Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 17

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Gli scritti sul Tevere continuano nel secolo XVII in grande abbondanza. Quel secolo contò cinque grandi piene negli anni 1606, 1637, 1647, 1660 e 1686. La terza cadde sotto il pontificato di Innocenzo X Pamphili, al tempo della famosa Olimpia Maldacchini, sua cognata, il cui favorito era un tal Conte Fiume.

Ciò diede materia allo spiritoso Pasquino per un salacissimo epigramma che fece scoppiar dalle risa tutta Roma; vi si vedeva raffigurata una donna nuda, delle linee ondulate, rappresentanti le acque, giungevano fino alla metà del corpo; e sotto si leggeva:

_Fin qui arrivò Fiume._

Notevoli sono gli scritti di Filippo Maria Bonini: _Il Tevere incatenato_ (1663) e dell'ingegnere Cornelio Mayer, olandese. Ingegneri e dotti chiedevano sempre più insistentemente che il Tevere fosse reso navigabile e che fossero ristabiliti gli antichi porti di Ostia e Porto. Numerose pubblicazioni trattano l'importante questione, dibattuta fino ai dì nostri. Si pubblicarono anche delle elegie sul Tevere; un poeta, Caracci, scrisse una _Assemblea dei Fiumi_ che dedicò a Cristina di Svezia. Vi si raffigurava un Tevere piangente, uno coronato, uno lieto e uno festoso nello stile di quell'epoca, in occasione di feste di nozze o per adulare persone principesche.

Già nell'anno 1545 Francesco Maria Molza aveva fatto pubblicare la sua Ninfa Tiberina.[72]

Nel secolo XVIII il Tevere inondò la città negli anni 1702, 1742, 1750, 1772, 1780, ma senza produr gravi danni. Il Brioschi dice che nel 1742 si pensò al primo lavoro serio e scientifico per risolvere la questione del Tevere: la livellazione del fiume dalla confluenza della Nera al mare, eseguito dagli ingegneri bolognesi Chiesa e Gambarini nel 1744, per incarico di Benedetto XIV, e stampata a Roma nel 1746.

I tecnici si erano mostrati contrarii alle proposte di arginare le rive del fiume, dare un'altro sfogo ai canali di scolo della città; deviare una parte della corrente, a monte di Roma, con uno o più canali, e accorciare con tagli opportuni il corso serpeggiante del Tevere al di sotto della città.

Essi avevano invece consigliato di togliere i mulini da Roma; di demolire i resti dei ponti Trionfale e Sublicio, di pulire con gran cura il letto del fiume, di dare maggiore apertura agli archi dei ponti, di rimuovere insomma tutti gli altri ostacoli, tenendo conto anche di quelli prodotti dall'isola tiberina (di San Bartolomeo).

I consigli pratici di questi ingegneri, nota Brioschi, rimasero infruttuosi, e dei loro lavori non è rimasto che il piano di livellamento, che ancor oggi può vantaggiosamente venire consultato.

Il XIX secolo conta quattro grandi inondazioni; quelle del 1805, 1843, 1846, e del 1870. La prima accadde il 2 febbraio, mentre Pio VII era a Parigi, ove era andato ad incoronare imperatore Napoleone. In seguito a quella piena, Ponte Molle, che assai aveva sofferto, fu restaurato come oggi lo vediamo. Nei primi decennî del secolo videro la luce nuovi scritti sul Tevere, dei quali son degni di memoria quelli degli archeologi romani Carlo Fea, Nibby, Rasi e Piale.[73]

Anche la piena del 1843 accadde nei primi giorni di febbraio, le due ultime si verificarono il 10 e il 28 decembre. Queste segnano per un caso assai strano, il sorgere e il cadere dello stesso papa, Pio IX, l'ultimo dei papi che ha governato Roma da monarca terreno.

Quando avvenne la prima di queste inondazioni, il 10 dicembre 1846, erano passati solo cinque mesi dall'elezione di Mastai: il nuovo papa festeggiava i trionfi dell'amore e dell'entusiamo d'Italia, come non li ebbe forse mai alcun suo predecessore. Le sue vedute e azioni, ancora colorite idealisticamente, si unirono con la corrente di pensiero del tempo, per favorire quella rivoluzione nazionale, le cui onde scatenate dovevano poi il 20 settembre 1870 inghiottire lo stato della Chiesa.

