Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 2

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Pompeo Colonna, scomunicato da Giulio II, ma riammesso in grembo alla madre Chiesa da Leone X, passò la commenda al nipote Scipione. I Colonna erano potenti nella Campagna romana, dove si erano formati un piccolo regno delle città degli Ernici e dei Volsci; essi pensavano perciò d'incorporare anche Subiaco nei loro possessi, e siccome i cardinali di questa famiglia ottenevano dai papi che fosse assegnata la commenda ai loro nipoti, viventi ancor essi, così fu loro possibile di essere padroni di Subiaco per ben 116 anni. Per tutto questo periodo il paese rimase ai Colonna, nonostante le continue lotte coi papi. Clemente VII subì per questo una tremenda sconfitta. Le sue truppe distrussero nel 1527 la rocca di Subiaco, ma il 28 giugno dell'anno successivo furono completamente battute, sotto il comando di Napoleone Orsini. La bandiera tolta in quella giornata alle truppe pontificie, si conserva, come trofeo, nella chiesa di S. Scolastica, e ogni anno, nello anniversario, si festeggia a Subiaco, con una processione, questa vittoria ottenuta su di un pontefice.

Questi ricordi storici sono ancora vivi in tutta la regione.

Il dominio dei Colonna fu un governo baronale, fatto di arbitrio, senza legge, simile al dominio lombardo-spagnolo dipinto dal Manzoni nel suo romanzo. Questi cardinali non vedevano nella porpora che indossavano che il manto della sovranità; dei banditi assoldati, già noti allora sotto il nome di _bravi_, obbedivano fedelmente ai loro minimi cenni, e nè la proprietà, nè l'onore delle famiglie erano sacri a quelle masnade accampate nel cortile della rocca. Mentre duravano ancora le contese tra Farfa e Montecassino, una notte, Scacciadiavolo, il temuto bravo di Pompeo, con 44 armati piombò sul chiostro di S. Scolastica, lo saccheggiò e ne scacciò tutti i monaci. Si dice che vi avesse avuto mano anche il cardinale; fatto si è che egli fu destituito dal papa, ma per esser subito dopo rimesso al suo posto. La storia di quel tempo è piena di simili violenze, e molti luoghi di Subiaco ne tramandano la cupa memoria: si mostra ancora la piazza, per esempio, in cui parecchi cittadini furono sepolti vivi. Subiaco vide, fra le altre atrocità, anche lo spaventoso matricidio che impedì la grazia della famiglia Cenci. Un membro della casa Santa Croce di Roma avendo nel 1599 strangolato la sua propria madre a Subiaco, il papa, appena saputolo, firmò la condanna a morte di Beatrice Cenci, della matrigna e del fratello.

Intanto la potestà di Subiaco passava dall'uno all'altro Colonna, la storia dei quali è legata a quella del chiostro; così Marcantonio Colonna, così Camillo e finalmente Ascanio, che fu della famiglia Colonna l'ultimo cardinale-abate di Subiaco. Abitava questi nella rocca, spudoratamente, con la sua amante Artemisia, che aveva elevato a sua sostituta nella direzione dell'abbazia, ogniqualvolta egli doveva assentarsi; la cosa sollevò tanto scandalo che la commenda fu tolta ai Colonna. Dopo la morte di Ascanio, nel 1608, il papa l'assegnò a suo nipote Scipione Caffarelli Borghese, che la tenne fino al 1633.

I Colonna non hanno lasciato in Subiaco nessun bel ricordo; si vedono soltanto nella fortezza, che essi fecero costruire ed abbellire, delle stanze ornate dei loro stemmi.

Mentre fino al secolo xvi gli Orsini e i Colonna furono i padroni veri e propri della Campagna romana, dopo il XVI secolo subentrarono in questo dominio le più recenti famiglie, i Borghese e i Barberini, portate su da papi nepotisti. Essi acquistarono le più belle proprietà del Lazio, e le posseggono ancora (1858). Le città di questa regione mostrano sempre i loro palazzi massicci e spaziosi, dalle cui pareti pendono i polverosi ritratti dei baroni di quel tempo. Se ne trovano molti; ed anche nella cittaduzza montana degli Ernici, dove scrivo queste righe, mi trovo in mezzo a quadri famigliari di antichi cardinali e di maestose dame del secolo XVII; fra i cardinali ho notato il volto roseo di Scipione Borghese. Era il tempo dell'assolutismo galante e sensuale, in parrucca incipriata e calze di seta, il cui carattere era imbelle, intrigante e scandaloso, non meno che prosaico. I baroni in corazza e maglia del medio evo si eran mutati in principi molli che, sdraiati sui divani delle loro camere, gustavano i frutti che il vassallo tremante portava loro al castello. Ogni volta che i cardinali facevano il loro ingresso in Subiaco per prendere possesso dei beneficî, arrivavano alla testa di un piccolo esercito mercenario, e, accompagnati da un nugolo di servi, ricevevano sulla porta dalle mani del magistrato le chiavi della città.

