Passeggiate per l'Italia, vol. 2
Part 13
Di faccia alla grotta, nella navata opposta della chiesa, s'innalza un pulpito, dove salgono a predicare, l'uno dopo l'altro, ragazzi dai sei ai dieci anni, per la durata di circa cinque minuti, e ciò per quasi due ore, alla presenza di forse qualche migliaio di persone. Sale pel primo sul pulpito un grazioso ragazzetto, e dopo essersi fatto il segno della santa croce, prende a recitare, con tutti quei gesti e quegli atteggiamenti, propri dei ragazzi quando declamano, una predica sulla venuta al mondo del Salvatore. Dopo di lui viene un ragazzo più grande, vestito da chierico, che disimpegna ancor meglio la sua parte. Grida in modo enfatico, scaglia i fulmini della sua eloquenza, nè più nè meno di cappuccino, gesticolando quanto un tiranno di compagnia drammatica. Si capisce che ha disposizione naturale per la mimica; ogni volta che nella predica ricorrono le parole: capo, occhio, orecchio, porta istintivamente la mano al proprio capo, all'occhio, all'orecchio. Dovendo nominare il suono dell'arpa, si atteggia immediatamente nel modo di chi volesse suonare quello strumento. Questa maniera di accennare fanciullescamente colla mimica le cose di cui fa parola, riesce molto divertente, e ottiene l'approvazione di tutti gli uditori, alcuni dei quali sono venuti per devozione ad ascoltare le prediche fatte dai ragazzi, e altri per divertirsi come ad un teatro di burattini. Nessuno di quei ragazzi è menomamente imbarazzato, anzi i più sembrano andar superbi di dover comparire innanzi a tanta gente e, superata l'impressione del primo momento, la loro voce diventa sempre più sicura, i loro gesti sempre più teatrali. Molti oratori in parlamento avrebbero motivo di augurarsi la disinvoltura di quei bambini nel parlare in pubblico, e pochi oratori poi si possono vantare di avere un uditorio composto di persone appartenenti a tante nazioni, quanto quello di questi fanciulli in _Ara Coeli_.
Dopo i maschi vengono le femmine, graziose ragazzine ricciolute, coi cappellini guarniti di piume e i vestitini di raso. S'inginocchiano un momento, fanno il segno della croce e cominciano il loro sermone. È curioso, a dir vero, sentire quelle creaturine parlare del peccato di Adamo, dal quale ci ha redenti il Signore; della credenza nella vita eterna; del Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo; della sua morte per cui mezzo ha salvato il genere umano. Sarebbe come se i burattini di piazza Montanara, i piccoli paladini che rappresentano con tanta enfasi azioni eroiche, parlassero in onore di Gesù Cristo e snudando la spada contro i mori, sfidassero a battaglia tutto l'esercito degl'infedeli; o se le damine di quelle scene, interrompendo le loro declamazioni sentimentali, cominciassero tutt'ad un tratto a vantare le delizie dell'amor divino.
Vedendo questi piccoli oratori, si crederebbe che anche i loro sermoni e le cose che dicono, dovessero esser puerili, e si dovessero considerare come un passatempo, cui si dovesse, in certo modo, assistere col microscopio; ma la cosa è molto diversa; sono vere e proprie prediche in istile solenne, cui non manca l'apparato di erudite citazioni. E non è raro udire ragazzine, talvolta di poco più di sei anni, corroborare le verità che bandiscono, colla autorità dei Santi Padri, e dire: così asserisce, così c'insegna S. Paolo, S. Bernardo, S. Agostino, Tertulliano.
Credo stia scritto in qualche luogo: «Quando taceranno i profeti, parleranno i bambini, e quando taceranno i bambini, i sassi diranno _amen!_» Del resto in qualche luogo ora cominciano a parlare i tavolini; ma l'uomo serio, e veramente religioso, non può a meno di restare colpito da questo culto di ragazzi in _Ara Coeli_, e considerarlo come una metamorfosi del cristianesimo. Che cosa direbbero S. Pietro e S. Paolo, se capitassero mai in quella chiesa, e vedessero qual risultato abbiano avuto le loro predicazioni?