Ma quando avvenne l'inondazione del 28 dicembre 1870, Pio IX vide le sue devastazioni come pontefice infallibile, ma anche come principe detronizzato e volontario prigioniero in Vaticano. Nello stesso tempo Napoleone III, precipitato dal trono, giaceva prigioniero in un castello tedesco!

L'inondazione del 1870 sarà forse l'ultima a devastare la città di Roma; se si può supporre che il nuovo governo trovi il vero rimedio al male. Esso ha trovato la questione totalmente insoluta, perchè dal 1803, sotto il governo pontificio non si mandò innanzi la cosa: si presero solo le misure relative al fiume dagli ingegneri Benedetti e Venturoli; fu messo l'idrometro a Ripetta, e diminuito il numero dei mulini galleggianti, che datavano dal tempo di Belisario, come asserisce Procopio.

Col 1º gennaio 1871 comincia una nuova era nella vessata questione del Tevere. Le Commissioni di ingegneri del governo italiano e del municipio romano gareggiarono in attività. Ne risultarono molti lavori tecnici e memorie degli ingegneri Canevari[74], Possenti, Vescovali e Baccarini. Furono pubblicate altre opere private: ho già nominate quelle del Brioschi, che del resto appartiene alla Commissione, e raccomando ai lettori in modo speciale l'opera del Carcani pubblicata prima del 1870, alla quale debbo molte notizie, particolarmente per quel che riguarda i tempi antichi.[75]

Questi studi, dice Brioschi, condussero ad un progetto generale e tre particolari. Il primo si accorda (prescindendo dalle condizioni mutate) con quello che i tecnici avevano proposto ad Augusto, e che da lui fu cominciato ad eseguire, e fu poi tre secoli dopo ripreso da Aureliano.

Consiste soprattutto nel pulire il letto del fiume, liberarlo dagli ostacoli e regolarizzare la corrente. A questi si aggiunsero altri progetti, la cui arditezza, per quel che riguarda il costo e la grandiosità dell'impresa, fu poi superata di molto dal progetto di Garibaldi. Questi considerava il suo piano sotto tre aspetti, come Giulio Cesare: liberare Roma dalle piene; allacciare la città al mare con un canale navigabile ed un porto; finalmente bonificare la campagna romana.

Due ingegneri, Filopanti e Amadei, limitarono e ridussero questo progetto, concretandolo in queste linee: deviamento del Tevere in un nuovo letto; arginamento di questo nuovo letto; deviamento dell'Aniene nel medesimo; costruzione di un porto fluviale presso Roma; di un canale nella città e di una strada al posto dell'antico letto, fiancheggiata da case sui due lati.

La novità e l'arditezza dell'idea di allontanare da Roma il Tevere, l'arteria della sua storia, fece rumore nel mondo intero, che non ricordava più il progetto di Giulio Cesare. I difensori del progetto facevano anche brillare il miraggio degli innumerevoli tesori che si sarebbero trovati nel letto del Tevere.

Questa attraente previsione non poteva dirsi del tutto infondata. Solo dieci anni prima il rinvenimento dell'antico deposito di marmi sotto l'Aventino, fatto dal Visconti, aveva meravigliato il mondo intero, ed ora l'aspettativa di preziose scoperte era esaltata da quel che già si era rinvenuto negli scavi dell'Esquilino e del Viminale, dove erano sorti i nuovi quartieri.

Nonostante tutto ciò che è stato estratto dal secolo XV ad oggi, si può affermare con sicurezza che nel seno di Roma innumerevoli tesori aspettano la bacchetta magica che li porti alla luce. Il pensiero di questi tesori nascosti eccita in modo speciale la fantasia dei Romani; una volta, con l'autorizzazione del governo pontificio, io stesso ne fui testimonio, si ricercò nel Colosseo un tesoro del quale alcuni pretendevano di aver trovato in un libro l'esatta descrizione.

E non potrebbe il Tevere nascondere tesori nel suo seno intatto?

