Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 17
Gli arpinati sostengono che la loro città è stata fondata da Saturno (non vi è città latina che non lo voglia per fondatore) e che vi sia stato sepolto; a conferma di ciò mostrano ai viaggiatori presso la Porta dell'Arco un antico sepolcro colossale battezzato per «_Tomba di Saturno_». In una iscrizione moderna della città alta si leggono le parole seguenti, che, a dire il vero, non peccano di soverchia modestia: «_Arpinum a Saturno conditum, Volscorum civitatem, Romanorum Municipium, Marci Tullii Ciceronis eloquentiae Principis et Caji Marii septies consulis patriam ingredere viator; hinc ad imperium triumphalis aquila egressa urbi totum orbem subjecit; ejus dignitatem agnoscas et sospes esto_».
Del resto, si può perdonare questo sentimento di orgoglio municipale ad una vecchissima città che ospitò Saturno e fu patria di Mario e di Cicerone. Lo stemma attuale di Arpino consiste in due torri sormontate dall'aquila di Giove o delle legioni romane.
Si può concedere al canuto Saturno di riposare in quella tomba colossale, ma la ingenuità degli arpinati passa ogni limite quando mostrano al forestiero la casa di Cicerone. Mi condussero, infatti, in un angolo della città antica, dove erano una cappella ed alcune casipole ed indicandomi una specie di stalla tutta nera, addossata ad una di quelle, mi dissero:--Ecco la casa del famoso Cicerone!--
Sostai per riposarmi sulle mura ciclopiche, godendo la vista splendida della campagna latina che da quell'altura tutta scoprivo. Il monte di Sora mi apparve di là quasi una piramide d'Egitto accanto al Nilo; la città era immersa nell'ombra proiettata dal monte e si poteva seguire il corso del Liri, fra i monti maestosi che lo fiancheggiano. Si scorgevano pure la Posta, dove nasce il Fibreno, i Sette Fratelli dedicati ai figli della Felicità, dove il monaco Alberico ebbe la famosa visione che precedette quella di Dante, dando probabilmente origine al poema di questi. Parecchie città e castella si staccavano biancheggianti sull'azzurro dei monti; si scorgevano Veroli, Monte S. Giovanni, Frosinone, Ferentino ed a fianco un monte piramidale, di forma strana, su cui sorge Rocca d'Arce; ed un altro su cui campeggia nel cielo la torre solitaria e scura di Monte Negro. Tutti questi paesi rimontano ai tempi di Saturno e stando su queste mura ciclopiche ricoperte di edera su cui sono passate migliaia di anni, si gode un maraviglioso spettacolo.
Su queste mura stesse si arrampicava un giorno il giovane plebeo Caio Mario, all'epoca in cui tutti i popoli, dalle Calabrie al Liri ed al mare Adriatico, erano insorti per la conquista dei propri diritti civili, e di là il giovanetto tendeva lo sguardo verso il Lazio, verso quella gran Roma, cui erano rivolti nelle provincie i pensieri di tutti quelli che anelavano all'operosità, alla fortuna. E questo ciclopico Arpino deve considerarsi quale culla adatta al sanguinario Mario, vera culla di gigante, la cui terribile e rozza natura porge un non so che di titanico, posta a contatto a quella aristocratica di Silla che con arti volpine gli attraversa continuamente la strada ed arresta costantemente il corso della sua fortuna.
L'atmosfera di Arpino è impregnata di memorie di Mario e di Cicerone. Qui ci si trova in una delle sorgenti della storia; qui si visitano, con la stessa soddisfazione che reca nell'ordine fisico la loro ricerca, le fonti modeste, da cui ebbero origine i grandi fiumi che diffondono nel loro corso la fertilità e la vita. La scienza di Cicerone si può veramente paragonare al fiume più maestoso della letteratura antica, accresciuto durante i secoli del medio evo ed a cui ancora oggi si ricorre con frutto; merito questo però che non diminuisce affatto la sua vanità, nè la sua debolezza di carattere. Mario, invece, fu uomo di grande energia ed il suo nome segna un'epoca nella storia di Roma e dell'impero, quando si pensi alla grande spinta da lui data a Roma ed al mondo. Senza di lui non sarebbe sorto l'impero; ed Augusto, Tiberio, Caligola, tutta quella serie di despoti, possono dirsi aver avuto origine da Mario ed essere stata Arpino la caverna del drago, da cui uscì l'impero romano.
