Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 16
Ogni volta che le cronache medioevali accennano alle piene del Tevere, parlano anche di un mostruoso drago, o serpente d'acqua, che avrebbe provocato la piena, scatenando le onde sulla città; ma questa volta l'inondazione fu accompagnata dalla visita di un nobile re, Vittorio Emanuele; fu essa che lo condusse nella città, offrendogli un pretesto per la prima un po' imbarazzante visita. Egli giunse la mattina del 31 dicembre, e scese al Quirinale. Venuto a prender possesso della città di Roma in nome dell'Italia, la trovò allagata e desolata, come l'aveva rappresentata un giorno Cola di Rienzo nelle sue allegorie. A mezzogiorno si fece condurre, avendo a fianco Lamarmora, per le vie di Roma, sfigurata e melmosa, e pur prodiga a lui di caldissime acclamazioni: firmò al Quirinale il primo decreto datato da Roma, col quale prendeva atto del plebiscito romano. La sera ripartì per Firenze. Il papa non visitò la sua Roma sofferente, ma restò come _prigioniero_, chiuso nel suo Vaticano, guardando pensieroso il diluvio dalle alte finestre.
Questa inondazione del 1870 eternamente memorabile riportò sul tappeto un'antichissima e vessata questione: come por fine ad un male che spesso si ripeteva con grave danno della città, la quale, per di più, stava per divenir sede del governo italiano? Ai molti e gravi ostacoli di ogni maniera che si dovevano vincere, si unì anche la minaccia perpetua di un'inondazione del Tevere. Il Governo italiano, ed anche il Municipio di Roma (decreto reale 1º gennaio 1871), nominarono delle commissioni che studiassero e riferissero sui loro lavori intorno a questo problema; oggi possediamo stampati i risultati di questi studii, ma non sono decisivi. Disegni e progetti furono presentati in gran quantità allo scopo di regolare e tener a freno la corrente del Tevere, e a questi molti altri progetti si aggiunsero, periodicamente rinascenti di secolo in secolo, e vertenti sul collegamento di Roma al mare, sul rinnovamento del porto di Traiano, sul prosciugamento delle paludi pontine, sulla bonifica dell'agro romano.
Dal 1870 la letteratura relativa al corso del Tevere si è considerevolmente aumentata. Da quell'epoca sono stati pubblicati più di 80 nuovi scritti, sul problema del Tevere, da ingegneri, tecnici, professori di matematica e di scienze naturali. A questi studî zelanti non fu estraneo Garibaldi che si interessò sempre della questione; e questo è già un merito non indifferente pel grande uomo, non diminuito dal fatto che i suoi progetti non offrivano possibilità di pratica attuazione.[65]
La letteratura sul Tevere non data solo dal 1870, ma segue la storia delle piene del fiume e, come vedremo, non è possibile rintracciarla oltre l'anno 1495. Da quest'anno, famoso per la grande inondazione, al tempo di Alessandro VI Borgia, essa ha proceduto senza interruzione, poichè ogni nuova manifestazione della collera del fiume ha risollevato sempre il problema e ha dato origine a scritti sull'argomento.
Il benemerito bibliotecario dell'Alessandrina di Roma, Enrico Narducci, ebbe la felice idea di riunire in un catalogo tutti gli scritti sull'argomento, così pubblicò il suo _Saggio di Bibliografia del Tevere_.[66] La biblioteca dell'antico _Pater Tiberinus_ non conta oggi meno di 412 numeri di scritti di ogni specie e natura; di epigrafia, storia, geografia, archeologia, tecnica, epigrammatica, poesia, e via dicendo, ed anche di bolle e editti papali;[67] e in essa si ha uno specchio delle facoltà scientifiche ed immaginative di parecchi secoli. Se il Narducci ha compilato questo catalogo con grande cura ed amore, talchè merita non piccola lode per questo lavoro bibliografico, che per la sua rarità ed importanza è tale da destare grande interesse in ogni bibliofilo, esso però non può chiamarsi completo, perchè anche alla ricerca più diligente qualche scritto doveva necessariamente sfuggire.
Da tutte queste fonti letterarie si potrebbe ricostruire una vera storia del Tevere, e trattarla sotto varî punti di vista. Il primo sarebbe quello fisico, e sotto questo aspetto la questione è stata esaurientemente trattata. Giuseppe Ponzi, professore di storia naturale a Roma e senatore del Regno, ha pubblicato scritti di questo genere fin dall'anno 1860: una _Storia geologica del Tevere_ e una _Storia naturale del Tevere_, degli studii sul suo delta, con la riduzione in scala più piccola delle carte idrografiche e topografiche del Canevari.
