Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 15

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Già da due ore la vittima si trova nella stessa posizione; la sua faccia è accesa; l'occhio infuocato, tutti i suoi lineamenti e la respirazione affannosa accennano a stanchezza. Che penserà mai quella statua vivente? Probabilmente a nulla. Di quando in quando spunta sulle sue labbra un sorriso, e si capisce che le chiude convulsamente per non prorompere in uno scroscio, che d'un colpo guasterebbe la sua posizione. Forse si sente ridicola; forse le sembrano stupidi e ridicoli tutti quei disegnatori; forse la fisonomia di uno scarabocchiatore biondo sembrò buffa alla giovane romana, ed eccitò la sua ilarità.

Il proprietario di quella sala dà in carnevale, in onore dei modelli, una festa da ballo, alla quale essi prendono parte in costume, e vi sono invitati gli artisti e i loro amici; anche gli stranieri possono procurarsi un biglietto d'invito.

Per avere un'idea delle danze nazionali dei romani, per vederle eseguite in tutta la loro varietà, in tutta la loro grazia, bisogna assistere ad uno di questi balli, offerti ai modelli. Lo spettacolo è reso ancor più attraente dalla varietà dei costumi, tra i quali primeggiano quelli della campagna romana, e i migliori sono quello di Albano, e l'altro così ricco di Nettuno. Anche l'orchestra, composta di mandolini e di tamburelli, ha carattere completamente nazionale. Anche d'ottobre si può vedere la gioventù romana eseguire nelle osterie e nei campi le sue danze nazionali, perchè nel tempo delle vendemmie accorrono fuori delle porte, specialmente della porta Angelica, numerose brigate di ragazze e di giovanotti; e si possono vedere suonare il tamburello, e ballare alle falde di Monte Mario, sulle strade, o nelle osterie. Talora alla sera queste ragazze rientrano in città, cantando, e quando si vedono passare per le vie, talune con un tirso adorno di fiori, altre con fiaccole, cantando vivaci ed allegre canzoni si crederebbe di veder passare un corteo di Menadi o di Baccanti.

Entriamo ora nella vasta sala di via Claudiana che il proprietario ha decorato con particolar cura. Dalla volta pendono ghirlande di fiori, altre corrono lungo i muri, altre sostengono il lampadario. Non mancano strisce di carta d'oro e d'argento, nè numerose lanterne colorate. La decorazione ha qualcosa di campestre, il pavimento è nero come la terra, e per di più ineguale; i suonatori sono già al loro posto, coi loro strumenti, tamburelli e mandolini, le modelle stanno sedute presso le pareti, prosciolte questa volta dalla loro immobilità, anzi piene di vivacità e di brio. Molte vengono dal Corso, dove sono state, sedute sopra sedie date a nolo lungo i palazzi, a ricevere od a distribuire fiori. Le madri accompagnano le figlie, perchè tutte le modelle che hanno cura della loro reputazione, sono sempre accompagnate dalla mamma, anche quando vanno nelle accademie a posare.

La società è molto mista, perchè arrivano anche dal Corso numerose maschere di second'ordine, e la sala non tarda ad essere invasa da forestieri di ogni paese, che desiderano veder ballare le modelle. La decenza naturale, i modi piacevoli e disinvolti di queste povere ragazze sono davvero sorprendenti; la finezza naturale del popolo italiano si trova sempre e dovunque in tutte le classi della società; se questo ballo, in cui i modelli danzano con trasporto, durasse anche fino a giorno chiaro, lo spettatore non potrebbe mai sorprendere un atto meno che conveniente, o che, soprattutto, varcasse i confini della decenza.

Sono giovani allegre e piene di brio, che godono nel ballare; ed è un vero godimento ammirare la vivacità e la grazia dei loro movimenti, e vedere sui loro volti dipinta la gioia e la soddisfazione. Chi non avesse mai assistito ad un ballo nazionale nei paesi meridionali, o vi avesse visto solamente le feste del gran mondo, e le assurdità dei balli da teatro, non potrebbe fare a meno di prender viva parte alla mimica animata e vivace di uno di questi balli veramente popolari. La musica adatta dei mandolini e dei tamburelli, coi loro suoni alquanto striduli, la varietà dei costumi e dei colori, l'oro, il rosso, il verde, le belle e giovanili forme dei ballerini e delle ballerine, la distinzione e la nobiltà di quei profili romani, producono un effetto stupendo, e spesso l'intrecciarsi di tutte quelle figure, il loro volteggiare, cambiar posizione, apparire, scomparire, ricomparire, sempre con grazia, vivacità, e disinvoltura, danno l'idea di una scoltura fantastica in rilievo.

