Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 5
Del resto la città deve la sua importanza storica soltanto al medio evo. Sebbene sia stata capoluogo degli Ernici, forte tribù del Lazio, essa non ha avuto alcuna importanza al tempo dei Romani, e, dopo essere stata da questi soggiogata, rimase sempre una piccola città sottomessa. Anche oggi qualche rovina ci ricorda il dominio romano; qua e là si vedono avanzi di mura ed a nord della città una fila di archi giganteschi che si appoggiano sull'erta scoscesa della collina. Questo caratteristico monumento dei tempi romani offre una vista imponente. Non esistono più tracce dell'antica rocca, la quale molto probabilmente occupava il punto dove oggi sorge il duomo. Neppure esistono in Anagni mura ciclopiche, come se ne vedono a Ferentino ed a Segni.
Solo verso la fine del XIII secolo Anagni acquistò importanza, avendo avuto la rara fortuna di vedere in un secolo quattro de' suoi cittadini ascendere al seggio pontificio. Il primo fu Innocenzo III, Conti (1198-1216), il secondo Gregorio IX, Conti (1227-1241), poi Alessandro IV, Conti (1259-1261), ed infine Bonifacio VIII, Gaetani (1294-1303).
Anche prima però la città era preferita da papi; sin da quando Roma si era ordinata a governo repubblicano, parecchi pontefici si rifugiarono dentro le mura di Anagni. Quivi morì nel 1159 Adriano IV, Breakspeare, l'unico inglese che abbia portato la tiara, sottraendosi alle pressioni del senato romano per il ristabilimento della repubblica: ivi pure si rifugiarono l'illustre suo successore Alessandro III ed il successore di questi, non meno famoso, Lucio III.
La città ritrasse molto vantaggio dall'aver dato, in sì breve intervallo, quattro papi alla Chiesa; si arricchì, così, di monumenti e di palazzi in stile gotico-romano, stile che prevalse fino al XV secolo in molte parti d'Italia. Anche a Genazzano abbiamo trovato siffatte costruzioni gotiche; poche ne rimangono in Anagni, se si eccettua la cattedrale, lo stupendo palazzo municipale e la casa Gigli.
Il palazzo municipale ha un imponente porticato, che sorregge un solo piano. La strada passa sotto a quei portici come attraverso ad una porta. Sulla facciata si vedono, scolpiti nella pietra, stemmi del medio evo; in mezzo ad essi vi è il busto di un capitano della città, della casa della Rovere, appartenente al XV secolo. Nella facciata posteriore del palazzo sono notevoli gli ornati architettonici del cornicione e le sue finestre, adorne di colonnette di stile moresco, simili a quelle che si vedono a Rovello, sopra Amalfi.
Il palazzo municipale si è salvato dalla rovina medioevale, ed è qui, con la casa Gigli, il principale monumento del passato. La casa Gigli, un piccolo fabbricato che appartiene certamente al secolo XIV, mi ha ricordato le case di Palermo: essa è quadrata, con un tetto piatto ed un portico. Questo consiste in due arcate rotonde sostenute, al punto in cui si riuniscono, da una sola colonna; sotto di esso si trova una scala esterna di pietra, che porta nell'interno; questa architettura è ripetuta nell'unica finestra, del pari ad arco tondo, con una colonnetta nel mezzo. Sugli archi corre una piccola cornice ondulata, semplice ed armoniosa; sopra il tetto sono vasi di fiori che danno all'edificio un carattere grazioso e tutto meridionale.
Dopo aver visitato questa casa, mi son seduto sopra un banco di pietra che stava lì di fronte e mi sono accinto a farne uno schizzo nel mio album: sono stato subito circondato da molti cittadini, e nel vederli soddisfatti di ciò che stavo facendo, ho compreso che quel monumento del passato ispirava loro un sentimento di orgoglio patriottico. Si son lagnati però meco amaramente di quei quattro papi, loro compatriotti, che sì poco avevano fatto per la loro città natale, non provvedendola neppure di un acquedotto. E' questo veramente per gli abitanti di Anagni un grave danno: essi non hanno altr'acqua da bere che quella delle cisterne, che mi è parsa molto cattiva; e d'altra parte non sarebbe possibile costruire un acquedotto senza enormi spese, perchè bisognerebbe portarvi l'acqua da monte Acuto, facendole attraversare una larga valle. «E' vero, dicevano quelli, sarebbe occorsa una grave spesa; ma pensate che sono stati quattro i papi, e se avessero dato _qualche cosa per uomo_ l'opera sarebbe stata compiuta».