Un'altro punto di vista sarebbe quello topografico-storico, e si ricollegherebbe alla storia naturale del Tevere, sebbene la descrizione dell'aspetto del territorio di Roma, nei tempi preistorici, debba essere lasciata alla fantasia dei poeti (come ha tentato l'acuto Ampère nella sua _Histoire Romaine à Rome_), in tempi in cui il Soratte era un'isola, Monte Mario un promontorio, ed isole erano i sette colli; tuttavia le più antiche condizioni topografiche dell'origine e della conformazione di Roma in rapporto al Tevere possono essere ben comprese e ricostruite.
Voglio solo ricordare il prosciugamento delle depressioni più antiche, come il Velabro ed il Foro, che costituisce la prima lotta che Roma abbia sostenuto contro il Tevere; i rapporti dell'antica fortezza capitolina, dell'_Arx_, col fiume; l'opera di costruzione delle cloache della città, e finalmente la costruzione dei ponti.
Dall'anno 1530 fino ad oggi la storia delle inondazioni del Tevere è stata accuratamente trattata in relazione alle cause delle inondazioni stesse. Questa storia rappresenta la desolazione della città di Roma per opera di quel fiume stesso cui essa deve la sua origine, e che mai ha potuto tenere a freno. Strano a dirsi, la capitale del mondo maltrattata da un fiume che è tra i più piccoli d'Europa![68] E non poterono averne ragione nè gli imperatori romani, dominatori di una metà del mondo, che provvidero Roma e le provincie di ingenti costruzioni, strade, canali e porti, nè i loro successori, i papi. E questo rapporto di Roma col Tevere ci sembrerà tanto più strano, se penseremo alla piccola Olanda che sostenne col mare le sue lotte titaniche e vittoriose. Il fiero fiume, in apparenza così mite, rimase effettivamente il solo ribelle dell'Impero Romano, di cui sempre derise ogni sforzo diretto a domarlo!
La storia delle sue inondazioni comincia con lo sbarco dei gemelli Romolo e Remo, quindi con l'origine mistica di Roma, e prosegue, naturalmente con molte lacune, attraverso i lunghi secoli della Repubblica e dell'Impero, secondo i dati degli antichi scrittori.
Ogni straripamento del Tevere spaventava gli antichi romani come prodigio, come presagio di gravi avvenimenti, o come minaccia dell'ira divina: e questo pregiudizio continuò sotto il dominio dei papi. Per lo più all'inondazione seguivano, per le acque rimaste stagnanti qua e là, gravi malattie con febbri pestilenziali nella popolazione.
Livio dice più di una volta che queste inondazioni, ai tempi della Repubblica, spargevano un vero terrore nel popolo e riporta che per l'espiazione si consultavano i libri della Sibilla e venivano ordinati pubblici sacrifici e preghiere. Sotto l'imperatore Ottaviano il fiume visitò nuovamente la città e danneggiò gravemente parecchi edificii nel Campo Marzio.
Il popolo superstizioso attribuì una volta (22 a. C.) questo sinistro al fatto che Augusto non aveva rivestito l'autorità consolare. Si sollevò allora sdegnato e minacciò di incendiare la Curia, dove si teneva chiuso il Senato, se questo non avesse subito creato Augusto dittatore e censore a vita. Così un'inondazione del Tevere contribuì a rafforzare il potere monarchico. Ricordiamo i versi di Orazio:
Vidimus flavum Tiberini, retortis Litore etrusco violenter undis, Ire dejectum monumenta regis Templaque Vestae.
I danni prodotti dal Tevere nella parte bassa di Roma furono già nell'antichità assai gravi. Più volte il Ponte Sublicio, allora il più importante, fu rovinato dalla corrente. Si pensò al modo di por rimedio a questo danno; ma poichè non sappiamo che cosa abbiano progettato gl'ingegneri di Roma del tempo della Repubblica, possiamo dire che la storia della questione del Tevere cominci veramente con Cesare.
