Passeggiate per l'Italia, vol. 2

Part 10

Chapter 103,847 wordsPublic domain

Leone XII, accordò agli ebrei il diritto di acquistare case, purchè ne possedessero di già l'_Jus Gazagà_. Ampliò pure la periferia del Ghetto, includendovi la via Reginella ed una parte della pescheria, in guisa che venne ad avere otto porte, che erano chiuse e guardate la notte. Durante la dominazione francese in Roma, fu tolto il sequestro degli ebrei nel Ghetto, essi ebbero facoltà di stabilirsi in qualsiasi parte della città e di esercitarvi ogni commercio. Ma Pio VII, nel 1814[31] chiuse di nuovo il Ghetto, e le cose tornarono come prima fino al papa oggi regnante.

Torna ad onore di Pio IX l'avere atterrato le mura del Ghetto, la qual cosa avvenne, come mi accertarono gli ebrei stessi, prima della rivoluzione di Roma; in guisa che il merito di questa disposizione si deve attribuire per intiero al pontefice, e non fu una concessione fatta allo spirito dei tempi. Caddero le mura e le porte del Ghetto, ed in seguito, in conseguenza delle nuove idee, fu data facoltà agli ebrei di abitare dove meglio loro piacesse in Roma, e di esercitare liberamente ogni mestiere e negozio. Il Ghetto pertanto, ha cessato di esistere quale prigione; ma dura tuttora quale quartiere, il più malinconico di Roma, ed è raro che un ebreo si prevalga del diritto che gli spetta di abitare altrove, poichè l'antico e radicato pregiudizio gli rende malagevole, se non addirittura impossibile, quanto gli è dalla legge permesso.

Un giorno, era di sabato, stavo presso la fontana di piazza Navona, quando parecchie ebree vestite a festa vennero, e si fermarono a contemplare le sculture della fontana. Una romana le guardò con disprezzo e rivolgendosi a me disse: «Guardate, guardate, ora sono nè più nè meno di noi cristiani».

Le riforme politiche del 1847 posero fine pertanto a quella schiavitù degli ebrei di Roma, che aveva durato tanti secoli; speriamo almeno che la potenza della pubblica opinione saprà dimostrarsi superiore ai pregiudizi qualora mai potesse risorgere, e che le scarse libertà ora concesse agli ebrei di Roma, si estenderanno tanto da permettere loro di prendere parte a tutti i vantaggi della coltura e della civiltà. La prospettiva è tuttora lontana, ma finalmente vi ci siamo avvicinati. La popolazione del Ghetto sale attualmente a circa 3800 persone, numero enorme se si confronta al ristretto spazio del Ghetto stesso, che non equivale in estensione alla quinta parte di parecchie piccole città di tremila abitanti. Tutta «l'università degli ebrei» è sottoposta alla Congregazione superiore della Inquisizione, e il loro tribunale è quello del Cardinale Vicario. Nelle materie di semplice polizia è competente il presidente della regione di S. Angelo a Campitelli. L'Università Israelitica poi ha il diritto di regolare la sua amministrazione interna, per mezzo di tre così detti _fattori del Ghetto_, che durano in carica sei mesi. Questi sorvegliano l'ordine delle strade, provvedono al reparto delle imposte, tassando ognuno secondo le proprie facoltà; e provvedono all'assistenza degli ammalati, e dei poveri. Il Ghetto paga in complesso allo Stato, ed a parecchie corporazioni religiose, circa tredicimila franchi annui.

Abbiamo finito la storia degli ebrei di Roma. Ora vogliamo dare un'idea del Ghetto nel suo stato attuale.[32]