La figura africana di Giugurta, la sua fine terribile nelle prigioni del Campidoglio, i Cimbri ed i Teutoni, che profetizzarono in certo modo la caduta di Roma per opera delle razze germaniche, la terribile guerra civile, la figura asiatica di Mitridate, Mario nascosto nelle paludi di Minturno, Mario profugo, seduto sulle rovine di Cartagine, Mario vecchio di settantadue anni che entra trionfante a Roma, l'uccisione dei fautori della proscrizione e, cosa strana, la morte tranquilla di un tal uomo; tutto ciò mi passava dinanzi come una lanterna magica e si accordava meravigliosamente col paesaggio. Poi ripensavo a Cicerone giovanetto, quando l'altro era canuto; alla caduta della repubblica preparata dalla guerra civile tra Mario e Silla, alla quale aveva assistito e attorno a Cicerone sorgevano le immagini degli oratori, degli uomini di stato più distinti della morente repubblica; le figure di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano, di Bruto, di Cassio, di Catone, di Attico, di Agrippa e, finalmente, il ricordo della testa sanguinolenta di Cicerone stesso, esposta su quella tribuna, teatro un dì della sua splendida eloquenza.
La fantasia del mio lettore potrà completare questi ricordi storici, conseguenza naturale del luogo dove io mi trovavo; chiunque avrebbe pensato le stesse cose, trovandosi solo, dove sorgeva la rocca di Arpino.
Nello stesso modo che esistono punti elevati dai quali si scopre tutta la vista di una campagna, vi sono punti dai quali appare tutto il panorama della storia.
Arpino è uno di questi punti e nel discendere da quell'altura mi tornava in mente il passo di Valerio Massimo, in cui è riassunta concisamente, ma esattamente, la natura e la vita di Mario.
«Da questo Mario, da questo Arpinate d'infima condizione, da quest'uomo tenuto in Roma come ignobile, da questo candidato poco meno che dileggiato, sorse quel Mario che soggiogò l'Africa, che trascinò il re Giugurta avvinto al suo carro, che debellò le orde dei Teutoni e dei Cimbri che entrò ben due volte sul carro del trionfo in Roma che fu sette volte console e che da proscritto diventò promotore di proscrizioni. Vi fu mai altra vita che, al pari della sua, abbondasse di tanti contrasti? Di lui si può dire che fu tra gli infelici infelicissimo, tra i fortunati fortunatissimo».
Il rozzo Mario e l'astuto Silla con la sua fisonomia pallida, col suo aspetto effemminato, svogliato, sprezzatore di tutto, e dominatore nel tempo stesso di ognuno e di tutto, accompagnati dalla fortuna, sono due delle figure storiche più caratteristiche dell'antica Roma.
Intanto, sulla piazza di Arpino, la cosa cui meno si pensasse quel giorno, 4 ottobre, era certo la storia romana; poichè ricorrevano l'onomastico del re Francesco II ed il genetliaco della regina sua consorte ed i ritratti della giovine coppia reale stavano esposti in una specie di loggia del palazzo municipale e così si ammirava l'immagine di una graziosa principessa bavara, di una figlia di quei Teutoni e di quei Cimbri vinti un giorno dal terribile Mario. Sulla stessa piazza sorge un grande edificio, nella cui facciata stanno entro apposite nicchie i busti di Mario, di Cicerone e di Agrippa, poichè anche quest'ultimo, secondo i buoni Arpinati, nacque nella loro città. Sotto i busti si legge questa iscrizione: _Arpinum a Saturno conditum Romanorum Municipium, M. Tullii Ciceronis, C. Marii, M. Vipsanii, Agrippae Alma Patria_. Quest'edificio si chiama Collegio Tulliano e lo occupano i gesuiti. Le finestre erano tutte aperte e si vedevano i padri con la loro sottana nera prendere parte anche essi alla festa. Sulla piazza sonava una banda vestita in modo arlecchinesco e si gridava _Viva il Re!_ La banda si mosse ed andò solennemente incontro al giudice che prese posto dietro non già rivestito di toga color porpora, ma in marsina nera e coi guanti; al suo fianco stavano il sindaco e il primo eletto pure in abito nero. Si gridò di nuovo _Evviva il Re!_ ed il corteo si recò alla cattedrale. Alla sera vi fu concerto, o per parlare più esattamente, vi fu un chiasso diabolico sulla piazza, a cui si dava il nome di concerto; si accesero anche fuochi artificiali, o per dir meglio razzi e si spararono mortaretti, come nelle feste ecclesiastiche.
