Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 4
Qui il fiume, già abbastanza largo, è traversato dal ponte Felice, bel monumento costruito da Sisto V (Felice Peretti) nel 1589.[15] Fino a questa località il Tevere può essere risalito da battelli, anzi da qualche anno, da Ripetta a Roma, è stato stabilito un traffico per mezzo di battelli a vapore, e così la capitale è collegata alla Sabina. La siccità estiva aveva molto assottigliata la corrente, e fra tutto io non vidi che due o tre barconi di carbone, legati alla sponda. In mezzo al ponte, sopra l'iscrizione di Sisto V, sventolava la bandiera francese. Di là da questo confine comincia il nuovo Stato, che la rivoluzione italiana nel 1859 creò _per fas et per nefas_. All'estremità del ponte erano due tricolori italiani, ancora incoronati di alloro appassito. Sembravano gettare sguardi sospettosi sullo stendardo di Francia, mentre i robusti granatieri piemontesi stavano in sentinella dinanzi ad una vicina capanna. Essi avevano un aspetto grave e sospettoso, quando mi chiesero il passaporto nel loro sgradevole dialetto. Mentre lo esaminavano, volli utilizzare quel tempo di attesa, ritornando in mezzo al ponte per copiare le iscrizioni di Sisto V e di Urbano VIII. Ma--strano a dirsi--un granatiere me lo impedì: egli mi venne dietro, e mi dichiarò abbastanza vivacemente che non poteva permettermi di ripassare il ponte, e che egli stesso non poteva varcare di un sol passo la bandiera francese. Così dovetti convincermi dell'efficacia di quel simbolo. Ogni rimostranza fu inutile, il bravo soldato non volle udir ragioni, ed io dovetti tornar indietro. Del resto, tanto egli che l'impiegato della dogana furono con me perfettamente corretti. Il panorama della Sabina che si gode dal ponte è bello e vasto. Di contro è l'antico e cupo Magliano, sede di un vescovo che qualche mese fa fu incarcerato; più oltre Poggio Mirteto, ora una delle stazioni più importanti dell'esercito piemontese di confine, mentre il governatore civile di tutta la Sabina risiede in Rieti, città più grande, fino a poco fa residenza del delegato pontificio.
M'internai nella bella regione montuosa, piena di colli ridenti, ricchi di vino, olio e castagne, abitata da gente forte, onesta e patriarcale, ma ignorante e primitiva. Il carattere di questa regione non ha nulla di comune con quello del Lazio, pieno di sole e di luce; somiglia piuttosto a quello dell'Appennino centrale. La straordinaria siccità dell'estate aveva anche là bruciato i campi; il granturco presentava un aspetto deplorevole; anche l'olivo era poco rigoglioso; solo le viti promettevano un abbondante raccolto.
La prima città che si trova su quella strada è l'antichissima, ora assai piccola, città di Otricoli, nella quale si rinvennero molte antichità celebri, fra le quali la testa di Giove del Vaticano. Notiamo anche che ivi fu arrestato dai cavalieri del Barbarossa il famoso Arnaldo da Brescia, che fu consegnato ai cardinali e giustiziato poi a Roma. Egli aveva già ai suoi tempi insegnato ciò che ora l'Italia chiede ai papi.
Per dimostrare l'annessione all'Italia, quasi non bastassero le bandiere, che già in gran copia avevo vedute, si aggiungevano ora le armi di Savoia, dipinte di fresco sui muri. Vidi sempre in maggior numero granatieri, lancieri, bersaglieri coi cappelli piumati e le mantelline turchine, simili a comparse teatrali; più là trovai la guardia nazionale, dalle poco brillanti uniformi.
Otricoli fa parte dell'Umbria, ma il confine fra le due provincie è difficilmente rintracciabile e sempre variabile. Oggi questa città appartiene alla delegazione di Spoleto, e da essa si entra nel territorio dell'antico e una volta così potente ducato.