Il duomo di Anagni è costruito sul punto più alto della collina, presso la porta di Ferentino, in mezzo a molti altri edifici, in modo che la sua facciata ed il suo campanile isolato non producono quasi nessun effetto. Questa chiesa è una delle più antiche del Lazio, più antica anche della maggior parte delle cattedrali degli Stati della Chiesa, rimontando ai tempi della prima crociata. La fece edificare nel 1074 Pietro, vescovo della città, della stirpe dei principi longobardi di Salerno, il quale prese parte alla prima crociata come compagno d'armi di Boemondo, principe di Taranto. Sulla porta principale del duomo si legge, scolpita nella pietra, la seguente iscrizione:
QUISQUIS AD HOC TEMPLUM TENDIS VENERABILE GRESSUM MOX CONDITOREM CUNCTORUM NOSCE BONORUM CONDIDIT HOC PETRUS MAGNO CONAMINE PRAESUL QUEM GENUIT TELLUS NOBIS DEDIT ALTA SALERNUS SIC MISERERE SIBI SUPERI PATRIS UNICE FILI.
La forma dei caratteri di questa iscrizione appare moderna: è forse del secolo XVI, ma lo spirito e l'espressione appartengono certo al tempo in cui la cattedrale fu innalzata.
Quantunque più volte restaurata dai vescovi della città, la cattedrale ha conservato il suo carattere primitivo, gotico-romano. La facciata è di architettura rozza: termina con un frontone pesante, a forma di triangolo, di cui l'angolo superiore è ottuso e la base è formata da una semplice cornice. Nel centro si apre una finestra circolare, senza ornamenti, ed al disotto di questa un'altra finestra grande e quadrata, aperta molto probabilmente in un'epoca posteriore. La porta, ve n'è una sola, ha una cornice d'un gusto mediocre, formata di strisce di pietra ornate di teste di leoni e di tori, rozzo lavoro del medio evo.
Da un sol lato della porta, senza simmetria e senza ragione alcuna di essere, sorgono due pilastri con capitelli, incastrati nel muro. Ai disopra v'è un arco di pietra adorno di semplici arabeschi.
Tutto l'edificio è costruito col tufo calcareo bruno, fornito dalle montagne vicine. Si vede facilmente che la facciata ha conservato nelle linee generali la sua forma primitiva, ma che è stata in seguito restaurata alla men peggio, per necessità.
All'interno il duomo è vasto e bello, non a forma di basilica, bensì costruito in quello stile semigotico, di cui in Roma porge esempio la chiesa di S. Maria sopra Minerva. Ha tre grandi navate ed un coro a volta alto, in forma di croce; il pavimento, in mosaico, fu eseguito nel 1226, dal celebre Cosma, romano, a spese del vescovo Alberto e del canonico Rinaldo Conti, che salì più tardi sul seggio papale col nome di Alessandro IV.
Dal coro si discende nella cripta sotterranea, veramente bella e degna di una descrizione minuta. Consiste in una volta non molto alta, sorretta da colonne; tanto la volta che il pavimento sono decorati di mosaici colorati, mentre le pareti sono interamente ricoperte di antichi affreschi, disgraziatamente molto sciupati ed in certi punti addirittura irriconoscibili. Si nota subito che essi appartengono ad epoche diverse, perchè, mentre alcuni dei soggetti biblici che vi sono rappresentati sono di un rozzo stile bizantino, altri presentano i caratteri di un'arte più avanzata, e vi sono pure alcune belle e graziose figure, particolarmente quelle dell'adorazione della Croce, che sembrano dell'epoca di Cimabue.
In questa cripta è la tomba di S. Magno, patrono della cattedrale, ed un'antica iscrizione ci fa sapere che nel 1231 lo stesso maestro Cosma fu incaricato di rinnovare la tomba del martire. Così questa famiglia di artisti, che ha arricchito Roma di tante opere preziose, recava pure il suo artistico tributo nei paesi della campagna romana.
