Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 18
Ma dapprima la cristianità si romanizzò per le forme esterne dell'amministrazione e della lingua del culto, per le feste religiose, per i rapporti con Roma, la nuova Gerusalemme, sulla quale venivano a poco a poco ad incontrarsi i raggi di due monarchie universali: la politica e la religiosa.
Ci vollero tre secoli perchè i Germani fossero tanto maturi da prendere una supremazia decisiva nell'Occidente, e ciò avvenne sotto la forma dell'Impero Romano, ristabilito da Carlo Magno, re dei franchi cattolici. In questa risurrezione dell'Impero la Chiesa ebbe una parte preponderante. Il fatto dell'incoronazione di Carlo diede poi occasione ad una dibattutissima questione: qual'era l'origine dell'Impero di Carlo e dei suoi successori?
Di dove era scesa la loro autorità? Il popolo e il Senato romano si dissero nettamente fonte sola e legittima di quella autorità. L'Imperatore affermava da parte sua di aver ricevuto la corona da Dio, o per diritto di conquista, il che per i principi equivale sempre, praticamente, al diritto divino. I papi rispondevano che era stata opera loro l'incoronazione e l'erezione del nuovo Augusto, e dichiaravano che l'Imperatore aveva ricevuto la sua corona per investitura papale, come _Feudo Christi_, o del suo vicario e sotto questo titolo ancora la riteneva.
Ma questa famosa disputa appartiene ad un periodo posteriore, quando verrà ad affermarsi la suprema potestà del papato. Al tempo di Carlo Magno non c'era ancora nessuno che dubitasse che l'Imperatore, il successore legittimo di Augusto, di Trajano e di Costantino, non fosse anche il capo supremo di tutta la repubblica cristiana, ed anche, perciò, della città di Roma e del suo vescovo. Egli aveva confermato il papa nel suo ufficio, e questi era stato eletto sotto gli occhi dei suoi legati plenipotenziari; poteva anche giudicarlo col suo Tribunale. Carlo Magno indicò a reggere l'Impero suo figlio, in una adunanza imperiale, senza interpellare il pontefice: non vi poteva essere alcun alto potere legittimo che quello che veniva dall'Imperatore, o che era da lui riconosciuto.
Così si produsse per un momento nella monarchia universale di Carlo l'accordo e l'unità dell'Impero e della Chiesa, quando suo invitto ed incontrastato arbitro era l'Imperatore, il cui ufficio era quello di reggere e mantenere in armonia la repubblica cristiana come _Imperator pacificus_.
Ma questo stato ideale fu presto turbato dagli elementi d'inimicizia rimasti fino allora latenti. Il principio imperiale venne presto a trovarsi in contrasto col principio romano pontificio; l'Imperatore col Papa. La lotta di questi due, la più lunga ed acerba che la storia ricordi, produsse ed accompagnò il processo della civiltà europea. L'idea latina della monarchia universale fu soltanto pienamente messa in pratica dalla Chiesa Romana, erede della romanità classica, mentre i Germani vagheggiavano quell'idea piuttosto da un lato teorico, essendo troppo contrario a quel principio il loro spirito d'individualità e di nazionalità nel potere temporale (feudalismo) e spirituale. Essi avevano la tendenza costante e tenace ad allontanarsi dal centro. Già la divisione di Verdun aveva spezzato la monarchia occidentale di Carlo Magno, e al tempo degli ultimi Carolingi la maestà imperiale si era offuscata al punto da sottomettersi all'investitura papale. La Chiesa era venuta prendendo chiaramente la forma di una monarchia spirituale col vero centro in Roma, ed i suoi membri gerarchici eran venuti attorcigliandosi strettamente all'Impero, avviluppandolo in una inestricabile e soffocante intessitura. Centinaia di vescovi e di abati erano i potenti strumenti dei papi, tanto più pericolosi per l'Imperatore, inquantochè essi erano insieme suoi vassalli, principi dell'Impero, e membri della feudalità spirituale. La Chiesa si fece così ogni giorno più potente, finchè colla sua organizzazione, la sua armonia, e la sua forma spirituale rimase nei suoi dominii speciali; ma quello stesso indebolirsi progressivo dell'Impero la minacciò ad un tratto di tale rovina, che essa comprese esserle immediata e imprescindibile necessità di mantenere o di ristabilire l'Impero stesso nei suoi diritti.