Osserverò soltanto che la signora Enrichetta Beecher Stowe, autrice della _Capanna dello zio Tom_, che esaltando oltremisura la precocità del nostro secolo, ci presentò nella sua Evangelina, di cinque anni, un predicatore metodista, per non dire addirittura un genio del cristianesimo, potrebbe trovare nello spazio di un'ora in _Ara Coeli_, per lo meno dodici piccole Evangeline, che per di più hanno studiato e conoscono tutti i Santi Padri.
I ragazzi intanto che hanno sorriso all'immagine del bambino, in braccio a Maria come ad un fantoccio, finita la predica, s'inginocchiano e recitano una preghiera al bambinello. Una ragazzina gli dice: «O dilettissimo fra tutti i fanciulli, degnati di volgere i tuoi occhi sopra di noi e di gettare uno sguardo di misericordia sopra noi peccatori!». La considerazione di cui gode in Roma il bambino di _Ara Coeli_ è immensa, e vi si rannoda anche una leggenda. Anni sono una giovane inglese, s'innamorò a morte di lui; andava ogni giorno in chiesa per visitarlo, e la sua passione andò tant'oltre, che un bel giorno si decise a rapirlo. Fece fare in segreto un altro bambino identico, un bimbo lattante, lo portò in chiesa, e lo sostituì a quello legittimo che si portò a casa. Ma giunta la notte tutte le campane della chiesa e del monastero presero a suonare; i monaci uscirono e trovarono il bambino inginocchiato fuori della porta del tempio, in atto di volere bussare. Esso era fuggito dalla casa dell'inglese, ed era ritornato; questa è la leggenda del bambino d'Aracoeli. Dopo d'allora la sua reputazione crebbe, e lo si vede anche spesso uscire in carrozza, quando lo portano a far visita a qualche ammalato.[47] Nell'ultima rivoluzione di Roma ebbe anche la sua parte: il popolo aveva fatto a pezzi ed incendiato le carrozze dei cardinali, ed aveva anche tirato fuori dalla rimessa la vettura di gala del Papa, che voleva distruggere. Alcune persone assennate, o del partito favorevole al Papa, tentavano opporsi a quell'atto vandalico e per salvare la carrozza del Santo Padre proposero di offrirla in dono al bambino di _Ara Coeli_. Nessuno dei repubblicani si arrischiò a contraddire questa proposta, e il bambino venne messo solennemente in possesso della carrozza papale, ed anzi, per provare che era diventata veramente sua, i frati lo mandarono un giorno a spasso sul Corso, nella carrozza papale.
Stiamo ora a vedere: La processione si muove, il bambino è tolto di grembo alla divina Madre; lo si porta in giro per la chiesa e sulla scala esterna, da dove lo si mostra al popolo, quindi la processione lo riporta nella sua nicchia. Vi sono stupende teste artistiche tra quei frati francescani di _Ara Coeli_, che, mezzo sepolte nella tonaca, somigliano a un blocco di travertino romano che esca di terra, con una iscrizione mezzo cancellata; vi sono teste che paiono di bronzo, altre voluminose come quella dell'imperatore Claudio, e faccie piene come quella di Nerone.
E basti delle prediche dei bambini.
Andiamo invece al teatro popolare Emiliani, l'infimo tra tutti quelli di prosa. La compagnia drammatica Emiliani, non meno che i burattini di piazza Montanara, ha posto le sue tende in località adatta al suo repertorio, cioè in piazza Navona.[48] In questa grande piazza, la più bella di Roma, e che fu lo stadio di Domiziano, hanno luogo nel mese di agosto le feste popolari, poichè allora si chiudono le fontane, si inonda la piazza, e la popolazione deve attraversarla in carrozza, quando non preferisca passarla a guado, come certuni fanno per divertimento.[49] Nel mezzo della piazza sorge la magnifica fontana fantastica del Bernini, composta di un rozzo scoglio, ai cui angoli stanno le statue colossali di quattro divinità fluviali: il Nilo, il Gange, il Danubio, e il Rio della Plata, e in cima a tutto sta l'obelisco del circo di Massenzio. Due altre fontane versano le loro acque alle due estremità della piazza. Intorno all'obelisco, nel tratto della piazza compreso fra le due fontane laterali, si raduna ogni giorno da mattina a sera grande quantità di gente, poichè lo occupano venditori di castagne arrostite, erbivendoli, fruttivendoli, rigattieri, ferravecchi, e la piccola borghesia accorre a comperare quanto le occorre. La folla richiama sulla piazza ciarlatani, giocolieri, domatori di belve; e squilli di tromba annunziano di tanto in tanto gli spettacoli offerti al pubblico. Di quando in quando si sente anche risuonare sulla piazza una voce potente, che grida «ai biglietti! ai biglietti!» Sulla porta del teatro, che non si distingue da quelle delle case vicine se non per un enorme cartellone, stanno venditori di pasticcini e di semi di zucca, che tengono la loro merce in vista, su banchi elegantemente arredati. La folla si avvicina alla cassa e si compone per lo più di persone del medio ceto, di bottegai, di piccoli possidenti, che sono in grado di spendere da tre a cinque baiocchi per passare una sera al teatro.
