Passeggiate per l'Italia, vol. 1

Chapter 4

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I ceri ardono, la notte è discesa, i pilastri della chiesa gettano grandi ombre sul pavimento, lasciando alcune figure nella completa oscurità, mentre altre restano avvolte in una magica penombra ed altre ancora sono illuminate da riflessi di luce. I pellegrini, stanchi, giacciono, in pittoreschi gruppi, sul nudo terreno, attorno alle colonne, sui gradini degli altari davanti alla cappella; ed i vari costumi, le diverse età, l'espressione delle loro fisonomie formano un quadro vivente, che punge la curiosità ed invita alla riflessione. Intanto un frate agostiniano, seduto davanti ad un piccolo tavolo, vende indulgenze e riceve offerte per le messe, incassando con indifferenza il danaro del povero.

Davanti alla chiesa stanno altri gruppi seduti o distesi sulla nuda terra, mentre nuovi pellegrini arrivano ancora. Si succedono senza posa durante il giorno, e nella notte che precede la festa, e l'accento solenne dell'inno latino rompe il silenzio, mentre sulla piccola città sembra regnare una atmosfera di mistica e profonda melanconia. Eppure questo torrente che spinge tante migliaia di persone da lontani paesi verso la stessa meta, ha in sè qualche cosa di consolante, come qualunque manifestazione armoniosa dell'anima umana, anche nel dolore.

Le case del paese non bastano ad alloggiare tutti i pellegrini, e a tarda notte si vedono questi uomini, abituati ai disagi, distesi a gruppi sul selciato duro e disuguale. Se ne vedono nelle strade, in mezzo alle piazze, intorno alle fontane, offrendo, in proporzioni ridotte, lo spettacolo di una fermata notturna di un popolo migrante. Ma è un'antica legge celeste che piova, quando l'umanità si riunisce per solennizzare qualche festa, perchè non vi è maggior burlone del cielo, quando guarda di lassù il bizzarro agitarsi dei miseri mortali. I pellegrini si erano appena coricati alla meglio, quando cominciò a piovere. Allora avvenne una fuga generale in mezzo alla confusione ed ai lamenti, tutti in massa si precipitarono alla ricerca di un portone o di un tetto sporgente ove ripararsi. E quanti di quegli infelici, esausti dalla fatica, per miseria o per averne fatto il voto, rimasero digiuni!

La mattina dopo, la festa incomincia con la messa solenne e con una specie di vendita religiosa. All'entrata della chiesa vengono venduti gioielli d'oro, imagini sante, corone, ampolline della grossezza di un dito, contenenti olio delle lampade che ardono davanti al quadro della Madonna. La folla le acquista avidamente per un _baiocco_, quale rimedio infallibile contro tutte le infermità.

Nel pomeriggio, musica suonata da una banda sulla piazza, e poi l'inevitabile tombola o lotteria, ed alla sera fuochi artificiali. Quindi anche i pellegrini ballano allegramente sotto le piante del parco, ma la maggior parte preferiscono far ritorno alle lor case, appena recitate le preghiere ed offerti i loro doni. Si vedono ripartire cantando, in gruppi come quando sono venuti, tutti infiorati da quei mazzi di rose e garofani artificiali, che si vendono in tutte le feste pubbliche del mezzogiorno. Nel ritorno, giunti al punto da dove per l'ultima volta si può vedere Genazzano, s'inginocchiano, con le mani appoggiate ai loro bastoni e dicono in silenzio la preghiera d'addio. Tale scena, all'aria aperta mi è sembrata la più bella di tutte. Mi fermai con piacere ad osservare le belle donne che s'inginocchiavano con una mossa graziosa collo sguardo rivolto verso quel santuario da cui si congedavano portando nel cuore qualche consolazione.

Lasciamo noi pure Genazzano e rechiamoci a Paliano e ad Anagni.

* * *

Paliano, città di 3700 abitanti, è situato a circa sei miglia di distanza da Genazzano, su una collina rocciosa, ombreggiata da boschi e coltivata a vigne, isolata in mezzo alla campagna. Vi si arriva per una buona strada, attraverso a campi di granturco; alla sua sinistra si leva la gran piramide del monte Serrone, che imprime a tutta la contrada un carattere di grandiosità e di maestà.