Colla caduta dei Carolingi si erano determinate condizioni tali da produrre nuove invasioni barbariche: il papato vide in pericolo l'unità della Chiesa, poichè facilmente si sarebbero potute formare delle Chiese nazionali appoggiate ai principi locali, come già era stato tentato al tempo dei Carolingi.
Roma e l'Italia erano agitate da pericolose fazioni. I duchi nazionali d'Italia cercavano di rendersi indipendenti dall'Impero e di far latina ed italiana la corona imperiale, ciò che avrebbe portato la conseguenza di proclamare forzatamente Roma capitale dell'Impero. In Roma stessa la nobiltà acquistava potenza; essa mirava a fare dell'ufficio pontificio quasi un feudo derivante dalla sua investitura diretta; ciò che, al tempo dei conti di Tuscolo, le riuscì esattamente!
Ma la politica dei papi era nettamente tracciata fin dal tempo del ritiro di Costantino a Bisanzio. Non consentire in Italia nessun impero o regno nazionale, e mantenersi libera e fedele Roma. I papi volevano un Imperatore, e ne avevano bisogno; ma questo doveva star lontano da Roma, e rimanere unito ad essa solo da un principio teorico che essi stessi dovevano dirigere e governare. L'Imperatore doveva tutt'al più venire a Roma per ricevere in ginocchio la corona nella basilica di San Pietro, come un'investitura papale, e per giurare di difendere la Chiesa e di rispettare i diritti degli stati che da lei dipendevano. Ma aveva appena l'Imperatore formulato queste promesse, che il Vicario di Cristo cercava di disfarsi al più presto del suo gravoso e molesto difensore, rendendosene di fatto indipendente e riservandosi di chiamarlo in Italia ogni volta che il suo dominio temporale fosse minacciato da gravi pericoli, per imporgli il mantenimento delle sue promesse ed esigere l'opera del suo esercito.
Non senza gravi motivi la Chiesa aveva sempre cercato di mantenere la dignità e la potenza imperiale nella dinastia germanica dei Franchi, che era e rimaneva totalmente straniera.
Carlo, dopo aver donato ai papi l'ingente patrimonio, aveva abbandonato Roma, senza farla capitale e sede dell'Impero, e non per mistica deferenza per il pontefice, ma per quella stessa necessità politica che costrinse Diocleziano e gl'Imperatori che gli succedettero, a stabilire la loro sede là dove era necessario tener unite tutte le forze per resistere alle invasioni barbariche. Così anche il mondo germanico, al quale era passata l'autorità temporale, doveva cercare il suo centro di gravità nel suo interno, e non in Roma.
Per ciò, alla caduta dei Carolingi, la Chiesa si affrettò, per la necessità della propria conservazione, a rendere l'autorità imperiale ai Germani, contro il desiderio e malgrado gli sforzi dei duchi italiani. Ottone il grande fu così il secondo restauratore dell'Impero, che avvinse alla monarchia tedesca, alla quale rimase per sempre, formando l'Impero romano dalla nazione tedesca. Da Corrado, i suoi re si chiamarono, dopo l'elezione, anche re dei Romani, considerando la corona romana appartenente ai Germani. Così questo stato assunse la legittimità di un diritto, non però di un dogma, poichè in tempi posteriori i monarchi di Francia aspirarono alla corona imperiale e lottarono ancora per ottenerla, e ne portarono una volta il titolo uno spagnolo ed un inglese, eletti dagli Stati dell'Impero medesimo.
La continuazione dell'Impero sotto la forma di una dinastia nazionale (la tedesca) era però contraria al principio romano dell'Impero; giacchè, dopo che furon sopite nell'antica Roma le lotte nazionali, col diritto universale alla cittadinanza romana ascesero al trono senza distinzione Siriaci, Traci, Arabi, Spagnoli, Greci e Goti. Ogni libero cittadino di Roma poteva aspirare al supremo potere, secondo il concetto dell'Impero universale. La Chiesa assunse lo stesso principio, essendo anch'essa universale, Siriaci, Greci, Latini, Germani occuparono senza contrasto la Santa Sede. Ogni cittadino romano libero poteva occuparla, purchè vestisse l'abito ecclesiastico. A questo principio la Chiesa dovette gran parte della sua diffusione e della sua potenza; il giorno in cui essa rinunziò ad esso, e legò definitivamente la tiara ad una nazione, l'italiana, come il diadema imperiale si era ristretto ad un'altra nazione, la tedesca, quel giorno segnò la limitazione della potenza pontificia e la fine della funzione cosmopolita del Papato.
