Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 11

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I cantori eseguirono assai bene il vespro, mentre il rabbino pronunciava di tanto in tanto qualche preghiera coprendosi il volto con il velo, per palesare la sua afflizione. I canti erano armoniosi, però non di stile antico, e piuttosto nel gusto di un oratorio moderno. Vi erano belle voci di giovanetti, bassi stupendi, talchè anche in questo vespro del Ghetto si poteva riconoscere l'influenza di Roma. Anche il popolo d'Israele può menar vanto del suo _miserere_. Quella povera gente andava superba, ed era felice di saper fare essa pure una produzione artistica nel suo povero quartiere sperduto. Le lodi che loro si manifestavano erano accolte con vero compiacimento. Avendo espresso il mio elogio sentii il mio vicino, un giovinetto ebreo, ripetere con premura ai più lontani l'elogio. «Che cosa ha detto?» «Bene, bene, stupendamente eseguito. Avete proprio una cappella Sistina».

Ma è tempo di finire. Valessero se non altro queste pagine ad invogliare qualcuno a scrivere la storia completa degli ebrei di Roma. Sarebbe argomento assai più interessante e meritevole di studio, che non le sterili dissertazioni sopra punti insignificanti di archeologia. Uno studio sul Ghetto romano potrebbe servire moltissimo a chiarire lo sviluppo successivo del cristianesimo in Roma, e varrebbe non poco a completare nel modo più utile la nostra conoscenza della storia della civiltà.[37]

L'autore di questo scritto non ebbe per iscopo di trattare soltanto la questione civile degli ebrei di Roma, ma piuttosto di rappresentare la vivacità del contrasto fra il cristianesimo storico e il giudaismo storico nella città eterna. Il carattere di questa metropoli, quale attualmente si presenta ad un osservatore attento, porta l'impronta dei tre grandi periodi della civiltà del genere umano: il paganesimo, il giudaismo e il cristianesimo. A malapena si possono distinguere, talmente sono connessi, e talmente il culto cristiano ha riuniti in sè l'elemento giudaico e quello pagano. Per non far parola di questo ultimo, percorrendo Roma, visitando le sue magnificenze, ad ogni passo traspare lo spirito, la forma del giudaismo, perfino nei capolavori dell'arte cristiana. Parlando della scultura, qual'è la più sublime creazione in marmo del genio cristiano? Il Mosè di Michelangelo, sulla tomba di papa Giulio II. Parlando della pittura, le stanze e logge di Raffaello, la cappella Sistina, innumerevoli chiese e musei sono pieni di rappresentazioni e di scene dell'Antico Testamento. Parlando della musica, quali sono i pezzi più sublimi, che si eseguiscono durante la settimana santa nella Cappella Sistina? Le _Lamentazioni di Geremia_ ed il _Miserere_, canti degli antichi ebrei. E di questo popolo, cui la sorte affidava i documenti stessi della umanità, e al quale il cristianesimo ha tolta una parte del suo patrimonio, continua a vivere in quest'angolo del Ghetto, a due passi da San Pietro, una reliquia delle più antiche e storicamente notevoli.

Ma anche questo popolo disprezzato ha voluto vendicarsi a modo suo del mondo cristiano, poichè a tutti gli altri simboli della sua religione che ha trasmesso al mondo moderno, uno potentissimo ne ha aggiunto che resta il più potente di tutti ed è il vitello d'oro, attorno al quale danza il mondo intiero, come è profetato, scritto e rappresentato nei libri di Mosè.

MACCHIETTE ROMANE.

(1853).

Macchiette romane.

(1853).

Queste pagine, buttate giù in qualche momento d'ozio, vogliono comparire variopinte come un carnevale, ed esser quasi un caleidoscopio. Tenteremo intanto di mettere un po' d'ordine in questo mondo intricato di figure, che presenterà immagini di vivi e di morti, burattini, ballerini, mimi, prediche di bimbi, teatri popolari, e altre rarità stupende, in linea sempre ascendente.

Il primo atto avrà luogo, come di ragione, sotto terra.