Allorquando lo visitai per la prima volta, il Tevere era straripato, e le sue acque gialle scorrevano per la strada più bassa chiamata _Fiumara_, le case della quale hanno in parte le loro fondamenta nell'acqua. Le acque erano salite fino al portico di Ottavia, e coprivano i piani inferiori delle case circostanti. Qual malinconico spettacolo presentava il povero quartiere degli ebrei, inondato dalle acque torbide del Tevere! Ogni anno il popolo d'Israello va soggetto a questo diluvio; il Ghetto galleggia sulle acque, nè più nè meno che l'arca di Noè con i suoi uomini e i suoi animali. Ed il male diventa maggiore allorquando il mare grosso, per il vento di ponente, contrasta lo sbocco alle acque del fiume ingrossato dalle pioggie; allora chi abita in basso si rifugia nei piani superiori. Mi si fece osservare il segno dell'altezza raggiunta dalle acque del fiume nell'inondazione del 1846; allora le acque invasero per intiero tutti i piani inferiori. Nello scorso autunno e nella primavera di quest'anno l'inondazione fu di corta durata, abbastanza sensibile però, perchè io potessi formarmi un'idea precisa dei gravi mali che porta seco. Tuttavia si dice che la mortalità nel Ghetto non sia maggiore che in altri quartieri della città; non fu forte nemmeno durante il colera del 1837. La mortalità, se si giudica dal numero delle lapidi mortuarie degli ebrei, sembra molto ristretta. Queste lapidi bianche con le loro iscrizioni stanno, miseri monumenti di reietti, in una località classica di Roma, in un angolo del Circo Massimo, fra le erbe selvatiche e la cicuta. E là nella più antica arena di Roma, costrutta fin dai tempi di Tarquinio Prisco, che si trova oggi il cimitero israelitico, denominato volgarmente _Orto degli ebrei_.[33] Strano giuoco del destino!

Vi è come una relazione segreta possente e simbolica tra la fisonomia dei luoghi e quella degli uomini e delle cose. Ho avuto troppe volte occasione di far questa osservazione, per non doverla ricordare qui. Ed anche l'aspetto dei dintorni di questo Ghetto di Roma mi parve tale da ispirare una profonda malinconia. Non parlo soltanto di quel portico di Ottavia occupato ora dagli ebrei, che sorge cadente in rovina, aprendo i neri suoi archi sulla vicina pescheria, fetido ed oscuro mercato, dove i pesci stanno in mostra sopra banchi di pietra. Se leggiamo poi il nome della piazza più vicina alla Sinagoga troveremo che porta quello di _Piazza del__Pianto_, dalla chiesa di S. Maria detta del Pianto, e se mai vi fu nome che si attagliasse al popolo di Geremia, si è questo; poichè non vi fu certamente popolo che abbia versato tante lacrime, quanto quello degli ebrei di Roma. Sulla piazza del Pianto un antico palazzo sorge fra due chiese. Sopra una di queste si legge la dedica alla Vergine Maria del Pianto, sull'altra il nome di chi la fece costruire e cioè Francesco Cenci. Questo nome fa venire i brividi ricordando la terribile tragedia di Beatrice Cenci, figliuola infelice di Francesco. Il palazzo della famiglia Cenci si trova proprio di fronte alla Sinagoga, e nei giorni di festa vi si possono sentire i canti lamentevoli.

V'è di più. In questo palazzo oggi abita il pittore Overbeck. Non mi fu possibile trattenere un sorriso per la strana coincidenza, quando entrai nello studio, dove le anime pie entrano come in un santuario, e dove un uomo pallido con lunghi capelli, amabile e dolce, pronuncia a voce bassissima, appena intelligibile, poche parole, per dare spiegazioni intorno alle imagini sante che stanno sui cavalletti. Ed anche queste sono tranquille e quasi atone; un S. Giuseppe morto tra le braccia del Salvatore; una Madonna addolorata, che ha l'aspetto di un'ombra; un Cristo che sfugge ai suoi persecutori scomparendo tra le nuvole; teste di angeli, colle ali e senza corpo; figure ed arte senza vita, discorsi senza parole, imagini senza colorito; sulle mura la Madonna addolorata; la passione di Cristo; fuori la storia tragica della Cenci; là il Ghetto inondato, qui S. Maria del Pianto, e nel mezzo il beato Angelico della pittura moderna.

Prima del 1847 un alto muro divideva la piazza dei Cenci da quella detta Giudia, che ha pure nome di _Piazza delle Scuole_. Aprivasi su questa la porta principale del Ghetto; mura e porta sono state demolite, ed i materiali giacciono tuttora in parte al suolo.