Se l'onda del Reno nascondeva il palazzo dei Nibelungi, come dice la leggenda, non dovrebbe il Tevere albergare qualche antica e più nobile stirpe? Che cosa non rivelerebbe il suo fondo allo sguardo dell'universo, quanto oro, quanto marmo, quanto bronzo, quante iscrizioni? Anche rinunziando a cercare nel suo fango il Licnuco d'oro di Gerusalemme, molto resterebbe a scoprire di raro e di prezioso che vi si è affondato nel corso dei secoli. Si narrava nel medio evo che Gregorio Magno avesse fatto gettare nel Tevere molte antiche statue, e questa favola probabilmente accenna al fatto che molte opere d'arte vi si sono, comunque, inabissate.

Del resto più volte il Tevere ci ha restituito opere dell'antichità.

Lo scultore Flaminio Vacca ci dà notizie in proposito nel suo ben noto scritto: _Memorie di varie antichità, trovate in diversi luoghi della città di Roma_ (1594). Sotto Clemente X fu trovato a Ripa Grande un tesoro di monete d'oro. Già il Cardinal di Polignac (+ 1741) emise il progetto di pulire il letto del Tevere e trarne fuori gli oggetti antichi che vi si trovano. Nel 1773 si fecero ricerche di questo genere e il genovese Bernardo Poch scrisse in quell'occasione: _De' Marmi estratti dal Tevere e delle iscrizioni scolpite in essi_. Anche nello antico porto di Trajano furono trovate varie antichità e così nell'Aniene. Nel fondo di questo fiume deve ancor trovarsi una tavola di pietra coll'iscrizione di Narsete, che eresse il ponte Salaro, tavola che precipitò alla fine del secolo XVIII. E quante preziose sculture che ornavano le splendide ville che sorsero un tempo sulle due rive, non potrebbe nascondere l'Aniene! Il progetto di prosciugare il Tevere per estrarne i tesori nascosti tornò in ogni tempo ad allettare gli spiriti: lo proponeva nel 1855 Annibale Nuvoli nel suo scritto _Del Tevere_; e nel 1818 si era già pensato di istituire a quello scopo una società.

L'idea dunque di un mondo fatato di tesori immersi nel fiume assicurò per un istante un interesse fantastico al progetto di Garibaldi. Ma quale più grande e mirabile tesoro per Roma, del Tevere stesso? Come rassegnarsi a perderlo per l'incerto rinvenimento di questi tesori?[76]

Ecco il giudizio del Senatore Brioschi sul progetto di Garibaldi: «Considerandolo dal punto di vista igienico, edilizio, e tecnico, questo progetto non dovrebbe nel suo complesso venire respinto, ma sotto altri aspetti esso ha in sè qualche cosa di assolutamente contrario alle esigenze e ai criteri della moderna civiltà. Mentre infatti tanti stranieri archeologi e storici vengono a Roma, a passar buona parte dei loro anni per investigare nei suoi monumenti e nelle sue iscrizioni la vita di questo popolo che fu il dominatore del mondo; mentre prima cura del governo nazionale fu di prender possesso di quelle località, dove nuovi scavi possono condurre a nuove scoperte, e di dare a queste ricerche un indirizzo saggio e scientifico; sarebbe inconcepibile determinazione quella di trattare Roma, senza una necessità assoluta, riconosciuta e dagli italiani tutti e dal mondo civile intero, come una città dell'America del Sud, e derubarla del suo più grande monumento, di quel monumento che più d'ogni altro ha determinato, fissato, prodotto la sua storia. Non so se il generale Garibaldi e i suoi collaboratori hanno pensato alle conseguenze del loro progetto; ma io oso affermare, e non dubito che molti saranno con me, che, piuttosto, io mi contenterei come Augusto, di diminuire in varî modi la violenza delle inondazioni, o secondo il consiglio di Bramante, riedificherei Roma sui colli».

Sembra del resto che Garibaldi stesso abbia limitato poi il suo progetto a diminuire la massa d'acqua del Tevere, lasciandolo scorrere assottigliato sotto i ponti, fra due ripe provviste di muraglioni e di banchine.

A Roma è infatti accarezzata l'idea di costruire un Lungo Tevere che da Piazza del Popolo conduca a Castel Sant'Angelo. Esso potrebbe, se grandiosamente costruito e senza badare a risparmiare i milioni, arricchire la città di un incomparabile ornamento. Pure non si potrebbero trovare, io spero, molti Romani che desiderassero di vedere trasportata a Roma la compassata e rigida figura di Firenze moderna coi suoi Lungarno dai monotoni parapetti di pietra.

