Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 12

Chapter 123,590 wordsPublic domain

Attualmente vi sono in Roma due teatri di marionette o di burattini, uno in piazza Montanara, l'altro in quella di S. Apollinare. Il primo, quello veramente popolare, frequentato dalle classi inferiori; il secondo possiede burattini già inciviliti, che recitano anche in abito nero e guanti gialli, e lo spettacolo ha termine spesso con un magnifico ballo. I fantocci invece del teatro di piazza Montanara sono tuttora incolti, recitano in costume medioevale e il loro portamento è tuttora primitivo, rozzo e senza grazia. Rappresentano spesso storie di cavalieri antichi, talvolta pongono sulla scena Enea e il re Turno, ma sopratutto poi romanzi del medio evo, e l'intiero Ariosto di modo che mantengono viva nel popolo la tradizione di tutte quelle favole poetiche, ciò che non è piccolo merito. Oggi sta attaccato all'Arco dei Saponari, vicino al teatro dei burattini, un gran cartellone, in cui si annunzia in lettere colossali, che si recita la scoperta delle Indie, fatta da Cristoforo Colombo, nell'anno 1399, che così, conforme alla verità, è scritto sul maestoso annunzio.

La piazza Montanara, che più propriamente si dovrebbe chiamare strada, posta ai piedi della rupe Tarpea, fra questa ed il Tevere, è punto abituale di ritrovo per il popolo di Roma e particolarmente per le classi inferiori, e per gli abitanti della campagna, che vengono in città. Tutto vi spira miseria e sudiciume; dalla qualità delle merci esposte sui banchi si capisce che qui i contratti si fanno a spiccioli. Chi sarà difatti che comprerà quei mozziconi di sigaro, che i monelli raccattano per le vie e che si vedono esposti in vendita entro cassette di legno? Li comprerà per la sua pipa o il povero, o l'operaio campagnolo. Non manca neppur qui lo scrivano pubblico seduto al suo tavolo, all'angolo di una casa, con carta, penne e un enorme calamaio, pronto a scrivere con uguale facilità lettere amorose, di ricatto, contratti, ricorsi e suppliche. Il teatro dei burattini ha trovato in quella strada sede adatta: lo frequentano monelli di strada, mendicanti, operai, giornalieri, che hanno diritto di rallegrarsi, di ricrearsi la sera colle favole dell'Ariosto.

Avviciniamoci alla porta ancora socchiusa del vicolo dei Saponari, dove tutto è ancora nell'oscurità, e di dove sorge un chiasso, un rumore di gente che contrasta, si pesta, si affolla davanti al botteghino, dove si vendono i biglietti e alla scala che porta al teatro. Siamo sempre in carnevale e il pubblico sarà numeroso. La casa vecchia, sudicia, sorge in un piccolo vicolo cieco, malamente illuminato da una lampada, quando non splende la luna. Al piano terreno è una stanzaccia, una specie di antro, dove si vendono i biglietti. I posti sono di tre specie; si paga un baiocco per la platea, due baiocchi per il lubbione e tre per il palchettone. Noi che siamo ricchi, prendiamo i primi posti, abbiamo in mano il nostro biglietto, e possiamo entrare. Ma, non è questa impresa di poco momento. La stretta scala è tutta occupata da spettatori smaniosi d'entrare, e specialmente di monelli, ognuno dei quali vuol arrivare per primo; tutti si spingono, e fanno un chiasso d'inferno. Cento piedi e cento mani sono in moto, e nessuna tasca è sicura da una perquisizione indiscreta. Bisogna passare per una porta stretta, e non si va avanti che a forza di pugni e di spintoni. Alla porta sta un cacciatore pontificio, condannato a fare continui sforzi, per non venir schiacciato dalla folla.