Si ballano varie specie di danze, tanto nazionali che straniere. Il ballo nazionale, prettamente romano, è il saltarello che vien ballato da una coppia sola di ballerini. Esso non si svolge in grandi linee; consiste piuttosto in piccoli movimenti molto rapidi, particolarmente della parte superiore del corpo. Possiede una somma vivacità mimica, ha qualcosa delle baccanti, è però meno aggraziato di un ballo saltato che si svolga in linee circolari.[64] Le ragazze ballano anche la polka che oramai ha conquistato tutto il mondo, e si provano pure nel waltzer strisciato, senza raggiungere però l'eccellenza dei tedeschi che si muovono in linee orizzontali, mentre in Italia, secondo l'indole della danza nazionale, lo si salta. Il ballo tedesco è una danza comune a due persone, mentre il ballo italiano consiste piuttosto nell'esporre la bellezza delle forme del corpo, in una danza di due persone, l'una di fronte all'altra, ed è quindi più drammatico.

Intanto che le belle e giovani romane stanno ballando e facendo pompa delle loro grazie, andremo in fretta a vedere incendiare la girandola, affinchè tutte le svariate figure che abbiamo visto, e che ebbero principio colla danza dei morti, abbiano termine, come si conviene, con un fuoco d'artificio.

Una volta la girandola si incendiava al Mausoleo di Adriano, lo stesso giorno in cui s'illuminava la cupola di S. Pietro; ora invece la si incendia al Pincio, verso piazza del Popolo, sulla quale prospetta quella stupenda passeggiata. Dicono che da Castel S. Angelo l'effetto fosse migliore ed è molto probabile, perchè si poteva vedere da tutta la città; ad ogni modo, anche dal monte Pincio, è sempre uno spettacolo magico.

Appena da Castel S. Angelo vien dato il segnale con un colpo di cannone, tuonano le artiglierie sul Pincio, e la girandola come un'eruzione vulcanica, o un fiume di fuoco, si slancia fumando e sibilando dalla spianata che sovrasta la facciata del Pincio. Sorge da terra simile a un manipolo gigantesco di grano, o ad una pianta di palma, e fischiando, scoppiettando, sale verso il cielo che pare voglia ricoprire per metà. L'occhio, affascinato da tutto quel lampo di luce, non ha tempo di discernere i particolari; prima che si possa fissare, tutta quella mole di fuoco si trova di già al di sopra del capo di chi la sta osservando ai piedi dell'obelisco di piazza del Popolo; e mentre va dileguando, pare piovano miriadi di stelle dal cielo. Non è propriamente uno spettacolo, ma una vista subitanea e repentina di un'immensa fiammata, che in un batter d'occhio abbaglia e scompare, lasciando quasi l'impressione di una visione fantastica.

La girandola è scomparsa, una nuvola di fumo si dilegua lentamente sulla piazza del Popolo; le stelle splendono nuovamente nel cielo limpido e sereno e comincia dietro le piante del Pincio lo scoppio dei mortaretti, e dei petardi senza luce, quasi forieri di nuove apparizioni. Uno di questi ultimi scoppia dietro le sfingi di marmo, che stanno all'ingresso del Pincio, e mentre seguono ai colpi alcune scintille che salgono verso la nuvola di fumo, le sfingi cupe e misteriose sembrano esseri diabolici evocati dall'abisso. Ora un fuoco artificiale illumina la facciata di una chiesa gotica, o di un tempio, che sullo sfondo scuro dei pini assume l'aspetto di una creazione magica. Il tempio va scomparendo a poco a poco, ed allora scoppiano le bombe e si sprigionano razzi tinti in rosso, in violetto, in bianco, che si riversano in innumerevoli scintille, come pioggia di stelle. La piazza è continuamente illuminata da tutti questi serpenti di fuoco che salgono nell'aria, e in mezzo a questa luce, l'obelisco di Sesostri, dedicato un giorno al Sole nella lontana Eliopoli, sorge solitario offrendo alla vista i geroglifici della sua meravigliosa scrittura figurata. Le sfingi, l'obelisco orientale, i pini, i cipressi, le varie e molteplici statue del Pincio, le colonne rostrate, le fisonomie malinconiche degli schiavi daci col berretto frigio, Roma armata di lancia, e le tante altre immagini di marmo che ora compaiono, ora scompaiono in quella luce dubbia, sono un apparato eccellente, per produrre un effetto veramente magico. Tutto ad un tratto l'intera città è rintronata dallo scoppio di una bomba e dal fragore delle artiglierie, e appare immersa in un mare di fuoco ardente, la bella immagine di Roma eterna, che attraverso tutte le vicende della storia, mantenne sempre la sua maestà, a cominciare dalla prima invasione dei Galli ancora barbari, fino all'ultima dei discendenti di questi.