I Borghese furono presto cacciati da Subiaco dai Barberini. Urbano VIII, capostipite di questa ricca casa, assegnò la commenda al nepote Antonio, nel 1633; da questo tempo i Barberini seppero molto bene seguire l'esempio dei Colonna, poichè per 105 anni l'abbazia rimase nelle loro mani; Antonio accrebbe anche la potenza del cardinale-abate; aggiunse al diritto di giurisdizione baronale anche quello vescovile, che fino ad allora avevano esercitato i vescovi confinanti di Tivoli, Anagni e Palestrina, sui diversi castelli. Così il commendatore di Subiaco fu insieme barone e vescovo, con terrore del povero popolo. Le leggi erano così inumane che solo per aver preso una quaglia o un fagiano si era puniti con dieci anni di galera. Tuttavia il governo dei Barberini portò un po' di bene: Subiaco, per la sua posizione naturale, su di una ricchissima corrente di acqua, era specialmente adatta all'industria, e deve al primo Barberini le fabbriche di carta, di cotone e di stoffe colorate, che occupano e nutrono anche oggi alcune centinaia di operai; nulla però si è potuto fare per sviluppare queste industrie, poichè esse son rimaste un monopolio della commenda cardinalizia.

Intanto i monaci non avevano dimenticato che essi un tempo erano stati i signori feudali dell'abbazia; colsero dunque l'occasione della morte di Francesco Barberini, nel 1738, per far valere i loro antichi diritti. Nominarono vicario quegli che era stato abate, Bernardo si lasciò condurre nella chiesa della città, ricevette là dal gonfaloniere del popolo il giuramento dei sudditi, giurò egli stesso gli statuti, e dopo una completa cerimonia di presa di possesso, fu portato in processione per Subiaco, imitando in tal modo l'insediamento di un nuovo papa. Così, come se fosse stato un abate del xiii secolo, promulgò editti, insediò suoi agenti nei castelli, fece grazie, richiamò esiliati e tenne un linguaggio da principe. L'editto inaugurale del suo governo comincia con queste pompose parole: «Noi, Don Bernardo Cretoni, dell'ordine di S. Benedetto, monaco e professo del sacro imperiale chiostro di S. Maria della Farfa, e per grazia di Dio abate regolare del sacro chiostro di S. Scolastica, e, per grazia della Santa Sede Apostolica, Vicario della medesima Santa Sede apostolica, vicereggente temporale e spirituale». Ma lo sfrontato abate trovò la più ostinata resistenza nel popolo, cui non sorrideva punto l'idea di tornare sotto il dispotismo della cocolla, ed un'eguale resistenza nella gelosia della parte religiosa secolare della città. Gli uni e gli altri ricorsero al Pontefice, e questi diede la commenda al cardinale Spinoza, che come plenipotenziario prese finalmente possesso di Subiaco.

Verso la metà del secolo XVIII era divenuto acerbissimo l'odio contro tutte le istituzioni feudali e il monacato, venuto in contrasto con gli stati laici, doveva risentirne gli effetti. A Subiaco si formò una congiura contro i benedettini; si cantavano canzoni di scherno contro i monaci e nelle strade, dei declamatori raccontavano la storia del chiostro, eccitando la popolazione con la narrazione dei soprusi e delle violenze patite. I monaci, che non avevano potuto reprimere una sollevazione avvenuta il 13 maggio 1752, invocarono l'aiuto delle truppe romane: una compagnia di côrsi entrò in Subiaco, e con essa un commissario pontificio per farvi un'inchiesta. Avendo la commissione riconosciuto quale era la radice del male, papa Benedetto XIV risolvè di abolire i diritti feudali dei benedettini. Un papa che aveva il nome di Benedetto ebbe il coraggio di rinnegarlo, e, mentre egli annientava uno dei più antichi principati ecclesiastici del mondo, si metteva su quella via di riforme nella quale poi doveva seguirlo l'infelice suo successore. Egli abolì per sempre, il 7 novembre 1753, la giurisdizione temporale del cardinale-abate di Subiaco, e gli lasciò soltanto alcuni titoli e rendite di natura feudale, che sussistono ancora in gran parte e sono abbastanza gravosi. Il principato temporale passò allo Stato e fu esercitato da un governatore e da un giudice, che venivano nominati dalla _Sacra Consulta_. La commenda cardinalizia rimase un beneficio semplicemente spirituale; il suo primo titolare, in questa nuova condizione, fu Giovanni Battista Banchieri.