Anche nella cappella del coro, nella navata posteriore, esiste un monumento eseguito dai Cosmati, un antico tabernacolo gotico, poggiato sopra un sarcofago di marmo, la cui forma ricorda a prima vista la tomba del vescovo Consalvo, eretta nel 1298 da Giovanni, figlio di Cosma, in S. Maria Maggiore di Roma. Non v'è dubbio che anche questo tabernacolo sia opera sua, ed anteriore solo di quattro anni, perchè l'iscrizione dice:
IN ISTO TUMULO REQUIESCUNT OSSA D. PETRI EPISCOPI QUI NUTRIVIT D. BONIFACIUM PAP. VIII. ITEM SUBTUS OSSA D. GOFFREDI CAJETANI COMITIS CASERTANI. ITEM OSSA D. JACOBI CAJETANI HIC RECONDITA KAL. AUGUSTI ANNO D. MCCXCIIII.
Sul sarcofago semplicissimo, che racchiude le ossa di questi membri della famiglia Gaetani, si scorgono le loro armi, ma senza l'aquila, componendosi lo stemma dei Gaetani ordinariamente di uno scudo diviso in due campi, in uno dei quali sono due strisce serpeggianti, nell'altro un'aquila.
Nella stessa cappella del coro v'è anche un'altra antichità degna di nota, cioè una antica e bella imagine della Madonna, sotto la quale sta la seguente iscrizione:
HOC OPUS FIERI FECIT DON RAYNALD. PRESBYTER ET CLERICUS ISTIUS ECCLESIAE. ANNO DNI M.CCCXXII. MENSE MADII
Fu dunque un dono fatto dal Conti, quegli che poi fu Alessandro IV.
Pochi altri ricordi di quei papi di Anagni rimangono in questa cattedrale. Primi fra questi gli abiti pontificali d'Innocenzo III e di Bonifacio VIII, conservati in un armadio della sagrestia. La pianeta d'Innocenzo è d'una stoffa turchina, con ricchi e pesanti ricami d'oro, e vi sono tessute figure che rappresentano soggetti del Nuovo Testamento, eseguite con una tale perfezione che si direbbero copie di quadri di Giotto o di frate Angelico da Fiesole, anzichè ad un'epoca anteriore. Assai più rozzo come lavoro è il pesante piviale di Bonifacio, ricamato ad aquile e leoni.
Oltre a questi tesori, il sagrestano mi ha fatto vedere delle antiche mitre vescovili e dei bastoni pastorali che per le loro bizzarre ed insolite forme meritano l'attenzione degli antiquari.
Invano ho cercato busti o ritratti di quei papi: non ve ne sono. Soltanto nel muro esterno della chiesa, in una nicchia o tabernacolo, posta sotto il cornicione, è seduta sul trono la marmorea figura di un papa. Mi fu detto che quell'informe statua, che pare un idolo, rappresenta Bonifacio VIII.
In tempi posteriori furon collocati nel coro del duomo i busti dei quattro papi, dipinti su tela a forma di grandi medaglioni, che ora si trovano appesi, ondeggianti all'aria, nelle due gallerie del coro stesso; è questa un'idea bizzarra che deve risalire al secolo XVII, e forse anche al XVIII.
Prima di lasciare la cattedrale per recarci al palazzo di Bonifacio VIII, voglio ricordare alcune scene di cui essa fu teatro, scene molto interessanti per noi tedeschi, poichè esse si collegano alla storia della Germania, giacchè il duomo di Anagni ha avuto grandi rapporti con la casa degli Hohenstaufen. Fu davanti al suo altare che Alessandro III, nel giovedì santo del 1160, maledì il grande imperatore Barbarossa; fu lì che Innocenzo III lesse la bolla che scomunicava Federigo II; e fu lì finalmente che Alessandro IV lanciò l'anatema contro il giovane eroe Manfredi. Scene barbare e selvagge del medio evo, scomparse da gran tempo, al pari dello splendore del nostro grande impero e del prestigio del papato stesso.
L'ultimo papa di Anagni fu Bonifacio VIII, della famiglia Gaetani. Chi ignora la sua prigionia nello stesso suo palazzo, e la tragica fine che seguì immediatamente la sua liberazione?
