolo, prendere posto. Si recavano quindi dal Senatore e, secondo l'antico uso, lo supplicavano di conceder loro di abitare ancora in Roma.

Il Senatore metteva ad essi il piede sulla fronte, poi ordinava loro di alzarsi e diceva, secondo la consueta formola, che gli ebrei non erano già ammessi in Roma, ma soltanto tollerati per misericordia. Anche questa umiliazione è ora scomparsa; ma ancor oggi gli ebrei il primo sabato delle feste di carnevale vanno al Campidoglio e prestano il loro omaggio, offrendo il tributo per i palii, che essi devono procurare per i cavalli che ora divertono il popolo in luogo degli ebrei.

Non mancavano nel medio evo altre cerimonie, a cui dovevano prender parte. Nella festa per la presa di possesso del Laterano, fatta dal nuovo papa, essi dovevano mandare a lui una deputazione, come già un tempo avevano dovuto prestare omaggio agli imperatori romani. Quando l'imperatore saliva al trono, gli ebrei facevano per lui in Gerusalemme offerte e sacrifici; dice già Filone nella sua «Ambasciata a Caio» che essi tre volte offrirono sacrifici per Caligola, la prima, quando salì al trono, la seconda, quando cadde gravemente ammalato, e la terza, quando ritornò vittorioso dalla Germania. Che anche gli ebrei in Roma facessero lo stesso, è indubitato; essi si presentavano nelle feste di omaggio innanzi all'imperatore come imploranti protezione, per chiedere a lui quella tolleranza che era stata loro concessa da Augusto.

E quando agl'imperatori sottentrarono i papi, mutarono le forme, ma l'essenza delle cerimonie restò qual'era. Ad ogni omaggio a un nuovo papa, sulla via che doveva percorrere il corteo, compariva una delegazione di ebrei col Pentateuco sulle spalle. Secondo una frase di S. Girolamo, essi eran considerati quasi come i bibliotecari della religione cristiana, perchè avevano conservato nella loro arca dell'alleanza l'Antico Testamento. E mentre si accostavano al nuovo papa per implorare la sua protezione, dicevano di far ciò prima, perchè i padri loro avevano fatto altrettanto con gl'imperatori, e poi perchè, attendendo essi il Messia che li doveva liberare dalla schiavitù, ogni nuovo papa poteva essere appunto quello destinato a rompere il loro giogo.

A cominciare da Calisto II, che nel 1119 ricevette dagli ebrei tale omaggio, esistono documenti che narrano queste cerimonie. In tutte gli ebrei portavano il Pentateuco sulle spalle, andando incontro ad Eugenio III, ad Alessandro III, a Gregorio IX. Il Cancellieri, nella sua opera _Storia dei possessi_, ne dà una minuta descrizione, tolta dai diari dei maestri di cerimonie della Corte Pontificia.

Il luogo dove gli ebrei si presentavano al papa non fu sempre lo stesso. Ai primi del medio evo era nel rione detto «Parione» che gli ebrei attendevano il pontefice che si recava al Laterano. Il vecchio poema latino del cardinale Giacomo Stefaneschi, ci descrive l'omaggio degli israeliti reso a Bonifacio VIII nel 1295:

«Ecce, super Tiberim positum de marmore pontem Transierat, provectus equo, turrique relicta De campo Iudaea canens, quae caecula corde est, Occurrit vesana duci Parione sub ipso, Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbra Exhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram. Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus. Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim. Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rex Obnubi patitur, praesentem temnere mavis, Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum, Et latet ipse deus».

Di qui si scorge che fino da allora la cerimonia dell'omaggio aveva luogo con quelle forme che furon conservate anche in seguito; gli ebrei attendevano al suo ritorno il nuovo papa, cantandone le lodi; presentavano al pontefice il libro della Legge; questi lo prendeva, faceva le viste di leggerne qualche parola, poi lo restituiva agli ebrei dicendo: «Confermiamo la Legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua interpretazione». Quindi procedeva oltre e gli ebrei facevano ritorno alle loro dimore, amareggiati dal dolore o confortati dalla speranza, secondo quello che avevano creduto leggere negli occhi del nuovo papa.

