Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 19

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Quando, al principio del secolo XVI, il papato abbandonò il suo terreno storico, l'Italia, e si ridusse nella lontana Avignone, in quella terra che agitavano terribili lotte fra Guelfi e Ghibellini, dovè tornare d'un tratto l'idea dell'Impero e dell'Imperatore come una via di salvezza.

Questo principio latino si risvegliò con tale delirante e ardente fede nell'animo degl'infelici Italiani, da ricordare l'attesa del Messia da parte dei Giudei. Infatti gl'Italiani di quel tempo somigliavano, nelle loro sventure agli Ebrei: Dante fu il loro profeta. Il suo immortale ditirambo: _Ahi serva Italia di dolore ostello_, ha avuto la sua significazione e giustificazione storica fino al nostro tempo, quando nel dicembre 1866 gli ultimi francesi si imbarcarono a Civita Vecchia. L'apoteosi dell'Impero fatta da Dante, egli ne vide l'aquila librarsi fino in paradiso, i suoi ammonimenti all'imperatore, il benvenuto dato ad Arrigo VII, sono prove del culto per l'Impero che aveva tradizionalmente profonde radici nel mondo latino, anzi in tutto l'Occidente.

Arrigo di Lussemburgo rispose all'appello dei Ghibellini e venne in Italia a placarla come _Imperator Pacificus_ e a restaurare l'imperiale maestà, _veltro allegorico_, per dirla con Dante. Ma il suo tragico viaggio verso Roma e le infelici sue lotte in Toscana mostrarono la debolezza dell'ideale di fronte alle pratiche circostanze della vita, l'evanescenza del sogno di fronte alla realtà. Il suo sarcofago, nella ghibellina città di Pisa, è il monumento funebre di tutto l'impero.

Ma l'idea imperiale non era morta, e si nutriva col nuovo spirito della riforma. Sua arme era lo spirito irrequieto e anelante al meglio, che anima l'umanità, e con essa combatteva ancora la Chiesa dottrinaria. Mentre dunque l'Impero precipitava sempre più in basso, e perdeva ad uno ad uno i suoi diritti e le sue provincie, esso persisteva in Occidente come teoria filosofica, alla quale si alleavano gli elementi eretico-evangelici che uscivano dal seno della Chiesa corrotta.

Alle pretese degli arditi papi francesi, i quali, ritirati in Avignone al sicuro dagli Italiani e dai Tedeschi, reclamavano la signoria imperiale come loro dovuta, e sempre più cercavano di umiliare l'Impero, rispondeva lo spirito secolare del tempo nella scuola dei monarchisti, dei quali era guida e luce Dante Alighieri. La monarchia fu simbolo di rigenerazione, per la gioventù che cresceva; il principio monarchico segnò, caso unico nella storia, il progresso della riforma nello spirito umano per la sua liberazione dai ceppi della Chiesa gerarchica medioevale. L'opera famosa di Dante, _De Monarchia_, poneva le basi alla nuova scienza di un diritto di stato, sebbene egli non trattasse di stati reali, ma di una grande ideale monarchia, o repubblica universale, sotto lo scettro dell'Imperatore. Con una dialettica scolastica e sofistica Dante dimostrava che la monarchia universale, l'Impero, era necessario al bene della società umana; chè l'autorità imperiale apparteneva di diritto al popolo romano, e, attraverso questo, all'Imperatore; che l'autorità dell'imperatore derivava immediatamente da Dio e non dal pontefice. Dimostrava l'indipendenza dell'Impero dalla Chiesa, e, colla separazione dei due poteri già tentata da Arnaldo da Brescia e dagli Hohenstaufen, riduceva la Chiesa nei suoi veri confini.

Il principio ghibellino della indipendenza della monarchia fu subito diffuso nelle regioni più civili di tutto l'Occidente, considerato da un punto di vista più o meno filosofico. Le correnti di pensiero riformatore della Chiesa, muovendo dal dogma della povertà evangelica, col quale prima i Valdesi, poi i Francescani combatterono la dominazione universale della Chiesa, la sua gerarchia e il suo potere politico, si concentrarono nel principio monarchico, e la futura alleanza fra il regno e la riforma era già di fatto stabilita. Sorse una schiera di riformatori. I nomi di Marsilio di Padova, di Guglielmo d'Occam, di Giovanni di Janduno, di Enrico di Halem e di Luitpoldo di Bebenburg segnano lo svolgimento della nuova lotta per la riforma dell'impero occidentale e della Chiesa.

