Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 21

Chapter 213,604 wordsPublic domain

A questo punto un gran mutamento si opera nella storia d'Europa, che il tempo renderà più visibile e che a noi, attualmente, sembra consistere principalmente nella caduta irreparabile dell'idea imperiale e della Chiesa imperiale. Mentre Napoleone abbandonava il Papa al suo destino, mentre l'Italia si metteva nettamente in contrasto col papato, essendo divenuta nazione libera, completamente indipendente da Roma, fu dato il colpo di grazia a quell'antico principio romano, che, non poteva più sussistere quando la Chiesa aveva perduta la sua sovranità. La debolezza del papato, inoltre, significa la debolezza del principio di legittimità e di autorità. L'antica lotta dei due principii dell'Occidente, dello spirito latino e dello spirito germanico, è stata finalmente decisa, almeno così sembra, coll'unità d'Italia a spese della Chiesa, e colla grande battaglia di Sadowa a spese degli Asburgo e della potenza francese. Lo spirito tedesco della riforma ha ottenuto sui campi della Boemia una nuova vittoria, che sarà feconda di conseguenze, sul mondo medioevale, e verosimilmente renderà alla Germania la perduta potenza. L'Impero si rinnoverà colla Casa degli Hohenzollern che ascende invincibilmente verso di esso, ma non sarà più una potenza cesarea di conquista, all'uso antico, ma un'alleanza nazionale, la quale, posta nel cuore d'Europa, starà a vegliare e salvaguardare la pace, la libertà, la civiltà dall'Occidente. In questo nuovo Stato tedesco la Chiesa sarà quantità trascurabile, perchè non più politica, ma socialmente libera. Nell'avvenire questo Impero tedesco potrebbe radunare intorno a sè in una confederazione tutti gli elementi germanici dell'Occidente, mentre i gruppi dei popoli slavi e latini si riunirebbero analogamente fra loro. La storia mira evidentemente a questo triplice risultato. Allora una eguale potenza di tutti i popoli, finalmente appagati in tutti i loro bisogni nazionali, ed una civiltà libera e generale, a cui si giungerà certamente attraverso mille vie e mille canali, potranno preservarci dal pericolo di uno squilibrio di potenza, sia dall'una che dall'altra parte.

* * * * *

Quando io scriveva le precedenti pagine, non poteva prevedere quale stupendo sviluppo fosse per prendere in breve volger d'anni la storia della mia patria. La folle dichiarazione di guerra di Napoleone III, derivata dal culto barbarico per l'idolo militare che ancora perdura in Francia, ha prodotto conseguenze di primaria importanza storica. L'intelligenza e la forza della nazione tedesca spezzarono la temuta potenza della Francia imperiale come una canna marcita. L'imperatore francese, i suoi generali, i suoi marescialli, il suo grande esercito, una volta terrore del mondo, come per una malìa, son fatti d'un tratto prigionieri di guerra. Il grande Impero francese si dissolse in polvere al tocco elettrico dello spirito nazionale tedesco, ed il papato, l'antico papato imperiale e millenario, si piegò anche esso inaridito ed inerte. Il re-papa latino e lo imperatore latino precipitarono insieme, ed in cospetto di Parigi assediata, nella notte di Natale del 1870, 1070 anni dopo Carlomagno, l'Impero, potenza nazionale tedesca, è ritornato alla dinastia protestante degli Hohenzollern. La fine dell'Impero nel 1806 appare oggi dunque soltanto come il principio di un interregno, il più lungo che la storia tedesca conosca. Ora noi incominciamo la riforma politica della Germania. E' sorprendente e bello poter oggi considerare la tenacia e la durata dell'idea imperiale, che è divenuta ora mirabile espressione del principio moderno della libertà di coscienza e della nazionalità.

Roma, Natale, 1870.

UNA SETTIMANA DI PENTECOSTE IN ABRUZZO

(1871).

Una settimana di Pentecoste in Abruzzo.

(1871).

Dopo un inverno faticoso, l'amico Lindemann[78] ed io volemmo concederci lo svago di una gita, durante la settimana di Pentecoste, nel selvaggio ed ancora così poco noto Abruzzo.