Non voglio dimenticare che Arpino vanta anche una celebrità moderna, un pittore, Giuseppe Cesari, conosciuto sotto il nome di _Cavalier d'Arpino_. Come Cicerone e Mario, questi si recò a Roma a cercarvi fortuna e vi dipinse, fra le altre cose, la grande sala nel palazzo dei Conservatori, dove fece gli affreschi che rappresentano fatti della storia romana; le sue pitture murali, pregevoli particolarmente per il colorito, sono ritenute fra le migliori della fine del secolo XVI. La cattedrale di Arpino possiede una sua bella Madonna.
Partii da Arpino su uno _char à banc_ per recarmi a Montecassino. La strada scende per una collina tutta coltivata ad olivi. Si gode la vista del vicino territorio romano, e si passa sotto l'alto Monte S. Giovanni accanto al Liri la cui acqua verde si scorge qua e là fra i pioppi.
La regione, montuosa a sinistra, è quasi deserta; di quando in quando appare un'antica torre medioevale, come quella di Monte Negro, od un dirupato castello come quello di Santo Padre. Si arriva sopra un'altura che divide le acque del Liri da quelle del Melfa e si passa in vicinanza di Fontana e di Arce, senza però toccarle. Quest'ultimo borgo ha veramente l'aspetto di una fortezza inespugnabile e tale infatti fu ritenuta durante il medio evo; però fin lassù riuscirono ad arrampicarsi e ad impadronirsene i Provenzali di Carlo d'Angiò così agilmente come gli zuavi dei nostri tempi. La caduta di Arce sgomentò tutte le città ghibelline del regno e fu preludio alla sconfitta di Manfredi.
L'antica rocca dei Volsci sorge su una rupe alta, scoscesa, dove ancora ne rimangono le vestigia, attorniate da mura ciclopiche, mentre la città moderna si stende sul pendìo del monte. La disposizione di tutti questi paesi è identica; in alto la rocca, al disotto la città. Nella rocca si rifugiavano nel medio evo gli abitanti della città e delle campagne, quando erano minacciati dalle scorrerie degli Ungheri e dei Saraceni dell'Africa. Non è possibile percorrere le sponde del Liri, soprattutto la ridente pianura di Aquino, senza ricordare il terrore che vi portarono una volta i Saraceni. Per ben trent'anni essi funestarono le contrade fra il Garigliano o Liri e Minturno, facendo scorrere per la Campania, la Tuscia e la Sabina, saccheggiando e distruggendo i monasteri di Montecassino, di S. Vincenzo al Volturno, di Subiaco e di Farfa, riducendo in cenere gli archivi e le biblioteche, perdita questa irreparabile. Solo nell'agosto del 910 poterono esser cacciati, da una lega italo-bizantina, per opera dell'energico papa Giovanni X, e un papa si ornò della gloria di essere stato il salvatore d'Italia.
