Passeggiate per l'Italia, vol. 1

Chapter 9

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Le case di Segni son costruite di pietra bianca calcarea, alternata con blocchi di tufo nerastro e con mattoni. Questa disposizione dà loro un aspetto bizzarro; essa denota un primo passo, ancora timido ed incerto, nella via dell'architettura pisana, che, come è noto, fa alternare strisce bianche a quelle nere ne' suoi edifici. Ho spesso trovato in vecchi documenti l'espressione «_Signino opere_» applicata alle case, ed a Segni ho appreso cosa significasse: essa serviva ad indicare il modo di costruzione usata in questo paese. Qui però non mi ha fatto una grande nè buona impressione, avendo trovato nella città di Segni un carattere monotono e grigio, tanto più triste in quanto che non un giardino, non un albero viene a rompere l'eterna uniformità di quelle case di pietra calcarea.

Sono entrato per la Porta Maggiore, per cercare una locanda, e mi sono subito accorto con stupore che questa porta, addossata alle mura ciclopiche, è l'unico ingresso della città che, costruita su una ripida collina, rimane da tre lati inaccessibile. Presso questa porta sorge il castello o palazzo dei Conti, altra volta signori di Segni, grande edificio, «_signino opere_», che in complesso ha piuttosto l'aspetto di un convento che di un'abitazione signorile. Niente gli dà l'idea di un castello, mancando perfino una torre. Senza dubbio la rocca dei signori di Segni aveva un altro aspetto prima della distruzione della città, compiuta dalle soldatesche di Marcantonio Colonna.

Parlando di Valmontone ho già osservato che Segni fu posseduta dalla famiglia d'Innocenzo III, che fu anche quella di Gregorio IX e di Alessandro IV. Dopo il ristabilimento del libero governo municipale, ossia del Senato, in Roma, nel 1143, i papi si sono spesso trovati costretti a rifugiarsi nei luoghi fortificati della campagna, per sottrarsi al furore dei romani, e i luoghi prescelti furono Palestrina, Tuscolo, Anagni o Segni. Eugenio III, cacciato dalla città dal Senato romano, da principio si rifugiò a Segni, e vi edificò, nel 1145, una residenza papale, il famoso Alessandro III, Lucio III e Innocenzo III vissero pure qualche tempo a Segni. Quest'ultimo deve anzi esservi nato, nel palazzo della sua famiglia.[6]

Anche in seguito la casa Conti rimase per lungo tempo signora di Segni, dove anzi, dopo il 1353, i suoi membri occuparono la carica di podestà da prima e poi di vicario, a nome del papa. Allorchè la famiglia Conti si spense e l'eredità passò a Mario Sforza, Sisto V eresse la contea di Segni a ducato. Le truppe del duca d'Alba, nonostante la sua formidabile posizione strategica, s'impadronirono di Segni e la distrussero il 13 agosto 1557: ciò spiega perchè in Segni non rimanga traccia di antichi edifici gotici. La città venne riedificata, ma la casa Sforza, piena di debiti, non potè mantenersi padrona del ducato, ed allora ne venne investito da Urbano Vili suo nipote, il cardinale Antonio Barberini. Non meno di mezzo secolo durò la lite fra i Barberini e gli Sforza, finchè questi, verso la fine del 1700 la vinsero. Oggi ancora gli Sforza-Cesarini sono baroni, anzi duchi di Segni.

Tali sono, in brevi parole, le vicende di questa città nel medio evo; se se ne volessero rintracciare le sue prime origini, sarebbe necessario risalire nientemeno che ai tempi favolosi di Giano e di Saturno.