L'opera famosa di Marsilio, il «_Defensor Pacis_» costituiva il programma di questa grande ed acuta scuola di riformatori, precursori di Lutero. Essa andava oltre i concetti ancora scolastici di Dante; non si limitava soltanto ad affermare l'indipendenza dell'Imperatore dal Papa, ma pretendeva senz'altro la sottomissione del Papa alla potenza imperiale. Negava e metteva in ridicolo la teoria tomistica dell'infallibilità e del primato del pontefice; negava la sua autorità spirituale medesima come capo supremo della Chiesa; affermava l'uguaglianza evangelica di tutti gli Apostoli e di tutti i sacerdoti. Il Concilio diceva essere superiore al pontefice, e affermava unico documento originario della dottrina cristiana essere la Sacra Scrittura.

Di questi elementi nel tempo si servì Ludovico il Bavaro, quando intraprese la famosa lotta contro Giovanni XXII. Secondo la teoria di Dante, che il popolo romano fosse la fonte dell'autorità imperiale, e secondo la dottrina dei monarchisti, che il re dei Romani, una volta eletto, non aveva bisogno dell'incoronazione, nè dell'unzione, nè della confermazione del Papa per essere di pieno diritto Imperatore, Ludovico prese in S. Pietro a Roma la corona imperiale dalle mani del popolo romano o dei suoi delegati, i baroni laici. Fu questa una rivoluzione, il crollo del principio legittimista degli Hohenstaufen, che negava al popolo romano questo diritto di sovranità.

Nel giudizio del suo tempo, Ludovico democratizzò l'impero non solo, ma deprezzò la corona dei Cesari fino a farne un feudo del ruinato Campidoglio e della meschina repubblica di Roma. La sua azione che appare così acuta che potrebbe esser chiamata moderna, non era però l'espressione di una convinzione reale, ma di un sentimento passeggero, insolente ed altero. Questo primo Imperatore che ebbe la corona dalle mani del popolo, fu un uomo senza tenacia di volere e senza genio. Egli si disse, in presenza del Papa, peccatore pentito, e ad Avignone chiese umilmente l'assoluzione e l'incoronazione papale. Egli rese al pontefice la sua autorità, sebbene gli Stati di Germania avessero a Rense e a Francoforte, proprio in quei giorni, fatto la dichiarazione solenne della indipendenza della corona imperiale dalla Chiesa e dal Papa. Questa famosa dichiarazione fu il risultato pratico di quella lotta fra Ludovico e il papato, nella quale l'Imperatore era il reale, se non apparente, trionfatore. Essa proclamava la separazione della Germania da Roma, separazione che prima o poi doveva di fatto verificarsi. L'Impero, che si andava sottraendo così all'autorità della Chiesa, si circoscriveva sempre più strettamente, o per limitarsi finalmente al solo Impero tedesco.

Le idee di Dante e del Petrarca sull'eterna significazione di Roma come capitale universale e metropoli dell'umanità, e centro della universale monarchia, trovarono già in quel tempo, col teorico rinascere dello spirito romano, un'espressione fantastica nel Campidoglio medesimo. Mentre il papato stava lungi nella sua cattività francese, l'Imperatore lontano anch'esso e scaduto dall'antica dignità, e l'Impero stesso era dissolto, sorse il tribuno popolare Cola di Rienzo e proclamò sulle rovine capitoline gl'inalterabili diritti di sovranità del popolo e del Senato romano, dinanzi al tribunale del quale, egli invitò a presentarsi l'Imperatore, i principi dell'impero, e gli alti prelati della Chiesa. Nel suo delirante pensiero si trovava pure un metodo non privo di logica; ed i suoi sogni non erano soltanto parto accidentale della sua fantasia, ma spiegabili derivazioni del processo storico dell'idea dell'Impero e di Roma, che avrebbero potuto ricondurci ad una misura e ad un disegno politico che una volta per sempre offrisse un programma degno di seria considerazione.

