Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 5
Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo, aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre del fosco edificio sembra al viaggiatore di scorgere ancora la figura di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto, fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così concepito:
«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamente la riceviate, e che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia, voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S. Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499--Adriano (Secretario)».[19]
La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni. Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento sottoscritto di sua mano con questa formula: «_Placet ut supra Lucrezia de Borgia_». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie, che Cesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana, poi strangolare nel suo palazzo.
A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il 10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico Borgia arcivescovo di Valenza.
Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale, tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da Plinio; sorge vicino alla stazione postale detta _Le Vene_, presso la sorgente di una fonte più pura del cristallo.
Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del tempo.
Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai industriale: vi sono fabbriche di carta, di candele di cera e di confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il che non è senza importanza per l'avvenire della città.
In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di Nicolò Alunno, maestro del Perugino.
Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi. Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.
Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20] È una copia del San Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.
Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe suggerito al santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio, costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione; l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino, forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.
Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi. Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono fermato, ho veduto monaci. L'Italia non se ne libererà mai, mai potrà bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria, sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là si è proceduto in modo un po' troppo sommario.
Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta, museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse, come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili (Beccarini), ondeggiante fra guelfi e ghibellini, divenne, per queste lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che regnarono prima dell'esilio di Avignone.
Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città, nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi la repubblica fu retta da cardinali legati, che risiedevano nel nobile e antico palazzo del Comune.
Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno, che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.
Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade, scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo volto medesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281, cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta di Siena, rapite dai Perugini.
La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.
Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre; quel luogo fu anche teatro delle ultime lotte contro Schmidt, comandante degli svizzeri pontifici.
Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie del generale Fanti.
La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica. Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21] Le truppe piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe certo bella figura.[22] La posizione è ottima; la vista incantevole, scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.
Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido. Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si ammanta di neve.
E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi mariti erano poche; in grande quantità invece le _cocottes_, che si aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E' deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro luogo una così sfrontata mostra di ragazze quale vidi in Perugia, dove, di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E' incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.
Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto, incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello, fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei condottieri del medio evo.
Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859, mentre si dirigeva su Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone, Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23] i quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime, temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i suoi interessi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso clero.
Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice, e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il papato. La _Gazzetta dell'Umbria_ e l'ebdomadaria _Roma e l'Italia_, ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime, costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è soverchiato dalla potenza del nuovo.
L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale onore.
Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al palazzo pubblico, che doveva servirmi per la storia medioevale di Roma. Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano un'importanza strettamente locale.
L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca tramontata per sempre.
Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto monaci, abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica, con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello, eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una scuola di agricoltura per cinquanta alunni.
Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII, del 978, fondatore e primo abate del convento. Quando gli svizzeri pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia, fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma latino, che tramanda ai posteri i misfatti del _Furor Helveticus_.
Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.