Avevamo intenzione di vedere Rieti, Aquila e il Gran Sasso d'Italia, scendere dai monti di Popoli al lago Fucino, visitarvi le opere di prosciugamento del Torlonia, festeggiare la gloriosa resurrezione dell'Impero tedesco sul campo di battaglia dell'ultimo Hohenstaufen, e poi tornare a Roma per Tagliacozzo sulla via Valeria. Tutta questa regione, indescrivibile paradiso, la visitammo nella fioritura d'un limpido maggio. Voglio adesso parlarne un poco, almeno dell'ultima tappa da Popoli a Tagliacozzo, perchè parlare dell'interessantissima Aquila mi porterebbe via troppo tempo.

Per godere appieno del paesaggio bellissimo della terra d'Abruzzo, che dovevamo attraversare, salimmo la vigilia del giorno della nostra partenza da Aquila, verso sera, sulla fortezza di questa città. Essa appartiene all'epoca di Carlo V; una possente aquila imperiale bicipite, di pietra, ed una lunga iscrizione latina, ricordante la costruzione di questo castello per opera del vicerè don Pedro di Toledo, marchese di Villafranca, stanno ancora sul ben conservato portale di marmo, di bella architettura cinquecentesca. Questo castello situato in piano, circondato da una fossa profonda, rammenta quello simile che si trova a Milano. Esso non ha più alcuna importanza strategica;[79] serve solo come caserma e dovemmo abboccarci con l'ufficiale di picchetto, per ottenere di essere ammessi a visitarlo. Quando rispondemmo alla sua domanda, relativa alla nostra nazionalità, che uno di noi era tedesco del sud e l'altro tedesco del nord, alleati d'Italia, quell'ufficiale dall'aria annoiata e dalle forme erculee, si rischiarò in volto, ci salutò, togliendosi il berretto, e ci invitò ad entrare. Come si cambiano i tempi! Anche solo pochi anni fa il nome della nostra patria avrebbe ottenuto l'effetto opposto!

Dai merli del castello contemplammo quel superbo panorama degli Abruzzi, dove le catene dei picchi nevosi si spiegano solenni e severe. Aquila è situata sui contrafforti del Gran Sasso, da Aquila vediamo questo re degli Appennini immediatamente sulla nostra sinistra. Nella trasparenza dell'aria vespertina esso appare così vicino che si distinguono benissimo gli anfratti, gli spigoli, i rilievi della sua piramide; eppure ci vogliono due lunghi giorni di viaggio per giungervi! Pochi hanno asceso questa montagna, ed essa è quasi mitica e sconosciuta, come tutta la regione limitrofa.[80] E' un nodo montuoso di figura allungata, di forme gigantesche e massiccie, almeno per quel che si può giudicare vedendolo da Aquila. Dal centro di questa massa montuosa si alza ora una specie di cono o di gobba, coperto di neve; questo è il Gran Sasso, il punto più alto d'Italia: 9000 piedi di altezza.[81] Alla destra di Aquila si stende un'altra regione montuosa, senza picchi nevosi, la cui porzione anteriore è però limitata dai nebbiosi e qua e là nevosi monti sopra Sulmona, ammantati dalla porpora del tramonto e sormontati dalla maestosa e scintillante Maiella. Dall'altro lato, verso Rieti, la nevosa Leonessa,[82] monte bellissimo che si vede da Roma. Esso perde appena in giugno la sua veste di neve, quando sul Pincio fioriscono i granati. Da Rieti noi l'avevamo costeggiata andando verso Aquila. Così costeggiammo il Gran Sasso per raggiungere Popoli.

Questa regione abruzzese non ha ancora ferrovie. Si comincia ora a tracciarne, essendo esse necessarie, anche per ragioni strategiche. Si sta costruendo una linea sul Pescara fino al mare Adriatico, dove si riallaccia alla linea di Ancona, ed è qui il punto centrale di scalo dei prodotti degli Abruzzi. Questa linea dovrà toccare Sulmona, Popoli, Aquila, Rieti e Terni e con una diramazione abbracciare la Marsica, il lago Fucino e Sora, mentre si ricongiungerebbe per Roccasecca alla linea Napoli-Roma.