Così l'Impero doveva di nuovo essere nazionalizzato italiano; un italiano doveva, per libera elezione di tutti i delegati della penisola, per un plebiscito anzi, essere fatto Imperatore e risiedere in Roma. Tutte le città furono dichiarate libere e fu accordato loro il diritto di cittadinanza romana, a titolo originario della loro libertà; tutti furono invitati a radunarsi, per mezzo dei loro delegati, in Roma loro madre, ed a formare una confederazione italiana, dalla quale fossero esclusi gli stranieri. Il motto moderno l'_Italia farà da sè_, e l'idea della indipendenza nazionale italiana e della sua unità furono in sostanza già nel pensiero di Cola chiari e precisi, e ciò assicura al geniale sognatore uno dei primi posti fra i patrioti d'Italia. Il grande disegno trovò ostacolo nella fugacità del genio politico di Cola, nella gelosia delle città e dei tiranni della penisola, nell'avversione della Chiesa, ed anche perchè era vana e irrealizzabile l'idea di una restaurazione dell'antica repubblica romana. Con Cola il dogma politico di Roma tramontò, ma la rinascita del mondo antico si effettuò sotto forme ideali e letterarie. Vicino a Cola dobbiamo porre il Petrarca, il grande apostolo del Rinascimento, in cui si formò allora quell'ambiente particolare, sul quale poterono dissolversi e perdersi i partiti dei Guelfi e dei Ghibellini ed anche l'idea dell'Impero.

Il disegno di portare in Italia la dignità imperiale fallì così completamente, ed essa rimase alla corona tedesca. Anzi, caso strano, più d'una volta essa fu rivestita dal ramo slavo del Lussemburgo, poichè i successori di Arrigo VII furono i re di Boemia. Con Carlo IV, nipote di Arrigo, l'Impero toccò l'infimo grado della sua potenza: secondo il Villani, questo re si recò alla sua incoronazione come un mercante si reca alla messa. Secondo le istruzioni del pontefice egli si trattenne in Roma le ore strettamente necessarie per compiere la cerimonia dell'incoronazione. Abbandonò Roma e l'Italia in mezzo alle ingiurie e alle beffe, ma con la borsa piena, il più deplorevole Messia che mai apparisse in Italia, dove era stato chiamato dalle vane e idealistiche speranze nutrite dal Petrarca; come un tempo suo nonno da quelle di Dante! Il viaggio di Carlo a Roma finì di distruggere l'ideale dei ghibellini che fin allora avevano voluto vedere nell'Imperatore il salvatore d'Italia.

Nondimeno, l'idea imperiale continuò a vivere, e il potere imperiale fu ancora teoricamente riguardato come il più alto e più atto a reggere il mondo; così l'Impero ebbe un vivace risveglio al principio del secolo XV con Sigismondo, re dei Romani, ultimo discendente di Arrigo VII. La causa di questo risveglio teorico, ma che pure ebbe anche pratici risultati, deve ricercarsi nello stato di profonda decadenza nel quale era precipitata la Chiesa, la quale chiese di nuovo aiuto al potere imperiale per tentare una via di rinnovamento e di salvezza. Il ritorno del papato da Avignone a Roma fu seguìto dalla rovina della Chiesa, la più spaventevole che mai si sia data.

La sconfinata corruzione della Chiesa minacciava di farle seguire la sorte dell'Impero, e di scinderla in più Chiese regionali; e per la durata di due pontificati sembrò imminente una separazione di essa in una metà germanica ed una romana. Stava in giuoco il concetto fondamentale della sua universalità: allora accadde che d'un tratto l'idea dell'Impero acquistò una forza internazionale nuova. La dottrina di Dante e degli imperialisti del tempo di Ludovico il Bàvaro riprese vigore e fu seguita anche in Francia, dove il principio monarchico si era molto sviluppato dopo la lotta fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello.