Entriamo ora in una delle strade del Ghetto stesso; colà troveremo Israello intento ad un incessante lavoro. Le donne ebree stanno sedute sulla porta delle loro abitazioni, o nella strada stessa, poichè le loro stanze basse ed oscure mancano di luce, ed ivi stanno assiduamente occupate nello scernere cenci, nel cucire o fare rammendi. E' incredibile il caos, e la quantità di stracci e di cenci che si trovano colà. Si direbbe che gli ebrei vi abbiano radunato quelli del mondo intero. Stanno ammucchiati davanti alle porte, di ogni foggia, di ogni colore, antiche stoffe ricamate, broccati, velluti, cenci di colore rosso, turchino, arancio, bianco, nero, tutti vecchi, laceri, consunti, in mille e mille pezzi. Io non ne ho veduti mai di simili, nè in tanta quantità. Gli ebrei potrebbero rivestirne tutto il creato, e mascherare tutti gli abitanti di Roma da arlecchini. Gli ebrei si immergono in quel mare di cenci, quasi vi volessero cercare i tesori, o almeno un pezzetto smarrito di broccato in oro; essi infatti sono ricercatori appassionati di antichità, nè più nè meno di quegli altri che scavano e smuovono macerie e rottami, colla speranza di scoprire un pezzo del fusto di una colonna, un frammento di scultura, una moneta o qualche altra reliquia del passato. Quei Winckelmann del Ghetto pongono tanto orgoglio nell'esporre i loro cenci, quanto i mercanti di antichità nell'offrire dei marmi. Questi magnifica il pregio di un pezzo di giallo antico, l'ebreo quello di un pezzo di seta gialla; quegli vi vanta il porfido, il verde antico; l'ebreo uno straccio di damasco di colore verde o di velluto. Non v'è nè pietra dura, nè alabastro, nè marmo bianco o nero, nè breccia cui l'antiquario del Ghetto non abbia la sua merce da contrapporre. Vi si può trovare un saggio di ogni moda, dai tempi di Erode il grande, fino a quelli dell'inventore del _paletot_ e tutte le vicende subite dalle fogge di vestire del mondo civile sono abbandonate alle ipotesi della critica, e chi sa non si possano rinvenire reliquie storiche di Romolo, di Scipione l'Africano, di Annibale, di Cornelia, di Augusto, di Carlomagno, di Pericle, di Cleopatra, di Barbarossa, di Gregorio VII o di Cristoforo Colombo, e chi sa di quanti altri ancora?

Le figlie di Sion seggono ora sopra tutti que' cenci; cuciono, rammendano tutto quanto si può ancora rammendare. Sono somme nell'arte del cucire, del ricamare, del rappezzare, del rammendare; non c'è alcuno strappo, in una drapperia, in una stoffa, per quanto grande esso sia, che queste Aracni non riescano a fare scomparire, senza che più ne rimanga traccia.[34] Tutto questo commercio si pratica per lo più nella strada inferiore, vicina al Tevere, denominata Fiumara, ed in quelle laterali, di cui una porta il nome delle Azzimelle, dal pane senza lievito. Ho spesso guardato con stringimento di cuore quelle povere creature pallide, deboli, curve sui loro aghi, perpetuamente in moto, uomini, donne, fanciulli e ragazzi. La miseria traspare da quelle capigliature incolte, da quei visi di color bruno gialliccio, che non ricordano in alcun modo la bellezza di Rachele, di Miriam o di Lia. Solo di quando in quando ti sorprende il lampo dello sguardo di un occhio nerissimo e profondo che si solleva dall'ago e dal cencio, quasi a dire: «Ogni ornamento è scomparso dalle figliuole di Sion. Quella che era principessa fra i pagani, che portò la corona nella sua patria, è ora condannata a servire e piange tutta la notte per modo che le lagrime le rigano le gote; non v'è chi si muova a pietà di essa; tutti la disprezzano, e sono diventati suoi nemici. Il popolo di Giuda è nel servaggio, condannato alla miseria, ai più duri servigi; abita fra gl'infedeli, tutti lo maltrattano, non ha nè quiete nè riposo. La collera di Dio si è tremendamente aggravata sopra la figlia di Sion!»