Questa fu la fine dell'ordinamento medioevale della famosa abbazia, e da quel tempo la sua storia perdè ogni interesse. Però fra i suoi cardinali-commendatori ve n'è uno notevole per avere efficacemente favorito, secondo le esigenze dei nuovi tempi, la civilizzazione di quella regione, ed è Pio VI, Braschi, che, nominato cardinale-abate nel 1773, rimase tale anche quando fu fatto papa, e colmò Subiaco di beneficî. Oltre alla costruzione di vari edifici, come la cattedrale, un grande seminario, il restauro del palazzo, ed altro, suo titolo principale alla riconoscenza di quella popolazione è la bella strada che, lungo l'Aniene, conduce a Tivoli: per mezzo di questa strada egli collegò l'abbazia alla capitale della regione. I cittadini di Subiaco gli innalzarono perciò un arco di trionfo, sul modello dell'arco di Tito; è un ornamento di quel luogo che il medesimo pontefice aveva fatto diventare città. Pio VI entrò a Subiaco nel maggio 1789 passando per questa porta d'onore.

Ma ben presto la Repubblica franco-romana abbattè quello che rimaneva; due volte essa soppresse il chiostro, finchè Pio VII lo ristabilì nel 1814. Gli ordinamenti dell'abbazia sono da quel tempo rimasti come erano stati fissati nel 1753; il cardinale-abate possiede uno dei più ricchi beneficî della chiesa; i monaci, non più signori di castelli e di vassalli, hanno ancora molti beni e coloni; i loro possessi, coltivati a olivi ed a viti, giungono sino ai piedi dei monti Volsci. L'ammontare della rendita annuale che appartiene anche oggi al chiostro, è valutata da 8 a 10,000 scudi.

L'abbazia stessa conta presentemente nel suo territorio 21,000 e più abitanti, ripartiti in sedici villaggi e castelli: Subiaco, Trevi, Jenne, Cervara, Camerata, Marano, Agosta, Rocca Canterano, Canterano, Rocca di Mezzo, Cerreto, Rocca Santo Stefano, Civitella, Rojate, Affile e Ponza. Fra questi Trevi e Affile sono antiche colonie romane. Meglio che da qualunque altro luogo, la vista di questa regione, ch'è il territorio superiore dell'Aniene, si gode da una delle alture del Serrone, che separa la valle dell'Aniene da quella del Sacco. I castelli dell'abbazia sono situati, eccetto Subiaco, sulle sommità rupestri dei monti, e sono grigi come le pietre calcaree che li circondano. Il bizzarro modo di edificare, la selvaggia solitudine, le vesti, l'idioma, i costumi, rendono la regione degna di grande attenzione. Ma spaventosa è la miseria di quei montanari: il loro nutrimento, che si limita spesso a cattivo granturco, è meno sicuro di quello degli animali della campagna, per i quali la natura ha in qualche modo provveduto. In nessun luogo d'Italia ho visto una miseria più spaventosa quanto in alcuni di quei luoghi. Bisogna entrare nelle stamberghe di quei coloni dei monti, o vederli vangare la terra, al melanconico canto dei loro ritornelli, e lavorare più accanitamente dei muli, per compiangerli quanto essi meritano. Meglio che nelle cronache del tempo, nei loro cenci e nei volti emaciati e pallidi per la febbre si legge la storia delle violenze della potestà feudale dei baroni e dei monaci.

Più viva e interessante della storia politica del chiostro sarà pel lettore la descrizione di quelle particolarità che allontanano l'occhio dell'osservatore dalla miseria della popolazione, e lo volgono altrove. Mentre il vassallo serviva e soffriva la fame, il monaco ben nutrito risedeva nel suo chiostro, e lo abbelliva con quadri artistici e con memorie di altri tempi; della qual cosa noi dobbiamo essergli grati. Esistono due chiostri a Subiaco, che stanno sotto un solo abate e formano una sola corporazione: di S. Scolastica il primo, il secondo di S. Benedetto, chiamato anche _Sacrum specus_. Giacciono ambedue fuori della città, sulla riva destra dell'Aniene, nella solitudine dei monti. Il primo è il più antico: è una bizzarra e pittoresca massa di edifici, fra i quali si erge una torre quadrata, innalzata dall'abate Umberto, nel 1053. Il miscuglio di stile romano e gotico delle finestre e delle nicchie rivela la traccia di diverse epoche, ma nel complesso mostra ancora soltanto alcuni resti dell'epoca più vetusta, specialmente nei cortili. Il chiostro fu più volte restaurato e la sua chiesa attuale è una costruzione del secolo scorso. A questo secolo noi dobbiamo anche attribuire la facciata del convento, mentre la corte seconda, o interna, rimonta, come si rileva dall'arco romano e dai pilastri, al secolo XVII. Pitture moderne sulle pareti e sui pilastri, in condizioni miserevoli, ricordano la storia dell'abbazia; vi sono rappresentate in grandezza naturale le figure dei papi e dei principi che visitarono il chiostro, fra gli altri l'imperatore Ottone III e l'imperatrice Agnese. Alcune iscrizioni recano la lista completa dei luoghi posseduti un tempo dall'abbazia.

