Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 22

Chapter 223,662 wordsPublic domain

Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, ed ancora se ne incontrano nei dintorni di Sulmona. Il vetturale non si stancava di narrarci, durante il viaggio, queste storie di briganti; una l'ho ancora in mente. Sette fratelli, di forza erculea, divennero un bel giorno banditi e, venuti in queste montagne, si diedero a rubare, ad uccidere, a sequestrare persone, a far bottino, di notte, di centinaia di pecore. Cinque di essi morirono, due scomparvero. Alcuni cittadini di Aquila che qualche anno dopo portarono al mercato di Trieste seta grezza da vendere, riconobbero i due malandrini in due mercanti che avevano stabilito in quella città un fiorente commercio. Il governo austriaco li consegnò a quello italiano, e quei banditi sono ora, rinchiusi nelle prigioni di Aquila, dove attendono la loro condanna a morte.

Ancora un'altura, e dinanzi agli occhi si stende una profonda depressione larga più miglia, superbamente circondata da altissimi monti, oscurati ora dall'avvicinarsi del temporale. A destra si erge una catena, la cui più alta vetta, una doppia piramide colossale, è ancora coperta di neve. È il monte Velino, che divide il territorio d'Aquila da quello di Alba; alla sua base giace il campo di battaglia di Corradino, e più sotto il lago Fucino. A questo punto fui deluso nella mia aspettativa. Mi aspettavo uno specchio d'acqua scintillante ed azzurro, e vidi un lago oscuro per l'ombra del cielo e dei monti, di un grigio-plumbeo confuso. Mi parve un morente che prendesse congedo dalla dolce vita, e la sua vista mi depresse e mi mise di cattivo umore.

Ma quando ci fummo avvicinati, a circa un'ora di distanza, esso cominciò a sorriderci azzurro, e mostrò di avere ancora un bacino abbastanza considerevole, grande all'incirca come il lago di Bracciano. Pure non potrà aver più di 21 miglia di perimetro. Quando era ancora intatto ne aveva 35. Più di 15 miglia mi parve dover essersi ristretto! Scendemmo alla località più vicina alla riva del lago, ad un castello detto Cerchio, che ora si trova a 4 miglia dalle acque. Ci riposammo in una solitaria taverna, e proseguimmo per Avezzano.

Vedemmo per via uomini occupati a costruire strade, ponti, tagliare pietre; tutta una vita febbrile di lavoro, prodotta dalle opere di prosciugamento. Ai lati della strada si ergevano ridenti alture coperte di orti e di vigne, che un tempo erano state in riva al lago. Sopra un notevole villaggio, detto Celano, si vede un grande castello con mura merlate; Celano fu un tempo con Alba e Tagliacozzo una delle capitali della Marsica nel medioevo.

L'antica Marsica, detta anche, per la strada consolare, provincia Valeria, poi Abruzzo, giungeva fino al lago Fucino. Ma nè nell'antichità, nè nel medioevo i suoi confini sono nettamente assegnabili. La sua sorte durante il medioevo o è immersa nell'oscurità, o è inestricabile confusione. Al principio del secolo VII Valeria è detta la capitale episcopale della Marsica, luogo d'origine del pontefice Bonifacio IV (608-615). Se questa città sia scomparsa, se sia stata l'antico Marruvium, e se sia mai esistita una _Civitas Marsicana_, è incerto. Quando i Longobardi s'impossessarono delle antiche città romane, la regione Marsica intorno al lago manteneva il suo antico nome, ed era un _castaldato_. Il _Castaldius Marsorum_ è nominato spesso nei documenti del secolo VIII, come anche le città di Celano, Transaqua,[85] Atrano, Alba, ed altre. Forse esso aveva la sua sede a Celano. Quando i duchi longobardi di Spoleto soggiacquero ai Franchi, il castaldato divenne una contea. I conti della Marsica datano, sembra, dall'imperatore Ludovico II. Stirpi franche soppiantarono le longobarde. Nel secolo XI la casa dei conti Trasimondo, Berardo e Oderisio divenne assai ragguardevole; essa affermava di discendere dai Carolingi. I conti di Celano erano ancora potenti al tempo dell'imperatore Federigo II, dal quale si staccarono per volgersi al papa. Cogli Angiò altri rapporti si stabiliscono; le condizioni mutano, e i romani Orsini entrano nella regione del lago Fucino; alla fine del secolo XIII Carlo II di Napoli l'investe delle contee di Tagliacozzo e di Alba. Contro di loro lottano più tardi i Colonna, per il possesso della Marsica, quando Martino V diede Alba e Celano ai suoi fratelli. I Colonna si chiamarono dal 1432 duchi della Marsica, e vi possedevano allora ben 44 località, fra cui Alba, Avezzano, Celano e Transaqua. Nel 1463 perdettero Celano che passò ad Antonio Piccolomini, nipote di Pio II. Mantennero Tagliacozzo e Alba. Avezzano divenne proprietà degli Orsini, ma per poco tempo; i Colonna cacciarono dalla Marsica la famiglia rivale.