Ecco ora un nuovo spettacolo sorprendente! Scaturiscono dai due lati del Pincio cascate di fuoco, onde fumanti, fosforescenti, che producono precisamente il rumore di una caduta d'acqua, e sono una riproduzione stupenda e naturalissima delle cascatelle di Tivoli. Anche queste scompaiono; ma continuano i razzi a stella, i fuochi d'artificio di ogni specie, di ogni forma, che riempiono l'atmosfera di luce, di fumo, dilettevoli a vedere; seguono ruote di fuoco, scintille, covoni fiammeggianti; tutto ciò strepita, sibila, rimbomba, tutta l'atmosfera è avvolta in un fumo infuocato e gli spiriti degli elementi sembrano migliaia di folletti di fuoco, draghi di luce, lucertole, mosche, lucciole, serpenti di fuoco che festeggino il più pazzo carnevale di streghe nell'aria, o che traversino il cielo.

E ora di nuovo silenzio e oscurità. Sono spenti gli ultimi avanzi della chiesa gotica sul Pincio, e comincia un altro spettacolo. Sorgono fra le piante del monte, fra i pini, i cipressi, gli allori, figure di animali, di pesci, che illuminate si innalzano lentamente, e si librano nell'aria sopra la porta del Popolo. Sono palloni volanti illuminati all'interno, che salgono ora isolati, ora a tre o quattro insieme; s'innalzano, scendono, vanno a destra e a sinistra; alcuni molto in alto, presso le stelle, altri si tengono pigramente in basso; così essi traversano l'aria smeraldina. Qua e là uno spirito dell'aria prende uno di questi pesci e lo porta lontano; qui un altro prende fuoco ed avvampa. Anche quest'apparizione scompare, tuonano ancora una volta tutte le artiglierie, ancora una piccola girandola di razzi; un ultimo colpo di cannone e tutto è finito.

Ma come è mai possibile ritornare a casa, rinchiudersi in una stanza oscura e malinconica, mentre la luna piena splende in quel cielo trasparente, e illumina della sua magica luce queste moli gigantesche della città eterna?

Bisogna girare per Roma, al lume di luna, evocando i morti che non tardano a sorgere tutti dalle loro tombe, imperatori e re, guerrieri e poeti, papi e tribuni, cardinali e nobili del medio evo, per rianimare tutte queste rovine.

Saliamo al palazzo dei Cesari, i cui ruderi giganteschi, colonne, archi, mura, sorgono dai cespugli. Abbiamo sotto i nostri piedi illuminato magicamente dalla luna, il Colosseo, simbolo della storia grandiosa di Roma imperiale, quasi gigantesca conca granitica, in cui sembra questa Roma abbia radunato tutto il sangue della storia universale; di fianco sorge l'arco di Costantino, limite di separazione fra il mondo pagano ed il Cristianesimo; più in là l'arco trionfale di Tito, limite di separazione fra il Giudaismo ed il Cristianesimo; dovunque lo sguardo si spinga, s'imbatte in rovine della storia, e tutto è silenzioso, tutto tace. Nelle rovine del palazzo dei Cesari non si ode che il grido della civetta. Quanti avvenimenti si avvicendarono in questi luoghi! Quante persone si aggirarono in queste sale imperiali! Augusto, Tiberio, Caligola, Nerone, Tito, Domiziano, gli Antonini, Eliogabalo, gli dei della terra ed i suoi demoni. Qui regnarono tutte le passioni; virtù e vizio, generosità, follia, saggezza, malizia infernale; qui si provarono tutti i sentimenti che cuore umano può albergare. Qui il mondo fu governato, torturato, sciupato, giocato in una notte. Qui regnarono persone di ogni età e di ogni sesso; vecchi e donne; uomini e ragazzi; schiavi ed eunuchi; qui tutti dettarono leggi. Ora tutto è morto e silenzioso, quando non si sente il grido della civetta che svolazza sotto le volte cadenti. Volgiamo lo sguardo alla parte opposta verso la città eterna; splendono migliaia di lumi, ma essa tace. Centinaia di cupole, di torri, di colonne, di obelischi s'innalzano verso il cielo azzurro, rischiarate dalla luna; di quando in quando si sente il suono di una campana. Tranquillità magica, profonda, quasi il tempo stendesse su questa Roma un velo impenetrabile di silenzio e di pace.