Una sera durante la settimana dei morti la luce delle torcie mi attirò ad entrare nel Panteon di Agrippa. Un sacerdote predicava sul purgatorio, esortando gli uditori a pregare assiduamente, poichè ricorrevano appunto quei giorni, durante i quali si possono alleviare le pene espiatorie, ed in cui l'efficacia della preghiera è maggiore.

Che qui, per quei di là molto s'avanza

disse già l'anima di Manfredi nel purgatorio. Il sacerdote parlava con grand'enfasi con voce sonora, e in quel modo teatrale che assumono i sacerdoti italiani volgendosi al popolo. La sua predica trovava nel Panteon di Agrippa sede adatta a produrre grande impressione. «Imperocchè--gridava--noi camminando qui calpestiamo dappertutto cenere: pensate soltanto agli innumerevoli cristiani che un giorno Nerone, Decio e Domiziano gettarono in preda alle belve o fecero crocifiggere, strangolare». La voce del prete risonava potente in quell'ampia e silenziosa rotonda a metà illuminata, e l'eco ripercotendo sotto quelle volte i nomi terribili di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano, parea volesse evocare gli spiriti dell'antica Roma. Ero seduto presso la tomba di Raffaello, e gettando lo sguardo in quella mezza oscurità, sui gruppi dei fedeli inginocchiati e sulla figura bianca del predicatore, questi mi appariva come un mago in atto di evocare i morti.

Questa scena del Panteon m'indusse a visitare le chiese sotterranee di Roma. Durante l'ottavario dei morti si rappresentano in questi sepolcri storie di martirî e scene bibliche, che sono abbastanza originali. Le cappelle di questi cimiteri sono per solito due, una superiore ed un'altra sotterranea, nella quale stanno propriamente le sepolture. Durante l'ottavario dei morti, nella chiesa superiore s'innalza un catafalco ricoperto di una coltre nera, circondato da cipressi e da candelabri, sul quale vengono posati un crocifisso e un teschio. I sacerdoti cantano i salmi dei morti, e i devoti ed i curiosi, chi in piedi, chi in ginocchio, riempiono la chiesa, quasi evanescenti in una nuvola di fumo d'incenso.

Ecco l'oratorio _della Morte_, presso il ponte Sisto; scendiamo nella chiesa sotterranea.[38] Vi scorgeremo cose strane. Tutte le pareti, tutti i soffitti sono ricoperti di rilievi, di rabeschi e di mosaici fantastici. Sono fiori, rose, stelle, quadrati, croci, ornamenti di ogni maniera, quali soltanto un'immaginazione orientale può concepire, e tutto è combinato nel modo più ingegnoso, soltanto con ossa umane. Si dura fatica a prestare fede ai propri sensi. S'immagini una cappella sotterranea, riccamente illuminata, costrutta tutta di teschi, di scheletri, colle pareti formate di ogni maniera di ossami, e la si popoli di una folla di creature viventi, donne per la maggior parte e ragazze, signore in abiti di seta, dalle belle e vivaci fisonomie, che ridono e cinguettano in mezzo a tutto quell'apparato di morte, in quell'atmosfera impregnata di effluvi cadaverici, avviluppate nei vortici del fumo degli incensi.

Presi posto a lato di una ragazza seduta precisamente sotto uno scheletro che sghignazzava; ella stava chiacchierando allegramente colla sua vicina di cose che avevano a che fare con tutt'altro che con la morte: pensoso e quasi atterrito, stavo contemplando lo scheletro e la sua giovane preda, sulla quale stendeva le mani, poichè la ragazza era seduta in modo che sembrava caduta fra le braccia dello scheletro. Era proprio la danza dei morti del nostro Holbein rappresentata al vero.