Fra i giganteschi progetti di lui eravi quello di deviare il corso del fiume da Roma, in modo che, girando intorno al Gianicolo, andasse poi a scaricarsi nel mare attraverso le Paludi Pontine presso il capo Circeo, invece che ad Ostia. La morte di Cesare impedì la realizzazione di questo progetto, come di molti altri. Se fosse stato eseguito, non solo sarebbe mutata la configurazione della città, ma avrebbe subìto grandi alterazioni anche la sua storia, cambiando praticamente i suoi rapporti coll'Italia meridionale.
Il successore di Cesare, Augusto, riprese ad occuparsi della questione del Tevere, ma in proporzioni più modeste. Egli nominò una Commissione di più che 700 tecnici, ma non ne risultò che un ripulimento del letto del fiume, e la creazione di una magistratura permanente i: _curatores alvei et riparum Tiberis_. Augusto stesso coprì questa carica, ed Agrippa fu _Curator Tiberis_ a vita.
La leggenda giudea favoleggiò allora che il primo imperatore di Roma avesse fatto rivestire il letto del fiume con lastre metalliche.
L'inondazione del 14 d. C. fece prendere a Tiberio altre misure; egli affidò lo studio della questione ai senatori Ateio Capitone e Lucio Arunzio, e nominò una commissione di cinque senatori da scegliersi ogni anno per la sorveglianza del fiume. Questi si trovarono una volta d'accordo nel disegno di deviare l'acqua della Chiana (che esce dal lago di Chiusi e si gettava anticamente nella Paglia, e con questa nel Tevere) nel letto dell'Arno, ma i fiorentini si opposero, e il Senato rigettò il progetto. Oggi il senatore Francesco Brioschi, uno dei più attivi membri della Commissione per la sistemazione del Tevere, chiama questo la prima idea di un reale rimedio, che l'antichità abbia avuto in proposito.[69] Nel secolo XVI i Medici di Firenze ripresero quest'antico progetto e, dopo importantissimi lavori idraulici, la Chiana fu finalmente portata nell'Arno.
Sotto l'imperatore Claudio, come afferma un'iscrizione scoperta a Porto nel 1836, per questo nuovo porto del Tevere furono scavati dei canali dal fiume al mare (_Emissisque in mare urbem inundationis periculo liberavit_). Nerone, nel suo pensiero delirante, concepì anche il disegno di condurre il Tevere a scaricarsi nel golfo di Napoli. Traiano riprese i lavori dei canali di Claudio, dopo che una piena aveva desolato Roma, e da lui ebbe nome il canale di Fiumicino (_Fossa Trajana_), che è il solo rimasto navigabile, mentre il braccio sinistro del Tevere, naturale, si interrava presso la foce.
Aureliano che circondò Roma di quelle storiche mura, alle quali, principalmente nei primi secoli del medioevo, essa dovette la sua conservazione e i papi la loro indipendenza, fu l'ultimo imperatore romano che ebbe cura di pulire il letto del fiume e di arginare le rive.
Dal tempo di Claudio in poi, i _Curatores_ si limitarono a questi lavori immediati di ordine pratico, e Plinio, in un passo ove parla dell'arginatura del fiume, afferma che era divenuto difficile passare da una riva all'altra (_Hist. Natur._ III. 5). Ogni grandioso progetto fu abbandonato.
Il Brioschi scrive: «L'antica Roma, che tanto dovè soffrire delle inondazioni del Tevere, non ci ha lasciato nulla di durevolmente utile contro le inondazioni stesse; essa non ci ha lasciato alcun esempio da seguire, non ci ha additato alcuna strada che potesse condurre alla soluzione del problema».
Le cause più gravi dei ripetuti straripamenti del fiume vanno senza dubbio ricercate nella quantità d'acqua portata a lui dai fiumi Paglia, Nera ed Aniene. Ultimamente vi si è aggiunta anche quella quantità d'acqua che i molti acquedotti dell'interno della città versano nel fiume ed è anche possibile che vi abbia contribuito. Ma anche quando i Goti assediarono le città e distrussero le condotture d'acqua, le inondazioni non cessarono, furono anzi in quegli anni molto gravi: bisogna però anche tener conto del fatto, che dopo la caduta dell'impero romano e dopo la scomparsa del Senato e di tutte o della più gran parte delle autorità preposte alla cura ed all'amministrazione della città, non fu fatto più nulla per lo spurgo dell'alveo e per l'arginatura del fiume.