Noi non avevamo tempo di visitare l'interessante Celano, e ci limitammo ad Avezzano. Questa cittadina giace in piano, in un ridente e lussureggiante paesaggio, a tre quarti d'ora dal lago. Ha ancora antichi edifici di stile gotico-romanico, e la bella rocca degli Orsini.

Il famoso _Gentile Virginio_ la eresse nel 1490, essa ricorda il castello di Bracciano, eretto da Napoleone, padre di Virginio.

Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, ingrandì il castello, vi pose dei trofei della guerra contro i Turchi, adornò le sale con pitture, delle quali non resta più traccia. Sul portale della rocca si legge una iscrizione, nella quale egli si chiama: _Marsorum Talliacotiique Dux, Marchio Atisse, Albe et Manupelli Comes_.

I tempi degli Orsini e dei Colonna, di questi re della Campagna romana, i cui nomi e le cui imprese riempirono dei secoli, sono divenuti leggendarii, come il ducato dei Marsi. La rocca di Avezzano, oggi proprietà dei Barberini Colonna, è divenuta una miserabile caserma, e solo lo stemma degli Orsini e dei Colonna ricorda ormai il suo grande passato. Il re della Marsica è oggi Torlonia; egli ha denari e possiede il genio dell'industria. A due passi dall'antico castello si vede una nuova grande piazza, ad un angolo della quale sta scritto: Piazza Torlonia. Là il Creso di Roma si fabbrica un palazzo; dovunque si vada in questi paesi, si sente parlare di lui.

Nelle città della Marsica i coloni e i vassalli maledivano un giorno gli storici loro tiranni Colonna ed Orsini, che coprivano ogni anno di ferro e di fuoco quella regione incantata che giace sulle rive del lago di Fucino. Ma oggi il nome, per nulla storico, di Torlonia è ripetuto qui con stima e riconoscenza da poveri e ricchi, signori e plebei. Torlonia coi denari ha fatto risorgere questa regione. Egli arma migliaia di uomini di pala e di vanga; migliaia di uomini egli nutre; dà in affitto i campi a famiglie e comunità. Ha riscattato dal lago miglia e miglia di terra, e vi sorgeranno nuove città; per 99 anni egli sarà il re della Marsica e possederà la nuova terra; vi avrà un monumento che tramanderà ai posteri la gloria di questo grande prosciugatore.

All'albergo di Avezzano chiedemmo, maliziosamente, pesci del lago. Non ne avevano; i pesci erano morti a migliaia sulle rive lasciate a secco dai lavori intrapresi; devono aver ricoperto d'argento una ben vasta estensione di terra! Che cosa c'importa dei pesci! ci disse l'ostessa, fanatica partigiana del prosciugamento, se noi guadagniamo dei campi? Che c'importa del lago, se avremo dei giardini? Nella nuova terra fioriranno i nuovi coloni. Ciò è esatto, ma sarà distrutta così una grande opera naturale, e l'Italia sarà vedovata per sempre di una meraviglia della natura, di uno dei più fulgidi suoi gioielli. Io non so assuefarmi all'idea che questo solenne lago, che per migliaia e migliaia d'anni ha specchiato nelle sue acque questi monti severi e maestosi, debba scomparire per sempre. Temo che ugual sorte tocchi presto anche al Trasimeno: anche quello vorranno versare nel mare, per guadagnar pascoli e campi; e chi sa che già non stiano furtivamente visitando le sue coste dei funesti capitalisti intenti a calcolare in quanta prosa sonante si possa convertire questa incantevole poesia naturale! Sì, il denaro e le macchine a vapore van prosciugando nel mondo la poesia, ma solo un mercante potrà rallegrarsi di questo.