Ora si viaggia in piccole vetture di posta molto primitive, che non differiscono in nulla da quelle in uso nella Sabina e nella campagna romana. La strada è bellissima: passa per monti e valli, in regioni pittoresche con lo sfondo del Gran Sasso, fra castelli e rocche in rovina, come Poggio Picenze, Barisciano, Castel Nuovo, Ritegna (?) Navelli, tutti sull'Aterno rumoroso. Fra Collepietro e Popoli varcammo un alto passo, dal quale si gode una magnifica veduta sulla lussureggiante vallata di Sulmona, che è come un enorme giardino racchiuso in un cerchio di nevose montagne. Una volta esse racchiudevano un lago, come quello Velino presso Rieti. In tempi preistorici tutte queste valli abruzzesi erano laghi; ora non rimane che il lago Fucino, ed anche questo sarà presto prosciugato. In basso si scorge Popoli, su una roccia rossastra; su di esso le torri gialle e le rovine della rocca dei Cantelmi, e dietro Sulmona, patria d'Ovidio, ai piedi della Maiella che sembra serrare la valle. La strada che conduce a Popoli scende a zig-zag con gomiti così bruschi e curve così forti, che rammenta la strada del Gottardo o altri passi delle Alpi.

Nulla di più ridente di questa piccola antica città con i suoi frutteti e le sue vigne assolate; il fiume Aterno prende da questo punto il nome di Pescara. Chi non conosce questo nome famoso nella storia di Carlo V? Appena entrati in città, trovammo la popolazione in gran movimento, essa aveva aspetto contadinesco; una strana comitiva di uomini ci venne incontro suonando una fanfara; era preceduta da giovanotti che su di un'alta pertica portavano una caldaia di rame ed altri lucenti utensili da cucina, tutti adorni di bandierine, fiori e corone. Era un corteo nuziale, e, secondo l'uso del luogo, la dote della sposa era portata in processione per viaggio. Popoli è una città di coltivatori e di vignaioli. I vini degli Abruzzi, o almeno quelli che si fanno là ed a Sulmona, sono celebrati in tutta la regione, e sarebbero esportati di più, se fossero migliori le strade. Ci è stato detto che a Popoli si compra un litro di ottimo vino per l'inverosimile prezzo di un soldo, e si piantano dei maglioli per nulla inferiori a quelli di Borgogna.

Popoli, rappresentando il punto di congiunzione delle strade commerciali di Aquila, Pescara e Sora-Avezzano, è già oggi uno dei luoghi più popolosi e frequentati degli Abruzzi. Vi notammo infatti un'animazione che ricordava Napoli e le città meridionali.

Salimmo sull'antica rocca, donde si gode un incomparabile panorama. I Cantelmi, stirpe provenzale, la eressero; essi eran venuti a Napoli con Carlo I d'Angiò, resero grandi servigi a questo conquistatore nella lotta con Manfredi e Corradino, e, arricchiti di molti feudi nel regno di Napoli, divennero una delle più potenti famiglie feudali. I Cantelmi possedettero anche per molto tempo la bella Sora sul Liri. In nessun altro luogo d'Italia il feudalismo ha fiorito come nel Napoletano. I Normanni, gli Hohenstaufen, gli Angiò, gli Aragona; poi gli Spagnoli, dopo Carlo V, crearono infiniti feudi, cosicchè in quella regione si può dire non esista paese cui non sia annesso un titolo di conte o di marchese. Nessuna regione, anche, cambiò tanto spesso di signoria per l'eterna lotta delle dinastie e delle nobiltà. Se non erro, l'attuale duca di Popoli seguì l'ex-re di Napoli, Francesco, nel suo esilio sul remoto e gelido lago di Starnberg. Il lago di Starnberg è uno dei luoghi più pittoreschi e suggestivi che conti la Germania, sulla sua tranquilla riva ospitale, coronata di boschi e di casolari, ben vi possono i fuggiaschi affaticati della vita e della storia, riposare nel silenzio e nell'ombra. Ma ci vuole un'anima tedesca per godere la bionda bellezza di quella natura e non sentirsi intirizzire; potrebbe un luogo come quello consolare un esule che ha negli occhi e nel cuore il sole di Napoli?