La sala è disposta in tutto come quella del teatro di piazza Montanara, ma è più grande. Il contegno degli spettatori della platea che accompagnano una musica scordata pestando i piedi, fischiando, o battendo il tempo colle dita sulla spalliera dei banchi, rammenta più di una volta il pubblico del teatro di piazza Montanara. Qui le donne, sono di più e l'allegria, secondo il lodevole costume del popolo italiano, non passa mai i confini della decenza. Si possono vedere sui banchi della mamme che allattano tranquillamente le loro creature, mentre si godono la rappresentazione, cui prendono viva parte. Si alza la tela, sulla quale è dipinta una scena di satiri, col vecchio Sileno ebbro, e siccome non sappiamo che cosa si reciti, è necessario stare attenti. Compare un vecchio usuraio che attira a sè la cantiniera di un reggimento, alla cui mano pretendono un cadetto ed un sergente. Questi fa la parte del buffone, non fa altro che bere continuamente acquavite. Mentre sta sulla scena, arriva un personaggio pallido, piuttosto alto, con baffi e basette, che calza stivaloni. Dice, a parte, essere venuto per visitare i suoi soldati, il che ci fa nascere il dubbio possa essere, se non addirittura un re, almeno un gran generale. Mentre passeggia su e giù per la scena, arricciandosi i baffi, e facendo risonare gli speroni, cava di tasca un'enorme tabacchiera, fiutando tabacco di continuo, talchè in breve ne ha coperti i risvolti dell'uniforme. Il personaggio misterioso si presenta al sergente come un povero veterano, e gli chiede che cosa potrebbe fare per lui nel caso avesse bisogno di denaro. Allora il sergente gli fa vedere la lama della sua spada confessandogli di aver venduto quella di acciaio, che ha sostituito con un'altra di legno; in quel mentre arriva lo strozzino. Il vecchio Federico, poichè il marziale veterano con baffi e basette è proprio lui in persona, gli vende la sua tabacchiera d'oro, per il prezzo derisorio di un federico d'oro.
Nell'atto seguente il sergente ubriaco dorme su di una seggiola e giunge un tamburino che lo desta, battendo un gran colpo sulla sua cassa. Compaiono sei cacciatori pontifici che arrestano l'usuraio ed appare allora il vecchio Federico in grande uniforme, con enormi mostre gialle, sempre con baffi e basette, e con un immenso cappello a lucerna. Il sergente ubriaco non tarda ad alzarsi ed a mettersi in posizione, ma vacilla continuamente, il che eccita una viva ilarità nel pubblico, mentre il vecchio Federico fa finta di non avvedersene, ed accenna a voler punire severamente tanto l'usuraio, che il sergente. Vuol far decapitare il primo, e il sergente stesso deve procedere a questa esecuzione colla sua propria spada. L'usuraio, dopo infinite preghiere e suppliche, si rassegna alla sua sorte e si è già messo ginocchioni; il sergente pure, dopo molte difficoltà, si persuade ad eseguire la sua parte: colloca la sua vittima nella posizione più adatta, poi si inginocchia e prega la Madonna di assisterlo in quel duro frangente. Finalmente quando si rialza e si apparecchia a dare il colpo, grida tutt'ad un tratto: «Miracolo! Miracolo! Guardate, la Madonna ha tramutato in legno la lama della mia spada!» Segue il generoso perdono del vecchio Federico che condanna però l'usuraio a mantenere per tre giorni il reggimento a tutte sue spese. Il vecchio Federico vien chiamato alla ribalta, e con adatta concione invita il pubblico rispettabile a voler onorare il teatro della sua presenza per il domani a sera, dovendosi rappresentare _Artaserse Re di Persia_, annuncio che è accolto con viva soddisfazione.