Le rive del lago non misurano più che tre miglia. Dove poco fa si agitavano le onde e i pescatori gettavano le reti, sono ora verdi seminati, campi solcati dall'aratro, e divisi fra loro da segni di confine portanti lo stemma e le iniziali di Torlonia. L'allodola già ha nidificato sulla nuova terra, e l'allegra figlia dei campi intona già su di essa canti di giubilo.

Il Comune di Avezzano intentò lite al Torlonia, facendo valere i propri diritti sulla nuova regione; ma i contendenti si accordarono per una certa somma di denaro.

Arrivammo al cantiere dei lavori, dove ci si presentò uno strano spettacolo, che in piccolo ricordava i lavori del canale di Suez. Un canale largo e profondo è stato scavato dalla sponda del lago: in questo scorrerà l'acqua del lago, quando sarà compiuto il prosciugamento e quando sarà stata tagliata la diga. Delle cateratte massiccie, di pietra bianca squadrata, sono state costruite con fattura semplice e solida. Nel canale ed intorno erano centinaia di operai occupati a riempire di melma dei cesti e a portarli via su di un colle vicino. In gran parte eran donne che compivano questo lavoro. I loro fazzoletti rossi, le loro vesti variopinte, secondo il costume di Sora, davano alla riva un aspetto straordinariamente animato. Il nuovo canale viene a trovarsi in una posizione molto più bassa dell'antico per mezzo del quale già una parte del lago era stata prosciugata. E questo canale si dirige direttamente verso il monte Salviano dove sono anche gli antichi emissarii di Claudio.

Vedemmo anche tre colossali gallerie, una sopra l'altra, parte in muratura, parte scavate nella roccia, che si trovano molto al di sopra della superficie del suolo. Di là dal monte scorre il Liri, presso Capistrello, attraverso la valle di Nerfa, dalla quale scaturisce presso Cappadocia; in questo Liri sarà condotto il Fucino. L'emissario di Claudio fu già espurgato dall'imperatore Federigo II, poichè già per molti secoli ed anche nell'anno 1826 era stato più volte tentato il prosciugamento del lago. Questo tentativo ebbe felice esito soltanto nel nostro tempo; una società di capitalisti, fra cui molti francesi, intraprese circa 12 anni fa questa grande opera. L'emissario di Claudio fu in questa occasione riattivato, approfondito ed allargato. Torlonia, finalmente, assunse per suo conto l'alta direzione di tutta l'impresa. Fra pochi anni il prosciugamento del lago sarà compiuto.[86]

Dall'alto dell'emissario di Claudio si vede assai bene tutta la superficie del lago ed i monti all'intorno. A mezzogiorno si elevano i monti di Sora; nel vederli mi ricordai delle mie gite sul Liri. Cinque anni fa da Sora, dove mi ero dovuto fermare in quarantena, essendo scoppiato il colèra, volevo partire per Avezzano, ma i briganti m'impedirono di prender quella via. I monti della Maiella appaiono ad occidente. Eppure è sempre il monte Velino quello che attira su di sè l'attenzione dello spettatore; anche se si è volto altrove lo sguardo, bisogna riportarlo su di esso, tanto appare mirabile per la sua adamantina figura. Sembra che non riceva luce dal cielo, ma che risplenda di luce propria ed illumini i monti, il lago ed i piani.