Spesso si collocavano anche al di là del Ponte di Adriano e talvolta a Monte Giordano. Sebbene questa collinetta formata di rovine e di rottami, dovesse il suo nome a Giordano Orsini, membro dell'antica famiglia patrizia che vi aveva costruito il suo palazzo, forse fu scelta dagli ebrei per la fortuita coincidenza del nome con quello del biblico fiume della Giudea. Ivi stavano i discendenti d'Israele, portando un Pentateuco riccamente legato in oro e ricoperto di un velo, circondati dal popolo che li insultava e li derideva, finchè non appariva il papa; allora s'inginocchiavano e gli presentavano il volume della Legge.

Le ingiurie e i cattivi trattamenti, a cui in queste circostanze gli ebrei venivano sottoposti crebbero tanto col tempo, che Innocenzo VIII, nel 1484, cedendo alle loro vive preghiere, consentì che si presentassero a lui nel cortile di Castel Sant'Angelo. Il maestro delle cerimonie, Burcardo, così descrive la cerimonia: «Allorchè il papa fu giunto, dinanzi a Castel Sant'Angiolo si arrestò, e gli ebrei che si erano fermati presso le fortificazioni inferiori, comparvero col libro della Legge, che porsero al Santo Padre, rivolgendogli delle frasi in ebraico che ad un dipresso significavano questo:--Noi, uomini ebrei, in nome della nostra Sinagoga, preghiamo Vostra Santità di volervi degnare di accogliere e sanzionare la legge mosaica, che l'onnipotente Dio diede a Mosè, nostro sacerdote, sul monte Sinai, nella stessa guisa che si degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di Vostra Santità.--Il papa rispose:--Noi confermiamo la Legge, ma condanniamo la vostra credenza e la vostra dottrina, imperocchè colui che voi dite dover venire in terra, già venne e fu nostro Signore Gesù Cristo, come la Chiesa insegna.--Terminata la cerimonia, gli ebrei si ritirarono».

E quando si pensi che questo Castel S. Angelo non era altro che il mausoleo di Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo Gerusalemme per ben due volte, e condotti gli ebrei in schiavitù, sarà facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire invisa agli ebrei, che non odiavano meno la memoria di Adriano di quella di Tito.

Per una eccezione Pio III, nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di bel nuovo alla Mole Adriana, dove gli diressero un lungo sermone, e dove specialmente parlò con singolare eloquenza il rabbino spagnolo Samuele, medico del papa. Questi rispose _prout in libello_, vale a dire secondo la forma stabilita dal libro dei cerimoniali.

Anche Leone X, Medici, in occasione della elezione del quale, nel 1513, si fecero le feste più splendide che abbiano mai avuto luogo per un papa, ricevette gli ebrei in Castel S. Angelo. La scena è stata descritta dal maestro di cerimonie Paride de' Grassi. Gli ebrei stavano alla porta del Castello, sopra un palco di legno ricoperto di ricchi tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della Legge. Allorquando fu giunto il papa che cavalcava una chinea bianca, gli ebrei lo pregarono, secondo il solito, di confermare la legge. Il papa prese il libro aperto dalle loro mani, lesse alcune parole e disse:

«Noi confermiamo ma non approviamo» dopo di che lasciò cadere a terra il libro, e proseguì la sua strada.

Fu questa l'ultima volta che la cerimonia ebbe luogo; da allora in poi venne soppressa, o perchè progredito lo spirito dei tempi, o per altre ragioni a noi ignote.

Fu imposto per contro l'obbligo agli ebrei di addobbare con stoffe preziose parte delle strade per le quali dovevano passare il nuovo papa e il suo corteo. Allorquando prese possesso Gregorio XIV, nel 1590, gli ebrei dovettero parare con tappeti la salita del Campidoglio e l'arco di Settimio Severo. In seguito venne stabilito che dovessero ornare l'arco di Tito, e la via che porta al Colosseo. Fu loro pertanto forza assoggettarsi all'onta di dover adornare l'arco trionfale eretto in onore del distruttore di Gerusalemme.