L'Arno, che nell'estate si assottiglia tanto da scomparire, traversa Firenze tra due muraglioni eguali e diritti, ed ha l'aspetto d'un canale artificiale. Il Tevere invece ha una corrente vivace, impetuosa, piena anche nel cuor dell'estate, e la sua bellezza consiste appunto in questa sua natura selvaggia e libera.

Esso conserva fin dentro Roma l'aspetto di un libero figlio dei monti, e scorrendo nella città dei Cesari, non ha dimenticato i verdi colli ed i campi dell'Umbria, dalla quale discende.

Al suo ingresso in città, a Porta del Popolo, ai prati di Nerone, a Ripetta, esso rapisce lo spettatore per la idillica e campestre bellezza delle sue rive. In quale altra grande città sarebbe dato vedere un fiume così pittoresco, nel quale, presso il porto di Ripetta, un vecchio barcarolo, il Caronte del Tevere, da lunghi anni traghetta i passeggeri sulla sua antica barca coperta da un rozzo e sghembo tetto di legno, raccomandata ad una lunga fune? Egli lascia la riva laggiù, presso il luogo dove è stabilito l'idrometro, dove un giorno fu precipitato nel fiume il duca di Candia, figlio di Alessandro VI, e approda al più originale e naturale di tutti gli approdi, sulla rena della spiaggia, dalla quale si sale la ripa su scalini, che i piedi stessi si sono creati affondandosi nel terreno, per giungere subito, in mezzo alla più tranquilla solitudine, fra i verdi boschetti e le vigne.[77]

Al posto di questa classica riva io non mi rassegnerei mai a vedere dei noiosi e monotoni Lungotevere: questo alito della campagna e della solitudine, che penetra fin dentro la città, dà a Roma un incanto speciale e tutto suo.

La bellezza del Tevere, entro la città, consiste poi soprattutto nelle sue serpeggianti volute, che i gruppi architettonici delle sponde fanno così varie e pittoresche!

Il senatore Brioschi un giorno, mentre mi rassicurava riguardo al progetto di Garibaldi, dicendomi che sarebbe certamente caduto, riuscì ad infondermi un altro timore, affermando che si aveva l'intenzione di togliere al Tevere le sue più forti curve, tagliandole opportunamente, per facilitare la discesa della corrente. Così ora, appena sfuggito alle arginature di Garibaldi, il padre Tevere corre quest'altro serio pericolo!

I progetti in proposito non sono ancora definitivi ed ancora è incerto a che cosa riusciranno. Ahimè! già nel 1871 dovemmo dire addio per sempre all'antico, caro, storico aspetto di Roma; così, presto o tardi muterà anche l'aspetto del biondo Tevere. Si ricordino però gl'Italiani di tener conto dei desiderî di tutto il mondo civile: di non guastare l'antico senza assoluta necessità, e di mantenere con amore ciò che forma la bellezza tutta particolare della città, bellezza che non potrebbe più esserle restituita, ed il suo incomparabile incanto storico.

NOTA.

Trent'anni sono trascorsi da quando Gregorovius scrisse la storia del Tevere ed un altro capitolo sarebbe da aggiungere: le belle sponde, tra le quali scorreva libero ed indomito il _Pater Tiberinus_ sono scomparse e solo a ricordarle ci restano gli acquerelli del Roesler Franz; hanno preso il loro posto i muraglioni ed i lungo-tevere tanto paventati dal Gregorovius che sono quasi compiuti ed il simulacro di Garibaldi, che ne fu il propugnatore indefesso, sta a contemplarli dall'alto del Gianicolo.

Questi giganteschi lavori hanno già dato decisivi risultati e la città è ormai al sicuro dalle inondazioni che prima la invadevano periodicamente; intanto si stanno riprendendo i progetti per assicurare la navigabilità da Roma al mare e quella interna fino al confluente della Nera.

Non fu possibile conservare alla città il suo aspetto tradizionale, ma a giustificazione ripetiamo col GEFFROY:

«Si è sempre visto il periodo nascente infliggere a quello che lo ha preceduto qualcuno di quei danni che i contemporanei, attaccati alla tradizione, hanno tenuto come sacrilegi, in attesa che altri monumenti ed altri ricordi acquistino essi pure la dignità che viene dall'età e cadano finalmente alla lor volta, sospinti dalle nuove generazioni. E' la legge della vita».