Non è però oggetto di queste pagine descrivere le miserie del Ghetto, del resto miserie eguali, se non maggiori si trovano in tutte le grandi città del mondo, anche fra le nazioni più civili. Nè si deve credere che per quanto riguarda le strade e le abitazioni, il Ghetto di Roma sia di effetto più ripugnante dei quartieri più poveri di Parigi, Londra o Berlino. Aggiungo volentieri che a Roma gli ebrei sono caritatevolissimi gli uni verso gli altri; che l'agiato soccorre largamente il povero; che lo spirito di famiglia, dote caratteristica e costante del popolo d'Israello, vi si mantiene più vivo che forse in qualunque altra comunità di ebrei, e come parimenti sia un fatto, che questi uomini sobri e laboriosi sono raramente processati per delitti. Ciò che colpisce maggiormente chi si aggira nel Ghetto, è l'angustia, la sporcizia di quel laberinto di strade, di vicoli fiancheggiati tutti da case altissime. I poveri ebrei sono quasi come sovrapposti e ammucchiati in un colombario e tanta angustia di abitazione fa più impressione che altrove in Roma, città che siede in una vasta pianura, caratteristica propriamente per gli ampî spazî vuoti, per le dimensioni in ogni cosa grandiose della sua architettura, per i suoi palazzi colossali e pei suoi conventi in gran parte deserti.

Sono meno infelici quegli ebrei che abitano la parte superiore del Ghetto, e particolarmente la via Rua. Questa strada, più ampia delle altre, con case abitabili, si potrebbe in certo modo considerare come il Corso del Ghetto, perchè anche sotto una stessa legge, anche nella servitù l'uomo fa valere i diritti della disuguaglianza. Nella via Rua abitano gli ebrei che hanno in tasca il migliore titolo di _Gazagà_; taluni vi posseggono case, e sono addirittura agiati. Qui stanno le più belle botteghe dei negozianti in pannine a principiare dalle più ruvide e grossolane fino alle stoffe più preziose. Gli ebrei che riescono a diventar ricchi, si portano volontieri, a quanto mi si assicurò, ad abitare in Toscana.[35] È poi cosa singolare che sulle insegne nel Ghetto si leggano pochi nomi prettamente ebraici. Gl'israeliti di Roma hanno preso in gran parte nomi di città italiane, come Asdrubale Volterra, Samuele Fiano, Pontecorvo, Gonzaga. Parlano pure in generale l'italiano,[36] e non mi è mai accaduto di sentirli conversare fra loro in lingua ebraica; anche nel modo di vestire non si distinguono dal resto della popolazione e neppure alle loro feste mi venne fatto di notare costumi orientali.

La parola di festa, accoppiata a quella del Ghetto, suona quasi ironia, se si pon mente alla storia ed alla condizione attuale degli ebrei; per questa stessa ragione però un tale spettacolo non può a meno di riuscire attraente anche in questa Roma, dove le feste sono così numerose. Nei giorni in cui le strade di Roma sono animate da tutte queste feste, in cui tutti godono, ammirano, in cui il denaro circola largamente, mentre tutte le strade, tutte le piazze sono adorne di arazzi, di fiori, mentre da ogni casa i lumi splendono, e le carrozze succedono alle carrozze, i pedoni ai pedoni, il popolo d'Israello seduto innanzi la sua porta nel suo Ghetto, riman tetro e solitario, continua ad affaticarsi nel suo lavoro, col sudore della sua fronte, senza toglier gli occhi dai mucchi dei suoi cenci.

Ma arrivano anche le sue feste. Allora il povero rigattiere lascia in disparte i suoi stracci, indossa i suoi abiti migliori e raddrizza la sua incurvata persona. Ed in ciò credo debba consistere la poesia delle feste, da cui sprigiona il loro più vero significato, esse non compiono appieno la loro vera missione se non quando strappano l'uomo dal lavoro quotidiano, sciogliendolo in certo modo dai vincoli della servitù, trasformandolo in un altro uomo ideale, non più soggetto alla miseria, alla preoccupazione continua dei mezzi di campare la vita. Questo popolo singolare, quando si raduna nei giorni delle sue feste, dovunque si sia, in qualsiasi parte più remota o più inospitale del mondo, si considera quale l'antico popolo d'Israello, quale il discendente diretto di Abramo e d'Isacco, il fiore dell'uman genere, che Iddio di sua propria mano volle porre sulla terra. Ho assistito nel Ghetto alla festa di Pasqua; seppi per caso che era prossima, passeggiando pel Ghetto, e scorgendo davanti a tutte le porte i rami di cucina rilucenti di pulizia, e tutte le fonti occupate da gente che lavava, puliva arredi e masserizie domestiche. Mi si disse che ciò si faceva a motivo della festa di Pasqua, che era imminente.