Nel 1294 la sorte aveva strappato l'eremita Pietro da Morone dalla sua profonda solitudine del monte Majella, per innalzarlo al seggio papale. L'eremita, debole ed inetto, aveva preso dimora a Napoli, divenendo lo strumento cieco di re Carlo. Intanto l'ambizioso e risoluto cardinale Benedetto Gaetani di Anagni, aspirava alla tiara pontificia. Pietro, o meglio Celestino V, decise di abdicare, e così fece, cinque mesi appena dopo la sua elezione, fuggendo quindi subito nella sua solitudine. Ma non appena il Gaetani fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, fece arrestare il fuggiasco, lo portò nel suo palazzo di Anagni e da questo poi lo relegò nel vicino castello di Fumone, dove l'infelice eremita finì i suoi giorni.
Bonifacio non aveva dimenticato che i due cardinali della casa Colonna, Jacopo e Pietro, avevano osteggiato la sua elezione, e giurò di umiliare questa potente famiglia. Nel 1297 la ruppe con essa per motivi o pretesti che non importa qui riferire. Ne seguì una crociata del papa contro i Colonna; essi fuggirono dinanzi al suo sdegno; i due cardinali, privati della porpora, si ritirarono a Rieti e Sciarra Colonna, allora capo della famiglia, si recò in Francia, dove Filippo il Bello lo accolse con piacere, poichè egli era in guerra con Bonifacio VIII, che lo aveva scomunicato e dichiarato decaduto dal trono. Egli decise con Sciarra di sorprendere Bonifacio in Anagni, dove si trovava nell'estate del 1303, e di farlo prigioniero; a questo scopo Sciarra si unì a Guglielmo di Nogaret, che godeva la fiducia del sovrano. Furono radunati segretamente trecento cavalieri e maggior numero di fanti, e dopo che Nogaret si fu accampato a Ferentino, con alcune truppe pronte ad ogni evento, Sciarra, nella notte del 7 settembre, uscì dal vicino borgo di Sgurgola. I ghibellini di Anagni, che erano del complotto, gli aprirono le porte; egli assalì il palazzo Gaetani e penetrò nelle stanze del papa. Bonifacio oppose alle violenze sofferte un'eroica dignità. Rimase per tre giorni prigioniero di Sciarra e di Nogaret che lo minacciarono di morte, intimandogli di scendere dal trono papale come egli aveva costretto a scenderne l'infelice Celestino. Intanto il cardinale Luca Fiesco incitava gli abitanti di Anagni a liberare il papa, loro concittadino, dalle mani di quella turba furibonda. Il popolo diè di piglio alle armi e cacciò gl'invasori dal palazzo. Poi ricondusse a Roma il papa liberato, che vi morì l'11 ottobre per l'ingiuria patita e per la rabbia.
I cardinali suoi concittadini, membri della Curia, avevano tradito Bonifacio. Quando poi fu eletto a suo successore Benedetto XI, questi lanciò una bolla contro coloro che avevano perseguitato Bonifacio, ed ebbe ad esclamare: «La stessa sua patria non lo protesse; il suo palazzo non gli servì di asilo; la più alta dignità della Chiesa è stata insultata; la Chiesa ed il suo Sposo sono stati avvinti dalle catene. Quale luogo potrà d'ora innanzi offrire sicurezza? Quale asilo resta ancora inviolabile, se lo stesso papa di Roma è stato offeso nel suo? Delitto abbominevole, sacrilegio inaudito! Guai a te, Anagni, che hai lasciato compiere un tale misfatto fra le tue mura! Non cada più sopra te nè rugiada, nè pioggia, cada invece sugli altri monti, e l'una e l'altra sfugga te che hai assistito alla caduta dell'eroe senza impedirla, ed hai tollerato gli fosse fatta violenza!».
La maledizione di Benedetto XI non pesa più oggi sopra la città di Anagni; ma nell'anno 1616 gli abitanti superstiziosi si credevano ancora sotto l'influsso di quelle terribili parole. Allorchè in quel tempo il famoso viaggiatore Leandro di Bologna visitò la città, la trovò un mucchio di macerie e lo stesso palazzo dei Gaetani in rovina; la tremenda guerra della campagna romana, condotta dal duca d'Alba, aveva devastato tutta la contrada, e gli abitanti di Anagni, ridotti alla miseria, narrarono al bolognese, piangendo, che dal giorno in cui Bonifacio era stato tradito fra le loro mura, erano stati oggetto di continue calamità.