E ciò ebbe luogo alla elezione di tutti i papi che vennero di poi. Gli ebrei dovettero ogni volta addobbare l'arco di Tito, ed aggiungere ai tappeti emblemi che si riferissero al papa, contraddistinti da sentenze latine tolte dall'Antico Testamento. Gli emblemi, ordinariamente in numero di venticinque, erano per lo più molto significativi, e colle loro sentenze in linguaggio simbolico prettamente orientali. Vi era rappresentato, per esempio, l'albero della mirra, che offre spontaneo il suo balsamo senza che abbisogni d'incisione ed aggiuntovi il detto: «Benedetto il principe che è generoso». Altrove il pellicano, che nutre i figli col suo sangue colla scritta: «Si privò di tutto dandolo ai poverelli» (Salmo 112, 1, 9). Una palma irradiata dal sole e sopra: «Fiorirai al pari di una palma»; e al di sotto: «Benedetta sia la tua venuta». Il rinoceronte che immerge il suo corno in una sorgente,--una conchiglia di mare aperta,--la fenice e l'arcobaleno--un cigno che mangia spighe mature,--uno sciame d'api,--un gelso,--un'arpa inghirlandata di fiori,--il mare con sirene che cantano, e sopra il cielo, verso il quale drizzano il volo molti usignuoli ed al di sotto il versetto d'Isaia: «Cantano tutti insieme».

Questo linguaggio figurato ricorda le solennità di ugual natura, colle quali gli Arabi di Sicilia accoglievano i re normanni loro signori. Gli ebrei accudivano con lagrime e con lamenti ad ornare il monumento della loro onta, e quando dall'arco di Tito facevano ritorno al loro sudicio Ghetto, certamente si purificavano, con lamentazioni geremiache e con preghiere, della profanazione che avevano dovuto commettere umiliandosi innanzi al vicario di Cristo.

Si deve però fare un'osservazione singolare: col rinascimento la mitologia pagana trovò mezzo di cacciarsi perfino negli usi e negli atti degli ebrei, particolarmente nei secoli decimosettimo e decimottavo, nei quali dopo Leone X e Raffaello, rinati gli studi delle antichità, gli Dei dell'Olimpo tornarono in fiore. Ed è propriamente divertente e piena di contraddizione la tendenza in questo senso, che si può osservare negli ebrei di Roma, particolarmente nel secolo XVIII che fu l'età aurea del Parnaso barocco. In questo, anche gli emblemi degli ebrei divennero mitologici; le loro poesie di omaggio parlavano di Apollo e delle muse, facendo una strana miscela di antichità pagana e di Vecchio Testamento, che pare ed è tanto più singolare, quando si ponga mente che questi emblemi, queste poesie venivano dal popolo d'Israello, dedicate ad un papa. I maggiori emblemi mitologici si rinvengono in quelli dedicati a Pio VI ed a Pio VII. Si vedeva Ercole, dalla cui bocca uscivano le catene d'oro destinate a trarre a sè i popoli, e sotto il versetto biblico: «Le labbra dell'uomo pio sono ripiene di dolcezza» (Prov. 10, 32). Vi si scorgeva il monte Parnaso fiancheggiato da due terrazzi ricoperti di tappeti, su cui stavano cavalli e muli, che mangiavano del grano, e sotto il versetto di Giobbe: «Esso ci ammaestra per mezzo degli animali da tiro», miscuglio più barocco che immaginare si potesse, Parnaso, muli, e Giobbe tutto confuso. Vi si scorgevano Giunone con un giglio, Atlante che regge il mondo, Minerva coll'olivo, un tempio dove stava Mercurio colle tre Grazie, e sotto vi si leggeva: «Non torrà gli averi a coloro che camminano nella diritta via» (Salmi 84, 12).