Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 6

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Questa antichissima città umbra, in origine _Tuder_ o _Tudertum_, sorge sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi. Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.

Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercare una locanda. Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il sole dissipò la tristezza del luogo.

In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina, incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono sormontati dal grandioso duomo.

Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora 30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il governo era nelle mani delle corporazioni artigiane, che avevano una rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri, governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo: Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli, Malabranca, e altri.

I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre, l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secolo XIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è pittoresca, severa e solenne.

Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema. Morì nel 1289.

La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.

Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, con un fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto intelligente. «Io vengo--mi disse--a chiedere il vostro parere, trovandosi la corporazione in un grande frangente».

A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un savio greco.

Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'_ars sartorum_ della città come una confraternita o associazione a scopo religioso. Essa possedeva _ab antiquo_ l'ospedale di San Giacomo.

Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del 60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciato contro Orvieto. E questa era la ricompensa!

Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti, ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora, siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così bistrattata.

Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di averlo già sospettato.

Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.

Essa ha ancora un capo, _console_, e dodici consiglieri, _fratelli_. I suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti dall'originale latino in italiano.

Trascrivo il principio di questo documento:

«_El prohemio della matricola de sartori: capitolo I._

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S. Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono, fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma e cittadino di quella città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio, che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24] dello stesso soggetto del quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S. Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole dello _Stabat Mater_, e forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiare un codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche lo _Stabat Mater_. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici invidierebbero questo solitario cittadino di Todi che, nel palazzo ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello. V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio, scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri, antico castello che nel secolo X appartenne alla famiglia romana dei Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri. Questa è Aspra, la _Casperia_ dei Romani, vero nido di aquile, inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre, secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu mostrato un buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e, disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio. Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia; della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi mandava i suoi rettori, o podestà. Vi erano anche--strano a dirsi--dei documenti apocrifi del secolo X.

Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti, in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata, e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo, cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro offerte, alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime. Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore, non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai, e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa. Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere incantevole nella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini, dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana, Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano, Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita sul Tevere, che sembrava una striscia d'argento, Filacciano, Cantalupo, monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo, sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti. Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino e altre ciambelle mi furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

NOTA.

Questo capitolo porta la data del 1861, ma quanto si riferisce alla gita nell'Umbria e nella Sabina è invece notato sotto l'annata 1864 nei _Diari romani_ del Gregorovius, tradotti da Romeo Levera e pubblicati dall'Hoepli nel 1895, ai quali rimandiamo il lettore poichè completano la narrazione, avvertendo che negli stessi _Diari_ poche note appena ci informano sulla fermata a Perugia e sul viaggio da Roma a Firenze nell'agosto 1861.

IL GHETTO E GLI EBREI DI ROMA.

(1853).

Il Ghetto e gli ebrei di Roma.

(1853).

Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere, abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine della città, gli è sembrata degna di attento studio.

L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta dell'arco, sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25] il vincitore ha fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele, poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo scomparso Giove Capitolino.

Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata relazione.

Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.

«Dopochè--egli narra--l'esercito verso sera fu entrato in città, venne ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati, perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse meglio godere».