Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 2
Ad un tratto la strada discende rapidamente e ci conduce in una incantevole regione di collinette e di valli, che si seguono con pittoresca varietà; delle distese di olivi inargentati, dei folti boschi, malinconici, di castagni, dei campi di grano e di granturco, degli orti, delle viti che avvolgono i loro rami da un olmo all'altro, completano il bel quadro. Sulla collina che domina tutto questo paesaggio è situato Genazzano, paese lungo e nero come le rocce su cui è fabbricato. Le sue case sembra quasi che si arrampichino in processione sino alla chiesa di S. Maria del buon Consiglio, il santuario più famoso della campagna latina, o che si rechino, quali vassalli, verso il bel castello baronale dei Colonna, che corona la sommità del monte.
Una porta merlata dà accesso alla piccola città; appena entrati l'attenzione del visitatore è attratta da un rozzo affresco, dipinto sulla parete di una casa, che rappresenta la «Madonna del Buon Consiglio», sostenuta in aria dagli angeli e circondata da pellegrini dalle cappe adorne di conchiglie e col bastone ricurvo in mano, in atto di venerazione. Strade deserte menano alla piazza principale «_piazza Imperiale_» l'aspetto delle abitazioni nulla ha di seducente, se non qua e là qualche finestra gotica, che ricorda, con le sue sculture ed i suoi rabeschi, il periodo migliore del medio evo.
Quando si arriva in un paese appartato per dimorarvi qualche tempo (io ho villeggiato per tre mesi a Genazzano la prima volta, e vi sono tornato ancora due volte nell'estate), uno dei primi pensieri, dopo aver trovato un'abitazione ed esservisi istallati, è quello di cercare le più belle passeggiate e quei luoghi dove si può gustare l'aria libera, il fresco, la tranquillità, e leggere e pensare senza venir disturbati. Mi sono accorto subito che a Genazzano potevo soddisfare i miei gusti rustici. Per il paese non si può, è vero, passeggiare a lungo, le vie essendo troppo ineguali e troppo strette; non v'è una pianta sotto l'ombra della quale sia possibile sedere; ma fuori abbondano ombrosi castagneti e ameni vigneti, ove è dato assaporare tutte le dolcezze della pace e della solitudine. V'è pure una strada piana, adattissima per passeggiarvi; per giungere a questa bisogna attraversare il palazzo Colonna e si arriva ad un ponte gittato attraverso un burrone e formato di un arco solo in pietra, non indegno degli antichi romani: vi si scorge la mano possente dei Colonna. Addossato allo stesso palazzo è un acquedotto, costruito questo pure da quell'antica famiglia, ora abbandonato, ma molto pittoresco, con i suoi archi che, in parte rovinati, sorgono negli antichi giardini, ridotti essi pure in misero stato.
Lungo l'acquedotto v'è una strada, per i soli pedoni, che conduce all'abbandonato convento di S. Pio.
Ricordo ancora con un certo piacere il giorno in cui, andando alla scoperta di un luogo per le mie future passeggiate, ho percorso per la prima volta la via che mena a S. Pio. La strada bella e buona sale fra i vigneti ed i boschi; tutto ad un tratto la vista si apre a destra, e si scorgono terreni ondulati, coperti di viti, e l'ampia e tranquilla valle del Sacco, circoscritta da catene montuose, ed un paesaggio dall'aspetto superbo. A fianco della via sorge una piccola altura detta Fagnano, sulla cui pendice trovasi un masso voluminoso, ombreggiato da annose piante di olivo; su quest'altura mi son procurato spesso il godimento di leggere la _Vita nuova_ di Dante o la _Consolazione della filosofia_ di Boezio, riposando poi alla fine di ogni capitolo i miei occhi nel contemplare quel quadro sublime che si spiegava dinanzi a me. Di lassù si gode tutto meravigliosamente: sul primo piano dei lussureggianti boschetti; più in là un'ampia valle coperta di una cupa foresta, illuminata da un sole ardente; a destra ed a sinistra delle splendide catene di montagne. Quella a sinistra è chiamata Serra, dominata dalla piramide gigantesca del Serrone, da cui si staccano monti di minore altezza, persi tutti in un mare di verdura, interrotto qua e là da numerosi villaggi e castelli. Dalla Serra si staccano delle ridenti e fresche colline, seminate qua e là di fortezze feudali e di bianche borgate, brillanti sotto i raggi del sole. Sull'altro versante, altre colline formano come gli avamposti dei monti Volsci, le cui sommità seguono delle ardite curve e danno così un altro aspetto al paesaggio.