Che meraviglioso specchio dev'essere stato il lago nella sua integrità! Ancora esso appare così incantevole nello splendore della sera, che si può pensare, guardandolo, alle ninfe e alle galatee nuotanti nei suoi flutti. Le ninfe presto moriranno come i poveri pesci e cederanno il posto al fieno e alle biade. Le fronti celesti dei monti che si sono specchiate finora in quest'onda favolosa, presto dovranno prendere congedo dal loro amico, il Dio Fucino. Presso Trasacco veleggiano ancora delle oscure barche e lì vicino s'innalzano al cielo bianche nubi di vapore che vengono dalle macchine che aspirano l'anima al povero lago. Torlonia, il grande seccatore della natura, è sordo all'appello delle ninfe; egli non teme neppure la vendetta dei pesci che potrebbero tormentare i suoi sogni. Egli non crede più alla mitologia d'Ovidio; ha denari e può sfidare gli dei, che dichiareranno fallimento. Potesse egli almeno risollevare dal lago le città che vi sono sprofondate, Marruvium e Pinna! Una leggenda narra ch'esse vi sono sepolte.

Prendemmo di buon mattino una carrozza per andare a visitare il campo di battaglia di Corradino e la vicina Tagliacozzo. Era un'incantevole mattinata primaverile, il monte Velino coi suoi campi di neve, tutti i solenni monti d'intorno, lo specchio azzurro del lago, le castella merlate sui verdi colli, risplendevano in un'atmosfera limpidissima: tutto aveva un aspetto fantastico di linee e di forme nella placida tranquillità della natura. Colle parole non si può esprimere ciò che io sentivo. Neppure nei sogni più belli potrebbe una fantasia di poeta, fosse anche Dante od Omero, immaginare uno scenario di così eterea bellezza, come questo che fu teatro della cupa tragedia di Corradino. Solo un campo di battaglia conosco, che gli si possa paragonare, sebbene di genere differente: è quello dove cadde, presso il Vesuvio l'eroe goto Teia.

Tutta questa scena ha per centro il Velino; esso ha la natura distesa reverente ai suoi piedi, come un tappeto; il lago, le rive ridenti, i campi palentini bagnati dal Salto. Dal monte maestoso si staccano delle alture, sulle quali sorgono le antiche rocche dei Marsi, rovinate e corrose dall'edera, intere cittadelle medioevali con chiese, conventi e castelli. A destra si erge, come un'isola verde, e un tempo emergeva dalle onde del Fucino un colle roccioso, sul quale si trova la favolosa Alba Marsorum, o Fucentia, con resti di mura ciclopiche e antichi templi. In essa condusse melanconica esistenza Perseo, re della Macedonia, cui toccò la sorte di Corradino! In questa lontana Alba egli si sarà trovato come in un luogo incantato; e invero quale più straordinaria prigione per un re? Al di sotto, Androsano; più là, su un dolce pendio verdeggiante, Magliano, e sopra, addossati a gigantesche rupi oscure, Massa,[87] Corona e Rosciolo. L'Imele, detto anche Salto,[88] si getta nel fiume Velino, che a sua volta si getta nella Nera e questa nel Tevere. Esso si svolge in curve fra questi monti, lungo una valle, nel lato opposto della quale si trova l'ultima montagna _Fontecellese_. Sul pendio di questa sta Tagliacozzo, ma ancora non si può vedere.

Con una risoluzione disperata rinunziammo ad Alba, e ci dirigemmo sulla pianura palentina. Traversammo prima il villaggio di Cappelle, coronato di giardini. Qui già cominciano i campi palentini che si estendono fin sotto Scurcola e Tagliacozzo. A destra la pianura è chiusa dal monte S. Nicola, sul quale si trova Scurcola coronata dalle alture di Magliano e di Alba. Di fronte ad Alba si alza il colle S. Felice, dove, secondo la tradizione, il vecchio Erardo di Valery aveva nascosto nei cespugli quella retroguardia che decise le sorti della battaglia. Anche oggi quel luogo si chiama _Le difense_.[89] Nello sfondo si scorge il monte S. Antonio (?) coperto di neve, gli alti monti di Capistrello e Corcumello, e molte altre punte gigantesche. L'altipiano fra la Scurcola e S. Felice si chiama _la Palenda_, il vero centro del Campo palentino solcato dal Salto. Carlo d'Angiò era venuto da Aquila attraverso il passo del Monte Velino, e aveva preso posizione sulla destra del Salto sotto Alba. Corradino era venuto da Tagliacozzo per la via Valeria, e si era posto sulla sinistra del Salto, sulla _Villa Pontium_, sotto la Scurcola. Per una notte mantennero i due avversari queste posizioni, finchè il Senatore di Roma, Don Arrigo di Castiglia, passò il Salto e impegnò la lotta.