Tutti i popoli dell'Occidente guardavano ora all'Imperatore come al capo della universale Repubblica e al legittimo giudice della Chiesa, il quale doveva chiamarla dinanzi al suo tribunale supremo per sentenziar sui corrotti pontefici. Gerson e Pietro d'Ailly presero il posto occupato un tempo, ma in un cerchio ben più ristretto, da Marsilio da Padova e dai suoi compagni di lotta. Il Concilio si erigeva sul pontefice: Sigismondo lo convocò, come re dei Romani, a Costanza. Questo grande Concilio, che, per l'autorità dell'Imperatore, depose papi e fece scegliere da un Conclave di deputati nazionali il nuovo Papa, segnò un'epoca nella storia del mondo. L'idea dell'Impero apparve allora per l'ultima volta come un principio internazionale di ordine e di pace, che portava con sè il ricordo di un glorioso passato. Ma con esso si chiudeva la storia dell'Impero, poichè esso più non riposava sopra un potere effettivo, ma sopra un dogma ideale.

Col secolo XV tutti i rapporti politici subiscono grandi variazioni: i popoli escono dalle forme cattoliche della Chiesa e dell'Impero, e assumono forma moderna. Il mondo europeo entra in una fase totalmente nuova del suo sviluppo, e nel secolo XVI esso offre l'aspetto di varii nuovi gruppi di stati uniti fra loro per mezzo di alleanze e di leghe determinate da bisogni dinastici o nazionali. Il grande rivolgimento di tutto l'Occidente, cominciato alla metà del secolo XV e continuato nel seguente, fu operato da molti e possenti fattori: invenzione della stampa, rinascimento della cultura e dell'arte classica, caduta sotto i Turchi dell'Impero bizantino, caduta del dominio arabo in Spagna, formazione della monarchia spagnola, scoperta dell'America, fondazione della potenza della dinastia degli Asburgo, sviluppo della monarchia francese, e finalmente la Riforma.

Dall'anno 1439 la Corona imperiale tornò agli Asburgo, e rimase in quella dinastia fino all'anno 1806 senza interruzione, se non di brevissima durata. Federico III fu anche l'ultimo re che fu incoronato a Roma, se eccettuiamo fra i successori Carlo V che fu sì incoronato dal Papa, ma a Bologna, nessun altro Imperatore fu unto e incoronato più dalle mani stesse del pontefice, ma i re tedeschi dopo la loro elezione si chiamarono, secondo gli articoli imperiali, imperatori eletti, e fu aggiunto: del Sacro Romano Impero _della Nazione tedesca_. Di fatto, si trattava veramente di un Impero tedesco. Si spezzò così ogni legame fra Roma e l'Italia, e l'Impero, e l'Imperatore tedesco non si recò più in quella regione che per trattare affari politici o dinastici che casualmente lo avessero richiesto.

La dinastia degli Asburgo, nella quale era di fatto divenuta ereditaria la carica imperiale, radunò sotto di sè, dal tempo di Massimiliano, uno straordinario dominio, dal Reno al Danubio inferiore, ed a questo fatto si deve la durata della dignità imperiale in quella casa e lo slancio che la storia della Germania ha avuto fino ai nostri giorni. Infatti l'Impero, avendo perduto le sue provincie primitive: l'Italia, la Borgogna, la Provenza, la Svizzera, cercò nel dominio degli Asburgo, nella parte orientale dell'Impero, il suo centro di gravità, là dove i popoli danubiani potevano formare una massa compatta contro l'irruzione di nuovi barbari, Turchi e Slavi, entro i confini. Bisognava poi pensare a stabilire un ostacolo ad occidente contro il pericoloso estendersi della monarchia francese. Ma tanto questi che quei confini furono debolmente muniti, e la caduta di Vienna sotto i Turchi fu solo impedita dall'aiuto della Polonia, mentre i confini occidentali furono ignominiosamente abbandonati. La dinastia degli Asburgo, preoccupata soltanto di sè e delle sue terre ereditarie, lasciò la Francia spingersi fino al Reno, mentre, per motivi concernenti la sua politica particolare, cambiava nel secolo XVIII la Lorena, provincia imperiale, per la Toscana, che divenne così un possesso dei secondogeniti della casa di Asburgo.