Sotto Otricoli si apre la stretta e selvaggia valle della Nera, impetuoso fiume montano che si dirige verso il Tevere, e che una volta segnava il confine geografico fra l'Umbria e la Sabina. Viene quindi Narni, una delle più antiche città umbre, col suo bel castello e i campanili delle sue chiese. Il luogo è assai ameno; la Nera, uscendo dalla sua strada incassata fra le rupi, entra in una valle grandiosa e scorre fra armoniose colline. Un antico ponte romano riunisce ancora le due rive. In fondo si scorgono i verdi monti dell'Umbria, amenissimi e ricchi d'incantevoli luoghi, fra cui ricorderò Amelia. A cinque miglia di distanza giace l'antica _Interamna_, oggi Terni, in mezzo a verdi colline, la patria di Tacito. Nulla, credo, possa essere più attraente di una gita per questi luoghi in primavera o in autunno.
Oltre il suo bel castello, Narni possiede notevoli chiese e conventi, come la cattedrale, consacrata al primo vescovo della città, San Giovenale; però il tesoro maggiore è rappresentato da un dipinto famoso dello Spagna, l'_Incoronazione della Madonna_, nel convento degli Zoccolanti.[16] Dello stesso artista si trovano quadri in molti paesi dell'Umbria; alcuni gli sono però stati erroneamente attribuiti.
Di mura ciclopiche non si hanno qui che pochi avanzi, e degli antichi monumenti romani di questa città, dove nacque Nerva, non rimane che il ponte di Augusto sulla Nera. Quest'opera, un dì grandiosa, appare anche oggi ammirabile, sebbene dei tre o quattro archi che la componevano, ne resti uno soltanto. Le imponenti rovine, i flutti vorticosi della Nera, un vicino convento, la città colla sua solenne architettura, tutto contribuisce a dare a questo paesaggio un carattere d'incomparabile bellezza.
Marziale gli ha dedicato i mirabili versi:
Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnis Circuit, ancipiti vix adeunda jugo;
Quid tam saepe meum nobis abducere Quintum Te juvat, et lenta detinuisse mora?
Quid Nomentani causam mihi perdis agelli Propter vicinum qui pretiosus erat?
Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto; Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.
Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la spesa necessaria per restaurare l'antico.
La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S. Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.
Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle grotte di S. Pietro a Roma.
La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a fondo e riunito nella sua _Miscellanea Narnese_ le cose più notevoli. Mi trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento. Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco riusciti da non allettare gran che i visitatori.
Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparso di olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.
Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.
Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in Germania, in analoghe circostanze?
Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza: _Natura mi diè questi colori_. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la popolazione dei saporiti motti di spirito.
La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè, tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città, difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele, e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi, Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di Garibaldi!
Terni è ora il quartier generale del comandante Brignone e di molta fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano, tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio inestimabile per il contadino.
Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa cifra è inferiore alla realtà.
Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamente così vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali umbro-sabini, come l'_Italia e Roma_ di Perugia. Questi fogli sono letti avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.
Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni, o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona, giunge fino alla sommità lungo la gola detta _Strettura_, salendo gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere, poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamare a sè. Io mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico milite della guardia nazionale.--Sembra che diffidiate di me--disse--ma io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e veder quello che fanno.--Il soldato mi disse queste parole un po' eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane: dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad una _coltellata_!
Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre il Tevere. Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città, e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto, piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto, che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa contro gli usurpatori.
Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e tranquilla.
Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una gran parte dell'Italia centrale, e cioè tutta l'Umbria, la Sabina, la Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.
Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così la vera presa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.
Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni. Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi ebbero, a detta del Lamoricière, 100 morti e 300 feriti; i papalini 3 morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.
Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più guarnigione, ma invece un bagno penale.
Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città; la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali rimarranno solo un ricordo storico.
Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato soffocato dalle epoche successive; dell'antichità romana si vedono alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17] Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando, Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.
Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata: porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna, nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento, l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai primitivo, la favola del «_Roman du Renard_».
Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda la distruzione della città, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo fedelmente questa iscrizione:
HOC EST SPOLETVM CENSV PPLQE REPLETVM QVOD DEBELLAVIT FRIDERIGVS ET IGNE CREMAVIT SI QVERIS QVANDO POST PARTV VIRGINIS A[=N]O MCLV TRES NOVIES SOLES IVLIVS TVNC MENSIS HABEBAT
Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto andò perduta.
In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18] che congiunge la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato dell'Umbria.
Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare, nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.