Noi viviamo in tempi, nei quali la dea Fortuna gira assai velocemente la sua ruota; quando s'ebbe mai più di ora materia per dissertare sul vecchio tema _de exilio_ e _de varietate fortunae_? Gli antichi Romani, da Scipione, esempio dell'esule sereno e rassegnato, molto si distinsero nell'arte di sopportare degnamente l'esilio. Si dice che la religione cristiana e la diffusa cultura abbiano ai nostri tempi reso i dolori più tollerabili che nell'antichità, nella quale il più forte di tutti i sentimenti era l'amor di patria; questa è, e rimarrà, una bella frase. Queste considerazioni feci anch'io guardando la rocca dei Cantelmi, che mi faceva ricordare Starnberg e Chiselhurst. Nello sfondo del nostro viaggio, nube lampeggiante, stava la lotta spaventosa di Parigi colla Comune. Appena giunti in paese, chiedemmo dei giornali, per conoscere le ultime notizie. Ci dissero che in Popoli c'è un _Casino_, o meglio una _Casina_, come chiamano negli Abruzzi e nella Marsica qualche cosa di molto simile a quello che si chiama _Museum_ nelle città della Germania meridionale. La sera ci condussero in un caffè, e da questo, salite parecchie scale, ci trovammo nelle due stanze dove la _Casina di Popoli_ aveva fissato la sua segreta sede. Alcuni signori giocavano al biliardo alla luce crepuscolare di fumose lampade; noi fummo gentilmente introdotti nel gabinetto di lettura, dove trovammo giornali italiani, ma non molto recenti, che aveva portato la posta di Aquila e di Pescara.

Per il giorno seguente noleggiammo una vettura per recarci al lago Fucino per il selvaggio monte di Raiano, viaggio di un giorno intero.

Una volta vi era servizio di posta con Avezzano; ora non più, non so per quale ragione, forse perchè si sta costruendo la nuova strada di Aquila attraverso la montagna. L'antica strada è bellissima e praticabile. Traversammo il Pescara, vivace corso d'acqua montanino, ricco di trote, largo qui come il Liri a Ceprano. Attraverso questa regione incantevole giungemmo a Pentima, poi sull'altipiano dell'antico _Corfinium_ dei Peligni.

La bellezza della valle da Sulmona a Popoli, colla catena del Gran Sasso e le altre montagne intorno, è tale che non può esprimersi con parole. Io non vidi mai un paesaggio così superbamente stilizzato, come questo di Corfinio, da non paragonarsi nemmeno colle famose località siciliane. E' una veduta di alpi e di nevi nella smeraldina limpidezza della luce del sud. Anche sotto questo cielo i monti hanno nevi eterne, ma queste non hanno la grandiosità sinistra dell'_elemento_; sembrano essere state posate sugli spigoli scintillanti da uno spirito di bellezza, per aumentare lo splendore di queste montagne. Sotto l'azzurro del cielo lo scintillìo delle nevi ha un risalto speciale, magico. Teatro più bello dell'altipiano di Corfinio questa scena sublime non potrebbe avere, e si potrebbero passare delle ore e dei giorni interi assorti nella sua contemplazione, dimenticando il piccolo mondo degli uomini.

In mezzo a questa natura grandiosa, quasi eroica, in quest'aria fresca e serena, potrebbe sorgere una forte città dalla popolazione sana ed esemplare. Vedemmo molti resti di antiche mura, ed una chiesa non vecchissima, ma d'una considerevole antichità, unico particolare del quadro che ricordasse il presente ed il tempo. Essa è di travertino giallastro e brillante. Si chiama San Pelino, e da essa prende il nome l'altipiano. Deve essere stata eretta verso il 1400, ma, a giudicare dalle iscrizioni, prima di essa vi doveva già essere in questo luogo un'altra chiesa, eretta sulle rovine d'un tempio pagano. Il materiale di costruzione è stato preso da _Corfinium_, come sì rileva dai frammenti d'iscrizione che si trovano sulla parete esterna.

Presso uno di questi frammenti trovai questo scritto medioevale, coi caratteri del tempo dei Cosmati, e anche coi nomi e le parole usate dai Cosmati stessi nelle loro iscrizioni: VGO. HOC. F. OPVS. ARNVLFVS. EP. PLEBI. DI.--ciò che non mancò di meravigliarmi molto. Ancor oggi sul tabernacolo di S. Paolo a Roma si legge: _Hoc opus fecit Arnolfus cum socio suo Petro_.