Su queste vette luminose e nelle nere valli, l'occhio distingue numerosi castelli, monasteri e villaggi che sembrano sospesi nell'aria. Da per tutto regna un silenzio solenne, imponente. I contorni delle cime sembrano scolpiti nell'azzurro del cielo. Dietro la Serra si scorge qua e là una punta nevosa, d'una dolce tinta violetta: è qualche vetta selvaggia dell'Abruzzo; più lontano ancora, in una nebbia d'argento, appaiono altre punte coperte di neve e nelle forme più svariate, alcune simili ad obelischi, altre simili a cupole: esse richiamano la fantasia verso regioni ancora ignote del paese dei Sanniti, o verso le sponde del Liri.
Chi potrebbe dipingere su una tela le bellezze di questo paesaggio, allorquando la tinta rossastra della sera viene ad avvolgere i monti con una porpora raggiante e l'ombra si stende su tutta la valle? La notte scende allora a poco a poco sulle meravigliose pendici della Serra e pare che s'impadronisca, l'un dopo l'altro, dei paesi per piombarli poi nelle tenebre più fitte. Gli ultimi raggi del sole sul tramonto fanno scintillare i vetri delle finestre di Serrone, di Roiate e di Piglio; quindi tutto diventa scuro, tutto scompare, ed anche il castello di Paliano si perde nelle tenebre. Un solo paese appare ancora di lontano, per gli ultimi raggi che vanno a morire sulle sue finestre; è posto sopra un colle e lo ricopre quasi tutto e per la sua estensione appare assai più importante di tutti quelli della campagna romana. Sin dalla prima sera l'ho riconosciuto, per la sua posizione, e non sono caduto in errore: è Anagni, la patria di Bonifacio VIII, che io ho salutato con i versi di Dante:
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo esser catto.
L'impressione di un paesaggio diventa maggiore per il pensatore, allorchè vi sa ricollegare i ricordi storici e farvi rivivere qualche grande figura del passato: la valle latina che si stende ai nostri piedi è la chiave del regno di Napoli, è la strada militare percorsa dai popoli invasori del medio evo. I Goti, i Vandali, i Franchi, i Longobardi, Belisario, gli Ottoni, gli Hohenstaufen, i Saraceni, i Francesi, gli Spagnoli, tutti hanno dissetato i loro destrieri nelle acque del Sacco, tutti hanno traversato questi campi virgiliani, per riversarsi poi di là dalla valle del Liri, in quel paradiso che ha nome reame di Napoli.
Genazzano non è una città molto antica; risale al medio evo. Solo il suo nome, forse, rimonta all'antichità, giacchè si vuol farlo derivare dalla _Gens Genucia_, la quale qui possedeva il _fundus Genucianus_. Non è che dai primi del secolo XI che si ricorda in alcuni documenti il nome del castello di Genazzano, come proprietà dei Colonna di Palestrina. Questo castello fu dimora di un ramo di detta famiglia e le diede il nome. Si vuole anzi che il solo papa di questa famiglia sia nato appunto a Genazzano: fu questi Martino V, Ottone Colonna, eletto a Costanza nel 1417, sotto il quale ebbe fine lo scisma di Avignone. E' fuori dubbio, per lo meno, che questo illustre pontefice appartenne al ramo dei Colonna di Genazzano e che amò risiedere solitario in questo dominio della sua famiglia. Amava il paese e vi fece costruire delle chiese e probabilmente ingrandì anche il palazzo che i suoi nipoti, più tardi, abbellirono. Ai Colonna spetta pure il vanto di aver fatto costruire l'acquedotto, di cui ho parlato; e le pittoresche rovine dei bagni che stanno in un avvallamento del terreno, dinanzi alle porte della città, rivelano, per la grandiosità del loro stile, che autori ne furono i potenti baroni. Il loro palazzo o castello feudale era un tempo vasto e magnifico; oggi cade in rovina al pari di quasi tutti i palazzi della campagna romana.