Ho cercato in Anagni il luogo dove si svolse questo dramma, che pose fine, con Bonifacio VIII, alla potenza universale del papato, fondata da Gregorio VII: ma il palazzo Gaetani è stato distrutto da molto tempo, e quello a cui ora gli abitanti di Anagni danno tal nome, è un edificio moderno del marchese Traetti, che sorge sulle fondamenta di quello stesso palazzo, sul margine della collina, non lontano dal duomo, col quale mi fu detto che l'antico palazzo avesse comunicazione. Nel cortile esistono ancora antiche mura della residenza di Bonifacio VIII, e dietro l'attuale edifizio sono le rovine grandiose di un'antica loggia, di cui rimangono ancora tre grandi archi, appoggiati alla collina. Ai piedi di questa sorge una grande muraglia di antica costruzione, che mi si è detto essere un avanzo delle stalle di Bonifacio VIII.
Trovai anche qui, come altrove, che il presente ha maggior diritto alla nostra attenzione che non il passato, perchè alla vista dello stupendo paesaggio che si stendeva dinanzi ai miei occhi dimenticai subito la storia di Bonifacio. Di lassù si scorge una selvaggia regione sassosa, di aspetto severo, sulla quale sorge solitario un tempio dorico, di costruzione moderna, che è il camposanto di Anagni. Più in là si leva maestoso il bruno monte Acuto. Salendo per pochi passi la collina si scorge alla distanza di sei miglia al più una rupe grigiastra e selvaggia, sulla quale, in triste abbandono, sorge un cupo villaggio. «È Fumone!» mi disse una donna che passava; e soggiunse con disprezzo: «_Quando Fumone fuma la campagna trema_». Non avendo compreso questo proverbio, gliene chiesi il senso, ma la donna non mi seppe rispondere che questo: «Guardate, guardate come è misero! Là vi si muore sempre di fame!».[4] Quello era dunque Fumone, dove fu rinchiuso Celestino V, l'unico Papa che abbia abdicato, di cui tutta la storia è un romanzo, quanto tutto il medio evo.
Qui debbo ricordare un curioso incidente. Avevo tratto di tasca, per osservare Fumone, un cannocchiale guarnito in metallo lucido, quando per caso lo rivolsi su un giovanetto che stava sulla strada, a poca distanza da me. Il ragazzo gettò un grido e fuggì in preda allo spavento. Al suo grido accorsero uomini, donne e fanciulli, domandando cosa fosse accaduto: questa scena mi ha ricordato quell'altra ridicola di Genazzano, dove con un semplice libro sparsi il terrore come mago.
Abbiamo ormai visto e parlato di tutto ciò che v'è di notevole in Anagni, e possiamo lasciare questa città. Ogni interesse per essa cessa con Bonifacio, se non termina con lui anche la sua storia, poichè dopo di allora, due sole volte Anagni è ricordata, e cioè nel 1378, allorquando, dopo l'elezione di Urbano VI, i cardinali francesi avversari del partito romano, vi si rifugiarono per eleggervi un antipapa dando origine al grande scisma, e nel 1556, allorquando i soldati del duca d'Alba la distrussero durante la guerra della campagna.
Questa rovina spiega il suo aspetto moderno. Ora è una città morta di 6000 abitanti, fieri ancora delle loro memorie, dei loro Papi e delle loro famiglie patrizie. Fra queste se ne contano ancora dodici, le cosiddette dodici stelle di Anagni, ed ancora esistono quelle dei Gaetani e dei Conti, i più antichi di stirpe. Nuove famiglie si sono aggiunte a queste, fra le quali mi è grato ricordare la gentil famiglia degli Ambrogi.
I MONTI ERNICI
(1858)
I monti Ernici.
(1858).
Vi sono nella campagna romana alcuni luoghi speciali che per la loro antichità, o per la bellezza dei dintorni, o per le qualità caratteristiche delle popolazioni, o per i monumenti, invitano il forestiero a visitarli. La regione di cui mi accingo a parlare è appunto uno di questi luoghi, e appartiene alla Legazione di Frosinone, stendendosi sopra il fiume Sacco, sulle pendici dell'Appennino. Le principali città di questa regione, degli antichi Ernici, sono Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli e Frosinone, paesi tutti più antichi di Roma, le cui origini risalgono ai tempi favolosi di Saturno ed a quelli dei Ciclopi.