Di qui si passa in un cortile intermedio, situato dinanzi all'entrata della chiesa: è notevole per alcuni resti di architettura gotica, specialmente per un grande arco di pietra, scannellato, ornato di figurine e di spirali. Qui si trova anche il più antico monumento posseduto da S. Scolastica, cioè un rozzo bassorilievo in marmo del 981, del tempo degli Ottoni tedeschi e della più profonda barbarie romana. È un quadrato di alcuni piedi di larghezza e di eguale altezza, che porta scolpite quà e là immagini medioevali. Su di un fusto ornato di foglie si erge un vaso: due bestie orecchiute si arrampicano con le quattro zampe sul fusto, sollevandosi per bere il contenuto del vaso. Il loro aspetto è così enigmatico, che non mi credo nel caso di poter decidere se siano lupi o cervi, volpi o cani, od altri animali. Sul dorso di una sta un uccello in atto di beccare. Tutt'intorno corrono fregi e ornati in pietra. Il corpo di una delle bestie contiene una iscrizione che ricorda come Benedetto VII consacrasse la chiesa del chiostro il 4 dicembre 981.

EDIFICATIO UIUS ECCLE [=SC]E SCOLASTICE TEMPORE DOMNI BENEDICTI VII [=PP]. AB. IPSO [=PPA] DEDICATA Q. D. [=S]. [=AN]. AB INCARNATIONE DNI CCCCCCCCCLXXXI M. DE[=CB]. D. III. INDICTIONE VIII.

Sul bassorilievo si trova un'altra iscrizione rovinata, della quale mi è stato impossibile decifrare il principio. Di fronte a questa, accanto alla porta della chiesa, si legge l'iscrizione del tempo di Leone IX, di cui ho già parlato.

La chiesa stessa, della quale la primitiva fabbrica era stata consacrata da Benedetto VII, non ha più nulla di antico. Ma se si entra nel vero e proprio cortile del chiostro, a destra, si trova uno spazio quadrato intorno ad un pozzo ornato di quelle piccole colonne ed archi rotondi come se ne vedono a Roma in molti chiostri: è del principio del secolo XIII, memoria del potente abate Lando e della famosa famiglia artistica romana dei _Cosmati_. Gli esametri sull'entrata principale dicono:

COSMUS ET FILII LUCAS ET JACOBUS ALTER ROMANI CIVES IN MARMORIS ARTE PERITI HOC OPUS EXPLERUNT ABBATIS TEMPORE LANDI.

Questi degni maestri furono più felici nei loro monumenti funerari e tabernacoli che in questa costruzione, che non può in nessun modo sostenere il confronto col chiostro dei benedettini di S. Paolo in Roma. Le colonne (ogni due ve n'è una doppia e contorta) sono semplici e rozze; i capitelli sono brutti e a forma di trave; nè mosaici, nè intagli ornano l'arco e il cornicione. L'arte sembra qui essersi adattata alla rozzezza della campagna.