Il cortile, d'un gusto severo, col suo duplice colonnato elegante e leggero, ricorda quasi l'epoca del Bramante: ora, però, fra quelle colonne si vedono statue di marmo mutilate, senza testa, ma che, nello stato miserando in cui sono ridotte parlano con maggiore eloquenza all'animo del visitatore che se fossero tuttora intatte. Esse sono in perfetta armonia con quel palazzo deserto, e mi hanno fatto tornare alla mente certe descrizioni di castelli feudali in rovina, lette nei romanzi di Walter Scott. Una volta i Colonna avevano fatto dipingere sulle pareti di una loggia i panorami delle città comprese nei loro vasti dominî: ora questi affreschi sono cancellati, come scomparsi sono i titoli ed i diritti dei loro signori. Unico abitatore, che percorre quelle sale vaste e abbandonate, simile ad un mago o ad un incantatore, è un vecchio medico dalla barba bianca, che vi ha stabilito la sua dimora e solo ne anima la profonda solitudine.
A Genazzano del resto non mi sono dato cura nè di antichità, nè di ricerche archeologiche, e mi sono invece abbandonato interamente al piacere di goder le bellezze naturali e di conversare con quella buona popolazione. Non volendo unicamente trascorrere il mio tempo ad ammirare l'azzurro del cielo od a parlare solo della storia delle famiglie, voglio ora discorrere, da campagnolo, dei vigneti ed accennare come qui si mangi e si beva. Il momento veramente non è il più adatto, poichè le viti sono ancora devastate dalla crittogama ed il granturco corre rischio di andare tutto perduto, non essendo da due mesi caduta una stilla d'acqua.
Un giorno, dopo aver percorso un sentiero selvaggio fra due siepi di rovi, sono arrivato in un vigneto, dove, in un luogo tranquillo e ombreggiato da bellissime piante di olivo, mi sono seduto e, tratto fuori un libro legato in pergamena, mi sono sprofondato nella lettura. Il cane della casa dove abitava, Moringa, mio compagno di passeggiata, fedele ed inseparabile che mi guidava sempre nei siti più belli, stava accovacciato ai miei piedi, quando ad un tratto cominciò ad abbaiare; alzai gli occhi e vidi alla distanza di cinque o sei passi una donna assai ben vestita, che mi fissava con segni di viva paura.
«_Buon uomo_, mi disse che fai tu costì?» (Nella campagna romana come nell'Abruzzo tutti generalmente si danno del tu).
«Perchè me lo chiedi, buona donna?».
«Perchè son certa che quello che stai facendo, è cosa cattiva, mi rispose essa alzando le spalle in segno di disprezzo; e soggiunse: ciò non sta bene». Vivamente stupito domandai alla donna per quale ragione io l'avevo tanto spaventata e se non aveva mai visto in vita sua un uomo leggere un libro. «Può darsi, mi rispose, ma ciò non sta bene, e chi sa poi quali siano le tue intenzioni...» e dette queste parole si allontanò gettando su me più volte sguardi timorosi e sospettosi.
Continuai a leggere, ma poco dopo mi alzai, riflettendo su quella bizzarra apparizione. La sera raccontai la cosa in casa. «Sapete, mi disse ridendo Annunziata, la mia albergatrice; quella donna ha creduto che voi foste un fattucchiero, un mago, e che foste occupato a lanciare col vostro libro in pergamena una maledizione sulla sua vigna». Risi di cuore per essere stato preso per un mago e per aver potuto trarre delle maledizioni contro i vigneti dalla _Storia dei Papi_ del Platina.