Due colonne emergono nella notte da quel labirinto di case, sormontate da due statue di bronzo, che rappresentano i patroni della città, dopochè ne discesero gli imperatori. Sono gli apostoli S. Pietro e S. Paolo, che hanno preso posto sulle colonne di Antonino e di Traiano; il primo colle chiavi in mano come conquistatore del cielo, di cui può aprire e chiudere le porte; il secondo con la spada in pugno, come conquistatore della terra. Stanno questi due guardiani di Roma nel silenzio della notte, nella aerea loro dimora, dominando tutte le rovine e tutti i palazzi.

Forse stanno preparando una solenne allocuzione o una lode a Maria, perchè fra poco non saranno più soli a dominare Roma; a giorni sorgerà sopra una terza colonna un'altra figura, una bella vergine coronata di stelle sopra una mezza luna. Già si vede sulla piazza di Spagna l'antica colonna pagana sormontata da un casotto di tavole. Furono già poste le fondamenta e benedette solennemente; gli operai stanno di già lavorando a lustrarne il fusto, e gli artisti nei loro studi stan preparando la statua della Vergine Immacolata che Pio IX vuole innalzare su quella colonna.

Roma l'8 dicembre 1854 assunse tutto ad un tratto l'aspetto di Nicea. Due cento cinquantacinque vescovi e prelati, convocati da tutte le parti del mondo, un popolo di vecchi, un'assemblea di patriarchi dell'orbe cattolico, uomini simili a Matusalem e Noè, vi si erano radunati. Ovunque si andasse, ci si aggirava come tra apostoli, padri della Chiesa e papi risorti. In quelle stesse strade che pochi anni prima brulicavano delle bandiere tricolori della libertà moderna, non si scorgevano più che le teste di Medusa antiche e canute dei vescovi della Spagna, del Portogallo, del Brasile, dell'Irlanda, dell'Austria, delle Indie, della Scozia, della Francia; si sarebbe potuto credere che per una magia il tempo fosse tornato indietro di alcuni secoli e fosse risorta la Roma del medio evo con un concilio lateranense.

Fu l'8 dicembre 1854 che Pio IX proclamò solennemente il dogma dell'Immacolata Concezione. Fu questa la conclusione gesuitica delle riforme del papa, una volta intellettuale e liberale. Su queste riforme del 1847 e sulla rivoluzione, cui diedero origine, sorgeranno quella colonna e quella Madonna, per insegnare ai posteri come ogni cosa al mondo rapidamente si trasformi.

Fra non molto la Madonna di piazza di Spagna, di fronte al palazzo di Propaganda, terrà compagnia ai due apostoli, e molte cose avrà da raccontar loro e da lamentare con loro; poichè in ogni modo sarà anche essa la Madonna più recente, e in certo modo figliastra della rivoluzione. Ma dimenticavo la sorella maggiore di lei, che già sorge sulla più bella colonna di Roma, e che da due secoli e mezzo tiene compagnia ai due apostoli. E' questa la Madonna di S. Maria Maggiore, collocata sulla grandiosa colonna corinzia dell'antico tempio della Pace. Essa è figlia della restaurazione della religione cattolica, eretta nel 1614; una maestosa Madonna di bronzo, che fu spettatrice della guerra de' trent'anni. Quanto dovrà meravigliarsi, quando vedrà sorgere la giovane sua sorella in atto di implorar protezione!