All'arrivo in un nuovo paese, la prima cosa che mi reco a visitare è la cattedrale, perchè generalmente la maggior parte delle chiese sono veri musei della storia locale, ed è raro che indipendentemente dalle antichità architettoniche non si trovi pure qualche altro ricordo del medio evo. Sono per lo più iscrizioni, che accennano ai principali avvenimenti del paese, o monumenti sepolcrali che, con le loro scolture ed i loro caratteri latini, presentano una grande attrattiva, ed hanno un grande valore per coloro che si occupano o si dilettano di studi storici. Disgraziatamente però il tempo rovina ogni cosa, deturpa lo stile primitivo degli edifici, che a poco a poco vanno assumendo un aspetto moderno di cattivo gusto, e va facendo scomparire dalle antiche tombe delle chiese le preziose iscrizioni. Quante non ne sono state tolte dalle basiliche di Roma! Le chiese di Roma erano un tempo piene di tombe del medio-evo; tutte le grandi famiglie vi possedevano cappelle gentilizie o cripte mortuarie. Ma dopo che Giulio II osò togliere dallo stesso S. Pietro le tombe dei papi, e rovinarle, distruggerle, il cattivo esempio è stato seguito ovunque, ogni qualvolta si è trattato di fare nelle chiese una qualche riparazione, un restauro qualsiasi. Sono poche ormai in Roma quelle in cui lo storico possa trovare ancora nelle tombe e nelle iscrizioni, notizie del passato: ne rimangono alcune in S. Pietro, in S. Giovanni Laterano, nella Minerva, in S. Maria in Aracoeli, la famosa chiesa del Senato romano durante il medio-evo, ed in altre poche, nelle quali l'antico pavimento non è stato completamento disfatto. Solo ora che è troppo tardi, si comincia a tenere in gran pregio ciò che è stato distrutto; si deve al De Rossi, l'illustratore infaticabile delle catacombe, se in Roma sono state salvate dalla completa rovina gran numero d'iscrizioni medioevali, collocandole nel museo Lateranense.

Mi ero rallegrato pensando che Segni, città vescovile sin dal 499, avrebbe avuto un'antica e bella cattedrale, ma invece ho trovato una costruzione moderna, grossolana, decorata nell'interno con un pessimo gusto romano, con una cupola dipinta, lusso questo veramente superfluo e senza ragione di essere in una chiesa dove a nessuno vien fatto di torcere il collo per contemplare le pitture di una cupola. La chiesa contiene due statue moderne, consacrate a due uomini illustri, a cui Segni si vanta di aver dato i natali, il papa Vitaliano ed il vescovo Brunone. Vitaliano da Segni fu papa dal 657 al 672, nel periodo cioè più obbrobrioso di Roma quando la città era soggetta ai bizantini. Fu lui che ospitò l'imperatore Costanzo II, allorquando nel 663 venne a Roma a toglierle tutte le opere d'arte, sfuggite alla rapacità dei Vandali. Costanzo strappò perfino alla cupola del Pantheon le lastre di bronzo dorato che la ricoprivano, per portarle a Bisanzio.

L'altra statua, mediocre essa pure come opera d'arte, sorge di fronte a quella di Vitaliano.[7] Brunone nacque ad Asti nel Piemonte, fu raccomandato a Gregorio VII e più tardi da Urbano II fatto vescovo di Segni. Contrariamente alle prescrizioni canoniche, abbandonò la sede vescovile e si ritirò a Montecassino, dove l'abate Oderisio l'accolse fra i seguaci di S. Benedetto. Sebbene il papa Pasquale II gli avesse intimato di restituirsi alla sua sede episcopale, egli rimase a Montecassino, di cui divenne poi abate, e dettò ivi, nella tranquillità del chiostro, le sue opere di esegesi.

In seguito alla lotta d'investitura, questo stesso papa Pasquale fu fatto prigioniero da Arrigo V e, cedendo alla forza, promulgò un editto con cui veniva riconosciuto all'imperatore il diritto d'investitura. Ma non appena Arrigo fu tornato in Germania, i cardinali ed i vescovi spinsero Pasquale a revocare il decreto ed a rompere il suo giuramento; e fra i più zelanti ad indurlo a far questo fu Brunone, che abbandonò Montecassino e fece ritorno nella sua diocesi, dove morì nel 1123. La Chiesa lo santificò nel 1183.

Fu un inglese, certo Ellis, abate di Montecassino e vescovo di Segni, che innalzò questo monumento al suo predecessore. La chiesa di Segni ha inoltre un altro legame con la lontana Inghilterra: fu in uno dei sinodi tenuti in questo sacro luogo che nel 1173 Tommaso di Canterbury fu da Alessandro III beatificato, pochi anni dopo la sua tragica fine. Un'iscrizione del duomo ricorda questo fatto.