Interi scheletri sono posti nelle nicchie della cappella. Ciascuno tiene fra le ossa delle mani un cartello, su cui si legge una sentenza morale, un ricordo della vanità della vita, un eccitamento ai vivi di pregare per i defunti che soffrono e sperano. Certamente ci volle non poca abilità artistica e pazienza a disporre tutta questa funebre decorazione. Qui parte delle mura fu ricoperta unicamente di teschi di bambini, là, di persone adulte, altrove vennero formati arabeschi di clavicole, di costole, di ossa del petto, di dita, di articolazioni. Gli stessi candelabri sono formati in modo fantastico di ossa umane, ed è meraviglioso scorgere come il senso artistico e la legge estetica siano quasi riusciti a vincere il ribrezzo ispirato dalla materia adoperata. Ma quantunque l'arte sia riuscita a tanto, e abbia scherzato colla morte, riducendo a creazioni artistiche quanto ispira il maggior ribrezzo ai viventi, quanto si usa tener sepolto nelle viscere della terra, quello spettacolo riesce sempre penoso e repulsivo. Mi parve rappresentare il colmo dell'abnegazione religiosa più fanatica o, nella forma più bizzarra, il trionfo sopra la morte e sopra l'orrore che essa ispira. Se fosse possibile che una di queste cappelle mortuarie dell'anno 1853 dopo la nascita di Cristo rimanesse sepolta sotto terra tanto tempo, quanto le tombe degli egiziani e degli etruschi, e venisse scoperta dopo tre mila anni, sarebbe senza dubbio un monumento importantissimo per la storia della civiltà, dal quale la posterità potrebbe farsi un'idea della essenza intrinseca del culto cristiano. Ma, anche per noi contemporanei, è abbastanza istruttiva la vista di una di queste cappelle mortuarie dei cristiani di Roma, perchè ci fa penetrare in modo meraviglioso nella essenza stessa del cristianesimo.

Gli Egiziani che usavano portare attorno davanti i banchetti le mummie dei loro antenati, affinchè il gaudente si rammentasse la fine di tutte le cose, sono considerati da noi quello fra tutti i popoli della terra, che ha saputo superare meglio l'orrore della morte, e la loro religione vien chiamata dalla nostra filosofia religione della morte. Ma difficilmente quei cupi Egiziani avranno fatto cose simili a quelle che si vedono in queste cappelle cristiane. In nessuna rappresentazione mistica di una religione la morte e i cadaveri ebbero tanta parte; la passione, la crocifissione, la deposizione dalla croce, la sepoltura di Cristo, la sua risurrezione, la lunga schiera dei martiri durante le persecuzioni di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano e altri imperatori hanno dato al culto cristiano un'impronta funerea, han determinato l'intera concezione della vita e così hanno dato alla vita cristiana, alla musica, alla scultura, alla pittura, l'idea della morte. La saggezza profondamente vitale della coscienza tedesca, che s'impossessa potentemente di tutto quanto ha vita spirituale, seppe, da tutte queste idee di morte, ricavare la danza dei morti dell'Holbein, rappresentazione plastica della sapienza dei proverbi di Salomone.[39]

Ma, a chi mai potrà esser venuto in mente per il primo di formare un mosaico di ossa umane? Mentre stavo esaminando quella cappella dei morti, mi sembrava che l'idea ne dovesse esser germogliata nella pazza fantasia del nostro Hoffmann, oppure mi immaginavo di scorgere un cappuccino impazzito che, nel cuore della notte, alla luce incerta di una lampada, stesse ammucchiando e ordinando tutte queste ossa, prorompendo in una risata quando gli riusciva comporre un rabesco. Uno scheletro lo aiutava in questo lavoro, era lo scheletro di un artista, che da vivo era pazzo. Ora stavano vicini l'uno all'altro, maneggiando tutte quelle ossa, e ridevano ridevano soddisfatti, quando riusciva loro di disporle artisticamente. Ma è ancor più probabile che tutto quello strano lavoro sia stato compiuto nelle tenebre da due pazzi fatti scheletri. «Padre, dicevo ad un cappuccino che mi stava vicino, quale confusione quando tutte queste ossa, questi teschi dovranno ricercare il loro posto»--«Sicuro, mi rispose serio il frate, nel giorno del giudizio universale, quando i morti risorgeranno, qui dentro dovrà esserci un gran chiasso».