Le viti si vanno a poco a poco riavendo, e siccome è il primo anno che sono colpite dalla malattia, i grappoli d'uva sono ritenuti, come dice questa buona gente, _cosa santa_. Durante il mio soggiorno a Genazzano furono nei dintorni uccise cinque persone solo per aver tentato rubare alcuni grappoli d'uva. A questo proposito voglio anzi narrare un fatto che dà un'idea del come qui sia amministrata la giustizia. Un ricco proprietario, cognato del priore o sindaco di Olevano, uccise un giorno sulla strada maestra un disgraziato che aveva rubato alcuni grappoli d'uva; compiuta questa bella impresa, si rifugiò in una sua vigna, contigua a quella della mia albergatrice. Alcuni suoi amici, siccome i figliuoli dell'ucciso avevano preso i fucili per vendicare il padre, si recarono armati dal proprietario per difenderlo. La giustizia intanto non si mosse e solo dopo varî giorni la vedova riuscì, per mezzo di protettori influenti, a scuotere il magistrato e ad aver la promessa che i birri di Olevano avrebbero arrestato l'uccisore: essi però anche allora non si mossero, perchè, si disse, erano stati comprati col denaro. Neppure i birri di S. Vito, nei quali la vedova riponeva maggiore speranza, fecero nulla.
Passarono due settimane. «Bella giustizia avete nei vostri paesi!» dissi una sera al farmacista di Genazzano, nella cui bottega, come in quella del suo collega, di Ermanno e Dorotea, solevansi radunare le persone più importanti del luogo. Il figlio dello speziale, padre della bella Sofia, allora mi rispose: «Ma che pensate mai, signore? Quell'uomo non fu mica ucciso, come si dice, dal cognato del priore; il nostro «_dottorino_» ed il chirurgo, hanno fatto l'autopsia del cadavere ed hanno trovato che l'infelice cadendo da un'altura si spezzò il fegato». «E' proprio così» soggiunse l'arciprete di Santa Maria del buon Consiglio. Io tacqui. «Non ne credete una parola, mi disse la mia albergatrice; quel disgraziato non si è affatto rotto il fegato, ma...», e col pollice e l'indice destro fece il gesto di chi fa scorrere del denaro. «Avete capito?» «Ho capito» risposi.
L'abbondanza di viti qui è straordinaria: per quanto l'occhio può spaziare, le vigne ricoprono tutte le ridenti colline della campagna. Le piante sono disposte in lunghe file, appoggiate a pali o sostenute da quelle canne resistenti che in Italia crescono nei luoghi umidi, o avviticchiate a piccoli olmi. Gli ammiratori di Virgilio sanno che fin dai tempi romani si soleva coltivare in queste terre la vite nei modi cui ho fatto cenno. Grande godimento è quello di poter leggere oggi in queste vigne le _Georgiche_ di Virgilio, il capolavoro della poesia latina, libro stupendo non tanto per la forma della composizione, che è mediocre, quanto per la purezza, la precisione, la grazia inimitabile dello stile. Ho letto e riletto quei canti fra i campi di Genazzano ed ho dovuto riconoscere che tutti i consigli, le regole ed i precetti del poeta sono oggi pienamente osservati, di guisa che pare quasi che egli abbia descritto i modi di coltivazione attualmente in uso nella campagna romana.
La vigna è tutto in questa regione: essa riunisce in sè le tre divinità dei campi: Bacco, Cerere e Pomona. Infatti, fra le file delle viti si semina il grano, e qua e là vi si piantano gli eleganti mandorli, la più precoce delle piante del Mezzogiorno, che fiorisce alle prime brezze primaverili: il mandorlo è stato cantato in una delle _Cento novelle antiche_, dove è detto essere stato piantato presso la tomba di Narciso da Amore, quale simbolo degli amanti. Fra le viti cresce anche l'olivo, dalle foglie sottili che paiono luminose nella luce cangiante, assumendo una tinta ora argentea ora bronzea: vedendolo levarsi sul grano, vien fatto di pensare al pane saporito, per il quale somministrano l'olio. Altrove sorgono anche dei peschi, dei peri, dei meli, dei purpurei melagrani, dei noci, dei castagni e dei fichi, dai frutti dolci come il miele. Tutte queste piante porgono una ricca scelta di frutta in ogni stagione, di modo che quando una ha finito di dare i suoi frutti, un'altra pianta offre i suoi, mentre una terza li matura e li prepara. Avendo trascorso un'intera estate nella campagna romana, ciascuna di quelle piante mi ha pagato il suo tributo, ad eccezione dell'olivo, che è l'ultimo a maturare.