Lord Ellis divenne vescovo di Segni nel 1708. Restaurò la cattedrale e fondò il seminario. In questo collegio vengono allievi da tutte le parti del Lazio, per farvi gli studi di umanità, di guisa che può essere considerato come un ginnasio. Gli allievi indossano l'abito ecclesiastico, anche se non intendono dedicarsi alla carriera sacerdotale. Il seminario sorge presso la chiesa di S. Pietro, nel punto più alto e più bello della città, dove in tempi remoti si elevava l'acropoli volsca, o rocca ciclopica.

Lassù, sopra un'altura, da dove si domina tutto il Lazio, si levano la rocca ed il tempio dell'antica Segni, di cui rimangono pochi avanzi, fra i quali notevole è una piccola cisterna circolare, situata presso il seminario. Gli abitanti della città hanno fatto di questo luogo la loro passeggiata favorita; essi vanno a spasso lungo le ciclopiche mura, sul punto più alto della montagna, fra quei blocchi di pietra, coperti di musco e di fiori selvatici. E' difficile trovare una passeggiata più originale di questa, a tanta altezza. La montagna scende a picco e di domenica vi ho trovato delle signore, elegantemente vestite in abito di seta e col ventaglio che sembravano voler signoreggiare su tutto il Lazio; poichè di lassù lo sguardo abbraccia un vasto panorama di pianure e di monti popolato da innumerevoli città, ricche tutte di memorie storiche o leggendarie. Il panorama si stende da Roma, che si scorge confusa fra le nebbie nella pianura, fino ad Arpino, patria di Cicerone, che biancheggia sui monti azzurri del regno di Napoli.

L'aria v'è fina, quasi cruda. Essa agita di continuo le rose selvatiche e le piante di ginestra, che crescono fra le rocce. Tutto ricorda tempi antichissimi, primitivi di fiera e selvaggia natura, e l'animo ne rimane profondamente turbato.

Sono salito più in alto, per arrivare alle famose mura ciclopiche che, come in tutte le città del Lazio, circondavano qui la rocca, cadendo a picco sul pendio del monte. I loro massi stanno tuttora connessi gli uni agli altri, come se l'opera fosse stata compiuta ieri soltanto: qua e là si aprono piccole porte di stile etrusco. In fondo ad un lungo muro esiste ancora la famosa, pittoresca porta ciclopica, ad arco ottuso, formata da enormi massi quadrangolari. L'aspetto gigantesco di queste mura, la tinta cupa che il tempo le ha dato, le piante selvatiche che le ricoprono, la grandiosità del monte a cui si appoggiano, producono un'impressione che la parola non sa descrivere.

Oltrepassata questa porta, mi sono trovato sul versante opposto del monte, dove sparisce la vista del Lazio. Esiste colà pure una grandiosa cisterna circolare, scavata nella pietra, che ha 30 piedi almeno di diametro. Vi ho trovato delle donne intente a lavare i loro panni. Mi è capitato più volte di vedere nelle città volsce siffatte grandi ed antiche cisterne, che sono veramente una loro caratteristica.

Gli abitanti di Segni hanno anche un altro luogo di passeggiata, nella valle, di fronte alla porta della città: essa conduce prima ad un convento, nascosto fra le piante, e poi sale per le montagne. Vi abbondano castagni giganteschi, quercie ed olmi; qui vi è solitudine e incantesimo romantico, quanto ne desidera il cuore.

Era venuta la sera e gli abitanti di Segni erano accorsi colà in gran numero. Qui le classi superiori si vestono già secondo la moda francese, ma il popolo è rimasto fedele al suo costume montanino. Nel basso Lazio le donne portano dei fazzolettoni rossi; nella pianura i colori sono più vivaci e più vivaci sembrano essere gli spiriti, perchè la vita v'è più facile che sui monti severi e selvaggi, avvolti nelle nubi. Qui le donne portano degli scialli di lana di color turchino cupo, e la tinta di questi scialli, o mantiglie, come si chiamano in Sicilia, m'è sembrata armonizzare con tutto il paesaggio di Segni. Il turchino ed il nero sono i soli colori che ho visto indosso a quella gente.

Per quanto sia grandiosa e bella la posizione di Segni, non sarei capace di passarvi un'estate. Quelle nere pietre, quella natura melanconica e demoniaca avrebbero ben presto reso silenziose le Muse. Inoltre vi soffia quasi sempre un vento terribile; in estate tutti i giorni sulle montagne vicine si accumulano delle nubi che si rovesciano poi ad un tratto su Segni.