Anche la cappella dei morti al convento dei cappuccini, in piazza Barberini, è disposta ed ordinata nello stesso modo di quella di ponte Sisto. Se non che qui l'arte non è riuscita a superare ugualmente l'orrore che ispira l'aspetto della morte. Qua e là gli scheletri furono rivestiti dell'abito cappuccino, ciò che produce un'impressione terribile. Uno scheletro nudo ispira minor ribrezzo, poichè è cosa naturale, mentre al contrario, coperto di un abito è orribile, e ha veramente l'aspetto di uno spettro. Vidi pendere dalla volta due piccoli spettri, sospesi per aria, come si rappresentano talvolta graziose figure di angioli; erano gli scheletri di due principessine della casa Barberini. Mi dissero che la terra che serve per la sepoltura dei cadaveri, fu portata da Gerusalemme e li consuma rapidamente.

Nella nostra cappella al ponte Sisto arrivava dalla chiesa superiore la voce dei preti che andavano salmodiando: «Domine! Domine! Miserere!» quasi voce delle anime che in purgatorio vanno

cantando miserere verso a verso.

Ad un certo punto i fratelloni scesero a basso con stendardi neri, nere croci, cappucci del pari neri, portando torce ed incensori; si collocarono nella cappella su due file, e intonarono i salmi penitenziali. La luce vacillante delle torce, il fumo dell'incenso che saliva in alto, sembravano dar vita e moto agli scheletri; si sarebbe detto che tutte quelle ossa intonassero anch'esse l'_In te Domine speravi_, od il _Beati quorum tecta sunt peccata_. Non so se cantassero questo o altro; ma l'anima di già oppressa rimaneva davvero atterrita. Vidi alcune donne vestite a nero che piangevano

«di pentimento che lagrime spande.»

e preso da intenso desiderio di aria, di luce, di vita, fuggii, da quel purgatorio,

«E quindi uscimmo a riveder le stelle.»

Ed ora siate benedette care e lucide stelle! voi durate tranquille, immutabili, nelle notti limpide di questo bel cielo di Roma, gettando la vostra luce sulle deserte catacombe della storia, come uniche divinità, che qui abbiano continuato a sussistere! Di quanti mutamenti non foste voi spettatrici in queste vie! Vedeste i sacerdoti d'Iside, di Melitta, coribanti e Galli, le processioni di lamento per Adone, i cori di Mitra, ebrei, cristiani, che si recavano alle loro feste nelle catacombe, o arsi vivi, negli orti di Nerone, dove ora S. Pietro erge al cielo la mole della sua cupola!

Nella oscurità della notte, per la strada deserta, mi apparve una luce solitaria che si avanzava verso di me. Aspettai per vedere che cosa fosse. Era un ragazzino di forse quattro anni, bello, biondo, riccioluto che avanzava, tenendo in mano un piccolo cero acceso. Si avvicinò, guardando tutto giulivo la fiamma della sua fiaccola, ad un palazzo, innanzi al quale stava un mucchio di trucioli, e vi appiccò fuoco. Poi cominciò a saltarvi intorno, sempre tenendo il suo moccolo, spingendo gli uni contro gli altri i ricci, perchè ardessero tutti. Era davvero un bel quadro notturno. Capitò un forestiero ed offrì al bimbo un baiocco, ma questi lo lasciò cadere, dicendo ripetutamente «no, no, la candela è mia, non voglio darvi la mia candela». Non poteva capire che gli si volesse fare un dono e quando gli spiegammo che poteva avere le due cose, il denaro e la candela, allora prese il baiocco, e ci stese timoroso e quasi piangendo la sua candela. «Che commovente ragazzo, disse lo straniero, è l'innocenza in persona!» Per me fu uno spirito luminoso che mi tolse l'impressione orribile del purgatorio, e mi liberò dai fantasmi.

In una parte della chiesa che sovrasta a quelle cappelle mortuarie e anche nei cortili annessi, su palchi eretti appositamente, si rappresentano con figure di cera storie di martiri, o fatti tolti dalla Bibbia.[40] Il popolo accorre a tali rappresentazioni, con la stessa curiosità e con soddisfazione uguali a quelle, con cui presso di noi, nelle campagne, si accorre ai gabinetti di figure di cera, che fin dai tempi remoti riproducono gran parte dei fatti dell'Antico Testamento, e specialmente quello straordinariamente popolare del giudizio di Salomone. Se il personaggio principale rappresenta un santo od un martire, non mancano divoti che loro rivolgono le preghiere, particolarmente per ottenere la liberazione delle anime dei loro cari dalle pene del purgatorio. Più di un baiocco e di un grosso cade nel vassoio di rame, posto presso la porta o di fianco al palco, su cui sorgono le figure. Spesso ancora un chierico va su e giù davanti al palco, scotendo una grossa borsa che tiene in mano, e facendo risonare le monete che contiene, per eccitare i fedeli alla carità.