La formazione di questa sovranità austriaca, che si andava aggravando sulla Germania propriamente detta, minacciava di ridurre il popolo tedesco ad un'appendice dell'Austria, come giustamente dice Bryce. Gli Asburgo salirono presto sotto Massimiliano e Carlo V ad una tale potenza, che essi furono di nuovo preoccupati delle antiche idee di dominio universale, ma con basi molto più reali e positive di un tempo. Massimiliano tentò seriamente di realizzare la grande idea di farsi pontefice, per riunire in sè i due poteri temporale e spirituale e riformare Chiesa ed Impero; suo nipote Carlo V, dopo avere ereditato l'Olanda, la Spagna intera, Napoli, e conquistato Milano, si vide arbitro di un grande Impero cesareo, quale nemmeno Carlomagno aveva posseduto con tanta estensione e potenza d'armati.

Carlo V, imperatore, avendo ricacciata nei suoi confini la Francia, eterna rivale della Germania, ingranditasi a spese dell'Impero, si ripresentò nella storia dell'Occidente un breve periodo simile a quello reso illustre da Carlo Magno; un periodo storico che poteva consentire la formazione di un dominio imperiale costretto nelle ferree leggi del Cesarismo, valido a rendere indipendenza e libertà ai possedimenti già sottratti all'Impero.

Per coronare l'edificio, Carlo V avrebbe potuto abbattere il Papato, e dar mano egli stesso alla desiderata riforma; così avrebbe riunito le due potenze della Chiesa e dell'Impero, e, nuovo Costantino, fondato una nuova Chiesa imperiale e nazionale.

Ma in questi giganteschi disegni non si teneva conto dello spirito germanico; la Riforma, questo grande fatto liberatore, diede nel momento opportuno un gran colpo al _Cesaropapismo_ di quell'arbitro del mondo. Essa fu il risultato di un secolare processo svoltosi nella Chiesa e nell'Impero; suoi precursori furono tanto gli antichi Imperatori germanici che combatterono l'assolutismo e il potere temporale dei Papi, quanto gli eretici evangelici che avevano combattuto il dogma, la gerarchia e la supremazia spirituale esclusiva del pontefice. L'idea romana dell'accentramento fu soverchiata e soffocata dal principio della libertà del pensiero, e l'idea della comunità universale, rappresentata fin allora dalla Chiesa cattolica romana e dall'Impero a lei legato, si perdè nella luce della nuova libertà spirituale.

Gli effetti della rivoluzione degli stati dell'Occidente sarebbero stati incalcolabili, se Carlo V si fosse messo a capo del movimento della Riforma. Ma alcuni possedimenti del suo impero, come Napoli, Milano, e la Spagna bigotta, lo designavano nemico della Riforma, mentre questa stessa, per il suo principio di decentramento, era pericolosa nemica dell'idea imperiale e della sua inseparabile Chiesa imperiale. La Riforma colpì a morte l'idea imperiale; e fu monarchica, perchè aveva bisogno dell'appoggio dei principi per poter tener testa all'Imperatore ed al Papa. La vittoria del principe Maurizio di Sassonia pose termine a questo movimento, arrestando d'un colpo la potenza di Carlo. Il riconoscimento della confessione di Augusta fiaccò definitivamente il principio dell'Impero e della Chiesa imperiale.

Era necessaria un'aspra lotta di cento anni combattuta dalla Chiesa riformata per la propria esistenza contro la Chiesa cattolica romana, dalla quale si era scissa, perchè l'opera di Lutero e dei suoi seguaci acquistasse solida consistenza. Questa terribile lotta per l'esistenza fiaccò la Germania e la rese politicamente debole. La faticosa liberazione della nostra patria dalla Chiesa di Roma le costò in fatto uno sforzo immenso che l'esaurì più profondamente, che non avesse fatto l'antico legame con Roma e l'Italia che aveva per secoli asservito la nostra forza nazionale ad un dogma politico-religioso, in una terra straniera. Ma lievi furono i sacrificii fatti dalla Germania dal tempo delle guerre di religione fino alla pace di Vestfalia, poichè valsero a conquistare la libertà della fede e del pensiero, che è la base della moderna civiltà europea. Il grave pericolo che derivava dalle primitive tendenze monarchiche della Riforma, per cui si poteva ancora pensare a riunire il potere temporale e quello spirituale in un pontefice, principe protestante (secondo l'aforisma _cujus regio ejus religio_), fu allontanato e superato per lo spirito germanico d'individualità e per l'indipendenza territoriale dei principi tedeschi. Invece di una Chiesa generale riformata si ebbero tante singole Chiese, ma anche così frazionato, lo spirito della Riforma rimase abbastanza potente da tener testa alla grande nazione del cattolicismo, sia pure colla perdita di qualche provincia. Il principio della libertà di coscienza ha oggi generalmente trionfato; anche in Italia, nella immediata vicinanza del pontefice, esso è divenuto un diritto, oramai acquisito per sempre. E' il diritto universale di cittadinanza dello spirito occidentale: la vecchia Chiesa, legata all'Impero o allo Stato, scompare; essa ricade, libera anche essa, in seno alla società.