Dopo le grandi solennità cristiane della settimana santa e della Pasqua, in S. Pietro e nella Cappella Sistina, che in presenza di tanti capolavori dell'arte si possono ritenere per le funzioni più imponenti del culto cristiano, riesce attraente lo assistere in quello angusto ed oscuro quartiere del Ghetto, ad una festa di Pasqua, e di rinvenire le antiche basi, appena mutate, del culto cattolico di Roma. Sono propriamente quelle le radici di questo culto, e quanto più l'albero crebbe e si è sviluppato ed esteso con magnificenza, tanto più le radici si sono sepolte nella notte.

La sinagoga romana comprende cinque scuole in uno stesso fabbricato, la scuola del Tempio, la Catalana, la Castigliana, la Siciliana, e la Scuola nuova. Il Ghetto di Roma trovasi dunque diviso in cinque sezioni, ognuna delle quali rappresenta le nazionalità diverse degli ebrei di Roma, i cui padri o risi devano fin dall'antichità a Roma, o son venuti dalla Spagna o dalla Sicilia. Mi si disse che la scuola del Tempio sola discenda direttamente da quelli portati a Roma da Tito. Ogni sinagoga ha la sua scuola, nella quale i ragazzi imparano soltanto a leggere, scrivere e contare; non vi si insegnano però le scienze; ciascuna ha il suo santo dei santi, dove si conserva il Pentateuco.

All'esterno la sinagoga si distingue non solo per le sue iscrizioni, ma anche per la sua architettura. Gli ebrei hanno ornato il loro tempio quasi di nascosto e di notte tempo. Pare abbiano tolto qua e là, tra la prodigiosa quantità di marmi, di cui abbonda la città eterna, un paio di tronchi di colonne, di capitelli, ed alcuni frammenti di marmo per adornare il loro tempio. Nel mezzo alcune colonne corintie sorreggono un frontone; nel fregio sono raffigurati in istucco il candelabro a sette braccia, un'arpa ed una cetra.

Un rabbino mi aveva invitato ad andare la sera nella sinagoga, dove, mi aveva detto, si sarebbero cantati i vespri, assicurandomi che avrei potuto sentire un oratorio ben eseguito. Venuta la sera, gli ebrei si accalcavano alla porta della sinagoga. Vidi tra la folla parecchi romani, fra i quali alcuni sacerdoti. Ci fecero aspettare forse una buona mezz'ora, e non mi dispiacque l'attesa, ed il veder aspettare gli altri, poichè questo era un segno di giustificata indipendenza, dato almeno una volta da una razza oppressa e disprezzata. Finalmente le porte si aprirono, e salito per una stretta scala, arrivai nell'interno del tempio.

Avevo veduto la sinagoga di Livorno forse la più ricca del mondo, ma mi era sembrata assai meno degna di osservazione di questa del Ghetto romano. L'edificio di Livorno è ampio e sobrio; le sale del tempio di Roma sono piccole, pittoresche, bizzarramente decorate e di aspetto esotico. Nella occasione della festa di Pasqua le mura erano state ricoperte di tappeti di stoffa rossa ricamata in oro, sui quali si leggevano dei versetti dell'Antico Testamento. Nello stesso modo per le feste cattoliche si ornano le chiese in Roma con tappeti e stoffe dorate; è un uso orientale, preso in prestito dal tempio di Salomone. La gran sala della sinagoga aveva un aspetto imponente e maestoso. Il soffitto è a cassettoni come quello delle basiliche romane, ma essi sono soltanto delle imitazioni dipinte. Intorno al fregio si trovano bassi rilievi di stucco, che rappresentano i varî oggetti riferentisi al culto israelitico. Vi si scorgono il tempio di Salomone, rappresentato con tutte le sue porte, le sue sale e i suoi altari, il Mar Rosso, l'arca santa, coi cherubini, gli abiti e la tiara sacerdotali, da cui traggono origine i costumi primitivi dei vescovi e dei papi; vasi, piatti, pale, cucchiai, bacili, padelle e sedili, finalmente tutti gli strumenti musicali, timballi, tamburi, arpe, cetre, flauti, le trombe del giubileo, cornamuse, cembali, finanche il sistro d'Iside egiziaca, che si osserva così di frequente nelle statue del Vaticano. L'immaginazione degli ebrei, come si vede, volle circondarsi qui di tutti i ricordi del tempio di Gerusalemme.