Come è incomparabilmente grande qui la natura, ugualmente grandi sono le vestigia della storia di Roma. _Corfinium_ fu per lunga serie d'anni il centro della più violenta rivoluzione d'Italia, la terribile sollevazione degli alleati contro i privilegi della sovranità assoluta di Roma. In questa città gli eroici Marsi, i Sanniti ed altre popolazioni strinsero alleanza, si dichiararono indipendenti da Roma, crearono, sotto Quinto Silio, consoli e Senato, e chiamarono _Corfinium, Italica_. In terribili guerre la Comune delle popolazioni italiane lottò per la cittadinanza romana; seguirono altre guerre sociali, e la grande guerra servile: le figure di Mario e Silla, Ottavio, Cinna, Sulpicio e Rufo, nonchè Pompeo e Cesare, si presentano agli occhi del viaggiatore che segue col pensiero questa catena galvanica di lotte gigantesche dell'aristocrazia colla democrazia, del diritto popolare col privilegio, che conduce all'apparizione del Cristianesimo e del suo ideale democratico. Ed essa non finisce qui: la lotta è eterna come il principio che la provocò.

Mentre noi qui, sulla luminosa pianura di Corfinium, riandiamo col pensiero quelle rivoluzioni e guerre civili per la conquista dei diritti da parte dei Comuni d'Italia, i comunardi di Parigi chiamano alla riscossa le città di Francia contro il principio di stato della centralizzazione; essi abbattono i monumenti imperiali e regali, e spargono su di essi infiammato petrolio, facendo di Parigi un rogo. Se mai la ragione e il diritto furono fondamento di una guerra civile, ciò accadde nel caso della guerra marsica.

Un granellino di ragione Bismarck lo trovò anche nel pandemonio della Comune di Parigi. Negli eccessi della recente rivoluzione parigina riconosciamo in parte il fanatismo della furia partigiana latina, ed anche un po' della grandiosità dell'anima romana. I posteri potranno forse meglio di noi sceverare il torto dalla ragione in questo periodo storico, e giudicare in modo più mite quello scoppio d'un malore sociale. La recente storia di Francia offre infatti una forte analogia con quella dell'antica Roma.

Già da ottanta anni quella regione è agitata da rivoluzioni che la fanno oscillare fra la repubblica e l'impero. Il cesarismo romano ha trovato raramente buon terreno per svilupparsi in Italia, sua terra d'origine, ma è esulato in Francia.

In Italia, invece, il principio della centralizzazione romana non passò allo Stato, ma alla Chiesa ed al potere temporale.

Sarebbero ben da compiangere gl'Italiani se facessero di Roma, loro capitale, un vampiro della nazione; certamente al più presto non mancherebbe un _Corfinium_. Già troppo le differenze e le autonomie delle Provincie sono state intaccate in Italia; e si deve alle tenaci tradizioni ed ai resti dei Comuni medioevali, se ancora non sono sensibili inconvenienti maggiori del nuovo stato di unità.

Ma, laggiù, da un colle si staccano cupe masse di case, e le torri di una cattedrale: è Sulmona; e la figura del sereno poeta delle Metamorfosi e delle Eroidi, poi esule infelice, ci si presenta: Ovidio fu proprio l'uomo creato per fare le più profonde riflessioni sull'instabilità della fortuna! Dal luminoso e raffinato mondo romano egli precipitò fra i selvaggi Sciti del Mar Nero, coperti di pelli di belve! Quante volte, laggiù, egli non avrà pensato con melanconica e straziante brama ai monti e alle valli floride della patria sua, ai giochi della sua giovinezza a' piedi della Maiella!