Col vi secolo dell'èra nostra cominciano, con alcune lacune, nelle cronache medioevali i racconti delle inondazioni. Una delle più terribili avvenne nel novembre 589, sotto Pelagio II, e fu seguita dalla peste.
Gregorio da Tours l'ha descritta: in seguito ad essa caddero dalle fondamenta gli antichi granai dell'Aventino e molti edificii del Campo Marzio. Miracolosamente il Panteon resistè, quantunque da tanti secoli si fosse trovato assai spesso in così grande pericolo, cui edifici men solidi non avrebbero potuto resistere.
Molte volte questa magnifica Rotonda d'Agrippa fu inondata a tale altezza, che si doveva andarvi per mezzo di barche, giungendo la piena fino all'altar maggiore.
Non voglio qui ripetere la storia delle piene del Tevere nel medio evo: da parte dello Stato nulla più venne fatto per la prevenzione del male; gli argini anzi avvallarono[70], il letto del fiume si alzò, cosicchè i danni sofferti dalla parte bassa della città dovettero essere più rilevanti che nei tempi precedenti. Più volte, narrano i cronisti, ponti e porte furono smantellati. Il crollo d'un antico portico presso S. Marco (Porticus Palacinae) fu opera d'una piena dell'anno 791, ed ancor oggi alcuni avanzi di ponti che si trovano nel letto del fiume stanno a ricordare le inondazioni. La piena penetrava quasi sempre, come nel decembre 1870, dalla Porta del Popolo (Flaminia) e irrompeva furiosa nella via Lata, l'attuale Corso, giungendo fino alle falde del Campidoglio. I mesi delle inondazioni erano da novembre a febbraio, fra i quali pericolosissimo il primo.
Dal IX al XIII secolo la storia delle piene è assai monca, non perchè il fiume visitasse meno spesso la città, ma perchè le cronache non ne parlano. Il 1º febbraio 1230 Roma fu colpita da una inondazione spaventosa. Era allora papa, Gregorio IX, il vivacissimo nemico del gran Federico II di Hohenstaufen. Egli si trovava fuggiasco a Perugia, quando la repubblica di Roma si levò in arme contro di lui. L'improvvisa inondazione fece sui Romani l'effetto che già aveva fatto su di essi al tempo di Augusto; preso da superstizioso spavento, il popolo mandò legati al Papa supplicandolo di ritornare a Roma. Egli tornò e trovò la città immersa nella desolazione, cercò di sollevarla, fece ricostruire il ponte dei Senatori (oggi Ponte Rotto) che era stato abbattuto dalle acque, fece ripulire i canali di scolo otturati, e altri ne costruì.
Quarantasette anni dopo, il 25 novembre 1277, mentre la Santa Sede era vacante e il collegio dei Cardinali riunito a Viterbo doveva eleggere il nuovo pontefice sotto le pressioni di Carlo d'Angiò (contro i desideri del quale nominò poi Nicolò III Orsini), il fiume devastò Roma nuovamente. Questa inondazione è notevole particolarmente, perchè con essa ha principio la non breve serie di iscrizioni, con cui i Romani solevano ricordare, sulle facciate delle chiese o delle case, l'altezza raggiunta dalle più gravi inondazioni. Ancora non esistevano idrometri.
L'iscrizione di quell'inondazione suona così:
HUC TYBER ACCESSIT SED TURBIDUS HINC CITO CESSIT ANNO DOMINI M.CCLXXVII. DIE. VI. NOV. DIE VI. ECCLESIA VACANTE.
Il Narducci ha trovato quest'iscrizione, fino allora sconosciuta, in un manoscritto scorretto della Biblioteca Angelica; essa si trovava in una scala di marmo presso la chiesa dei Santi Celso e Giuliano in via dei Banchi. È ancor oggi ben conservata; io stesso la vidi, anni fa, murata sotto un piccolo arco, non lontano dal palazzo Cicciaporci, sulla parete della casa che gli sta dirimpetto. È incisa su una lunga e stretta tavola di marmo, coi caratteri degli ultimi tempi degli Hohenstaufen, che segnano il passaggio al così detto carattere gotico.
