Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 3
L'intero Lazio non ha nulla di simile a questi quadri, se non forse, in un certo senso, le pitture della cripta del duomo di Anagni. Il loro studio è utile per la storia dell'arte, appartenendo questi affreschi a stili diversi: a quello bizantino, a quello di Cimabue e di Giotto, fino ai secoli xv e xvi. Ne parlerò brevemente.
La prima chiesuola, edificata, secondo un'iscrizione, dall'abate Giovanni V, nel 1116, fu ornata con affreschi nel 1220 da Giovanni VI. Questi affreschi ricoprono letteralmente le pareti, e, benchè rozzi ed imperfetti nel disegno, mostrano tuttavia una rara freschezza di vita ed una potenza epica naturale, straordinaria nello stile delle cronache trasportato nella pittura, se ci è lecito usare questa espressione. A destra e a sinistra sono rappresentate molte scene della vita di Cristo, il suo ingresso in Gerusalemme, quadro ricco di figure, la sua passione e gli avvenimenti dopo la sua morte. In oggi gran parte sono anneriti; pure, per fortuna, essendo stati fatti dei restauri, appaiono meno danneggiati dei quadri che trattano la vita di S. Benedetto. In uno di questi il santo è rappresentato mentre si rotola tra le spine per allontanare l'apparizione di una splendida donna, ed in un altro lo si vede intento a scrivere, nella sua grotta, le regole dell'ordine; e sotto v'è questo antico tetrastico leonino:
Hic mons est pinguis, multis claruit signis, A Domino missus sanctus fuit Benedictus, Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta. Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.
Una piccola tribuna, scavata nella volta nuda della roccia, chiude questa chiesuola; dinanzi ad essa stanno, all'estremità della navata, tre archi acuti su eleganti colonne, a foggia di arco trionfale, le cui lunette sono ornate dai ritratti dei genitori di Benedetto, Probo e Abbondanza.[12] Dietro vi è un piccolo altare-tabernacolo, l'unico lavoro così detto alessandrino che io abbia trovato nel chiostro, nel quale altare il mosaico, contrariamente all'uso del tempo, è stato surrogato da un affresco.
Una serie di piccolissime cappelle conduce nell'interno e forma un corto e angusto passaggio che si può paragonare alla navata traversale d'una chiesa. Anche qui tutte le pareti sono coperte di quadri, che sono stati, però, di recente restaurati in modo vergognoso, con colori stridenti ed eccessivi. Sono quadrucci isolati, o piccole composizioni: vi si vede, Benedetto che cena con la sorella, la morte di due santi e quella di Placido e di Mauro. Si trova anche lassù un antico sarcofago di bambino, circondato da graziosi bassorilievi che raffigurano degli uccelli ed è innalzato sopra una piccola colonna per servire da vaschetta. Una scala conduce nella chiesa inferiore o media, particolarmente memorabile; anche qui tutte le pareti erano coperte di pitture, ed alcune iscrizioni ci hanno conservato il tempo e il nome dell'artista. Vi si legge in caratteri gotici: «_Magister Conxolus pinxit hoc opus_»; altrove: «_Stamatico Greco pictor perfecit A. D. MCCCCLXXXX_». Consolo fu pittore della fine del xiii secolo, prima dunque di Cimabue, e prima che la pittura italiana si liberasse dai caratteri tipici dello stile bizantino. Forse egli è lo stesso artista che ornò di pitture murali il vestibolo di S. Lorenzo fuori le mura a Roma, sotto Onorio III, ambedue questi lavori essendo di quel tempo e della stessa scuola. I dipinti di Consolo--e di lui sono la maggior parte degli affreschi del chiostro--conservano ancora la maniera greca, ma certo non in tutta la sua violenta e cruda magrezza. Si trovano fra di essi sorprendenti figure di nobili forme, e con una semplicità di panneggiamento, che rammenta l'arte antica. Ad ogni modo questo antico maestro, il cui nome (da kompsos?) sembra rivelare il greco, è molto efficace e forse egli dipingeva, come scolpivano i Cosmati, greci essi pure (kosmêtês) e suoi contemporanei, a Roma, a Subiaco e nella cripta del duomo di Anagni.
Vi sono in questa chiesa sotterranea pitture di soggetti disparatissimi; la maggior parte riferentisi alla storia del chiostro. Sotto la scala si vede Innocenzo III consegnare un diploma all'abate Giovanni VI, e Gregorio I dare all'abate Onorato l'atto di donazione. Parecchi trattano la vita di S. Benedetto; uno, che lo rappresenta con la nutrice, è notevolissimo per la gradevole figura della donna e l'ottimo panneggiamento; un altro rappresenta, in modo originale, la sua morte: il santo con la tonaca nera sta su di un giaciglio; dalla sua bocca un raggio di luce conduce alla piccola nuda figura della sua anima, che un angelo alato già reca fra le sue mani. L'angelo ha una bella espressione, un pronunciato profilo greco e gli occhi a mandorla. La dolce inclinazione della testa, già prima di Giotto espressione caratteristica del grazioso, ricorda vivamente le migliori imagini delle catacombe. Questa mirabile figura di un tono medio bruno non è stata, fortunatamente, ritoccata. Vi sono molti altri quadri con figure di bambini, di cui è inutile parlare: non tutte sono del medesimo artista, e talune senza dubbio appartengono già al secolo XI, poichè strettamente fedeli alle peggiori forme bizantine. Tali sono i colossali quadri del soffitto, rappresentanti apostoli e santi che contrastano aspramente con gli affreschi delle pareti, e che sono stati barbaramente restaurati.