Al disotto di Arce vi è una dogana, denominata le Muratte; ivi mi fu chiesto il passaporto, ma fortunatamente non mi fu visitato il bagaglio. Avevo però preso la precauzione, con l'aiuto del mio auriga, un giovane arpinate molto svelto, di nascondere accuratamente nella carrozza un libro, ed il manoscritto del mio giornale di viaggio che cavammo in trionfo fuori dal loro ripostiglio non appena la dogana fu oltrepassata. Da ogni parte si vedevano truppe che non disdicevano su questo antico teatro di guerra; nel vederle il mio pensiero correva sempre più a ricordare gli eventi storici di queste stupende contrade, poichè qui appunto ha principio il territorio storico dell'Italia meridionale. All'inizio del medio evo era ripartito in tre gruppi, gli stati longobardi di Benevento, Salerno e Capua; il dominio bizantino delle Calabrie e le repubbliche marittime, di Napoli, Amalfi, Gaeta e Sorrento. Tutte queste regioni passarono in seguito in possesso dei Normanni. Mentre tutti questi diversi elementi, longobardi, greci, imperatori germanici, papi, repubbliche, saraceni, erano fra di loro in continua lotta, la storia dell'Italia meridionale diventa veramente un caos. L'inferno di Dante non può dare che una debole idea di tutti gl'intrighi, le passioni, i delitti che si muovevano in questi stati, in queste corti. Purtroppo la storia di quei tempi manca ancora, essa è un labirinto. Montecassino ne possiede sempre molti elementi nelle sue collezioni di diplomi, particolarmente riguardanti Gaeta. La rinomata opera di Giannone, pregevolissima per ciò che riguarda l'ordinamento civile, e quello della giustizia, non sempre è esatta nel rimanente e non corrisponde più all'attuale progresso della scienza.
Arrivammo al ponte sul Melfa che ha conservato l'antico suo nome e che è ancora, in ottobre, quasi asciutto nel suo ampio letto bianco e sassoso. Si pretende che esso abbia segnato una volta la linea di confine fra gli stati della Chiesa o ducato di Roma e il ducato longobardo di Benevento; ma la cosa è tutt'altro che certa; sembra anzi assai più probabile che allora, come oggi, il Liri dividesse i due stati. Stavano accampati vicino al fiume, attorno ad un mucchio di fieno, dei soldati di cavalleria.
Poco dopo passato il ponte, comincia l'estremo Lazio, la bella campagna di Aquino e di Pontecorvo, irradiata dal sole, ed attraversata dalla magnifica strada che porta a Capua. Alla sua sinistra si leva la catena degli Appennini, di cui si scorgono la vetta del Cimarone ed i borghi di Castello, di Rocca Secca, di Palazzuola, di Piedimonte; più in là sorge il monte Cairo, mèta della nostra gita. Già si scorgevano gli edifici grandiosi e le cupole di Montecassino, l'Atene del medio evo, faro della scienza nella cupa notte di quei tempi. Colà Paolo diacono scrisse la sua storia dei longobardi.
A destra della pianura apparivano le cime azzurre dei monti Volsci, di natura identica a quelli di Segni e di Gavignano, e poi S. Giovanni Incarico, Pontecorvo, il piccolo territorio pontificio già possesso di Bernadotte e più lontano Oliva, Rocca Guglielma ed altri villaggi. Il Liri qui corre ai piedi dei monti, attraversa campi deliziosi che sembra non voler lasciare mai, perchè allunga la sua strada con mille sinuosità; ad ogni passo accoglie il tributo di un ruscello o di un torrente e le sue acque risplendenti ai raggi del sole, sono veramente meravigliose. Con qual diletto non dovettero soggiornarvi i Saraceni! Certo essi non trovarono mai sponde più amene nè sul Guadalquivir, nè sul Sebeto, nè sul fiume Ciane. Molti popoli dopo l'epoca romana funestarono questo paradiso: i Visigoti con Alarico ed Atalulfo, i Goti valorosi di Totila e di Teia, gli Isauri, gli Unni, i Sarmati, i Greci; le orde terribili di Leutari e di Bucellino, i docili Longobardi che finirono coll'occupare tutte queste terre, col coltivarle e farle rifiorire, gli Arabi, gli Ungari, i Normanni, i Francesi, gli Spagnoli, i Tedeschi; tutti si accamparono qui e vi combatterono; tutti apparvero in questa Campania felice, chiave del regno di Napoli.
Più lontano noi scorgiamo anche i monti di fronte a S. Germano, su cui sorgono Rocca d'Evandro (propriamente Bantra), S. Elia, S. Pietro in Fine, sui quali emerge l'alto Aquilone. La maggior parte di questa bella pianura apparteneva alla diocesi di Montecassino e parecchi di questi paesi, di queste città, debbono al monastero la loro esistenza.
Questa parte estrema del Lazio non ha la severa grandiosità della campagna romana; le sue tinte sono più calde, più dolci, più meridionali, infine, la sua coltivazione è assai più rigogliosa, nè vi sono tante colline.