Questi sono essenzialmente gli unici o i più notevoli resti di un passato così ricco e così lungo, che ha subìto tante devastazioni. Gli edifici del chiostro, spaziosi nell'interno, con molti corridoi, celle, camere, e sale per usi diversi, sono in gran parte recenti. Sono entrato con piacere e curiosità solo nelle biblioteche e nell'archivio dei benedettini; i ben catalogati scaffali contengono materiali preziosi per la conoscenza del Lazio nel medio evo. Alcuni scaffali sono consultabili e visibili a tutti, altri inaccessibili, e la bacchetta magica del Muratori stesso non riuscì a farne aprire i ripostigli. Di gran pregio è il _Regestum insigne veterum monumentorum Monasteri Scholastici_, in pergamena, raccolta di documenti dal nono secolo in poi.[9] Mancano documenti anteriori. Nessuna delle cronache di Subiaco è stata data alle stampe, eccettuata una anonima che giunge sino al 1390 ed è edita dal Muratori. A questo fu interdetta la stampa di una cronaca più particolareggiata, scritta da un tedesco di Treviri nel 1629: _Chronicon Sublacense P. D. Cherubini Mirtii Trevirensis anno Dni_ 1629.[10] I monaci permettono di vederla: è assai più completa dell'altra, neppure quella stampata, di Guglielmo Capisacchi di Narni (1573); non può dirsi un lavoro notevole, ma solo una compilazione, senza corredo di documenti. La storia dell'abbazia giace ancora sepolta in questi archivi; l'ha scritta di nuovo il canonico Janucelli, ma anche l'opera sua non è scientifica. Ho avuto fra mano un manoscritto del 1833, che contiene una storia abbastanza esatta dell'abbazia; n'è autore Silvio Mariani, di Subiaco, morto testè in Grecia. Egli si è servito dei cronisti sopra nominati, ed anche di alcuni documenti, ma la sua opera non è, essa pure, che manoscritta. È dettata con spirito liberale e consta di 492 pagine: debbo ad essa molte delle notizie che qui sopra ho riportato.

La biblioteca è piccola ma notevole per quegli antichissimi incunabuli tedeschi di cui ho già dato notizia. Ho preso in mano con gioia i preziosi, belli e ben stampati volumi _in-folio_ che mi porgeva un giovane benedettino tedesco. In fondo all'opera di Lattanzio ho trovato scritto: «_Lactantii Firmiani de divinis institutionibus adversus gentes libri septem, nec non ejusdem ad Donatum de ira Dei liber unus, una_ _cum libro de opificio hoîs ad Demetrianum finiunt. Sub anno Dni MCCCCLXV pontificatus Pauli papae. Anno ejus secundo. Indictione XIII die vero antipenultima mensis Octobris. In venerabili monasterio Sublacensi. Deo gratias_».

Spontaneo grido di gioia, questo, di quei bravi stampatori che, per modestia, nemmeno hanno manifestato il loro nome. Ciò mi ricorda il motto che i greci e i latini del medio evo ponevano in fondo al manoscritto copiato, per coronare le proprie fatiche:

hôsper xenoi kairousi patrida blepein houtôs kai hoi graphousi telos bibliou.[11]

S. Scolastica conta ancor oggi circa settanta fratelli, fra cui parecchi tedeschi, e l'attuale abate, Don Pietro Casaretto, ha severamente riformato la disciplina dell'ordine. Ora, a quanto mi si è detto, i monaci sono stati messi a magro regime; ma visitando la bella cucina, dalla volta profonda, un odore gradevole di grasso, degno di Omero, mi ha colpito le narici e non mi è parso esattamente secondo la regola pitagorica di S. Benedetto, proibente l'uso della carne.

Passiamo ora al vero santuario dei Benedettini, a quel piccolo secondo chiostro che alla metà del secolo XI fu edificato sulla grotta di Benedetto, e per questo chiamato _sacro speco_. I monaci di Montecassino nel 1688 aprirono una strada per salirvi, via ripida, che conduce, traverso le rupi, alla grotta, offrendo magnifici panorami. Mentre il viaggiatore ha sotto i piedi la corrente spumeggiante, vede la bella valle di Subiaco e il burrone dell'Aniene. In lontananza, dove la valle sembra chiudersi, si scorge l'alpestre paese di Jenne, patria di Alessandro IV e dell'abate Lando dei conti di Segni. Immediatamente prima della grotta si trova un ombroso e oscuro boschetto di quercie, che forse già attrasse il solitario Benedetto, e che anche oggi, come un bosco sacro degli antichi, annuncia la vicinanza di un mistero.

I piccoli fabbricati, fondati l'uno di seguito all'altro sulla grotta, sono appoggiati alla parete scoscesa della rupe, e presentano all'aspetto un miscuglio originale di stili e sono ornati fin dall'esterno di pitture. Si passa sopra un ponte murato, che deve essere stato nel medio evo un ponte levatoio, e si penetra in una lunga galleria che conduce nell'interno ed è ornata d'imagini non antiche degli evangelisti. Su di una parete si leggono questi buoni distici:

Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra? Quaesiti servant luminis antra nihil.

Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem, Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.

E sotto:

D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae cunabula.

In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai oltrepassato.

Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione laberintica, siccome si conviene ad un edificio fabbricato tra le rupi. Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane, cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi, rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templi pagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro, l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua rappresentazione classica.