Siamo riusciti ad arrampicarci nel palchettone per una scala da pollaio, ed abbiamo preso posto su lunghe e zoppicanti panche di legno dietro una balaustrata che corre lungo il muro. Possiamo di là contemplare la sala. Un sipario con figure mitologiche, Apollo, ed alcune muse, che a malapena si possono riconoscere, tanto tutto è vecchio e logoro, nasconde per ora i misteri della scena. Pende dalla volta una specie di cassa di legno, intorno alla quale sono appese le lampade che fumano, con molti cartocci di carta ficcati nelle fessure, dei quali non riusciamo a comprendere l'uso. Su quella cassa pestano i piedi gli spettatori a due baiocchi, poichè a quell'altezza sta il paradiso terrestre. Sotto di noi giace la platea. Se quando Ercole venne a Roma per uccidervi il gigante Caco sull'Aventino, avesse visto quella platea, le avrebbe probabilmente dedicato una delle sue imprese; e invece di imparare a ripetere oggidì nelle scuole «in settimo luogo ripulì le stalle di Augia,» diremmo: «in settimo luogo ripulì il teatro dei burattini di piazza Montanara». Perchè questa platea, da quando esiste, non ha avuto mai nè l'onore, nè il beneficio di una spazzatura. Il suo pavimento di nuda terra è ricoperto da uno strato di buccie di semi di zucca,[41] di pelature di frutta, di pezzi di carta, che formano un mosaico naturale. Siede sui banchi una gioventù cenciosa, rampolli di Roma, nutriti del latte della lupa, discendenti rapaci di Romolo, talchè osservando le fisonomie degli adulti, contemplando le facce abbronzate, le capigliature folte, nere e incolte di tutti quei mascalzoni, si può proprio ritenere di essere capitati in mezzo ai briganti ed ai banditi, cui Romolo dava asilo. Pel momento è innocentissimo il chiasso diabolico che di laggiù sale alle nostre orecchie; è tutto pacifico lo scopo di questa riunione, poichè tutta questa gente non ha altro desiderio fuorchè quello di godersi una bella rappresentazione di marionette, piacere certo innocente e tutto infantile. Tutta l'assemblea, del resto, ha l'aspetto di fantocci, poichè in questi giorni di carnevale vengono nella platea le maschere, e vi si scorgono pulcinella, pagliacci colle fruste e colle vesciche di porco ripiene d'aria, dottori, ciarlatani. Prendono posto fra le risate universali; regna un'allegria generale, chiassosa, e il rumore diventa sempre più infernale. Tutta quella gente ha bisogno di ristori, di rinfreschi e si vede arrivare un venditore che con rara abilità riesce a cacciarsi e aggirarsi fra i banchi, tenendo con le due mani un paniere contenente ciambelle, paste e cartoccini pieni di semi di zucca tanto graditi. Subito tutta la platea comincia a rompere coi denti semi di zucca, le cui bucce vanno al suolo ad aumentare il mosaico e i cartocci vengono conficcati nelle fessure del lubbione, dove rimangono piantati, o da dove pendono come stallatati in una caverna. Il rumore ed il tumulto diventano indescrivibili.

Intanto sono giunte nel palchettone anche alcune dame, ninfe della rupe Tarpea; è l'ora di dar principio allo spettacolo. Si urla a squarciagola «Si cominci! Si cominci!» E la musica seda il tumulto. Dio mio, quale musica! In un angolo del palchettone stanno tre suonatori, uomini dai polmoni di bronzo, suonatori di tromba dotati di un fiato miracoloso. Se pure non discendono da quelli che diedero fiato alle trombe di Gerico, provengono senza dubbio in linea retta da quegli antichi pelasgici tirreni, che primi portarono le trombe in Italia, e le introdussero nella città dei Tarquini. La loro musica è proprio musica da atterrare le mura. Nonostante i fischi, le grida, gli urli, e tutto quel baccano, i tre musicanti continuano imperterriti a soffiare nei loro strumenti, e di quando in quando un sonoro squillo di tromba riesce a dominare tutto quel rumore indiavolato.

Ora i burattini stanno per entrare in iscena, e potremo vedere le più belle storie: Carlomagno e i paladini, Orlando, Medoro, Lancillotto, il mago Malagigi, il sultano Abdorrhaman, Melisandro, Ruggero, il re Marsilio e la regina Ginevra, eserciti intieri di Mori, di Saraceni, e assistere a terribili battaglie.