Nella parete a settentrione si apre una finestra di forma circolare, divisa in dodici campi distinti per varietà di colori, simboleggianti le dodici tribù d'Israello; e la forma riproduce quella dell'_Urim_ e _Thummim_, ornamento formato da pietre preziose, che d'ordinario soleva portare sul petto il gran sacerdote. A ponente sta il coro, di forma semicircolare, con una tribuna in legno per il primo cantore e per i cantori. Stanno su questa il candelabro d'argento e altri vasi pure d'argento, di figura strana, che servono a ornare il Pentateuco. Di fronte, nella parete a levante trovasi il Santo dei Santi, un tempietto a colonne corinzie con bastoni sporgenti, che ricordano quelli usati per portare l'Arca dell'alleanza. Il tutto è ricoperto da una tenda ricamata; in cima ad ogni cosa campeggia il candelabro a sette braccia. Il Pentateuco, rotolo voluminoso in pergamena, sta rinchiuso nel Santo dei Santi. Lo si porta in giro processionalmente per la sala, e dal pulpito lo si presenta ai quattro punti cardinali, mentre gli ebrei alzano tutti le braccia, e prorompono in grida. Questo è in certo modo l'equivalente dell'elevazione per gli israeliti. E' il Dio più possente della terra, che ancor oggi signoreggia il mondo, non col Verbo ma con la Lettera, non coll'amore ma con la Legge. Il giudaismo è la più positiva fra tutte le religioni, e per questo motivo dura oggidì tuttora. Di fronte alle forme infinitamente varie, riccamente fantastiche della chiesa cattolica, che ha introdotto nel mondo una nuova mitologia, si rimane colpiti del carattere così differente di questo culto di Jehovah, rigido, senza imagini, senza fantasia ammirabile nella sua assoluta semplicità.

Gli ebrei seggono nel loro tempio, davanti al loro Dio col capo coperto dal cappello o da una berretta, quasi fossero pari d'Inghilterra, o si trovassero alla borsa. Regna la più perfetta disinvoltura nel canto e nella preghiera; ognuno canta quando vuole, o chiacchiera col suo vicino. Il primo cantore sta davanti al coro. Mi fece senso la fretta, colla quale si cantavano, o meglio si mormoravano tutte le preghiere. Le donne stanno in una galleria superiore, protette da una graticciata e sono invisibili.

In un'altra sala si cantavano i vespri. Anche questa era addobbata, e scintillante di lampade. Il soffitto di essa non era piatto come quello dell'altra, ma bensì a piani sovrapposti e terminava in una cupola di forma bizzarra. I cantori sedevano nel coro, dietro al rabbino o primo cantore. Questi era vestito di un lungo abito nero, e portava in capo una berretta sacerdotale nera, molto alta, dalla quale scendevano ai due lati i lembi di un velo bianco. La semplicità di questo costume mi stupì e mi fece pensare all'antico costume sacerdotale degl'israeliti, la cui magnificenza rifulge ancora nel costume attuale del papa. Ogni qualvolta il gran sacerdote nel tempio di Gerusalemme si accostava al tabernacolo, vestiva una tunica bianca di lino, con una sopravveste a frange, di colore turchino. Campanelli di oro e palline di granate stavano appese alle frange. La tunica era fermata da una fascia a cinque striscie, di oro, porpora, giacinto, scarlatto e bisso. Gli ricopriva le spalle una specie di manto degli stessi colori, riccamente ornato d'oro, fissato sul petto da fibbie d'oro, a foggia di scudo, ornate di sardoniche, sul petto portano l'_Urim_ e il _Thummim_ formato di dodici pietre preziose. Aveva in capo la tiara di bisso intessuto di giacinto, attorno alla quale correva una fascia d'oro, su cui stava scritto «_Jehovah_». In tal guisa è descritto da Giuseppe il costume del gran sacerdote, e si capisce che il suo aspetto dovesse essere imponente.