Intanto non era un semplice accidente storico quello che risolutamente attribuiva alla nazione tedesca la potenza imperiale. Il tempo ha mostrato poi il significato profondo di questo fatto che al tempo di Ottone I non era stato ancora afferrato. Infatti la nazione tedesca aveva in sè, più di molte altre, il principio stesso della universalità, e lo portò fino ai nostri giorni: l'Impero che la dominò e che durò fino al 1806, fu l'espressione della natura idealistica di questo popolo. Esso possiede da tempo quella facoltà che le altre nazioni hanno acquistato appena ai dì nostri, di penetrare nell'esistenza e nella coscienza profonda dei popoli stranieri, e di assimilarseli senza perdere la propria individualità, intendendo lo svolgimento completo dell'umanità in tutte le sue varie fasi. Lo spirito tedesco è atto a lasciar agire su di sè gli spiriti degli altri popoli, e farsi così, quasi direi, un'officina della mondiale civiltà. Esso somiglia in ciò al popolo greco, lo spirito del quale esso aveva preso dal popolo italiano, per adempire ad una missione mondiale. Novello Ercole, esso si è sobbarcato a molte fatiche per il bene degli altri, e anche all'increscioso e lungo servizio della tutela. Anche oggigiorno si intravede che questo popolo, dopo un languore solo politico, non intellettuale, si rialzerà ed avrà per sè l'avvenire, poichè la sua missione non è compiuta, e si compirà sotto nuova forma, ben diversa dalle conquiste imperiali! La nazione tedesca è paziente e giusta; la sua rivalità ha già un carattere di universalità; i popoli si lasciano attirare da essa, perchè subiscono l'influenza del pensiero filosofico della patria nostra. C'è presso di lei solo _un popolo_ che abbia uno spiccato carattere mondiale, è la libera Inghilterra anglosassone, essenzialmente pratica nel suo dominio del mare, nelle sue industrie, nelle sue colonie.
Mentre così l'Impero si nazionalizzava con Ottone I, la Chiesa era minacciata da un grave pericolo; quello della separazione del germanismo dal romanismo, i quali prima o poi dovevano impegnare una lotta a morte. Seguiremo il processo di questa lotta, e considereremo i suoi risultati: la liberazione della Germania dal principio romano, e il ritorno del Papato e della chiesa imperiale al romanismo.
L'idea dell'Impero, Impero internazionale, astratto ed ideale, si era indebolita, mancandole una base nazionale; rifiorì subito e prosperò invece appena potè appoggiarsi alla nazione tedesca. Passarono tre secoli da Ottone I alla caduta degli Hohenstaufen, nel qual tempo la Germania si alzò ad un universale dominio. Sotto gli Ottoni la Chiesa dovette inchinarsi alla potenza imperiale. I papi furono, come i vescovi di tutto l'Impero, nominati dagl'Imperatori che si erano arrogati il diritto della loro scelta. Grande fu la potenza della dinastia Franca: sotto Arrigo III l'Impero toccò l'apice della potenza. Ricadde poi per la debolezza dell'infelice Arrigo IV. Le cause di questo fatto sono molteplici, ma due fra di esse sono essenziali: il movimento dell'aristocrazia feudale tedesca e la riforma gerarchica della Chiesa, compiuta dal grande pontefice Ildebrando. L'Impero si era completamente feudalizzato; l'aristocrazia dei conti e dei duchi cresciuta in potenza si era arrogata il diritto dell'elezione imperiale, e lo stesso aveva fatto la nobiltà spirituale dei vescovi, degli abati e dei prelati, i quali, forniti di smisurate proprietà, avevano preso il primo posto fra gli Stati, come principi dell'Impero. Così sorse un sistema clerico-feudale che fiaccò la Corona. Questo fu il principio di ogni susseguente indebolimento della Germania.