Questa bella commedia dimostra come il vecchio Federico rimanga, quasi un mito, vivo anche nella memoria del popolo italiano che ancor oggi nei tedeschi distingue gli austriaci dai prussiani. Della Prussia non conosce che la storia del vecchio Federico che considera come un secondo Attila, e come vincitore degli austriaci.
Gli attori del teatro di piazza Navona sono mediocrissimi, li direi inferiori a quelli delle compagnie che recitano sui teatri più meschini della Germania, e specialmente la parte femminile non si distingue certo per bellezza. Ogni rappresentazione del teatro Emiliani termina o con un ballo, o con una pantomima, o con quadri viventi, come la _morte di Abele_, _Ahasvero_ o _l'Ebreo errante_, _Virginia Romana_, _Salvator Rosa fra i briganti_, o altre simili scene.
Una sera il cartellone recava l'annuncio di uno spettacolo molto promettente, intitolato _Ravanello spaventato da un morto parlante_. Doveva essere cosa straordinaria ed allegra assai. Era la storia di Don Giovanni, travestita in romanesco volgare. Il protagonista conservava, come nel dramma spagnolo, il suo vero nome, chiamandosi don Tenorio, ma Leporello assumeva il nome di Ravanello; Donna Anna, Don Ottavio ed il Commendatore non mutavano nome, nè carattere. In questa parodia popolare Don Giovanni non è per nulla rappresentato come un _Faust_ della sensualità, ma unicamente come uomo leggiero, privo di senso morale. Il suo carattere si svolge in un'azione qualsiasi. Egli ammazza il Commendatore per vendetta, introducendosi notte tempo nella stanza di lui. Più tardi nel cortile della chiesa ha luogo la scena dell'invito della statua, a cavallo, come nell'opera di Mozart, soltanto mancano i frizzi di Leporello. Il Commendatore compare al banchetto, con una faccia ridicolamente orribile, da diavolo infarinato. Don Giovanni, atterrito, invita lo spettro a prender posto a tavola ed a servirsi. «Non mangio, risponde l'ombra». «Vorreste udire della musica?» replica Don Giovanni. «Sì» risponde lo spettro. Allora la musica suona per alcuni istanti, mentre Don Giovanni e il Commendatore stanno l'uno di faccia all'altro senza dir verbo. Questa scena è bella e produce profonda impressione, perchè la musica vi ha la parte di potenza celeste, quasi voce di un Dio invisibile, quasi annunzio del giudizio tremendo che sta per colpire Don Giovanni. Appena cessata la musica, il Commendatore invita a sua volta don Giovanni a pranzo a casa sua, cioè fra le tombe, e Tenorio, da vero _caballero_, non attentandosi a declinare l'invito, risponde che andrà.
Lo troviamo quindi solo fra le tombe: in mezzo ai monumenti è apparecchiata una tavola ricoperta d'una coltre nera, sulla quale stanno fiaschi e bicchieri; la mensa è adorna di teschi umani. Tutt'a un tratto l'arrivo dello spettro è annunciato, come nella prima scena, da alcuni colpi sotterranei e subito si erge solenne la sua bianca figura. «Mangia!» grida lo spettro. Don Giovanni impaurito si ritira e risponde con voce tremula: «Non posso mangiare». «Vuoi sentire la musica?» «Sì», risponde don Giovanni. Segue una breve pausa, durante la quale si ode solamente la musica; i musicanti, quattro suonatori di corno ed uno di contrabbasso, fanno tutto il loro possibile per produrre un'armonia infernale, ed era facile, riconoscere, dalla fisonomia degli spettatori, che raggiungevano pienamente il loro intento. Non appena tace la musica, lo spettro comincia a parlare, e rivolge in tuono cappuccinesco una viva esortazione a Don Giovanni, perchè rientri in sè stesso, pensi alla salute dell'anima e si volga a Dio. Ma Don Giovanni, con alterigia di cavaliere, rifiuta di convertirsi. Allora viene il colpo di scena finale: il Commendatore prende Don Giovanni per mano, s'apre una botola, da cui salgono fiamme terribili di pece greca, e Don Giovanni, appena vede la voragine, novello Curzio, si slancia eroicamente tra le fiamme.