Più comodo e più bello è il sentiero, praticabile anche a cavallo, che conduce in cima alla collina rocciosa. Lassù sorge la piccola e solida fortezza bianca, che fu una posizione importante un tempo, disputata spesso nelle guerre della Campagna romana e nelle lotte che i Colonna sostennero con i Papi. Alta e scoscesa non è difficile difenderla anche contro l'artiglieria. Ora è ridotta a prigione e contiene duecento galeotti, custoditi da una compagnia di cacciatori pontifici. La città si stende sotto al castello e lo circonda. Le strade e le piazze sono strette, le case nere e di miserabile aspetto, eccettuato qualche edificio che ha pretesa di palazzo; non vi ha altro movimento che quello dei contadini che si recano ai campi e ne ritornano.

Mi occuperò ora del palazzo dei Colonna, un ramo dei quali assunse il nome di Paliano e ne diventò poi il principale. E' un bell'edificio di tufo grigio, di forma quadrangolare, formato da due soli piani, ma vastissimo e collocato all'ingresso della città, sul fianco della collina, da dove si gode una vista stupenda. Lo stile, elegante, appartiene al principio del XVII secolo, ciò che dimostra che dovette essere restaurato in quel tempo.

Quando si conosce la storia degli illustri personaggi della famiglia Colonna, e si sa l'influenza da loro esercitata sulle vicende di Roma e d'Italia, non si può fare a meno di visitare con vivo interesse Paliano. Prima di entrarvi ricordiamo brevemente la storia dei più illustri tra i Colonna.

Non è molto che lo scrittore romano Antonio Coppi, ben noto come continuatore degli _Annali_ del Muratori, ha pubblicate le sue _Memorie Colonnesi_ (Roma, 1855), opera seria, piena di notizie importanti per la conoscenza della famiglia Colonna e di Roma nel medio evo. Quest'opera fornisce eccellente materiale agli studiosi, tolto dall'archivio dei Colonna. D. Vincenzo Colonna[1] pose a disposizione del Coppi questo archivio, come già lo aveva messo a disposizione di un altro storico della sua famiglia, il conte Litta di Milano. Fra i molti archivi delle famiglie nobili, che in Italia abbondano, quello dei Colonna occupa per importanza storica uno dei primi posti. Irrequieta, bellicosa ed ambiziosa, questa famiglia, sorta sui primordi del medio evo, riassume in sè la storia di Roma e dell'agro romano. Divenuta ricca con l'ingrandimento dei suoi dominî, non potè però mai, come altre famiglie anche meno antiche, soprattutto nell'Italia settentrionale, erigere un principato indipendente, perchè i suoi possessi erano nello stato del Papa; da ciò guerre interminabili con la Santa Sede ed una tendenza a parteggiare per gl'imperatori. La casa Colonna brillò assai più in guerra che nella pace, sebbene abbia dato alla Chiesa un papa, Martino V, che pose fine allo scisma, e molti cardinali. Poco coltivò le scienze e le lettere; in queste, più dei Colonna, brillarono alcuni papi stranieri e le loro famiglie, che è inutile qui ricordare. Appena, nella loro lunga storia, si trovano alcuni nomi che si riattacchino alle scienze, alle lettere ed alle arti: ricorderemo solo i rapporti del Petrarca col vecchio Stefano Colonna e coi suoi colti e valorosi figli, ed il nome dell'illustre poetessa Vittoria Colonna, contemporanea di quelle due bellissime donne, Giulia Gonzaga e Giovanna d'Aragona, che entrarono per matrimonio nella sua famiglia.

L'origine di questa famiglia è incerta: Sembra però che essa discenda da quei conti di Tuscolo, che erano potenti in Roma nel X secolo. Secondo questa ipotesi, il capostipite dei Colonna sarebbe il margravio Alberico, marito della famosa Marozia, morto nel 924, cinque discendenti del quale, quasi l'un dopo l'altro, occuparono il seggio di S. Pietro. Tuttavia il nome dei Colonna non appare la prima volta che ai primi del secolo XII, con Pietro Colonna, di cui ho parlato. In questo primo periodo noi li vediamo nominare già come signori di Zagarolo e di Monte Porzio. Siano o no i Colonna discesi veramente dall'antica casata dei conti di Tuscolo, scomparsi quando questa città fu distrutta dai Romani (1191), quello che è certo si è che essi vennero da quei monti e che a poco a poco estesero i loro dominî nella campagna romana, da Monte Fortino,[2] cioè dai monti Volsci, sino ai monti Equi ed Ernici e sino alla Sabina. Palestrina fu la loro sede principale, e tutti i paesi circostanti passarono sotto la loro giurisdizione.