Oggi si recita la bella storia di _Angelica e Medoro_, ovvero _Orlando furioso e li Paladini_. Si leva la tela e compaiono i burattini. Vengono fuori con un salto il prode Orlando e Pulcinella suo scudiero, ed ambedue non toccano terra; Orlando è ricoperto di ferro dalla testa ai piedi, e tiene in mano la durlindana, Pulcinella ha i calzoni bianchi, la veste bianca dalle larghe maniche e il berretto bianco a punta. I burattini sono alti circa due piedi, le loro membra sono perfettamente snodate e si prestano a tutti i movimenti; le loro gambe di legno si agitano di continuo battendo la scena, ed i loro moti, i loro sussulti, congiunti alla voce rauca e al fare declamatorio dell'attore invisibile che li fa parlare, producono un effetto veramente comico.

L'occhio intanto si abitua alle proporzioni di questi fantocci, e quando uno non vuole obbedire alle fila che lo fanno muovere, si vede tutto a un tratto comparire una mano d'uomo per richiamarlo al dovere, questa sembra la mano di un gigante, e pare cosa soprannaturale.

Mentre i fantocci recitano, e si sfidano enfaticamente l'un l'altro, o si commuovono nei passi teneri, accade talvolta che qualche spettatore dalla platea voglia prender parte alla rappresentazione, e getti sulla scena fra i fantocci un pezzo di legno o altra roba. Una sera, in cui si recitava la storia dello scellerato Ganelone vidi un giovane scagliare un pezzo di legno sulla testa del vile traditore, e credo che l'abbia fatto colla stessa eroica indignazione che spingeva il nobile cavaliere Don Chisciotte a mandare in pezzi colla sua spada i burattini di un teatrino, perchè il suo onore non gli consentiva di tollerare che vili traditori portassero in prigione nel loro castello una nobile e virtuosa dama. Il pubblico prende sempre viva parte alla rappresentazione, e non mancano le critiche e le fine osservazioni che provano come gli spettatori comprendano benissimo ed apprezzino quanto si recita.

Le scene furiose che si ripetono di frequente, sono quelle che vengono accolte con maggior allegria. Quando Orlando va in furore pel tradimento di Angelica, si agita e si dimena con tanta rabbia, con tanta violenza, che tutta quanta l'armatura, elmo, corazza, bracciali, gambiere, cade pezzo a pezzo e l'eroe finisce per trovarsi in camicia come Amadigi delle Gallie. Allora atterra con la spada una capanna da pastore, due alberi, e una rupe gridando sempre «a terra! a terra!» E anche Pulcinella si mette ad urlare a sua volta «a terra!» scagliandosi contro la capanna.

Nelle scene di battaglie, che si ripetono quasi in tutte le rappresentazioni, si suona continuamente il tamburo tra le quinte. I mori, i cavalieri, i paladini combattono durante tre o quattro minuti con un ardore straordinario; i burattini sono maneggiati dall'alto con somma destrezza, e le loro membra si prestano a tutti i movimenti con tanta precisione, che si sentono gli urti delle spade, e si fa un chiasso indicibile. Vidi Orlando stendere al suolo, sempre colla stessa bravura, una diecina di pastori ed una quantità sterminata di mori. Quando ha luogo un battaglia, gli eserciti si avanzano, indietreggiano, si urtano, ed i morti cadono sempre due a due, perchè i fantocci arrivano a due a due, combattono due contro due, finchè, divenuta generale la mischia, o trionfa un paladino, o Pulcinella pone termine, con un lazzo, alla battaglia.