Gli uomini di quel tempo solevano dare a queste notizie, che noi esprimiamo con brevità e semplicità statistiche, un'intonazione solenne e poetica. In ciò sta non piccola parte dell'attrattiva dell'epoca medioevale, come più di ogni altra cosa dimostrano le iscrizioni funerarie. Durante il Rinascimento, quando l'epigramma tornò a fiorire, queste notizie sulle piene del Tevere divennero vere e proprie graziose poesie latine. Si soleva rappresentare sulla lastra di marmo il fiume col simbolo di linee ondeggianti, in mezzo alle quali appariva una barchetta pericolante: una mano coll'indice steso accennava l'imagine. Spesso vi era anche una croce. Col secolo XVIII l'uso dell'epigramma tiberino cessa, e prende il suo posto la notizia nuda e cruda. Ora poi ci si contenta di una linea che segna il livello massimo dell'acque e delle parole: _Alluvione del Decembre 1870_. Per la maggior parte tali iscrizioni furono poste sulle facciate delle chiese del Campo Marzio, e in particolar modo la facciata della Minerva è da considerarsi come l'idrometro del più lontano medioevo[71].
Dopo l'iscrizione del 1277 troviamo una lacuna di cento anni. L'alluvione dell'8 novembre 1376 si trovava ricordata alla Minerva, su una lastra di marmo che è andata perduta. Questa alluvione precedè il più grande avvenimento dell'epoca, il ritorno dei papi da Avignone sotto Gregorio IX. Dal secolo XV, e precisamente dal 25 Novembre 1415, possediamo la esatta e completa serie cronologica delle inondazioni, fino ai nostri giorni. Come esempio dò qui un'iscrizione del tempo di Sisto IV:
CREVIT AD HOC SIGNUM TRANSCENDENS LIMINA TYBRIS OCTAVA JANI, QUAE MEMORANDA DIES. TERRITA ROMA, NOE REDEUNT NUNC TEMPORA, DIXIT, DILUVIO, ATQUE ITERUM CORRUET OMNE GENUS. HUNC ANNUM VERSU LONGO EST DESCRIBERE VERUM QUAE NUMEROS SIGNAT HIC NOTA JUNCTA DOCET. M.CCCC.LXXVI.
Alessandro VI si trovò a due grandi alluvioni, nell'ottobre 1493 e il 5 decembre 1495. Poco dopo le onde del Tevere dovevano trasportare il cadavere del figlio di lui, duca di Candia. Suo fratello, Cesare Borgia, lo aveva fatto trucidare e gettare nel fiume; quel Cesare Borgia che aveva fatto precipitare dalle mura di Castel Sant'Angelo l'infelice Astorre Manfredi e tante altre vittime. Al tempo del terrore dei Borgia non passava notte che non si trovasse qualche ucciso nelle placide onde del fiume. Ma esso aveva trascinato al mare ne' suoi flutti fatali anche due imperatori romani, Massenzio e Massimo, un papa romano, Formoso, e le ceneri di Arnaldo da Brescia.
L'alluvione dell'anno 1495 è ancora ricordata da parecchie iscrizioni nel Campo Marzio e cominciano in quell'epoca a pubblicarsi in Roma scritti relativi al Tevere, per mezzo della stampa, che già dalla Germania era giunta a Roma.
Il Narducci indicava come primo scritto di questo genere la poesia del noto poeta popolare Giuliano Dati dal titolo: _Del Diluvio di Roma del MCCCCLXXXXV adì IV. di Dicembre. Et daltre cose di gran meraviglia_, con una incisione in legno rappresentante l'inondazione.
A questo possiamo aggiungere il componimento poetico di un umanista tedesco. _Jacobi Locher, alias Philomusi, Carmen de diluvio Romae effuso. Ibid. Dec. 1495._
In questo tempo sembra si siano riprese le ricerche tecniche sulla questione del Tevere; Bramante, a quel che pare, diede il consiglio di ritrarre sui colli la Roma abitata, e fece il progetto dei lavori. La spesa per questo progetto, che è restato assai oscuro, era stata preventivata in un milione di scudi, per il che Leone X non ne fece poi niente. Il lettore potrebbe stupirsi che al tempo di Nicolò V, qual grande ideatore di progetti sull'edilizia romana, che voleva perfino render navigabile l'Aniene, non si sia pensato a provvedere al fiume, ma ciò si spiega pensando che il Tevere sotto il suo pontificato si mantenne abbastanza tranquillo.