Del resto sono riuscito a trovare un buon alloggio in questo luogo; l'unico albergo della città è pulito ed i prezzi vi sono moderati, come lo sono generalmente sempre nei paesi di montagna. Vi ho mangiato delle pesche squisite di un colore giallo bianchiccio pallido, e bevuto del vino eccellente, sebbene un po' aspro. Di questo vino fa menzione anche Marziale in questi versi:

«_Potabis liquidum Signina morantia ventrem: Ne nimium sistant, sit tibi parca sitis, Quos Cora, quos spumans inimico Signia musto_».

Era mia intenzione trovarmi a cavallo il domani, al levar del sole, col mio compagno, il celebre acquerellista Müller, per salire sulla cresta dei monti, traversare l'antica foresta dei Volsci ed arrivare al vetusto paese di Norba; ma il cielo cominciò a coprirsi di nubi, e poi il tuono rimbombò sui monti e l'acqua infine scese a dirotto. Disperavamo già di poter fare la nostra gita, quando ad un tratto Giove Pluvio si mise a sorridere. Subito saltammo a cavallo e, preceduti dalla nostra guida, ci ponemmo in marcia. Il vento faceva turbinare le nubi bianche, spazzandole dal cielo, come barchette a vela: era uno spettacolo incantevole e grandioso.

Subito dopo Segni principia una verde e folta foresta. Noi vi cavalcammo allegramente, perchè le foreste in Italia sono abbastanza rare: non c'è bisogno di dire quanto a me, cittadino tedesco, sia apparsa gradita, ricordandomi la patria lontana. Non ho ritrovato qui però gli abeti neri del Natale a me familiari, ma invece stupendi olmi, quercie ed alcuni pini. Il pino risuona come un arpa allorchè il vento scherza con le sue fronde; il suo suono ha qualche cosa di delizioso, come un canto di spiriti.

La strada era ancora fangosa, ma essendo a cavallo abbiamo fatto a meno di guazzarvi dentro come quelle povere fanciulle e quei ragazzi che abbiamo visto trascinarsi a piedi scalzi pel bosco in cerca di funghi, fatti spuntare nella notte dalla pioggia. Un silenzio profondo regnava in quella solitudine, interrotto solo qua e là dai colpi di qualche spaccalegna. Non abbiamo incontrato che un merciaio, il quale, a fianco del suo muletto carico di mercanzia, si recava a Cori. Il merciaio ambulante doveva traversare faticosamente la cima di quei ripidi monti, per giungere alla città. Il commercio tra Segni e Cori non dev'esser dunque molto attivo.

Dopo un paio d'ore di cammino, prima attraverso i boschi, poi, a misura che si saliva più in alto, sopra le nude rocce, arrivammo al punto culminante della nostra via e, dato ancora uno sguardo al Lazio che si stendeva sotto i nostri piedi, cominciammo lentamente a discendere il versante opposto, senza riuscire ancora a vedere nè il mare, nè la Marittima, sorgendoci sempre davanti un'altura, intorno a cui bisognava girare. Fra questa e i monti di Segni si stende un'ampia e bella distesa di praterie, solcata da torrenti, detta Colle Mezzo. E' stato un vero godimento camminare, ora a cavallo, ora a piedi, per distrarci, su quel molle e verde tappeto.

Tornammo poscia a salire, attraverso una bella e fitta foresta, nella quale cavalcammo per più di due ore. Questo succedersi di montagne e di valli, queste gole profonde e cupe, cosparse di tronchi abbattuti coperti di muschio, simili ad eroi vinti, quelle praterie color verde carico, dove pascolavano delle mandre, quegli arbusti in fiore, quei sentieri incassati, entro i quali i raggi del sole scherzavano, tutto ciò ci ricordava ad ogni passo le montagne del nostro paese. Prima di aver visitato il mezzogiorno, mi ero sempre immaginato che solo in Germania e nel Nord in genere si trovassero vere foreste; quando però sono più tardi tornato in patria, ho perduto presto questa superba illusione. Ciò che manca alle nostre foreste settentrionali sono i cespugli, le piante rampicanti e la lussureggiante flora del mezzogiorno.