La mia albergatrice possiede tre vigne, una presso Palestrina, le altre due nei monti selvaggi di Olevano, a tre miglia da Genazzano. Là sorge su un'altura, solitaria, una casetta di contadini, con una veranda aperta, ornata di fiori, ombreggiata da vecchi fichi e castagni: di lassù lo sguardo spazia sulla catena maestosa della Serra e sulla pianura del Sacco. Quale godimento passare le ore della giornata in quella loggia a respirare l'aria pura e profumata e ad assaporare di quegli ottimi frutti! Quali scegliere fra di essi? L'imbarazzo è grande, data la varietà dei frutti, uno più squisito dell'altro. Lo stesso devesi dire dell'uva: la malattia ha risparmiato questa vigna, rinomata per tutta la contrada; i tralci piegano sotto il peso tanto che è stato necessario puntellarli con pali e sostenerne i grappoli con fili di ferro. Non ricordo di aver mai visto dei grappoli e dei chicchi d'uva di tale grossezza e se volessi paragonarli a qualcosa, passerei certo per esagerato.
V'è il moscatello dorato, trasparente sotto i raggi del sole, v'è l'uva nera e quella biancastra, che serve a fare il così detto «_buon vino_» e quella azzurra cupa, che fa il vino forte, rosso come il sangue. Mi son recato spesso a mangiarne e poi mi sedevo sotto un castagno ai piedi della collina, in mezzo ai mirti ed alle felci cantate da Virgilio, e, fra il profumo della menta e del serpillo, leggevo Orazio o qualche altro libro che avevo recato meco. La menta è propriamente una pianta caratteristica della campagna romana: tutti i campi intorno alla città eterna ne sono profumati. Quando poi mi trovo lontano di qui, in Toscana, o nell'alta Italia, e mi accade di vedere una pianticella di menta, il suo profumo mi richiama immediatamente alla memoria la campagna romana, e me la fa desiderare ardentemente.
In mezzo a tanta dovizia, chi vorrà credere che la popolazione sia poverissima? Osservando questa regione la si direbbe un vero Eldorado per i suoi abitatori; ma se vi si vive un po' a lungo si finisce per vedere che spesso in questo paradiso terrestre abita la miseria più squallida. Tutte queste frutta (si vendono qui venti fichi o venti noci, per un _baiocco_; e nelle buone annate un fiasco di vino per lo stesso prezzo) non bastano a nutrire il contadino; esso morrebbe di fame se non avesse la farina di granturco, che forma il suo cibo. La causa di questo doloroso stato di cose va ricercata nel regime agrario del paese. Innanzi tutto bisogna notare che ogni proprietario di terra deve pagare al principe Colonna, come tributo, la quarta parte di quello che il terreno gli rende. L'antico flagello dei _latifundia_ è ciò che forma la miseria di questa popolazione; è vero che quasi ogni contadino possiede una piccola vigna, ma questa non è sufficente a mantenere la sua famiglia. L'usura poi non ha limiti; anche ai più poveri prende il dieci per cento. La più lieve disgrazia, una raccolta mancata, come avviene da alcuni anni in qua, basta ad indebitare il contadino trascinandolo nella miseria. Se egli riesce ad ottenere danaro e derrate a credito gl'interessi lo rovinano e l'avido usuraio attende il momento, in cui il piccolo proprietario per fame sia costretto a vendergli il suo fondo ad un prezzo irrisorio. I baroni ed i conventi si arricchiscono; i contadini sono ridotti alla sorte di loro vassalli e di loro mezzadri. Ho avuto più volte occasione di osservare fatti simili. La vendita ha generalmente luogo in questo modo: il contadino indebitato comincia col vendere la sola terra e si riserva le piante «_gli alberi_» sotto la quale denominazione sono comprese anche le viti, e continua a coltivarle ed a godere della metà e talvolta anche dei tre quarti del reddito. Trascorso però un anno appena il contadino si ripresenta all'acquirente offrendo di vendergli anche le piante ed allora diventa suo mezzadro, continua ad abitare il terreno con la sua famiglia, a coltivarlo pel nuovo padrone, ricevendo in compenso una parte dei prodotti, e siccome non di rado questi non bastano al suo sostentamento, ricorre ancora a nuovi debiti.