Ci fu un'inondazione sotto Leone X nel 1519; poi la più terribile di tutte quelle avute sin'allora, quella dell'8 ottobre 1530. Era pontefice quel disgraziato Clemente VII, sul quale un destino crudele sembrò dilettarsi a radunare ogni sorta di sventure; tre anni prima egli aveva assistito al sacco di Roma. I contemporanei ci hanno lasciato descrizioni complete di quest'ultima inondazione. Vi sono anche parecchie iscrizioni che vi si riferiscono. Eccone una:
SEPTIMUS AURATUM CLEMENS GESTABAT ETRUSCUS, ARTE PEDUM SALIIT QUAM VAGUS VSQUE TIBER QUIPPE MEMOR CAMPI, QUEM NON COLUERE PRIORES AMNIBUS EPOTIS IX NOVA TECTA RUIT. VTQUE FORET SPATII IMPLACABILE ULTOR ADEMPTI ET CEREREM ET BACCHUM SUSTULIT ATQUE LARES. RESTAGNAVIT VIII. IDUS OCTOB. AN. MDXXX.
(sulle mura dell'antico convento degli Agostani a S. Maria del Popolo).
Cinquant'anni non bastarono, si disse, a rimetter Roma dai danni che soffrì in quell'inondazione, che raggiunse, secondo si può rilevare dall'idrometro di Ripetta, metri 18.97.
E poco prima Roma aveva subito l'invasione dei soldati di Carlo Quinto!
Allora il poeta Luigi Alamanni scrisse il suo poema _Il Diluvio romano_, che dedicò a Francesco I di Francia.
A quel tempo risale la prima storia delle piene del Tevere, scritta dall'auditore di Clemente VII, Ludovico Gomez, stampata a Roma nel 1531. Essa è la base di ogni posteriore lavoro sull'argomento. _De prodigiosis Tiberis inundationibus ab urbe condita ad annum MDXXXI. Commentarii Romae apud F. Minutium Calvum, Anno MDXXXI_, in-4.
Il secolo XVI vide anche le piene del 1547, 1557, 1572, 1589, 1598; ognuna diede occasione a pubblicazioni dei contemporanei. Andrea Bacci, famoso medico e scienziato, scrisse nel 1558 il suo libro sul Tevere, nel quale tratta della natura della corrente e delle inondazioni. Nel 1576 seguì la _Tiberiade_, trattato del giurista Bartolo da Sassoferrato. La piena del 24 dicembre 1598 diede occasione ad una quantità grandissima di scritti, e fu la più violenta conosciuta, raggiungendo un'altezza di metri 19.56. La corrente sommerse il ponte Sant'Angelo, e ne asportò i parapetti; abbattè metà del ponte Palatino (chiamato da allora ponte Rotto) e ruinò tutta quella fila di case che da Tor di Nona va a Ponte Sant'Angelo. Era allora papa Clemente VIII Aldobrandini.
Tre giorni prima era tornato trionfante da Ferrara dove aveva preso possesso degli Stati di Casa d'Este.
Pubblicò la bolla _De luctuosa Tyberis_ e ordinò pubbliche preghiere.
Un epigramma, a Castel Sant'Angelo, ora scomparso, diceva:
ANNO CHRISTIANAE SALUTIS MDIIC DIE XXIV DECEMBRIS ERIDANI IMPERIO CLEMENS, ET PACE PER ORBEM AUREA REDDIDERAT SAECULA, ROMA, TIBI. CUM SUBITO TYBERIS ASSURGENS HUC EXTOLLIT UNDAS ET TE PENE SUIS CONTUMULAVIT AQUIS. SCILICET EXTOLLANT ANIMOS NE GAUDIA NOSTROS TEMPERAT ADVERSIS PROSPERA QUAEQUE DEUS. IO. FRANCISCUS ALDO BRANDINUS ARCIS HUJUS ET. S. R. E. COPIARUM GENERALIS PRAEFECTUS POSUIT
Furono pubblicati in quell'occasione importanti scritti del Castaldi, del Castiglione, degli architetti Carlo e Domenico Fontana, di Paolo Beni, e di altri, che ricercavano le cause del male e proponevano rimedi. Il governo pontificio prese atto dei progetti, chiese consiglio a tutti i tecnici d'Italia, emanò editti e decreti, ma nulla fece di concreto, si ricorse perfino agli incantesimi piuttostochè alla scienza: Pio V fece gettare nel fiume un _Agnus Dei_ di cera, e credette con questo di aver scongiurato definitivamente nuove inondazioni.