Pulcinella, parla sempre con una voce gutturale[42] che si presta straordinariamente all'effetto comico e si vale per lo più del più puro dialetto trasteverino. La stravaganza del suo dire è grande, ma spesso i suoi lazzi sono spiritosissimi. È questa dote caratteristica dei popoli di razza latina, particolarmente degl'italiani e degli spagnoli. Nella loro poesia popolare riescono a mescolare, in modo originalissimo, l'elemento tragico con quello comico. Leporello non è punto diverso da Pulcinella. Calderon, meglio forse di ogni altro poeta della sua nazione, ha saputo riprodurne fedelmente e felicemente il carattere popolare, particolarmente nel suo dramma il _Mago meraviglioso_. Nel nostro _Faust_ del teatro dei burattini, che pur troppo non si recita più che raramente, Pulcinella, quantunque truccato da tedesco, pure conserva la sua vivacità. Invece nel _Faust_ di Goethe, Wagner ha perduto il suo carattere originario ed è diventato una figura intellettuale, incomprensibile pel popolo. Pulcinella si è rifugiato in Mefistofele, e specialmente nella parodia della scena del giardino, il diavolo sostiene una parte del tutto analoga a quella di Pulcinella; poichè l'essenza della maschera italiana non consiste già nell'ironia, ma nella parodia che presenta, come carattere speciale, la stravaganza delle parole.

La bella storia di _Cristoforo Colombo_ viene rappresentata al teatro dei burattini da ben quattordici giorni in fila, e tre volte per sera. E' un'opera squisita, che eccita grandemente la curiosità, specialmente per la comparsa improvvisa degl'indiani. La favola si presta a tutte le condizioni richieste da un dramma romantico, quali il vile tradimento, l'amore, la gelosia, i sentimenti cavallereschi, le imprese eroiche, le lotte, e soprattutto battaglie senza fine. Il traditore in questo dramma è Roldano, unico personaggio importante oltre Colombo; in questo eccellente dramma Roldano era passato dalla parte degl'indiani, e lo si vede seduto in trono, coperto di piume da capo a piedi, prendendo l'aspetto d'un uccello di paradiso. Gl'indiani sono anch'essi coronati di magnifiche piume, e ne portano pure alle gambe come Mercurio. Roldano li chiama soldati; del resto sono ben esercitati, e adoperano in battaglia fucili ed altre armi da fuoco. Colombo è vestito alla spagnola, con un collare, e porta un berretto nero. Non è considerato come paladino, ma come ammiraglio, quindi non ha la spada al fianco. Parla poco, ma in compenso parlano tanto più i suoi aiutanti Pisandro, Glorimondo e Sanazzaro. Si sfidano alla sua presenza due gentildonne coperte di corazza, come l'eroine dell'Ariosto, e l'offesa Martidora uccide la sua nemica ed il marito di questa. Pulcinella sostiene la parte di scudiero di Colombo. Compare un angelo che dà a Colombo un anello destinato ad ammaliare Roldano e i suoi indiani, nello stesso modo che il cavaliere Jone ammaliò col suo corno il sultano di Babilonia e i pagani. Alla vista dell'anello gl'indiani scompaiono per aria, ma Roldano cade morto al suolo. Arrivano allora due demoni, muniti di nodosi randelli, che, dietro ordine di Pulcinella, lo bastonano a dovere. Quest'atto di giustizia eccita un giubilo indicibile nella platea che, alla vista di tale azione morale, prende a strepitare come un nuvolo di rondini; anche il tamburo della giustizia fa udire il suo rullo, e un sonoro squillo di tromba pone fine alla scena. Vidi alcuni giovani lanciare pallottole di carta contro il vile traditore, come se volessero fargli meglio conoscere la giusta indignazione della platea.

A questo punto cala la tela. Chi non sia stato presente a un intervallo fra un atto e l'altro al teatro di piazza Montanara in Roma, non può immaginare che cosa sia chiasso o rumore. Sembrava di essere nell'arca di Noè, e che tutti gli animali facessero udire contemporaneamente le loro voci. Mi tornò alla mente la descrizione della vita notturna degli animali nelle foreste vergini fatta dall'Humboldt; quella gazzarra di trecento giovani accompagnava colla voce, con mirabile sangue freddo, un coscenzioso suonatore di tromba. Intanto si alzavano continuamente dalla platea de' giovani che tentavano di penetrare nel palchettone, arrampicandosi come tanti scoiattoli, martore o lucertole. Se il cacciatore pontificio che stava di guardia nel palchettone, se ne avvedeva, regalava loro un magnifico pugno sulla testa, e li ricacciava in basso; ma quelli non si smarrivano affatto, e subito ricominciavano la scalata. Appena poi fu calato il sipario, alcuni si arrampicarono sul proscenio e sollevarono il telone di sotto in su, per vedere se lo spettacolo avrebbe tardato molto a ricominciare.