Nel secolo XIII cominciò la loro potenza e la loro grande influenza in Roma, dove già da molto tempo possedevano un palazzo presso la chiesa dei _Santi Apostoli_, nella regione di _Via Lata_. Cardinali di questa famiglia ebbero parti importanti in questo secolo, e la storia degli Hohenstaufen ricorda spesso i Colonna come ardenti ghibellini in Roma. Chi ignora la parte da essi avuta nella caduta di Bonifacio VIII?

Nel XIV secolo, durante l'esilio dei papi ad Avignone, lottarono senza tregua per la signoria su Roma coi potenti Orsini, che d'allora in poi, furono loro costanti nemici ed amici dei papi. Rifulse in questo periodo, quale capo della casa, il vecchio Stefano Colonna. A lui Petrarca indirizzò sonetti ed epistole.

Fu in questo secolo che si separarono i due rami di Palestrina e di Paliano.

Nel secolo XV crebbe ancora la potenza della casa, prima per i grandi favori di Ladislao re di Napoli e di Giovanna II, e poi per l'elezione a papa di Ottone Colonna, sotto il nome di Martino V. I Colonna ottennero dunque molti feudi nel reame di Napoli, principalmente il ducato dei Marsi (da cui presero il titolo di: _Marsorum dux_), la contea di Celano e quarantaquattro villaggi e castelli.

Ai tempi di Sisto IV vennero in guerra con la Santa Sede; Girolamo Riario, nipote del papa, assediò Paliano, ma l'assedio fu tolto in seguito alla morte improvvisa del pontefice. Del pari guerreggiarono con Alessandro VI, e durante quegli anni la campagna romana fu quasi sempre desolata dalle armi. Fu il ramo di Paliano che in questo periodo diede gli uomini più illustri della famiglia. Ricorderò solo Fabrizio, primo connestabile della casa, e i suoi due figli, Ascanio (1522-1553), marito di Giovanna d'Aragona, e Vittoria, moglie del marchese di Pescara, Ferdinando d'Avalos. Marcantonio, figlio di Ascanio, rinomato come uno dei vincitori della battaglia di Lepanto. Nessuno poi ignora quale parte ebbe prima di ciò Pompeo Colonna nelle disgrazie di Clemente VII e nel sacco di Roma.

Verso la metà del secolo XVI i Colonna furon minacciati da un grave disastro: venuti in dissidio con Paolo IV, furon da questo papa, di natura irritabile, spodestati di tutti i loro dominî, come già lo erano stati da Bonifacio VIII. Il pontefice eresse Paliano in ducato e lo donò a suo nipote Giovanni Caraffa. Marcantonio, capo della casa Colonna, si difese e, con l'aiuto del duca d'Alba, percorse la campagna romana per riconquistare i suoi possessi: da ciò ebbe origine la famosa guerra fra Paolo IV ed il re di Spagna, conosciuta sotto il nome di «Guerra della Campagna». Essa terminò nel 1557 con la pace di Cave (presso Genazzano), negoziata fra il duca d'Alba e il cardinale Carlo Caraffa. Solo dopo la morte di Paolo IV però, Marcantonio potè rientrare nel possesso de' suoi beni; tutti coloro che se ne erano impossessati fecero un'orribile fine. Giovanni, duca di Paliano, fu decapitato a Roma nella Torre di Nona, e il cardinale Caraffa fu strangolato in Castel Sant'Angelo.