Era mio proposito visitare non solo le città, ma arrampicarmi anche su per i monti, per vedere la bella e famosa Certosa di Trisulti, e nelle sue vicinanze la rinomata grotta di Collepardo, nonchè lo strano pozzo nelle rocce di Santulla, a forma d'imbuto, detto «Fonte d'Italia», del quale molti parlano ma pochi si recano a visitare.
A cavallo, in compagnia di un bravo campagnolo, certo Francesco Romano, che avevo preso meco come guida e come servo, lasciai Anagni prendendo un'amenissima via.
Scendendo la collina su cui sorge Anagni, ad una distanza di circa otto miglia, si scorge Ferentino, che si presenta come un paese di una certa importanza, collocato in cima all'ampia ed estesa vetta, di un colle le cui pendici sono verdeggianti di vigneti e di giardini, mentre sulla cima sorgono pittorescamente nere torri medioevali, chiese e conventi. La via Latina sarebbe molto monotona sino a Ferentino se non fosse animata dal continuo passaggio dei _Ciociari_, e qui se ne incontrano molti, perchè la via Latina serve pel trasporto a Roma non solo dei prodotti di queste contrade, ma anche di quelle dei confini napoletani, e gli Arpinati, compatrioti di Cicerone e di Mario, son soliti portare il loro bestiame al mercato della città eterna.
Incontrai molte comitive di gente di quei paesi e file di carri pesanti e grossolani, con due enormi ruote, detti barocci, tirati da buoi bianchi, dalle corna lunghissime. Alcuni di questi barocci erano carichi di sacchi di grano, altri di lana, la maggior parte però portavano ceste di polli. I campagnoli che li conducevano facevano veramente una splendida figura coi loro cappelli a punta, le lunghe giubbe rosse ed i sandali di rozzo cuoio.
Quando giunsi a Ferentino speravo nella gentilezza di una famiglia del paese per la quale mi avevano dato una commissione. Un giovane di mia conoscenza, impiegato nel tribunale di un paese della Sabina, dove mi ero trattenuto a lungo, aveva la sua fidanzata a Ferentino, e siccome questa tenera relazione si era da qualche tempo raffreddata, egli desiderava riannodarla e non avendo potuto accompagnarmi nella mia gita, come sarebbe stato suo desiderio, mi aveva pregato di far la parte di Galeotto, o meglio di messaggero d'amore, cosa a cui mi ero volontieri prestato. Mi aveva dunque consegnato una epistola elegantemente scritta per la sua bella, raccomandandomi di non consegnarla all'amica in presenza di suo fratello prete, ma con ogni segretezza. Appena sceso all'albergo, mi recai alla casa indicatami: la bella e graziosa fanciulla stava appunto alla finestra. Salii le scale e trovandomi solo con lei nella prima stanza, senza scorgere l'ombra di un prete, le feci prima di tutto i saluti dell'amico nella miglior forma possibile, poi tirai fuori la lettera e gliela consegnai. La poveretta era visibilmente imbarazzata: prese la lettera, e divenuta pallida, poi rossa, senza dire una parola, entrò nella stanza vicina e di lì a poco riapparve pregandomi di entrare. Appena entrato mi trovai di fronte al prete, che stava coricato in un letto tutt'altro che pulito: egli aveva in mano la lettera d'amore, che stava leggendo attentamente.
Capii subito che la povera ragazza stava sotto la dispotica influenza del fratello; che brutte scene dovevano esser accadute in quella casa e che la giovinetta non aveva la forza morale di sottrarsi alla dura tirannia del reverendo. Questi, che avrebbe potuto essermi molto utile per darmi informazioni sulla storia e sulle cose più notevoli della città, mi accolse con molta freddezza e con una certa inquietudine, ed io lasciai poco dopo la casa, dolente di avere con la mia intromissione confuso maggiormente le fila di quell'innocente intrigo amoroso. Per fortuna trovai altre persone che si offrirono di servirmi di guida in Ferentino, e così potei visitare in lungo ed in largo quest'antichissima città del Lazio.
Ferentino, anche oggi importante sede vescovile, si compone di un laberinto intricato di strade, per la maggior parte strette, interrotte qua e là da qualche piazza. La tranquillità tutta campestre, la mancanza completa di movimento commerciale, la solitudine che regna su quasi tutte le case, danno al paese un'impronta tutta medioevale, mentre qua e là tronchi di colonne, avanzi di sepolcri, frammenti marmorei, coperti d'iscrizioni romane, ricordano l'antichità classica.