L'IMPERO ROMA E LA GERMANIA

L'Impero, Roma e la Germania.

A proposito dal Sacro Romano Impero di James Bryce (Londra 1867).

Uno studioso inglese, assai giovane ed intelligente, si è proposto un tema bello ed importante, quello cioè di seguire l'idea dell'Impero dalla sua origine alla sua fine (1806), nei suoi diversi momenti; ed ha condotto a termine il suo lavoro servendosi di una profonda cultura storica e di un'alta visione filosofica. Il suo libro è tra i migliori pubblicati sull'argomento, e deve essere per i tedeschi di grande interesse sentire la voce di uno straniero sulla questione del tanto esaltato e tanto vilipeso Romano Impero della nazione tedesca. Non pochi invero penseranno subito che un inglese d'oggigiorno non possa trattare questo tema che con volterriana ironia, ma dovranno riconoscere, letto il libro, che mai finora è stato parlato sull'argomento con tanta ampiezza di vedute, con tanto simpatico interesse per il principio imperiale e per la sua grandezza.

L'idea imperiale è, coll'idea della Chiesa, uno dei concetti fondamentali, sui quali si è basata tutta la civiltà occidentale. Ambedue son formazioni universali, creazioni latine, dalle quali è sorta la città universale per eccellenza: Roma. Esse hanno plasmato e, fino al nostro secolo, dominato il mondo europeo; sono state linee fondamentali della nostra civiltà. Se e perchè, oggi che le reliquie del medioevo spariscono nell'ultimo processo di dissoluzione, queste idee sono superate, e se la società europea abbia già acquistato la forza di prendere una nuova ed organica forma di universale confederazione, questo dovrà chiedersi ogni pensatore.

Bryce cominciò la sua trattazione col secondo secolo dell'antico Impero Romano, senza ricercarne le radici fuori della storia particolare dello stato romano medesimo e senza gettare un rapido sguardo sull'Oriente e sul principio autocratico giudaico.

Ho altrove parlato dello Stato teocratico e della missione universale del giudaismo, dal quale poteva solo aver origine l'idea cosmopolita del cristianesimo, che incontrandosi col principio di dominazione mondiale del popolo romano, assunse una forma del tutto nuova.

La conquista di metà del mondo conosciuto dovette far sorgere nello spirito romano il pensiero di uno stato universale romano che, alla caduta della repubblica, s'incarnò e prese forma decisa nel cesarismo, assumendo tutta l'importanza di un dogma politico.

Questo dogma tornò poi anche durante il medio evo nella coscienza romana, anche nei tempi più infelici della sua decadenza, quando Roma non era più che il Monte Testaccio della storia mondiale!

_Roma caput mundi regit orbis frena rotundi_, era il motto inciso nel sigillo degli imperatori tedeschi. Dante, l'Isaia del suo tempo, è tutto pieno di questo dogma, e non meno di lui Petrarca e Cola di Rienzo. I degeneri Romani si riguardavano ancora come i legittimi signori del mondo, e i depositarii dell'idea imperiale; di questa s'impadronì il papato, assimilandola all'idea giudaica di una religione di stato e di un popolo eletto. Così, collo sparire del principio cesareo pagano, Roma divenne colla Chiesa il centro della monarchia spirituale e temporale. Questo principio assunse una forza suprema nella storia dell'Occidente, che per lunghi secoli fu da esso tutta sconvolta; e nessuno può dirlo meglio del popolo tedesco, che per il primo, col grande avvenimento della riforma, cominciò a liberarsene.