Marcantonio può ritenersi come l'ultimo dei Colonna potenti: egli morì a Paliano nel 1584. Dopo di lui le cose cambiarono; i baroni cessarono di guerreggiare col papato ed i loro beni cominciarono ad assottigliarsi a poco a poco, per le vendite a cui furono costretti dai debiti. La gloria di Lepanto era costata loro ben cara; mi diceva Don Vincenzo Colonna, che Marcantonio contribuì a questa guerra con un milione, e che d'allora in poi la famiglia non si era mai più rialzata. Fin dal 1622 vendettero gli antichi possedimenti di Colonna e di Zagarolo, e nel 1630 dovettero vendere Palestrina, ora in possesso dei Barberini. La famiglia venne man mano declinando e per sempre: il ramo di Paliano esiste ancora; il suo capo attualmente è Giovanni Andrea, marito d'Isabella Alvarez di Toledo, ma si è trasferito da Roma a Napoli, residenza abituale dei Colonna. La maggior parte dei loro feudi è pure nel regno di Napoli, avendo Filippo III Colonna (morto nel 1818) posseduto colà sessantadue feudi, ventisette negli Stati della Chiesa ed otto in Sicilia, con 149,403 vassalli. I feudi nello Stato pontificio erano: Anticoli, Arnara, Castro, Cave, Ceccano, Collepardo, Falvaterra, Genazzano, Giuliano, Marino, Morolo, Paliano, Patrica, Piglio, Pofi, Ripi, Rocca di Papa, San Lorenzo, Santo Stefano, Sgurgola, Serrone, Sonnino, Supino, Trivigliano, Vallecorsa e Vico.

I feudi erano maggioraschi e per la maggior parte vincolati a fidecommesso, secondo le leggi locali. Ma la rivoluzione francese venne a mutare i sistemi: nel reame di Napoli la legislazione feudale fu abolita nel 1806, in Sicilia nel 1812, e negli Stati della Chiesa la maggior parte dei baroni vi rinunziò nel 1816, seguendo l'esempio del principe Colonna. A Napoli i fidecommessi vennero aboliti in parte nel 1807 e totalmente nel 1809; in Sicilia invece erano ancora in vigore alla morte di Filippo III (ma disparvero qualche settimana più tardi, il 2 agosto 1818); nello Stato Pontificio sono tuttora in vigore. La successione di Filippo fu perciò regolata da leggi diverse e l'asse ereditario è stato diviso in più parti.

Filippo, discendente diretto di Marcantonio, lasciò solo tre figlie: Maria (maritata a Giulio Lante della Rovere), Margherita (maritata a Giulio Cesare Rospigliosi) e Vittoria (maritata a Francesco Barberini); la nobile stirpe fu continuata da suo fratello Fabrizio.

Queste sono le notizie che ho creduto utile dare al lettore, prima d'introdurlo nel castello di Paliano. Ma questo castello, che brillava una volta per il suo lusso e la sua magnificenza, non è più oggi, come tanti e tanti altri palazzi baronali italiani, che un luogo deserto e silenzioso, dove un custode brontolone vi fa da guida, additando le nude pareti e lamentandosi che siano scomparse le belle collezioni d'armi della famiglia, trofei di tante battaglie, e che i quadri preziosi siano stati venduti o portati altrove.

Però mi piace visitare questi antichi castelli nobiliari, in cui gli alberi genealogici, anneriti dalla polvere e dal fumo, pendono ancora dalle pareti, quasi piante disseccate, ed in cui le tappezzerie ciondolano dai muri non meno lacere dei diplomi feudali, che il vassallo ha finalmente fatto a pezzi. Quasi spettri, vi si vedono i ritratti di una lunga serie di antenati, anneriti dal tempo nelle loro massicce cornici dorate: essi evocano il ricordo di tutto un lontano passato scomparso. Vi sono ritratti di guerrieri, di cardinali, di belle gentildonne, di cui i colli alla Maria Stuarda ci fanno conoscere il secolo in cui vissero. Veramente ne trovai pochi a Paliano, appena una trentina di ritratti, intorno ai quali il guardiano non seppe darmi alcuna informazione. La sua testa era ancora più vuota, più disordinata del palazzo dei suoi padroni, e tutti i ricordi del passato erano completamente sfumati nella coscienza di questo essere moderno. Quanto avrei dato per sapere il nome di quella bella donna pallida, dagli occhi nerissimi, vestita di un abito di velluto rosso! Eppure non domandavo che un nome! Era forse Felice Orsini, o Lucrezia Tomacelli, o Diana Paleotti? Oppure era quella stessa infelice duchessa di Paliano, di cui la tragica fine fu uno dei più strani romanzi del suo tempo? Essa però non fu uccisa in questo palazzo, ma in un altro castello di suo marito.