Essendo giorno di fiera a S. Germano, incontrammo per strada molti contadini, vestiti come nella valle del Sacco e ciociari coi sandali. Le donne però, anzichè il busto portavano un morbido panno con nastri sulle spalle e due vesti di cui quella superiore fatta a grembiale: questo modo di vestire fa una graziosa figura.
Qui, invito il lettore ad abbandonare la strada di Capua ed a piegare a destra, verso Aquino che giace in mezzo alla pianura. E' piacevole attraversare la linea recentemente ultimata fino a questo punto della strada ferrata di Capua che non può venire ancora esercitata poichè, se il governo napoletano si affrettò a compierla sul suo territorio, quello pontificio è ancora arretrato sul suo, avendo appena oltrepassato Albano.[12]
In un quarto d'ora, attraverso a campi coltivati a granturco, si giunge ad Aquino. Questa città, importante ai tempi dei Romani, è ora un borgo lungo e stretto, su cui emerge solo un campanile. La sua posizione, su di un ruscello, non ha nulla di speciale, senonchè bellissimi per ricchezza e per frescura di vegetazione sono i suoi dintorni e stupendo è il panorama che vi si gode. Esistono ancora presso il paese alcune rovine della città romana, avanzi di porte, di mura, reliquie dei templi di Cerere e di Diana; in complesso però nulla di notevole. Presso il ruscello sono le rovine di una chiesa del secolo XI, S. Maria Libera, basilica a tre navate, sulla cui porta si scorge ancora una Madonna in mosaico, opera bizantina ben conservata. Vicine le une alle altre sorgono così le rovine dell'Aquino romana e dell'Aquino medioevale; a queste due epoche appartengono le celebrità della città.
Aquino si può vantare di aver dato i natali a uno dei meno famosi imperatori romani, a Pescennio Nigro che vi nacque in umile condizione come Mario. Prode soldato, si distinse quale generale in Siria; dopo l'uccisione di Pertinace vestì la porpora, ma la dovette cedere presto all'africano Settimio Severo che lo sbalzò dal trono e lo fece prima imprigionare, poi decapitare. Maggior gloria procurarono ad Aquino due altri suoi figli. Sono due tipi che rappresentano due epoche e che si possono l'uno all'altro contrapporre, come le rovine di un tempio romano a quelle della basilica di S. Maria Libera. Quale maggior contrasto, infatti, di quello che passa tra Giovenale e S. Tommaso d'Aquino, fra il grande poeta satirico della corruzione pagana di Roma ed il più grande filosofo della sacra teologia scolastica, che ebbe il nome di Dottore Angelico? Si direbbe che questi due personaggi tanto diversi abbiano voluto sorgere entrambi in Aquino, nel modo stesso che la corruzione pagana di Roma richiedeva la rigenerazione cristiana.
Giovenale ci trasporta con le sue satire in quelle condizioni di Roma, preparate da Mario e consolidate dalla stirpe Giulia dopo la caduta della repubblica, in quella Roma, pantano sanguinoso, putrida palude morale, menzogna in tutto, dove ogni cosa era appestata, in quella Roma fisicamente e moralmente ammalata, tutta da comprare; dove patrizi e cittadini si affollavano famelici attorno ad un despota onnipotente, terribile come il fato; dove pensiero, parola, penna, erano avvinti in ceppi; dove unica libera era l'adulazione; dove non vi erano che idee servili, libidine di piacere ed una mostruosa prostituzione della natura; dove in quella folla lasciva e tormentata dalla voluttà e dalla paura, alcuni spiriti stoici, concentrati in sè stessi, davano sfogo alla loro nausea morale con la satira e con la storia, non appena lo consentiva un despota più temperato degli altri.
Giovenale nacque in Aquino; poco però si sa della sua vita, come di quella della maggior parte dei poeti dell'antichità, il che, del resto, non torna davvero a loro danno. Le loro persone assumono così quasi l'aspetto di un mito. Nessun erede, parente o amico indiscreto, pubblicò la loro corrispondenza; nessun giornalista descrisse con scrupolosa esattezza il loro aspetto esteriore nei più minuti particolari, non li accompagnò passo passo nella loro vita, partendo dalla culla; non tenne conto delle loro virtù, dei loro vizi, dei loro errori, dei loro debiti presso ebrei e cristiani e d'ogni altro loro imbarazzo. Due pagine bastano, alla vita oscura di Orazio, di Virgilio, di Ovidio; della morte di Eschilo e di Euripide, non rimane che una tradizione favolosa; l'arguto Terenzio scomparve tranquillo in qualche angolo dell'Ellade, presso la palude Stimfalica.