Nella parte centrale della chiesa si trova anche la grotta di Benedetto, che mi ha ricordato assai vivamente la grotta famosa di S. Rosalia a Palermo, sul monte Pellegrino. Sotto un ricchissimo altare sta una marmorea figura del giovane santo in preghiera innanzi la croce; è un'opera non cattiva della scuola del Bernini;[13] e forse l'effetto che produce è accresciuto dalla penombra in cui si trova. Qui tutto ha un carattere di giocondità; la graziosa piccolezza di queste chiesuole, cappelle e grotte, splendenti e multicolori, sembra un giuoco di fantasia, come non ho visto mai in altre rappresentazioni religiose. Si potrebbe dire un libro illustrato di poetiche leggende, prive di dolore e di sangue, ma ricche di fantastico colorito, come la vita dei pii anacoreti nel deserto.
La religione vi è presentata sotto forma di favola, e produce un effetto corrispondente a questa. Il carattere del chiostro è appunto questo, ed è forse unico nel suo genere. Ivi lo spirito non è mai portato a gravi pensieri; in questa sacra grotta nemmeno il più fervente dei cattolici potrebbe sentirsi penetrato di venerazione: gli stessi artisti, che avrebbero voluto suscitare il senso della pietà con quadri melanconici, sono stati dalla scherzosa giocondità dell'insieme eccitati invincibilmente ad intonarsi all'ambiente. Questo ho sentito in due affreschi, che stanno di fronte, sulle strette pareti, presso una scala che dalla grotta mena nella sottostante cappella. Rappresentano il «Trionfo della Morte», secondo la nota canzone del Petrarca: la Morte, funebre cavaliere, dopo aver saltato a cavallo su dei cadaveri, colpisce con la spada un giovane che s'intrattiene con un compagno a parlare. Di fronte stanno tre tombe aperte: nella prima giace una giovane donna, morta da poco tempo; nell'altra si scorge il suo corpo già nauseabondo e decomposto; nella terza finalmente il suo scheletro. Un vecchio pare spieghi queste varie fasi del nulla; egli ammaestra tre bei giovanetti, in eleganti abiti, coi falchetti sul pugno, che gravemente lo ascoltano. L'autore di questo memorabile quadro, che disgraziatamente ha molto sofferto, non è conosciuto; sembra sia dell'epoca del Ghirlandaio. Di lui forse è pure la Strage degl'Innocenti a Betlemme. Questo soggetto è trattato artisticamente e semplicemente: un gruppo di madri, con i bimbi lattanti fra le braccia, con ansia affettuosa li stringono al seno; verso di esse si avanzano dei guerrieri con la spada sguainata. Io non ho mai visto trattato con tanto sentimento drammatico ed estetico questa scena piena di orrore, soggetto preferito della pittura di tutte le epoche; e tanto più si deve lodare l'ingegno dell'artista, se si ricorda il ributtante carnaio rappresentato negli arazzi del Vaticano! L'artista di Subiaco ha capito che egli avrebbe potuto commuovere anche facendo solo indovinare o temere l'inumano. Il quadro è di proporzioni assai piccole.
Ho trovato anche altre rappresentazioni artistiche originali; specialmente due figure di S. Stefano e di S. Lorenzo. Il primo santo è lapidato; il pittore o il restauratore ha voluto con strano pensiero inserire nel quadro delle vere pietre, e nel suo zelo ha rappresentato materialmente l'aureola, rompendola coi sassi. S. Lorenzo è una graziosa figura giovanile, vestita di un ricco panneggiamento; tiene nella destra la palma, nella sinistra il libro e sta eretto sulla graticola.
Aggiungo ancora che dalla cappella descritta si scende in un'ultima grotta, assai piccola; si dice che qui Benedetto abbia ammaestrato nelle sacre scrittura i suoi scolari.
Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla, sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura del santo tre corvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia altri uccelli sono sacri ad altri Dei.
I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto, dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.
Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose, le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che esse, ridotte in polvere e inghiottite, guariscono qualunque malattia o incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto verificarla.
ATTRAVERSO L'UMBRIA E LA SABINA.
(1861).
Attraverso l'Umbria e la Sabina.
(1861).
Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or' ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai meglio prendere un _vetturino_ fino a Perugia. L'istituzione italiana dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre. Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte e i monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo miglio si trova Prima Porta, _Saxa Rubra_ degli antichi, così detta per i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si discosta da quella del Lazio.
Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva quest'ultima commedia militare nel territorio papale.
Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei dominî in quei luoghi, ma possedeva invece qua e là nel Lazio molti castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.
Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi delegati col nome di _Duces, Comites, Rectores_. Ma a poco a poco questo possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente, nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano, in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico patrimonio.
Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma; al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.
Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di confine.
Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini, voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che, movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.
Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita attraverso la Campagna.
La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi del Soratte, ed io potei osservare per un bel pezzo di strada il paese, la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte, a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra etrusca, ed è visibile anche da Roma.
Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S. Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.
L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.
Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore Costantino--quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo Laterano--Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il primogenito del grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel 746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino, per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili franchi, quando si recavano a Roma.
Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare nei _Monumenta Germaniae_. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il prezioso codice dei _Regesti_ di Farfa, che la Vaticana conserva. Questa importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima ai _Regesti_ di Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse osserveremo la grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al tempo delle lotte col papato gregoriano.
Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori solevano passare, presso l'antico _Flaianum_, oggi Fiano.
Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste, appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.
Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti, simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, è ricca di singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore. La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed acume.
Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII, Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni. Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico. Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.
La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14] Io dimenticai di domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena una ventina».
Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo del _Patrimonium Petri_ verso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.
Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che trovandosi nel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi, Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre del _Patrimonium Petri_ dall'Umbria e dalla Sabina.
Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle; gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora (1861) piene di piemontesi e di lombardi.