La battaglia è chiamata con varî nomi dai cronisti del tempo, di Tagliacozzo, di Alba, di Campo Palentino, della Scurcola.

Anche Dante dice:

e là da Tagliacozzo Dove senz'arme vinse il vecchio Alardo;

Questo prova soltanto che Tagliacozzo al tempo di Dante era il luogo più importante dei dintorni, mentre Scurcola era un piccolo castello dipendente da Alba, e del quale appena si conosceva il nome. Indubbiamente la battaglia dovrebbe prender nome dalla Scurcola, perchè il Campo Palentino, che Carlo in alcuni documenti indica come luogo dello scontro, si trova esattamente sopra Scurcola. Il feroce vincitore a ricordo della battaglia costruì lì stesso il convento di S. Maria della Vittoria, immediatamente presso il ponte sul Salto e presso la _Villa_ o _Castrum Pontium_, dove Corradino tenne il suo ultimo quartier generale.

Ecco il fiume ed il ponte! Dei pioppi fiancheggiano il fiume, dove stanno a lavoro alcune donne con dei bambini. Due passi ancora, e siamo di fronte a neri avanzi di mura e di pilastri, ultimi resti dell'abbazia di S. Maria della Vittoria. Carlo d'Angiò più volte visitò questo convento, per inebriarsi al ricordo della battaglia. Un paio dei documenti che lo riguardano son datati di là. Non si sa in qual tempo l'abbazia decadde e andò a rovina.

Ci affrettammo a salire alla Scurcola. Questo villaggio copre col suo labirinto di strettissime strade il dorso roccioso del monte, la cui pietra serve in parte di selciato alle vie. Sul punto più alto si trova la cattedrale, S. Maria, che sembra appoggiarsi alla torre rotonda dell'antica rocca, oggi in rovina. Gli Orsini la costruirono, secondo mi fu detto; poi appartenne ai Colonna che anche oggi portano il titolo di baroni della Scurcola. L'edera avvolge strettamente mura e portale, e nasconde lo stemma.

Tutto il paese è come il monumento dell'antica battaglia. Si leggono con strano stupore i nomi storici di queste sporche e strette viuzze: _Via Carlo d'Angiò, Via Corradino, Via Ghibellina_. Gli abitanti stessi sembrano viventi tradizioni di quell'avvenimento, che è la gloria e il vanto del luogo, e l'unica ragione di visitarlo. Come a Benevento non è spento il ricordo della battaglia di Manfredi, così qui il ricordo di quella di Corradino. Ogni scurcolano colto sembra conoscere fin nei più minuti particolari la storia della caduta di quel principe, e potrebbe servire di guida ad ogni straniero. Un cortese canonico ci condusse nella chiesa. Essa ha ancora un portale gotico del tempo degli Angiò, ma nell'interno è del tutto rinnovata; il sacerdote ci mostrò il tesoro più prezioso del suo luogo natio: un'immagine della Madonna che Carlo stesso fece eseguire per S. Maria della Vittoria; e ci fornì alcune indicazioni relative ad essa. L'immagine è di legno dorato, e rappresenta la Madonna seduta; essa ha fra le braccia il Bambino, che tiene in mano il globo del mondo. E' un lavoro che non ha nessun carattere barbarico, di un genere sorto prima in Italia che in Francia, come conferma la tradizione della Scurcola. Si trovò quell'immagine sotto le rovine di quel chiostro nel 1757, e fu trasportata nella chiesa del villaggio. In questa occasione si ebbe il barbaro gusto di coronare con due laminette d'oro le due teste delle immagini. Nella sacrestia se ne conserva anche la custodia in legno, fregiata dei gigli degli Angiò e ornata d'immagini ben conservate e di ottima esecuzione, rappresentanti la crocifissione di Cristo ed altre scene bibliche.