Un'altra figura storica, lontana da quella di Ovidio, come la notte dal giorno, come può esserlo un ascetico santo da un sereno pagano, ci apparisce dietro Sulmona, e riempie delle fantastiche memorie medioevali l'azzurro leggermente nevoso della Maiella. Da quelle grotte un timido montanaro eremita fu sbalzato d'un tratto sul trono pontificio: Celestino V, predecessore di Bonifacio. In S. Maria di Collemaggio presso Aquila, dove egli fu condotto da re Carlo di Napoli per esservi incoronato, egli giace sepolto; ed io visitai là il suo mausoleo. La sua storia è il più strano episodio del Papato, un poema di santità, tutto fragrante di romanticismo medioevale, incomparabile ed unico negli annali della Chiesa.

Un altro figlio diretto del medioevo leva la sua ombra sulla Maiella: Cola di Rienzo, l'ultimo tribuno di Roma, in esilio, e non più vestito di broccato e di seta bianca, ma nella cella di quei Celestini che il papa-eremita aveva fondato. Anch'egli fu dunque un eremita della Maiella, cinquant'anni dopo Celestino. Dopo la sua cacciata dal Campidoglio, andò errabondo nel napoletano, e si rifugiò poi in queste solitudini, visse cogli eremiti, assorto in meditazioni sulla riforma universale, alla quale si credeva chiamato. Di là mosse verso Praga, per partecipare all'Imperatore Carlo le profezie degli eremiti abruzzesi e le sue proprie idee geniali.

Da _Corfinium_ quante prospettive storiche si presentano alla mente del viaggiatore! Quinto Silio, Ovidio, Celestino, Cola di Rienzo. E dovunque, davvero, in Italia, in questi paradisi naturali che da una bellezza conducono ad una bellezza più grande, dovunque troviamo vive e fresche le fonti della storia! Da ogni lato balzano figure del mito e della storia più ricca e più grande del mondo!

Nessuna terra è più suggestiva, in nessuna terra pulsa come in questa il sangue della civiltà!

Se oggi essa appare monumentale, e di sasso, essa getterà un giorno la maschera! Questo inesauribile campo di sèmina della civiltà ha anche un'altra missione, oltre quella di essere il camposanto di un grande passato. Lo spirito luminoso di questa nazione tornerà, presto lo speriamo, a splendere come al tempo di Dante e di Raffaello!

Montammo in carrozza e giungemmo presto a Raiano, piccolo villaggio all'estremità dell'altipiano, dal quale poi si sale alla Costa (?), possente fianco del monte, attraverso il quale, dopo molte ore di cammino si giunge al lago Fucino. Si sale lentamente serpeggiando. A Raiano rinforzammo con buoi il nostro tiro. Andando innanzi incontrammo una numeroso gregge di pecore e di capre che i pastori, uomini giganteschi, coperte di pelli le spalle, impugnando il pungolo, conducevano lentamente alla montagna. Più oltre vedemmo i pendìi tutti coperti di greggi, che vi passano l'estate. Cani dal lungo pelame, della grandezza dei San Bernardo, fanno la guardia; essi portano un collare di cuoio con punte di ferro, che li protegge dal dente dei lupi abruzzesi.

Giungemmo alla prima altura sopra Raiano, donde si godono sempre nuove e incantevoli vedute del Gran Sasso, del monte Golgano(?), della Maiella e di tutta quella regione montuosa, strana solitudine di rupi rossastre appoggiate la une sulle altre o spaccate da profondi crepacci di mille forme, sormontate dal maestoso Gran Sasso.

In questo luogo il fiume Pescara si perde sotterra; si passa quindi una valle, dopo Goriano Sicoli, e più là fra umide e cupe montagne si apre un passo, chiamato Forca,[83] come molti son chiamati in Svizzera.

Vi giungemmo a mezzogiorno. Si poteva essere a 4000 piedi sul mare, ma l'aria vi era tepida e dolce; delle allodole cantavano e degli usignoli svolazzarono da un cespuglio.

A Forca ci imbattemmo cogli ultimi viandanti, cavalieri o pedoni; poi non si incontrarono più che greggi di pecore inerpicantesi sui dirupi. Ai lati strade mulattiere conducono ad Alba[84] e ad Avezzano, e sono antichissime; nel medioevo servivano da strade militari. Così procedemmo per ore sulla roccia brulla, di color bruno. Degli amici di Roma avevano trovato rischiosa la nostra gita in questa solitaria contrada che, dopo le Calabrie, è la più frequentata dai briganti.