Al contrario il Papato, rialzandosi dalla sua profonda abbiezione, saliva ad alta ed universale potenza colla riforma di Ildebrando, il rivolgimento più grande e profondo che abbia avuto la Chiesa prima della riforma tedesca. La Chiesa non si staccò dall'Impero, ma si rese indipendente. La scelta dei pontefici fu sottratta all'influenza imperiale ed alla sua approvazione, e affidata ad un Senato di cardinali; la scelta dei vescovi toccò ai Capitoli. La Chiesa tornò alla gerarchia. Il celibato dei preti alzò una barriera fra il numerosissimo clero--che era uno stato nello stato, un popolo nel popolo--e la comunità, dalla quale prima il potere spirituale proveniva direttamente per elezione. L'abolizione dell'investitura laica del clero minacciava di sottrarre del tutto quest'ultimo alla potenza imperiale, e, mentre mirava ancora a fare di tutta Europa un feudo della Chiesa, il papa, con la donazione della contessa Matilde, si costituiva uno Stato nel cuore d'Italia, che, a detta del pontefice, gli serviva come emblema della sua signoria universale. Il diritto canonico, il cui nucleo principale era formato dal principio della sovranità assoluta del pontefice sulla Chiesa e sulle nazioni, fu contrapposto al diritto imperiale, e imperò solo nella lunga lotta contro le eresie, gli scismi, le falsificazioni dei monaci sulla donazione di Costantino e sui falsi decretali d'Isidoro. La grande lotta delle investiture agitò l'Europa per mezzo secolo e finì con un compromesso o concordato che lasciava la vittoria al Pontefice.
Il potere spirituale minacciava di soffocare quello temporale: lo sviluppo della civiltà e la libertà umana in ogni campo risentirono di questa tendenza, e l'Europa fu minacciata dal pericolo di un dispotismo orientale. Questo poteva aver origine o dal fatto che l'Impero soggiogasse la Chiesa o dall'altro che la Chiesa soggiogasse l'Impero. Ildebrando aveva allontanato il primo pericolo, ma esso ora ricompariva dall'altro lato, dal lato del papa. Gli Hohenstaufen lo combatterono; sulla loro bandiera è scritto il principio ghibellino: Separazione del potere temporale da quello spirituale; il clero privato di ogni diritto politico usurpato, e ricondotto alle primitive e pure condizioni cristiane; il potere temporale tolto al pontefice. Questa era l'idea germanica di Arnaldo da Brescia che non tramontò più, sebbene questo primo riformatore della debole politica dell'Impero cadesse vittima del suo tentativo.
Gli Hohenstaufen opposero all'autocrazia papale l'autocrazia bizantina imperiale; essi combatterono il diritto canonico col diritto romano che si era elevato già a scienza; quando i papi affermavano di essere i vicarii di Cristo, signore della terra e del cielo, e perciò anche padroni della terra per grazia e diritto divino, ribattevano i dotti germanici che, secondo il diritto romano, nessun altro monarca v'era sulla terra all'infuori di Cesare. Ma questa teoria aveva perduto ogni sua forza col feudalizzarsi dell'Impero. Quel monarca del mondo era in Germania stessa combattuto dalla nobiltà feudale, che si faceva sempre più forte, e in Italia dallo spirito nazionale e dalla democrazia. Il pontefice si alleò coi tre nemici dell'Impero; si nazionalizzò col principio guelfo; divenne italiano, patriottico proprio, mentre l'Impero andava perdendo radici in Germania sotto gli Hohenstaufen, e cercava in Italia una base. Ma non essendogli riuscito di fondersi con la monarchia tedesca nazionale, l'Impero doveva cadere.
La lotta vittoriosa dei comuni lombardi contro il Barbarossa segna il momento, in cui in Italia si formò una nazionalità latina e di carattere comunale; gli elementi germanici avevano perduto ogni forza ed ogni personalità. La feudalità era germanica, straniera, e importata: il comune latino la soverchiò; ma le città italiane non combatterono nella loro gloriosa guerra il principio imperiale romano, ma il principio feudale imperiale che era germanico. Il grande Barbarossa si ritirò saviamente dall'Italia, e rese alle città la loro indipendenza.