Dal tempo di Costantino i confini dell'impero Romano divennero, a poco a poco, anche quelli della religione cristiana, e quanto più essa penetrava nello stato, tanto più si diffondeva in esso il principio imperiale che plasmò e formò la Chiesa romana. Essa divenne la forma religiosa dell'Impero. Al concetto dell'unità dell'Impero corrispondeva quello dell'unità della Chiesa. Il capo riconosciuto di ambedue era l'imperatore, che si chiamò poi anche Pontefice Massimo. Nacque allora la Chiesa imperiale romana. Come si chiamava romano l'Impero, così si chiamò romana la Chiesa. Ancora non v'era nessun papa; 400 e più anni dopo Costantino, si inventò la favola religiosa ben nota, secondo la quale, quel primo imperatore cristiano si ritirò umilmente in un angolo del Bosforo per lasciare al Papa il dominio di Roma e di tutto l'Occidente. Il concetto che il vescovo di Roma non fosse sottoposto all'Impero e all'imperatore, rimase del tutto ignoto a Costantino, e a tutti i suoi successori, ed anche ai Carolingi, agli Ottoni, ed agli Arrighi. La divisione dell'Impero in due parti, Oriente ed Occidente, non poteva in nessun modo attaccare il principio dell'unità dell'Impero Romano.

I Bizantini si chiamarono imperatori romani; essi nominavano i papi, o ne riconoscevano l'elezione.

Ma la caduta dell'Impero Romano d'Occidente sotto i barbari, e l'invasione germanica che, in mezzo alle onde limacciose dei barbari, diede all'Occidente una nuova conformazione, provocarono la separazione effettiva dell'Impero, e necessariamente insieme della Chiesa, che qua fu romano-germanica, là greco-slava. Anche nell'Occidente si delinearono così due correnti: romanismo e germanismo, sistema universale dell'accentramento, e libero individualismo. La storia d'Europa sino ai nostri giorni si è aggirata intorno ai loro contrasti, alle loro alleanze, alle loro conquiste, alle loro battaglie.

Ma se i Germani riuscirono a rovesciare l'Impero d'Occidente, non intaccarono però l'idea dell'Impero, che persistè: la sua tradizione era inestinguibile. Ogni vita politica delle nazioni era allora concepibile soltanto sotto le forme dell'Impero, che era il simbolo e l'espressione della civiltà stessa. Di più il principio imperiale fu validamente sorretto dalla Chiesa.

A poco a poco essa era entrata nella organizzazione complicata dell'Impero, che l'avea aiutata a sorgere, ed aveva ripreso il suo indirizzo nelle provincie tutte politiche e amministrative.

I suoi membri erano in istretti rapporti l'uno con l'altro, e ricorrevano per ogni questione a Roma, secondo la gerarchia, poichè già essa era riguardata come il centro ideale dell'Impero, dove il Vescovo, nonostante non poche opposizioni, rappresentava il capo spirituale della cristianità. Il solido organismo della Chiesa, che aveva ereditato tutta la civiltà del mondo or ora tramontato e lo spirito politico dei Romani, potè offrire resistenza all'invasione barbarica, e, nella rovina della società, mantenere in sè l'idea universale dell'unità della razza umana e della repubblica cristiana. Ho già parlato dell'importanza di questa tenace sovravvivenza della città di Roma, che ci sembra una fatale legge storica.

La Chiesa salvò e custodì l'idea dell'Impero fra le mura aureliane; trapiantò nei Germani questa idea latina, e potè così dipoi affermare di aver essa restaurato l'Impero affidandolo alla nazione germanica. Ma essa stessa, senza l'Impero, non avrebbe mai potuto mantenere la sua forza cosmopolita che sarebbe rimasta teorica, o si sarebbe frazionata in chiese di popoli e di terre diverse, perdendo così il principio dell'unità e dell'indissolubilità. L'Impero era il correlativo necessario della Chiesa.

Ora, poichè nello sfasciarsi dell'Impero Romano d'Occidente, fra le sue rovine rimase essa sola come un organismo incrollabile e un'autorità morale inconcussa, le convenne lasciar entrare nella cittadinanza romana i barbari che possedevano ora tutto l'Occidente.

La civilizzazione di quei popoli è il fatto più notevole e grandioso della Chiesa, così grandioso che difficilmente si può abbracciar tutto con parole. Dove l'Impero Romano aveva diffuso le sue leggi, la sua favella, le sue colonie, che erano riuscite a latinizzare i Germani, la Chiesa si preparava a gettare le basi nazionali della sua signoria gerarchica. Ma per molto tempo ancora i Germani, ritiratisi nel centro o verso il settentrione delle loro terre, lontani dal Mediterraneo latino, avevano opposto efficace resistenza al romanismo, difendendo il principio della loro individualità, che doveva prima o poi entrare direttamente in lotta con l'idea centrale del mondo latino: la Chiesa imperiale.