Le ultime scene del _Cristoforo Colombo_ presentano uno dei più bei quadri di battaglia, perchè i due eserciti, spagnolo ed indiano, muovono l'un contro l'altro, scaricando le loro armi da fuoco. Si spara anche un colpo di cannone, ed allora gli indiani, dopo aver combattuto, muoiono anche tutti da valorosi, sempre due a due. Lo sparo delle armi da fuoco, il rullo dei tamburi, lo squillo delle trombe, lo sbattere delle gambe dei fantocci sul tavolato della scena, le grida della platea producono il più forte rumore di battaglia, che io abbia mai inteso un teatro.

Per solito i teatri di burattini danno tre rappresentazioni ogni sera. Cominciano all'Ave Maria, e alla prima che è sempre breve, tiene dietro una seconda cui si dà il nome di _Camerata lunga_.[43] Rinunciamo ad essere spettatori della _Camerata lunga_, e preferiamo recarci all'altro teatro di burattini in piazza Sant'Apollinare.

Dovremo, per andarvi, attraversare la fiera di piazza Sant'Eustachio, in mezzo ad una sterminata folla che grida, fischia, strilla, schiamazza in modo da assordare. A Roma non si usa, come da noi, fare i regali la vigilia di Natale; si è scelto un giorno più adatto, quello della Epifania, in cui i re magi offrirono i doni a Gesù bambino. Per festeggiare questa ricorrenza, comincia il 6 gennaio una fiera dietro il Panteon.[44] Le strade che vi portano offrono merci di ogni natura, specialmente giocattoli, di apparenza quasi sempre elegante e graziosa. Ve n'è tale quantità da soddisfare tutti i ragazzi del mondo. Una folla immensa percorre queste strade; alcuni battono tamburelli, altri soffiano entro conchiglie a foggia di corno, altri ancora battono l'una contro l'altra delle tavolette, e specialmente poi tutti fischiano entro fischietti di gesso, simili a balocchi da ragazzi, che raffigurano pulcinelli, ballerini, cani, uccelli. Ragazzi vestiti da pulcinella percorrono le strade a schiere, fischiando a squarciagola. Il chiasso è indiavolato, tutti fischiano, fanno rumore, ed anche persone serie cedono all'esempio, e si vedono col fischietto alla bocca. Queste migliaia di voci stridenti producono un effetto tale da far impazzire anche un filosofo. Strano a dirsi! Quello stesso impulso che spinge talora gli uomini a dissimulare la loro fisonomia dietro una maschera, li porta anche a mascherare la loro voce e la loro lingua e ad emettere i suoni più strani.