Ho adempito ora al mio compito: avevo promesso ai miei amici di presentare loro una varietà di figure romane, le une più degne di attenzione delle altre; e ora non mi è possibile salire più alto, a meno che non voglia salire al cielo sulle ali degli angioli, e sulle nuvole, con quegli uomini e quelle donne che Pio IX ha santificati in questo stesso anno. Ma un tal volo d'Icaro è pericoloso; ci contenteremo di rimanere presso S. Pietro e S. Paolo, perchè anche la loro dimora aerea, in cima ad una colonna, è pur sempre più ferma e più sicura delle nuvole.

«Ma», mi domandava un amico, «che cosa ne pensate? verrà un giorno, in cui S. Pietro e S. Paolo scenderanno dalle loro colonne, e fuggendo per le porte di Roma, s'incontreranno nel Salvatore, che dirà loro: «_Domine, quo vadis?_» Quale pazzia fare una simile domanda! ma maggior pazzia sarebbe il rispondere. Poichè, diceva il savio Apollonio di Tiana, convien prestar fede a Sofocle, che ha detto stupendamente:

«vecchiezza e morte Soli ignoran gli dei; le umane cose Tutte tramesce onnipossente il tempo».

STORIA DEL TEVERE.

(1876).

Storia del Tevere.

(1876).

Caeruleus Tibris, coelo gratissimus amnis (VIRGILIO).

Per un istante il mondo civile fu compreso di sgomento al pensiero che il Tevere stesse per scomparire da Roma, e che al posto delle sue sacre onde che si svolgono in dolci curve sotto sei vecchi ponti, e traversano una parte della sublime città,--non fosse più visibile che un magro ruscello, o un canaletto melmoso, o una via tra due monotone file di case.

Questo bizzarro, o, come lo chiamano oggi a Roma, questo fanatico progetto fu preso da Garibaldi al gran Giulio Cesare. Come il valoroso generale ebbe compiuto le titaniche lotte della sua esistenza, combattute contro i mostri della tirannide che straziavano la sua patria, venne a Roma per intraprendere l'ultima fatica, a simiglianza di Ercole: e domare il divino fiume Tevere che nemmeno dai Cesari era stato vinto. Egli somiglia ora al vecchio Faust che si dà a coltivare i campi, a prosciugare paludi, a bonificare terreni.

Un uomo, infatti, che come lui aveva consacrata tutta la vita ad un'opera di distruzione di un vecchio mondo, e di ricostruzione di un nuovo stato di cose, nel campo politico e sociale, difficilmente avrebbe potuto, almeno io credo, nella sua azione indefessa, sentire, come noi sentiamo, il fascino delle memorie storiche e la santità dell'espressione monumentale, di cui per secoli si è improntata la città di Roma. Egli non contemplò forse mai Roma dalla cima di Monte Mario o dal Gianicolo col sentimento profondo di venerazione di Cola di Rienzo, del Petrarca, di Flavio Biondo, oppure di Gibbon e di Niebuhr; egli non pensò, fissando lo sguardo sulla maestosa corrente del Tevere, che cosa sarebbe divenuta Roma, l'eterna città, senza il suo fiume!

Togliere il Tevere a Roma sarebbe più che togliere gli occhi ad un volto umano, e lasciare al loro posto le vuote occhiaie. Sarebbe strappare violentemente alla divina metropoli, se non l'anima, almeno il pensiero. Sì, il Tevere è il vivo pensiero di Roma; se lo si deviasse e si colmasse il suo letto, non sarebbe più possibile concepire con esattezza la configurazione e la forma di Roma; molti luoghi, cui son collegati ricordi di leggenda o di storia, diverrebbero d'un tratto irriconoscibili, e Roma sarebbe ridotta ad un palinsesto, del quale nessuno potrebbe decifrare la primitiva scrittura.

Finchè il Tevere attraversa Roma e la sua classica campagna, esso è un fiume sacro della civiltà; è il Nilo dell'Occidente. La leggenda fa anche nascere dalle sue stesse acque il dominio mondiale di Roma; furono le sue acque che deposero Romolo e Remo presso le radici dell'albero di fico, sotto il Palatino; e così fu fondata Roma. Sulle rive del Tevere furono edificati i templi ai due fondatori del secondo impero romano: San Pietro e San Paolo; e nei flutti del Tevere fu sommerso, secondo la leggenda, il simbolo originario della religione giudaica: il candelabro dai sette bracci del Tempio di Gerusalemme.