Di Giovenale, solo da un suo verso, si sa che nacque in Aquino. Venne esiliato in Egitto o in Scozia? Dove morì? Nessuno lo sa. La sua lunga vita, ora rattristata, ora allietata dai regni di Claudio, di Nerone, di Galba, di Ottone, di Vitellio, di Vespasiano, di Tito, di Domiziano, di Nerva, di Traiano e di Adriano, fu spettatrice dei più grandi avvenimenti; vide sul trono del mondo una serie di demoni feroci, ed una di genî buoni; vide tempi in realtà miserrimi, a torto detti felicissimi.
E' difficile quindi immaginarsi quale idea dovette farsi della vita, quali impressioni dovette provare un uomo di mente e di cuore che potè vedere l'aspetto truce di un Nerone, e la fisonomia serena di un Tito.
Se egli non avesse visto quella doppia serie di imperatori, se invece di essere nato sotto Claudio, fosse nato ai tempi di Tito, forse non avremmo le sue satire; ma le impressioni di gioventù dettero la direzione al suo spirito; in fondo poi la società romana dei tempi di Tito era sempre quella stessa dei tempi di Nerone. Povero Giovenale condannato ad essere il poeta della sua età! La sua lingua, la sua narrazione già oscura, difficile, serrata come quella di Tacito, sotto il peso dell'atmosfera romana, sotto la stretta della sua amarezza, dovettero esercitarsi sopra argomenti ai quali non sarebbero stati adatti nè il marmo, nè l'argilla, ma il fango. Chi può leggere le sue satire sugli uomini e sulle donne di Roma senza provare un senso di ribrezzo? Chi può non compiangere un ingegno eletto come il suo, condannato a cercare le sue ispirazioni in quel pantano della società romana dei suoi tempi? _Facit indignatio versum, qualemcunque potest._
Giovenale fu paragonato (e con qualche verità) a Tacito, il suo più grande e più nobile contemporaneo; ma lo storico di quell'epoca aveva almeno la coscienza di chiamare il dispotismo davanti ad un tribunale supremo, sempre pronto a pronunciare le sue sentenze. Ma che cosa può confortare il poeta satirico, il pittore della impudicizia nel ribrezzo che deve provare a descrivere la generale corruzione dei suoi tempi? Eppure, quanto non è superiore un Giovenale ai romanzieri ed ai drammaturghi dei tempi nostri, più lascivi, ma più deboli di Petronio, i quali descrivono il vizio coi colori più dolci e sentimentali e ci dipingono vili meretrici come tipi ideali?
Teniamoci fortunati noi tedeschi, almeno per ciò che non possediamo nella nostra letteratura un Giovenale, nè un Sue o un Dumas, ma possiamo porre ancora corone non contaminate sul capo di Schiller, il poeta generoso della libertà e dell'ideale umano.
Ambedue quei romani, Giovenale e Tacito, lamentarono la perduta libertà repubblicana; ambedue disperarono dell'avvenire che non appariva loro diverso da un abisso, e Giovenale ancora più di Tacito. E di fronte ad essi già sorgeva, da loro conosciuto, ma non compreso, anzi disprezzato quale setta giudaica, il cristianesimo, ideale tuttora velato di una umanità ringiovanita. E i Germani, di cui Tacito ammirava la schietta naturalezza e la semplicità eroica, dovevano poi abbattere in Roma il dispotismo e la menzogna.
Il cristianesimo... Siamo sulle rovine di Aquino e tra i ruderi di S. Maria Libera, appare un santo illustre, il Dottore Angelico. Veste l'abito dei domenicani, porta un fascio di libri sotto il braccio, è di statura alta, asciutto, ma cammina curvo, ha una testa potente e voluminosa, viso abbronzato e rugoso, però _molli carne, quae acumen ingenii et excellentiam indicaret_.