Nella cappella _della morte_ si era rappresentata una scena tolta dalla vita di S. Agnese. La giovane martire bionda, ricciuta, compariva tra le nuvole coperta di veli finissimi, quasi trasparenti, e la veneravano inginocchiati intorno a lei i membri della sua famiglia. L'atteggiamento delle figure, la vivacità dei colori, coi quali erano dipinte, testimoniavano dell'impegno posto dalla Confraternita che aveva ordinata la rappresentazione, perchè essa non fosse inferiore a nessun'altra, ed anzi riuscisse a superarle tutte in bellezza. Nella cappella dei morti di S. Maria in Trastevere si era rappresentato l'incontro di Mosè con Jetro nel deserto, un vero idillio campestre, con accessori di rupi, di palme e di un branco di pecore; ma la più splendida di tutte queste rappresentazioni era quella del cimitero presso S. Giovanni Laterano.

Qui si era riprodotto il martirio di S. Erasmo. Il santo era rappresentato appoggiato ad un piedistallo, col ventre sfondato da cui uscivano gli intestini che due carnefici afferravano e giravano attorno a un arcolaio. Il santo non vedeva, non sentiva più nulla, poichè il suo capo morente cadeva a terra. Stava presso di lui un sacerdote di Giove, colla testa inghirlandata, splendidamente vestito, che additava con un gesto di compiacenza la statua del nume, che stava in un angolo, e davanti alla quale ardeva il fuoco del sacrificio. Questo sacerdote pagano non aveva affatto l'aspetto fanatico o diabolico, ma un'aria bonacciona, come volesse dire: «Vedi, Erasmo, amico mio, noi ci prepariamo a strapparti le budella, perchè non hai voluto sacrificare a questo Giove potentissimo; fallo, te ne scongiuro, figlio mio, finchè sei ancora in tempo, e tutto sarà dimenticato». Invece l'altitonante Giove era rappresentato con una faccia orribile, da Kobold o da Moloch. A tutta la scena del martirio, di cui solo l'ironia può menomare il senso di crudeltà, è presente l'imperatore Adriano che vi assiste, tranquillamente seduto sul trono, con contegno maestoso, rivestito della porpora imperiale con a lato due guardie colla lancia in pugno. Ha una stupenda barba nera, ed è coronato d'alloro. Mi stupì vedere quell'imperatore che trattò in generale molto umanamente i cristiani di Roma, presente a quella scena da cannibali; e devo dichiarare ad onor suo, che non si prese mai il gusto, tutto giapponese, di far spaccare il ventre alla gente.

Le figure del resto erano disposte con molta intelligenza, vi si scorgeva evidentemente la mano di un artista, e non ricordo aver veduto mai migliori statue di cera. Per quanto fosse selvaggia, la scena produceva minor impressione del quadro spaventoso del Poussin nella pinacoteca Vaticana, che pure la riproduce; poichè qui l'osservatore non pretendeva trovare un'opera d'arte. Nel quadro del Poussin invece furono trascurate tutte le leggi più volgari dell'arte e, per provare piacere nel contemplarlo, bisogna essere un macellaio od un gladiatore. L'arte cristiana sembra abbia superato il piacere barbaro che gli antichi Romani provavano a contemplare le ambasce di morte degli uomini e degli animali; ma riuscì più meschina, più disgustosa. Che cosa infatti può recare maggiore offesa ai sensi di umanità di un tal quadro, o della pittura della chiesa di S. Bartolomeo all'isola che rappresenta quel santo scorticato vivo, oppure degli affreschi della chiesa di S. Stefano Rotondo, che riproducono le varie specie di supplizi dei martiri, le une più barbare delle altre, con buon disegno e colori vivaci e con una verità che grida vendetta in cielo? Se un antico greco potesse visitare oggi le gallerie d'Italia e le sue chiese, potrebbe credere di esser capitato in mezzo ad un popolo di ciclopi antropofagi, che avesse una religione da cannibali riprodotta nella pittura, nonostante tante altre opere che si direbbero dipinte dalle Grazie in persona.