Allora l'Impero avrebbe potuto risorgere e riprender vita come monarchia tedesca, frenando a tempo questa rinuncia all'Italia. Ma il fatalissimo matrimonio siciliano di Arrigo VI, e la non ancora esaurita lotta di principii fra l'Impero e la Chiesa resero questo impossibile. L'astuto Arrigo arenò nel suo disegno di rendere ereditaria in Germania la corona imperiale a dispetto dell'aristocrazia temporale e spirituale. In Italia, dove egli aveva aggiunto alla sua casa le corone di Napoli e di Sicilia, restaurò il feudalismo germanico sotto le forme di principati feudali tedeschi, limitò gli Stati della Chiesa, e strinse un anello di ferro intorno a Roma ed al Papa. Ma la sua morte precoce, la vacanza dell'Impero e le lotte per la conquista del trono, depressero d'un tratto nuovamente la potenza imperiale. Il grande Innocenzo III impugnò la bandiera della nazionalità italiana, battè i signori feudali tedeschi, e si fece signore di uno Stato della Chiesa rinnovellato, e protettore d'Italia. Con questo famoso pontefice la Chiesa raggiunge il suo massimo splendore. Egli fece del Papato il tribunale supremo e internazionale d'Europa, ciò che era stato un tempo l'Impero ed avrebbe dovuto essere ancora e rimanere. Il potere temporale e spirituale per un momento si trovarono riuniti, e minacciarono l'Occidente con un dispotismo cesareo-papale.
Contro questa pericolosa potenza della Chiesa al tempo di Innocenzo, che risolutamente tendeva alla dominazione universale, mentre considerava il suo stato come un suo feudo privato, sorsero a combattere l'eresia evangelica e l'Impero monarchico rinnovato dal grande Hohenstaufen Federico II. Se questi due elementi si fossero alleati, una precoce riforma avrebbe fiaccato la Chiesa gerarchica; ma i tempi non erano maturi nel secolo XIII, e non erasi ancora formato un forte stato nazionale; ma già i germi di una riforma futura da parte della Germania si diffondevano per tutta Europa. Invano Federico II chiamò i re ed i popoli ad unirsi sotto la sua bandiera per strappare al papa la giurisdizione temporale e per rendere al clero il suo carattere spirituale; rimase solo nell'eroica lotta. Lo spirito indipendente dei reami che si erano sottratti all'autorità imperiale, l'aristocrazia e la cittadinanza democratica lo avversarono, alleati del fanatismo religioso, mentre egli stesso si era allontanato dalla terra nazionale germanica che, sola, poteva dargli autorità, potenza, vigore. La sua patria non voleva più in quel tempo sostenere guerre italiche per uno scopo dinastico; essa lasciò cader Federico. Egli morì incompreso dal suo tempo, in tragica solitudine, l'ultimo vero Imperatore del grande Impero; incapace di riunirlo tutto di nuovo in una forte forma monarchica, egli fu vinto. Gli epigoni della casa Hohenstaufen, Corrado, Manfredi e Corradino lottarono invano per la ricostituzione del legittimo Impero. Il tempo lo aveva soverchiato. L'accordo che sembrava regnare fra l'Italia e la Germania dal tempo di Ottone I, si sciolse; l'Italia si rese indipendente, di fatto, dall'Impero, le cui ultime provincie si dissolvevano grado a grado, mentre l'autorità imperiale si andava perdendo anche in Germania durante il lungo interregno.
Si potrebbe credere a questo punto che anche l'idea imperiale dovesse andar perduta sotto le rovine della dinastia degli Hohenstaufen; ma ciò non accadde in nessun modo. Essa continuò a vivere in Germania e in Italia come un principio tradizionale di gloria, e dalla Chiesa medesima essa fu conservata con cura. Solo in apparenza questa era riuscita vincitrice nella gigantesca contesa cogli Hohenstaufen; in realtà essa era profondamente scossa ed esaurita dalle sue lotte. Praticamente essa non poteva mantenere nelle sue mani l'artifizioso congiungimento dell'autorità temporale e spirituale; esso rimase come dottrina teorica della Chiesa, alla quale si opponevano lo spirito stesso del cristianesimo e l'indole occidentale. Il papato si vide isolato, solo, alla vertiginosa sua altezza. L'Italia, dove esso era tornato come un trionfatore, non gli offrì più una base razionale, poichè lo vide incapace a riempire l'abisso che separava tuttora i Guelfi dai Ghibellini, ed a rovesciare la democrazia comunale che era venuta in potenza anche nella città di Roma.