Come è splendida questa foresta dei Volsci! Non avevo mai visto prima d'allora una solitudine più poetica! Sembra veramente la dimora delle silfidi e degli elfi, e si direbbe che il vecchio Saturno, con la sua bianca barba, vi si debba trovare nascosto in fondo a qualche tenebrosa caverna. Vi ho ammirato dei meravigliosi fenomeni di vegetazione, dei faggi le cui cime si perdevano nell'azzurro del cielo: essi avevano esattamente la tinta delle rocce coperte di musco, in mezzo alle quali si levavano. Si sarebbe detto che ne fossero una continuazione organica.

Siamo scesi da cavallo in un luogo veramente delizioso e ci siamo distesi sull'erba. La nostra colazione è stata frugale; dei cespugli di spine, coperte di nere more, ci han fornito il _dessert_. A poca distanza da noi era uno stagno d'acqua verdastra, circondato da erbe e da giunchi che pareva immerso nei sogni. Una passeggiata serale, quando i raggi della luna vengono ad inargentare la cima degli alberi e gli elfi cominciano a danzare in circolo sull'erba fiorita, deve essere una cosa deliziosa.

Finalmente giungemmo al termine della foresta, sul versante sud-ovest del monte, ed io provai l'impressione di un uomo condotto con gli occhi bendati dinanzi ad uno spettacolo meraviglioso, cui sia stata d'un tratto tolta la benda. Dinanzi a me apparve luminosa ai nostri piedi la pianura marittima, le paludi pontine, pervase di varie e strane tinte, più lontano il mare, dorato dal sole, le isole di Ponza, perdute in mezzo alle onde brillanti; il capo Circeo, la torre solitaria d'Astura, la Linea Pia e il castello di Sermoneta. Uscendo dalle ombre della foresta, l'aspetto di questo panorama è uno dei più belli che l'Italia presenti. Su di me ha prodotto un'impressione così forte che non ho trovato sul momento, e neppure ora so trovare, parole atte ad esprimerla. Mi si era vantata assai a Roma la bellezza di questo colpo d'occhio e mi si era detto che non avrei potuto trovare nulla di più bello della traversata dei monti Volsci e della vista di lassù delle paludi pontine e del mare; nulla di più vero. Io consiglio vivamente a tutti quelli che visitano i paesi romani, questa magnifica escursione.

Dopo sei ore di cammino, giungemmo al piccolo villaggio di Norma. Esso sorge sopra un altipiano, a fianco di una scoscesa montagna, presso i ruderi ciclopici dell'antica Norba. Norma, Norba, Ninfa sono qui come degli esseri favolosi. I loro nomi risuonano da ogni lato ad ogni istante e svegliano nella mente un mondo fantastico di miti e leggende. Norma, Norba, Ninfa, Cori, Sermoneta, come questi nomi melodiosi parlano alla fantasia!

Allorchè entrammo nell'albergo di Norma e l'albergatore ci condusse nella nostra stanza, mi affacciai alla finestra e tutta la superba bellezza della pianura marittima si offerse a' miei occhi. Subito sotto di me, ai piedi del monte, scorsi una cerchia di mura coperte di ellera in mezzo alle quali si levavano delle curiose collinette, che sembravano fatte di fiori. Qua e là sorgevano pure antiche torri rovinate, rivestite tutte di musco, ed in mezzo a questa bizzarra cerchia di mura sbucava fuori un argenteo ruscello che attraversava poi le paludi pontine e, quasi striscia di luce, si perdeva in un lago presso il mare. Attonito domandai all'albergatore che cosa fossero quella strana cerchia e quelle collinette in fiore. «Ninfa, Ninfa», mi rispose.

Ninfa! Era, dunque, la Pompei del medio-evo, la città dei sogni, immersa nelle paludi pontine!

Decidemmo di andarvi la sera, allorchè la dolce Selene sarebbe sorta dietro i ruderi ciclopici dell'antica Norba.

All'albergo facemmo un buon pranzo e dopo un breve riposo, traversammo il paese. Norba è il nome volsco primitivo di questo villaggio, trasformatosi poi, non so quando, in Norma. Ho trovato adoperato quest'ultimo per la prima volta nelle cronache del secolo VIII, all'epoca cioè della donazione dei due possessi, appartenenti allo Stato, di _Nymphas et Normias_, donazione fatta dall'imperatore greco Costantino V al papa Zaccaria. E' dunque molto probabile che da quest'epoca l'antico paese volsco di Norba sia stato abbandonato e nella sua vicinanza sia sorta l'attuale Normia o Norma[8].