Nella piccola galleria non manca neppure il ritratto di un astrologo, che ci siamo abituati a considerare quale _spiritus familiaris_ di ogni nobile castello antico; un vecchio dalla barba lunga e bianca, con un'ampia veste di velluto. Il suo abbigliamento è in armonia con i mobili massicci e severi di quei palazzi medioevali, dove i nostri abiti alla francese ed i nostri candidi guanti sembrano eccessivamente ridicoli. L'astrologo di Paliano era, secondo l'iscrizione, _Nicolaus Colinus de Paliano, astrologus insignis_.

Nelle altre sale, alle pareti sono appesi panorami e piante di molte città, quali Madrid, Parigi, Venezia, Firenze e Genova.

Le sale sono di mezzana ampiezza e sembrano stanze di una casa di campagna, se si paragonano alla principesca sala di ricevimento che si ammira nel palazzo Colonna a Roma.

Presso il castello sorge la chiesa di S. Andrea, cappella gentilizia e tomba dei Colonna del ramo di Paliano, un elegante edificio di modeste proporzioni. Filippo I (1578-1639) vi raccolse le ceneri de' suoi antenati, sparse in luoghi diversi, e vi fece costruire per sè e la sua famiglia la cripta sotterranea. Scesi a visitarla e rimasi stupito di trovarla priva di ogni ornamento; le pareti della sala, di forma circolare, abbastanza ampia, sono intonacate di bianco e perfettamente nude; non v'è nè un sarcofago, nè un monumento in marmo, e non vi si vedono intorno che delle iscrizioni, i cui caratteri uniformi appartengono al secolo XVII. Vi si leggono gli epitaffi di Marcantonio e della moglie Felice Orsini, di Ascanio e di Giovanna d'Aragona, suoi genitori; di Fabrizio e di Agnese di Montefeltro, suoi avi. Non so se la più bella donna d'Italia, Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna, si trovi sepolta a Paliano, nè sono riuscito a sapere se vi sia la tomba della famosa Vittoria. Nel suo testamento ordinò di esser tumulata nel monastero dove sarebbe venuta a morire; ella fece anche un legato per le monache di S. Anna dei Falegnami, che l'avevano assistita durante la sua ultima malattia, e lo stesso testamento fu dettato al letto della morente il 15 febbraio 1547, nell'antico palazzo de' Cesarini, presso l'Argentina. E' quindi molto probabile che ella sia stata sepolta nel vicino monastero di S. Anna.[3]

Da Paliano non v'è strada carrozzabile che porti ad Anagni, distante sei miglia, giacchè infatti questo paese non ha che una sola porta, che si apre davanti a Genazzano, e chi arriva dal lato opposto, è costretto a fare il giro delle antiche mura. Un sentiero tortuoso, praticabile a cavallo, ma spesso ripido e scosceso per essere scavato nella roccia calcare, che lo rende molto sdrucciolevole, conduce ad Anagni attraverso la campagna deserta.

Ho fatto questa strada a cavallo, insieme con un contadino della campagna romana, che avevo preso per guida, in una splendida giornata di settembre, che rimarrà sempre fra le più belle delle peregrinazioni da me fatte per la _Saturnia tellus_, tanto la vista di quelle contrade selvagge e di quei monti maestosi era superba. La collina di Paliano scende dolcemente verso il fiume, mentre dalle altre parti cade a picco; essa è interamente coltivata a viti; sulla cresta, che noi seguivamo, crescono folti cespugli di lentisco, fragole e mirto, ciò che mi ha sorpreso, perchè il mirto preferisce di solito le coste e l'aria marina. Sulla collina miseri coloni abitano in capanne di paglia a forma di cono, come se ne vedono per tutta la campagna romana.

Passando per questa rustica colonia la strada giunge ad un monastero, che sorge solitario fra verdi boschi di elci, castagni ed olmi: si chiama S. Maria di Paliano. Quindi bisogna attraversare per l'unico ed angusto sentiero la foresta che circonda tutta la collina. La discesa è così ripida, che difficilmente si riesce a farla a cavallo. Giunti in fondo, si trova una pittoresca e selvaggia pianura, che si stende fra la collina di Paliano e quella di Anagni. Qua e là si vedono disperse delle solitarie fattorie di pietra scura o qualche mulino presso un torrente che taglia il sentiero. Il paesaggio è animato da mandre di vacche e di pecore, ed il pifferaro che scende a Roma nella notte di Natale, appare qui nel suo stato naturale, e si odono gli strani accenti della cornamusa che il pastore suona, seguendo passo, passo il suo gregge, che si muove qua e là in cerca di erba, che la terra fertile abbondantemente gli offre.