La Riforma aveva risollevato il diritto medioevale dell'Impero, ma il trattato di Vestfalia, riconoscendo l'eguaglianza delle due confessioni, nell'Impero, legittimava la separazione di esso da Roma.

Nel sistema medioevale Chiesa ed Impero non formavano che un solo organismo; l'Imperatore era difensore di quella, doveva vegliare sulla sua unità ed inseparabilità, e soprattutto dar opera ad estirpar l'eresie. Ma ora principi protestanti sedevano in Parlamento presso i cattolici; ora l'Imperatore era eletto da voti di cattolici e da voti di eretici, contemporaneamente. La corona rimaneva elettiva: perchè non avrebbe potuto un principe protestante essere eletto all'Impero? Ma questo segreto disegno dei protestanti non fu mai colorito. La dignità imperiale rimase, di fatto, agli Asburgo, per via ereditaria, e per la tradizione e per la grande potenza privata di quella dinastia. L'Austria frattanto dominava dunque in Germania, e l'Imperatore mirava solo a scopi che concernevano l'Austria stessa, il che non mancò di suscitare nelle grandi case tedesche un vivo malcontento. Già al tempo della pace di Vestfalia il famoso giurista Chemnitz (Hippolytus a lapide) mirava a strappare la corona agli Asburgo, sostenendo che il loro dispotismo imperiale, il loro egoismo di schiatta erano le sole cause della decadenza della nazione tedesca. «_Extirpatio domus austriacae_» è il profondo grido che i protestanti gettarono poco prima del 1648. Essi volevano che tutto ciò che sapeva di romano, fosse estirpato dalla Germania, che doveva crescere da sè per propria virtù e potenza, e attaccarono naturalmente anche l'idea imperiale latina che ancora trovava un'espressione nella casa di Asburgo, così strettamente legata a Roma. Così colla pace di Vestfalia essi ottennero, la Francia si affrettò ad assentire, che i principi territoriali della Germania fossero dichiarati sovrani.

Quel trattato dichiarava finito l'antico Impero, ed infatti esso non era più che un'alleanza fra molti stati indipendenti retti da piccoli sovrani assoluti, il cui capo titolare rimaneva l'Imperatore, i cui antichi diritti sulla aristocrazia del Parlamento (Reichstag) non erano più che un'ombra. La sua potenza non gli derivava dall'essere Imperatore, ma dal popolo delle terre appartenenti alla corona degli Asburgo, a mantenere ed ingrandire le quali, assiduamente mirava.

L'Impero non più romano ma tedesco condusse dopo la pace di Vestfalia un'esistenza che offre la visione storica più deplorevole. Gli stati vicini erano venuti intaccando le sue terre di confine; la Francia era giunta, a forza di astuzia e di abili manovre, fino al Reno; la Svezia e la Danimarca avevan conquistato le Provincie del Nord; la Polonia si stendeva fino all'Oder; le terre numerose degli Asburgo formavano, nel sud-est, uno Stato a sè che tentava di assorbire a poco a poco la Baviera. Il resto della Germania era un caos di staterelli sminuzzati, di signorie territoriali, di principati retti a sistema assoluto, nei quali il sentimento nazionale era caduto più in basso che nella vicina e meno divisa penisola italica. L'Impero stesso era incurabile; le riforme fatte da un grande imperatore, quale fu Giuseppe II, dovettero naufragare.