Siamo intanto giunti al teatro di piazza S. Apollinare. Questo secondo teatro di fantocci, che ebbe dapprima il nome di teatro Fiano,[45] e che al tempo dell'ultima repubblica romana fu rinomato per la figura satirica di Cassandrino,[46] attualmente sostituita da quella, politicamente innocente, di Pulcinella, è come abbiamo già notato un teatro di burattini inciviliti. Le marionette recitano qui innanzi ad un pubblico decente, su di una scena piccola, ma molto convenientemente disposta, ben dipinta, con tutto quanto occorre per una accurata rappresentazione. Gli spettatori possono prendere posto nella piccola sala della platea, o sul palchettone. Si pagano tre baiocchi pei posti nella prima, cinque pel palchettone, e questi prezzi non permettono l'ingresso alle classi inferiori. Gli spettatori appartengono al ceto medio, ed anche a quello distinto, che non rifugge dal procurarsi qualche volta il piacere di una recita di burattini. Il proscenio è bene illuminato, vi è una piccola orchestra che eseguisce pezzi di musica negl'intermezzi, ed il sipario è nuovo ed elegante. Anche qui si recitano drammi romantici, come quello conosciutissimo del _Volfango fiero_; però i personaggi sono vestiti pulitamente e con eleganza; i cavalieri portano belle armature, le dame abiti di seta e di velluto; ma per lo più vi si recita la commedia in abito nero e guanti gialli, drammi familiari, farse, commedie d'intrigo, in cui talvolta si fanno figurare ricchi inglesi. Pulcinella è vestito come suo fratello del teatro di piazza Montanara, e serba la stessa natura; però le sue maniere sono più civili, più adatte al diverso ambiente, in cui vive. La sua destrezza però è somma, giacchè quando siede riesce anche ad incrociare le gambe l'una sull'altra, e a muovere i piedi, come hanno abitudine di fare gl'inglesi. Nelle nozze, o in altre occasioni solenni, i cavalieri e le dame siedono, con tutta gravità, sopra cuscini, e assistono ad un ballo che l'orchestra accompagna colla musica. La destrezza e la grazia, di cui fanno prova questi fantocci in tali balli, è in verità meravigliosa, poichè non solo eseguiscono i passi più difficili, colla leggerezza e col garbo che potrebbero spiegare la Cerrito, o Pepita, ma tutti i loro movimenti, tutti i loro atteggiamenti, la convenienza con la quale s'inchinano, ringraziano, salutano, movendo le braccia, hanno qualche cosa di sorprendente. Nulla si trascura di quanto può contribuire alla riuscita di un'azione coreografica. Tutti questi fantocci si muovono, si agitano in allegra polka, si librano come farfalle, girano in punta di piedi e ogni ballo finisce sempre con un quadro plastico e qualche volta con un fuoco di artificio. In una parola, l'arte di far danzare i fantocci raggiunse nel teatrino di S. Apollinare il _non plus ultra_.

Abbiamo così veduto almeno una parte lieta di questa Roma seria, malinconica, severa, e Pulcinella giulivo e festoso in mezzo a tutte queste rovine, sopra tutte queste catacombe, nè più ne meno dei grilli che cantano fra l'erba dei ruderi del palazzo dei Cesari, e delle rondini che cinguettano sulla tomba di Cecilia Metella.

Vorrei ora accompagnare il mio lettore ancora nel teatro popolare di piazza Navona, ma sento la voce di un ragazzo che predica e che mi tenta ad entrare nella antica e bella basilica di _Ara Coeli_, in Campidoglio. Qui predicano mattina e sera ragazzetti tanto maschi che femmine, nella settimana che precede la festa dell'Epifania; in questo giorno terminano le prediche. Non è troppo forte il distacco da un teatro di burattini a una predica fatta da ragazzi dai sei agli otto anni. Anche qui, centro dello spettacolo è sempre un fantoccino, il santo bambino di _Ara Coeli_, adorno di una splendida corona tempestata di pietre preziose.

In una cappella della chiesa è rappresentata con bell'arte la grotta di Betlemme e l'adorazione dei Re Magi venuti dall'Oriente; i personaggi sono di cera, nè mancano gli accessorî delle pecore e del paesaggio. La Madre di Dio è seduta nella grotta e tiene in grembo il bambino, cui i re, inginocchiati, presentano i loro doni. All'esterno sta inginocchiata contro una colonna una figura con un mantello scarlatto, pantaloni larghi alla turca e turbante in capo, che stende le braccia verso il bambino, in atto di preghiera. Dalla parte opposta, parimenti contro una colonna, è una donna di alta statura, di aspetto distinto, che pare additi il santo bambino a quel mezzo turco che le sta contro. Nella persona di questo si volle rappresentare, niente meno, l'imperatore Augusto, e nella donna la Sibilla che secondo una delle leggende più profonde del Cristianesimo predisse ad Ottaviano, in una visione, la venuta di quel bimbo, destinato a signoreggiare il mondo.