Nell'ultima scena si vede l'inferno stesso, colle fiamme rappresentate da fuochi di bengala, e in mezzo ad esse Don Giovanni quasi nudo, incatenato, coi capelli irti, sdraiato per terra e tormentato da alcuni diavoli, ministri della inquisizione infernale. Il dannato urla: «Sono già mille anni che soffro! Non c'è proprio più salvezza?» E i diavoli tra le quinte rispondono: «Nessuna! Nessuna!» Scende la tela. Questa è la riduzione del Don Giovanni ad uso del popolo. Essa non tende che all'effetto morale; tutta l'allegria e lo spirito sono scomparsi, e Ravanello è diventato una figura insignificantissima, poichè i lazzi, con cui comincia, cessano alla metà del dramma.
Sapevamo che in questo teatro Emiliani si rappresentavano anche di tanto in tanto tragedie, e non ci siamo voluti privare del piacere di assistere alla recita della più commovente, forse, fra le tragedie italiane, la _Francesca da Rimini_. Il famoso episodio dantesco non ha ispirato soltanto pittori, ma anche poeti, molti dei quali tentarono portarlo sulle scene, quantunque poco si presti all'effetto drammatico. Byron stesso dice nei suoi diarii di aver pensato a prendere la _Francesca da Rimini_ ad argomento di una tragedia. E' un peccato che non lo abbia fatto, perchè, quando anche non avesse prodotto opera adatta ad essere rappresentata, era tal poeta da scrivere cosa stupenda. La grande semplicità dell'azione rende disagevole lo sviluppo drammatico, e richiede un sommo poeta che senta e sappia parlare il linguaggio delle passioni. Silvio Pellico fu l'unico che fino ad un certo punto vi sia riuscito. Nella sua _Francesca da Rimini_ l'azione si svolge bene; i caratteri sono nobili e ben disegnati, quantunque non sia grande l'effetto drammatico. Essa è ritenuta opera classica in Italia, e viene rappresentata tanto nei grandi che nei piccoli teatri. In questi giorni era rappresentata contemporaneamente qui in Roma in due teatri: al Valle integralmente, ed in quello Emiliani ridotta a parodia.
Andiamo a quest'ultimo. Gli attori recitano in dialetto romanesco, cioè nel più puro linguaggio dei Trasteverini. Francesca da Rimini è travestita, o per dire più esattamente, è ridotta trasteverina. Sarebbe come se si recitasse l'_Ifigenia_ del Goethe in basso tedesco, o il _Faust_ nella traduzione in lingua volgare fiamminga del Bleeschauer. Da noi non sarebbe possibile fare una caricatura di una tragedia classica; non sarebbe possibile trovare un teatro, per quanto piccolo e meschino, che si arrischiasse a presentare al pubblico, ad esempio, la _Maria Stuarda_, ridotta a parodia. Le tragedie da noi non diventano ridicole che qualche volta, quando sono male rappresentate; ma non vengono mai ridotte tali a bella posta.
Nel teatro di piazza Navona tutto contribuiva a rendere lo spettacolo ridicolo: il dialetto adoperato dagli attori, ed il loro modo già per sè stesso deficiente di recitare, particolarmente della Francesca. Recitando seriamente le parti loro in quel dialetto ridicolo, convertivano, per così dire, il coturno in pantofola e rassomigliavano ai personaggi di Piramo e Tisbe.[50] Il vecchio Guido da Polenta si era fatto una gobba, e recitava come un folletto con brache di velluto e in maniche di camicia. L'infelice Francesca aveva un aspetto esuberante di salute, da fare invidia a qualunque serva o campagnola. Lanciotto e Paolo sembravano due volgari attaccabrighe. Tutti però declamavano con grande serietà, seguendo l'originale passo passo, i pensieri elevati della tragedia non erano soltanto voltati in dialetto, ma trasformati nel senso non meno che nella forma. Era sempre la stessa tragedia, ma ridotta, in forza del diritto del carnevale, a una farsa. Anche Melpomene si era in certo modo mascherata, facendosi i baffi col carbone.