Le rovine dell'antica Norba sono a poca distanza da Norma e consistono in ruderi, tuttora notevoli, della rocca e delle mura, ciclopiche che la circondavano. Anche qui la rocca sorgeva sopra una rupe isolata, forte per natura, che scendeva a picco dalla parte delle paludi pontine. Era di forma quadrata, e la circondava una doppia fila di mura. Vi si può ancora entrare per una antica porta, di forma rotonda, simile ad una torre od al pilastro di un ponte, alta circa 36 piedi. Le mura misurano dai 40 ai 50 piedi di altezza ed offrono un insieme più imponente di quelle di Segni. Esse circondano l'altura calcarea che è stata spianata sulla cima; vi si scorgono tuttora fondamenta di costruzioni ciclopiche, appartenenti forse una volta ad un tempio od a qualche altro monumento pubblico.

Se si cerca rappresentarsi ciò che poteva essere una costruzione di questo genere, se un tempio cioè, od un'abitazione, in proporzione con le ciclopiche mura, bisogna concludere che doveva essere, in ogni modo, una cosa grandiosa, ma severa e cupa. Come architettura doveva avvicinarsi al _Tabularium_ di Roma che appartiene ad un dipresso al periodo dell'architettura volsca ed etrusca. Sarebbe, infatti, errore credere che le così dette costruzioni ciclopiche rimontino ai tempi leggendarî. Come ho già notato ad Alatri, non è necessario far qui che un passo per ricollegarle a quell'epoca della storia romana che porta il nome di Servio Tullio.

Una piccola cisterna antica ed alcune stanze e grotte sotterranee: ecco quanto rimane dell'antica Norba, oltre agli avanzi dell'acropoli e delle mura, di cui ho parlato. Sono rimasto sorpreso di non trovarvi dei sepolcri o dei loculi scavati nella roccia, come se ne vedono da per tutto nelle città etrusche e siciliane; in Sicilia, soprattutto a Siracusa, a Leonzio, ad Agrigento e ad Enna, ve ne sono innumerevoli.

La popolazione di Norma dà all'antica città il nome di Civita la Penna; io però non sono riuscito a spiegarmi donde questo nome abbia avuto origine. La denominazione sembra spagnola, perchè Pegna o Peña in spagnolo significa appunto rupe. Questo nome, del resto, si conviene benissimo a Norba, che, secondo la leggenda, sarebbe stata costruita da Ercole.

In tempi posteriori la città parteggiò per Mario e fu quindi stretta d'assedio da Emilio Lepido, seguace di Silla. Emilio Lepido con un tradimento riuscì a penetrare nella ciclopica rocca, ma gli abitanti, esasperati, rifiutarono di arrendersi e preferirono, come quei di Numanzia, trovare la morte tra le fiamme delle loro case. Da allora in poi, a quanto sembra, la città è rimasta un cumulo di rovine; per lo meno Plinio la trovò tale.

Dall'alto delle rovine della cittadella il panorama della marittima è stupendo. Si distingue nettamente la spiaggia del mare, da Porto d'Anzio sino al capo Circeo ed a Terracina, e più lontano ancora si scorgono Ostia, Pratica ed Ardea ed un'infinità di torri che solitarie si ergono lungo la riva come tanti obelischi. Queste torri sono state costruite a partire dal IX secolo, quando cioè, i Saraceni cominciarono ad apparire sulle coste italiche. Ancora oggi tutta l'Italia e le sue isole sono circondate, come da una cintura, da queste torri pittoresche: ciascuna è custodita da alcuni artiglieri, che sorvegliano dei vecchi e curiosi cannoni, postivi già da qualche secolo. Lamoricière, il nuovo generalissimo del Papa, ne ha ora ritirati gli artiglieri e li ha chiamati a Roma, ed ha anche fatto togliere da quelle piattaforme le vecchie colubrine che da centinaia d'anni tenevano aperte le loro bocche sul mare. Ora, invece dei Saraceni, sono i seguaci di Garibaldi che tentano sbarcare su queste spiagge.