Il gusto dei Romani per le figure, per i gruppi, per ogni rappresentazione scenica è generale e pronunciato in modo meraviglioso. Non vi è festa, in cui non si possa riconoscere. In parecchie chiese si possono vedere raffigurate scene bibliche, leggende, la nascita, la passione di Cristo. Si può osservare questo senso nelle botteghe stesse dei venditori di commestibili e nei banchi, dove si fanno cuocere cibi sulla pubblica strada. Anche questi hanno i loro santi, i loro patroni, le loro feste e gareggiano nell'adornare i loro negozi con fiori, pitture, lampade, statuette. Non appena arriva il carnevale, le botteghe dei pizzicagnoli, dei venditori di cacio, di salsicce, di prosciutti e di altre specie di commestibili, assumono l'aspetto di tempietti, nei quali in certo modo è venerata una preziosa salsiccia quale divinità della specie, quasi mistica dea dei salsamentari. Nello stesso modo che nelle cappelle mortuarie le pareti sono ricoperte ed ornate di teschi e di ossami, il pizzicagnolo trasforma la sua bottega in una graziosa cappella di salsicce. Le pareti sono di forme di cacio disposte in bell'ordine; altre sono composte di pezzi di lardo, di carni bianche, il tutto ornato di ghirlande, di rabeschi di carta dorata o argentata. La volta è formata di un mosaico di salsiccie e di salami; altri sono sospesi per aria, tra i fiori, i rami d'alloro e di mirto, non meno graziosamente che le baccanti negli affreschi di Pompei, o le seducenti stagioni di Giulio Romano. Si possono considerare quali opere d'arte, fatte a forza di salsicce e di salami. Nella parete di mezzo si apre una grotta misteriosa, dove, fra le salsicce ed i salami, è rappresentata la passione di Cristo, in un tempietto, attorno a cui si può girare, per contemplare tutte le figure e figurine. In ogni angolo ardono lampade, scintillano candele, e l'imaginoso artista salsicciaio, raggiante di gioia, di amor proprio e di grasso, pare che gridi solennemente dal suo banco alla folla che ingombra la bottega, «anch'io sono pittore!». Popolo felice, allegro quanto un fanciullo, ma popolo tuttora fanciullo! Possiede però tutta la storia universale, pulcinella, l'arte, il sole del mezzogiorno, fiori, frutta, vino in quantità inesauribile. Si osservi come questo venditore di commestibili riduca ad una scena di marionette la grande tragedia dell'umanità, come si comporti fra le sue salsicce, e vi apparisca quasi trionfatore sopra la morte!

Questa città di Roma è veramente un mondo di figure originali. Vi si può trovare rappresentato in figure lo sviluppo di tutta quanta la storia del mondo, partendo dai musei del Vaticano, del Campidoglio, scendendo alle chiese, alle fontane del Bernini, fino al teatro dei burattini. Se in tutte queste figure venisse infusa la vita, potrebbero cacciare dalla città tutta la popolazione attuale, e sarebbe allora curioso, invero, quello che ne risulterebbe, a cominciare dall'Apollo del Belvedere fino al piccolo pagliaccio di piazza Montanara ed al povero S. Erasmo, cui vengono strappati gl'intestini. Ma non sarebbe soltanto questo un divertimento burlesco per la fantasia, ma anche argomento di serie riflessioni. Poichè tutte queste figure, figurine, figuracce di divinità, di uomini, di animali, sono ad un tempo figure storiche dell'umanità, e rappresentano lo sviluppo delle sue vicende durante vari e vari secoli; e alla fine questo burattino potrebbe prendere posto a fianco del Laocoonte, ed esclamare: «anch'io sono Laocoonte!».