Lo straniero che non capisce la differenza fra la lingua italiana ed il dialetto trasteverino, non ride che per la parodia dei modi tragici; ma il romano ride pure pel dialetto. E' un divertimento di carattere tutto locale. Quando il vecchio sire di Ravenna disse, per esempio a Francesca: «_Statte mosca_» l'ilarità fu generale e rumorosa. Domandai ad un giovanetto seduto presso di me, che era convulso dal gran ridere, la ragione di tutta quella ilarità: «_Mosca_» mi rispose, vuol dire «zitto» in trasteverino.[51] Invece di niente i trasteverini dicono _nientaccio_, ed anzi le terminazioni in _accio_ ed in _uccio_ sono caratteristiche del loro dialetto, e non mancano mai di eccitare le risa. Questo dialetto, come buona parte dei dialetti italiani, aggiunge volentieri in fine la particella _ne_ ed ama raddolcire le finali in _are_ ed _ire_, dicendo _andane_, _partine_, in vece di _andare_, _partire_. Sostituisce parimenti volentieri la _r_ alla _l_, dicendo, ad esempio, _der teatro_ invece di _del teatro_.[52] Del resto, anche l'espressioni erano ridotte a forma volgare. Lanciotto, per esempio, dice una volta a Paolo: «Bada; ti voglio triturare come un salame». La tragedia di Silvio Pellico termina coi versi:
«basta, onde tra poco Inorridisca al suo ritorno il sole».
che in dialetto diventano: «venga al suo ritorno la tremarella al sole». Il passo di Dante, in cui Paolo e Francesca narrano che leggevano la storia di Lancillotto e di Ginevra, fu tradotto «noi leggevamo un giorno la bella storia di Chiarina e di Tamante» che è una canzone côrsa, diffusa per tutta Italia, e che si vende, stampata su foglio volante, su tutti i muriccioli. «Che cosa direbbero mai Dante e Silvio Pellico, domandai a un mio vicino, se potessero vedere la loro favola ridotta a questo modo, su queste scene?». Il vicino mi fissò meravigliato e quando parve avesse capito il mio pensiero: «Eh, rispose, si vuol ridere!» E invero, ho vedute poche cose più ridicole della scena, in cui Lanciotto uccide Paolo e Francesca; nella quale mentre sono entrambi già stesi a terra, Paolo dice all'amante «Checca! Perdono!.. Ohimè, essa è crepata, ora devo crepare anch'io!» e il sire di Ravenna gobbo, in maniche di camicia e brache di velluto, avvicinandosi ai cadaveri esclama: «Non più sangue, perchè non venga la tremarella al sole!». Cala la tela.
Si può assistere al teatro Emiliani anche alla _Medea_ in dialetto romanesco, od a _Didone abbandonata_, in cui Enea, come fondatore favoloso di Roma, lusinga il popolo coi ricordi eroici. Di ciò basti, ma perchè il lettore possa farsi un'idea del dialetto trasteverino, do qui il principio del cartellone del teatro:
TEATRO EMILIANI
_in Piazza Navona_
INVITO STRASORDINARIO
Per la sera der giorno de Giuvedine 27 Gennaro der mille ottocento cinquantatrene. A Benefiziamento della prima donna Pantomimica assoluta Marietta Descarsi. Si rappresenterà come dice il cartellone, Purcinella Impicciato in tra' una Mucchia de sorci dopo na nova pantomimica tutta de spettacolo, fadica d'un regazzino granne de 5 anni e questa se chiama Er Naufragiamento de Tom-Pusse.
Nella Camerata lunga si darà la stessa sera di nuovo il primo dramma, poi un «Balletto in punta e tacco» quindi il Capo d'Opera der Sor Pietro Metastasio «Didone abbandonata», infine la Pantomimica e balletto. Perciò, conchiude il cartellone, venite e ridete e fate ridere anche l'attrice, di cui è oggi la beneficiata, ed essa vi darà per rincompensa «tutto quello che tié chiuso nder petto».
Dante nel suo libro «De vulgari eloquentia» chiama il dialetto romano il più brutto dei dialetti d'Italia.[53]