Verso la fine di settembre i greggi di pecore discendono dai monti circostanti e si spandono, per passarvi l'inverno, nella pianura, arrivando fin presso le mura di Roma. Nel mio ritorno ne ho incontrato appunto uno che si dirigeva verso Roma: era così numeroso che ingombrava alla lettera tutta la strada, ed era diretto e sorvegliato da grossi cani dal pelo lungo, e da pastori a piedi ed a cavallo. Calcolai che fossero circa 3000 pecore, ma un pastore mi disse che erano quasi 5000 capi di bestiame che venivano dalla Serra e si recavano a Roma. I belati delle pecore e degli agnelli empivano l'aria dei mansueti lamenti che risuonano nella campagna di Roma in ottobre ed in novembre, sì che par di vivere in mezzo ad un grandioso idillio classico.

Intanto ci avviciniamo ad Anagni e ci troviamo ai piedi della collina, su cui sorge superba l'antichissima metropoli degli Ernici. Dinanzi a noi si apre una porta alta e maestosa, che reca in cima lo stemma della città: un leone sul cui dorso un'aquila affonda gli artigli.

Anagni mi ha sorpreso: abituato alle strade strette dei villaggi della campagna romana, ed alle loro case meschine, ho trovato qui delle lunghe file di fabbricati di bell'aspetto e dei palazzi che fanno pompa dello stile sfarzoso del XVII secolo e che danno al paese l'impronta di una certa agiatezza. Questo aspetto moderno mi sorprese ed io non riuscii a spiegarmelo che dopo aver studiato la storia della città.

Sono arrivato sulla piazza di Anagni, che ha la forma di un piccolo rettangolo, di cui i due lati più corti son formati da palazzi; delle case di semplice aspetto chiudono il terzo lato, un parapetto di pietre cinge il quarto che sorge sulla cresta della collina, di là si scorge la pianura del Sacco, attraverso la quale si svolge tortuosamente la via Latina che parte da Valmontone. Essa non tocca Anagni, ma gira intorno alla sua collina e passando per Ferentino e Frosinone, giunge alle sponde del Liri, di là da Ceprano. Il panorama che da questa piazza si gode, è così stupendo che impressiona anche chi abbia visitato minutamente tutta l'Italia, dalle Alpi sino al mare Jonio e al mare Africano. Si scorge la catena dei monti Volsci, i cui pendii illuminati dal sole si vedono così distintamente da poter contare le finestre dei villaggi che vi sono sparsi; ovunque si scorgono le città dei Volsci, che sono schierate lungo i monti: Montefortino, la gloriosa Segni, Gavignano, Rocca Gorga, Sgurgola; più in là, Morolo, Supino, Patrica, dietro la quale a forma di piramide si leva azzurro e maestoso il monte Cacume; e più lontano ancora le cime seguono le cime, poi altri paesi: qua Ferentino, dietro ad una collina Frosinone di cui si vede anche il castello, Arnara, Pofi, Ceccano, e qualche altro ancora che l'occhio abbraccia in un solo sguardo. Verso Roma si stende l'ampia pianura, coronata dai monti di Palestrina, visibile anch'essa a questa distanza. Si vedono anche i monti Laziali, di modo che da questo punto senza sforzo alcuno l'occhio abbraccia la maggior parte del Lazio.

Ben diverso invece è il paesaggio, se si guarda dal lato opposto della piazza, e soltanto allora si comprende la posizione di Anagni. La collina, sul margine estremo della quale è costruita la città, appare unita alla Serra, e si stacca da questa con una curva a forma di falce. La roccia è scura, ripida e brulla, e dal paese si sale in una regione selvaggia, dove è il villaggio di Monte Acuto, un erto e nero castello, che prende nome dalla vicina altura.

Nell'osservare questa posizione non ci si stupisce più che Anagni sia stata nel medio evo preferita da tanti papi come luogo di rifugio e di villeggiatura, essendo una cittadina nell'aperta campagna, posta su di un'altura che ne rende l'aria salubre, mentre le sue rocce e le alte mura la fanno un forte baluardo.