Nella vigna della mia padrona, una veneziana da tutti stimata per la sua onestà, vive appunto in tali condizioni una famiglia di contadini composta di otto persone. Ho saputo che essa li aveva trovati e presi come mezzadri nel suo podere, poverissimi, e che aveva loro anticipato il denaro per vestirsi, comperare le masserizie e di che mangiare, ebbene, nonostante tutto ciò quei poveretti vivono in tanta miseria per l'eccessiva fatica ed il pessimo nutrimento, che sono stati colti tutti dalla febbre, ed è necessario soccorrerli ancora, perchè possano vivere. Solo dopo la vendemmia provano un po' di sollievo, sino a tanto cioè che dura il danaro ricavato dalla vendita della loro parte di vino.
Il vino eccita i nervi, ma non basta a nutrire i muscoli. Quello che beve il contadino è il vino peggiore, è un vinello; gli occorre dunque del pane, ed essendo il frumento troppo caro, coltiva piuttosto il granturco e si ciba di polenta. Come nella Lombardia e nelle Marche, la campagna del Lazio è coperta dalle belle piante di granturco; pare quasi che la natura abbia considerato le splendide pannocchie dorate come uno dei suoi doni preziosi e le abbia perciò ravvolte con nove involucri. Tutta la povera gente qui si nutre di polenta, sotto forma di pane, o sotto forma di focaccia, detta «_pizza_». Quando per la strada talvolta ho domandato a qualcuno: «Che cosa hai mangiato stamane?» mi son sentito rispondere: «la _pizza_». E se ho domandato ancora: «Cosa mangerai questa sera?» invariabilmente la risposta è stata: «la _pizza_». Ne ho mangiata parecchie volte io pure insieme coi contadini. E' così preparata: la farina vien ridotta a poltiglia; quindi viene stesa sopra una pietra liscia e fatta cuocere sopra carboni ardenti. Vien mangiata calda; tutta la famiglia si asside intorno al fuoco e prende parte al meschino banchetto. La sera mangiano dell'insalata di campo condita con un po' d'olio od una zuppa di cicoria, di cavoli od altri legumi cotti nell'acqua. Spesso l'olio manca, come è avvenuto quest'anno, in cui gli olivi, dopo aver dato l'anno scorso un abbondante raccolto, sono affatto spogli di frutti, ad imagine di ogni umana vicissitudine, in cui il bene si avvicenda senza tregua col male.
E' facile immaginarsi con quale ansietà questa gente segua le diverse fasi del raccolto del granturco. Verso la fine di luglio la pannocchia comincia a formarsi, ed allora ha bisogno di acqua. Quest'anno non piove: il calore è straordinario e la popolazione ne è costernata e rivolge preghiere al cielo per aver la pioggia. Tutte le sere hanno luogo processioni, che mi rammentano solennità pagane, quelle feste «_rubigales_» della Roma antica, nelle quali si portava in giro per la via Appia, _votisque vocabitis imbrem_, la pietra della pioggia; e non ho mai potuto osservare queste processioni senza stupore. E' veramente strano di ritrovarsi ai nostri tempi in mezzo ad un popolo che conserva l'ingenua credenza di poter sopprimere, modificare o accelerare con preghiere e canti lo svolgimento delle immutabili leggi della natura. Ogni sera le donne di Genazzano percorrono le vie del paese a due a due, con un fazzoletto rosso in testa, che scende a forma di velo sulle spalle, e che portano sempre allorquando entrano in chiesa: le precede il clero con l'imagine di un santo. Cantando e mormorando preghiere, arrivano alla piazza maggiore e quivi con un fervore che confina col parossismo, gridano più volte: _Grazie, grazie, Maria!_ E questo grido, ripetuto da centinaia di bocche, echeggia nell'aria. «Et Cererem clamore vocant in tecta» (VIRGILIO). Ogni sera s'implora un nuovo santo, ma tutti sono sordi alle ingenue preghiere.