Mille memorie dei tempi antichi e medioevali si specchiano nel Tevere. Il Ponte Sant'Angelo, sul quale da più di mille anni i popoli dell'Occidente passano per peregrinare a San Pietro, e Castel Sant'Angelo, lì presso, costituiscono essi soli due cronache, nelle quali è racchiusa tutta la storia del Medio Evo. Che sarebbe di loro, se il Tevere cessasse di scorrere sotto le arcate di quello, sotto le mura di questo?

A sua volta ognuno degli antichi ponti della città di Roma è una via della storia; sotto i loro archi si direbbe che scorra il fiume stesso del tempo. Chi, stando sul Ponte Cestio--che unisce l'isola al Trastevere--può contemplare senza commozione profonda l'indescrivibile aspetto di Roma che si stende sulle due rive, co' suoi antichi templi, le rovine del palazzo dei Cesari, le brune torri del medioevo, le arcate spezzate dei ponti, le innumerevoli chiese, le case vetuste e singolari,--e tutto questo riflesso, come per un raggio sublime, nella dolce, bionda, luminosa acqua del fiume? E si dovrebbe un giorno, da quel punto stesso, contemplare una strada, su cui, fra due pareti di pietra, corressero le vetture e i carri?

E l'Aventino colle sue verdi e ripide pendici, e il Campidoglio non dovrebbero più dominare la maestosa corrente? La Ripa romea o grande, la Ripa greca, l'antichissima Marmorata non dovrebbero più trovarsi se non nei libri degli antiquari? Il nome di Trastevere diverrebbe dunque ironia? Le gialle ripe dell'Acqua Acetosa e dei monti Parioli, dove il Tevere ricorda veramente il Nilo, e dove dopo aver ricevuto l'Aniene selvaggio, si avanza in tutta la sua maestà per fare il suo ingresso solenne in Roma: tutto ciò dovrebbe sparire, perdersi nella sabbia? E la Basilica di San Paolo, là dove il Tevere ha ancora barche a vela, verrebbe a trovarsi sul limite di una strada polverosa?

È assurdo parlare con serietà di un simile progetto. L'antico dio fluviale non si lasciò domare nemmeno da Achille. Come in Omero lo Scamandro atterrito ricorse a Giunone contro le violenze di Vulcano; un simile timor panico poteva incutersi al dio Tevere minacciandolo di morte per esaurimento: così esso fu punito del suo formidabile scoppio d'ira nel dicembre 1870. Questo anno fatale per le immani catastrofi, l'anno, in cui precipitò l'impero del terzo Napoleone, in cui si costituì novamente l'Impero tedesco, in cui il debole Pio IX si lasciò riconoscere dal Concilio l'attributo della divinità, poco prima di perdere la sua potenza temporale, quest'anno portò a Roma una delle più terribili inondazioni. Il Tevere, dicono a Roma, ha sempre predetto i grandi avvenimenti, o la sua onda li ha di poco seguiti. _Vates_, veggente, lo chiamò Plinio.

La corrente uscì subitamente dalle sue rive sulla via Flaminia il 28 dicembre, alle cinque del mattino e, subito, tutta la parte bassa della città fu sommersa dalle onde. L'acqua si incanalò, limacciosa e cupa, pel Corso, e giunse a via del Babuino fino a Piazza di Spagna. Tutto Campo Marzio, la Lungara, Ripetta, il Ghetto furono coperti dalle acque; la bellissima Piazza del Popolo si cambiò in un lago, dal quale emergeva solitario l'obelisco di Eliopoli, la cui base, fino ai leoni che gettano acqua dalla bocca, era del tutto coperta dai flutti. Si andava per il Corso e per le altre strade in barchetta, come nei canali di Venezia. I danni si calcolarono a parecchi milioni.

I bacchettoni gridarono subito che era quello il dito di Dio, effetto della scomunica di Pio IX; l'infallibile pontefice poteva ben crederlo, sebbene egli stesso avesse provocato in Roma una più violenta inondazione.