Gl'Italiani si erano liberati dall'Impero feudale tedesco coll'aiuto del Papa, ma non avevano ora nessuna intenzione di subire la signoria teocratica di lui. Lo spirito d'individualità insorse contro di lui, sotto la forma sia di repubblica cittadina, sia di tirannide o signoria. Si presentò intanto un altro pericolo: lo stato nazionale monarchico, del quale Federico II aveva portato in Sicilia il disegno, e che si sviluppava già in Francia. La debolezza della Germania e dell'Impero fecero sempre la forza della Francia: dopo la caduta degli Hohenstaufen l'autorità politica passò necessariamente con gran vigore a quella nazione. Con essa però si era alleato il papato per combattere gli Hohenstaufen; esso aveva chiamato in Italia una dinastia francese, e, con Carlo d'Angiò, l'aveva posta sul trono delle Due Sicilie. Così questa dinastia, appoggiandosi alla Francia, minacciò di divenire un pericolo per il papato come lo era stato, sullo stesso trono, la dinastia degli Hohenstaufen che si appoggiava alla Germania. Era cambiata la provenienza del pericolo, ma il pericolo rimaneva, e presto il papato se ne doveva accorgere a sue spese. Esso si affrettò a ristabilire l'impero nella nazione tedesca: Rodolfo di Asburgo fu eletto re dei Romani e come tale riconosciuto dal Papa. La restaurazione dell'Impero della nazione tedesca per mezzo degli Asburgo non era più che una vana apparenza. Gli Asburgo divennero volentieri i difensori della Chiesa, e ad essa abbandonarono senz'altro tutti i diritti imperiali, e riconobbero nell'Impero un feudo del pontefice. Già i primi fondatori di questa dinastia, nella quale la Chiesa ha trovato sempre finora (1866) la sua più valida difesa, cedevano al romanismo e ad esso si alleavano. Intanto però lasciavano il papato e l'Italia tranquillamente al loro destino, giacchè nè Rodolfo, nè Alberto passarono le Alpi per venire a prendere la corona Imperiale, ciò che Dante riprova così severamente. I nuovi difensori della Chiesa non salvarono nemmeno Bonifacio VIII, e non liberarono il papato dalla schiavitù francese, nella quale esso doveva necessariamente languire dopo aver voluto ad ogni costo annientare la potenza imperiale.
L'Impero, entità astratta, non aveva potuto trionfare sulla Chiesa gerarchica; la nazione francese lo potè. Il papato cadde per sempre dall'altezza a cui l'aveva innalzato Innocenzo III; esso era stato forte, finchè era stato in lotta coll'Impero; questa lotta l'aveva rafforzato; appena essa cessò, il papato si sentì debole.
Riprendendo l'idea di una completa signoria sulle anime e sui corpi di tutti gli uomini, di tutti i principi, di tutti i popoli, Bonifacio VIII lanciò la famosa bolla _Unam Sanctam_, ritorcendo la teoria del congiungimento dei due poteri nelle mani del pontefice, contro la monarchia francese, e, ciecamente sfidandola, precipitò in sua balìa. Il papato fu condotto prigioniero ad Avignone. Là si gallicizzò, e per settanta anni rimase vassallo dei re di Francia. La Chiesa d'Ildebrando e l'Impero degli Ottoni erano finiti, deformati dall'aristocrazia gerarchica e feudale, dall'arbitrio sfrenato e dagli abusi. Queste grandi forme universali, nelle quali aveva riposato per tanto tempo l'Occidente, si dissolsero rapidamente sotto l'influenza dell'individualismo germanico. La monarchia incipiente e l'approssimarsi della riforma laceravano quà in modo visibile e rapido, là in modo lento ed oscuro, la grande tela dello spirito medioevale.