Scendendo dalla rocca e dalla chiesa girammo nella parte inferiore della cittadina, cercando se vi fosse nulla di notevole da scoprirsi. Una piccola piazza, detta _Piazza del Municipio_, attrasse la nostra attenzione, avendo veduto sullo stemma del municipio questa scritta: _Domus Universitatis Scurculae_. Nello stemma si distingueva un ponte con cinque gigli. Il sindaco del luogo, un distinto e solenne vecchio dalla lunga barba grigia, mi disse che quello stemma aveva origine dal _Castrum S. Mariae in Pontibus_, che una volta i Templari avevano posseduto presso il Ponte del Salto; questo dev'essere quel _Castrum pontium_ dove risiedette Corradino.

Il sindaco ed altri signori si riempirono di ammirazione per le battaglie tedesche, che han fiaccato perfino la grande Francia, e riandammo insieme la storia del nostro grande Impero, la sua grandezza e la sua caduta al tempo degli Hohenstaufen, le sventure e le lotte della nostra patria che susseguirono: l'apparizione ai dì nostri di un Barbarossa, tarda ma feconda di un Messia; il rinnovamento dell'Impero degli Hohenstaufen negli Hohenzollern. Ciò che Arrigo IV aveva invano tentato, l'unificazione della Germania sotto una dinastia ereditaria, è stato raggiunto solo ora, dopo 600 anni. Gli Hohenstaufen caddero, perchè si allontanarono dal suolo nazionale e spostarono il centro di gravità dell'Impero nella straniera Italia, ancora chiusa all'ideale di una monarchia universale romana. Anche il nobile Arrigo VII scontò quel sogno cesareo con una morte subitanea in Italia. Quante rivoluzioni e quante lotte di pensiero politico e religioso, prima di veder vinto questo principio imperiale romano, prima che in vista di Parigi assediata, nel castello di Luigi XIV a Versailles, fosse alfine proclamato l'Impero nazionale tedesco! «Bisogna che il sangue sparso da Corradino sia presto o tardi vendicato», diceva, già ai tempi di Carlo V, Reissner il biografo di Frundsberg. Il sangue di Corradino è ora per sempre vendicato, ed anche i delitti degli Hohenstaufen in Italia (seppure, con le idee di quel tempo relative al diritto si può parlare di delitti) son tutti espiati. I grandi imperatori svevi stanno solennemente al culmine della nostra storia, e ne rimarranno le più eroiche figure, finchè duri la memoria tedesca.

Credo che a nessun tedesco prima che a noi due, in quel giorno, sia stato mai concesso di guardare il campo di battaglia di Corradino con occhio così orgoglioso e sereno. Con quali sentimenti il nobile Raumer considererebbe oggi queste pianure palentine, egli che le visitò e le studiò nel 1817, due anni dopo la caduta definitiva del primo Napoleone? Come lungi era allora da lui, che ci ha dato una storia nazionale degli Hohenstaufen, il pensiero che egli avrebbe assistito, in una tarda età da patriarca, alla caduta di un altro Napoleone e alla ricostituzione della Germania in Impero nazionale e prima potenza del mondo! Tanto scherno, tante oltraggiose ingiurie e tanto danno ebbe a patire la nostra patria dalla Francia fin dai tempi degli Angiò, per tanto tempo fummo deboli, esautorati, perchè divisi, che ora ci sarà alfine permesso di alzare orgogliosamente la testa. Dai campi palentini della Scurcola vada dunque un saluto di giubilo alla patria, al grande nuovo imperatore del ceppo degli Hohenzollern, al ristabilitore dell'Impero, e a tutti gli uomini che con la spada e con lo spirito han contribuito a renderci il nostro Impero tedesco. I loro nomi e le loro imprese passeranno di generazione in generazione divenendo forse mito, e come oggi dei tardi nepoti sui campi della Scurcola ripensano ai tempi eroici di quella battaglia, un giorno sui campi di Wörth, di Metz, Sedan e Parigi, altri riandranno con la mente ai tempi gloriosi in cui su quei campi si formò la libera ed una Germania.