Passeggiate per l'Italia, vol. 1

Chapter 16

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Avendo così perduto un tempo prezioso, non potei quasi vedere Isola al tramonto del sole, perchè già la notte scendeva. Questo paesetto giace in una bella isola del Liri, ombreggiata da molte piante. All'estremità dell'isola le acque del fiume, dal colore dello smeraldo, si precipitano impetuose come da una cascata. Sopra all'isola sorge una rupe, alta circa 80 piedi, sulla cui cima torreggiano le rovine di un antico castello. Si ode da lungi il rumore delle acque e avvicinandosi, la vista è rallegrata e dal fiume stesso e dai molteplici canali che vi si versano, dopo aver irrigato giardini, popolati da stupendi platani e pini e ricchi della meravigliosa vegetazione dei paesi meridionali quando sono bagnati dalle acque.

Qui il fiume è già ingrossato, perchè poco sopra riceve il tributo del Fibreno; nè serve solo a rendere fertili i campi, poichè dà moto anche a parecchie fabbriche di panni e di carta che danno lavoro a varie migliaia di operai e diffondono così il benessere e l'agiatezza nella regione.

Così Isola come Sora sono paesi industriali e la buona strada che li congiunge è fiancheggiata da opificî, da villini e da giardini. E' un'oasi di meravigliosa coltivazione sorta dal principio di questo secolo; e rallegra il trovare finalmente in queste regioni, tanto belle e tanto trascurate, lo spettacolo dell'attività umana.

Mi recai, al chiarore della luna piena, a Sora che dista appena un'ora di strada, su di uno _char-à-banc_, come si chiamano qui i curricoli napoletani, con parola francese, poichè l'uso di questi carretti a un cavallo comincia già qui e come a Napoli il povero ronzino vien spinto al galoppo a furia di frustate. La luce della luna rendeva ancor più bella quella strada, di per sè già così suggestiva e tutte quelle costruzioni moderne, poichè la prosperità di Sora e d'Isola non risale che al principio di questo secolo; essa produce oggi una profonda impressione in chi viene dalle provincie romane, dove tutto è antico, dove tutto appartiene al papato, alla storia, dove le cupe ed oscure città sorgenti sui monti risalgono ai tempi di Giano e di Evandro.

Le fabbriche attuali, per lo più di carta, costruite grandiosamente e secondo i migliori sistemi moderni, debbono la loro origine ai francesi del tempo di Murat e principalmente a un certo Le Febvre che, venuto qui povero, trovò sulle sponde del Liri un vero Eldorado, riuscendo a trarre l'oro puro dalla forza delle sue acque. Lasciò a suo figlio queste fabbriche ed alcuni milioni. Il re di Napoli, credo Ferdinando II, accordò a questa famiglia il titolo di conti, titolo che essa invero aveva ben meritato; poichè una contrada poco coltivata deve al talento inventivo di quello straniero la sua ricca vita che non scomparirà più, anzi probabilmente aumenterà.

La vista di quanto possa l'umana attività riesce sempre di grande soddisfazione, anche dove frequenti ne sono gli esempi, come in Inghilterra, in Germania, in Francia; ognuno immaginerà quindi l'impressione che suscita in chi visita il regno di Napoli, dove, purtroppo, una tale attività è rara.

La cartiera Le Febvre del Liri e l'altra del Fibreno, sono due grandi edifici. E' un piacere vedere quella folla di operai intenta a fabbricare, direi quasi a fondere la carta; giacchè tutta quella pasta liquida scorre quasi fosse un denso fiume di latte e passando su cilindri riscaldati, si svolge in una bianca striscia senza fine, pronta ad accogliere il pensiero dello scrittore. Iddio ha certo creato il mondo ad un dipresso come il signor Le Febvre crea la carta, abbandonandolo alle dispute degli uomini. E' impossibile vedere scorrere quel candido fiume senza pensare a tutti i molteplici usi ai quali serve questa maravigliosa materia che domina la vita e che si chiama carta. Quella striscia bianca che si svolge dinanzi ai nostri occhi vedrà poi la luce, stampata coi prodotti del genio o della stoltezza, nelle scienze o nelle arti, o sotto forma di giornali, di cambiali autentiche o falsificate, di carte costituzionali, di partecipazioni di lutto o di gioia, di sentenze di morte, di trattati di pace, di opere drammatiche, di passaporti, di opuscoli politici destinati a far rumore, come in questi giorni _Le Pape et le Congrès_, di carte da gioco, di fotografie, di lettere amorose e in tante altre forme che uniscono o separano la vita!

Presso Isola fui ospitato in una villa, il cui cortese proprietario mi condusse nel parco del Conte, parco che può gareggiare benissimo con quelli delle ville romane. Certo, i principi Doria o Borghese potrebbero invidiare al conte Le Febvre l'abbondanza delle acque che non devono essere procurate con l'arte, poichè un braccio del Fibreno attraversa il suo bosco, precipitandosi dapprima di scoglio in scoglio con piccole cascatelle e allargandosi poi in un placido e delizioso laghetto. Le sue sponde sono ricche di splendide piante, di ameni prati; vi sono viottoli ombrosi, angoli solitari, fiori in abbondanza; questo parco è, in una parola, un piccolo Tivoli, è un paradiso delle Ninfe, dove sarebbe un vero incanto passeggiare, riposare, leggendo e fantasticando liberamente.

Arrivai a Sora, città vescovile e la prima del regno di Napoli da questa parte, prima delle dieci della sera e trovai alloggio in un buon albergo. In questo luogo vicinissimo allo stato della Chiesa vidi chiaramente come il confine politico diventa ben presto anche confine dell'uso e della lingua. Il cameriere mi offrì una lista di cibi, i cui nomi a Roma sarebbero apparsi incomprensibili, e non mancò di darmi del _don_.

Il mattino dipoi trovai che Sora è un paese moderno, discretamente pulito, con buone strade e tutt'altro che privo di industrie e di commercio. Sora è posta sul Liri che svolge le sue acque verdastre fra alti pioppi, simile in ciò ai fiumi della Germania. Un ponte di legno lo attraversa; le sue rive hanno luoghi deliziosi e la sua campagna è fertile, ben coltivata svariatamente a giardini ed a vigne, attraversata da buone strade che portano ai paesi vicini.

Sora è situata in perfetta pianura, nella valle del Liri, circoscritta a distanza dai monti. In qualche punto il piano si restringe ed esce dalla catena un contrafforte. Immediatamente sopra la città si erge un monte di forma piramidale, alto, ripido, di aspetto severo, di roccia nera, selvaggio e nudo; sulla sua cima stanno le rovine pittoresche dell'antica rocca, chiamata Sorella, rovine non meno cupe del monte. Sora riposa tranquilla e idillica all'ombra di questa piramide naturale, tutta moderna di aspetto, sebbene sia un'antica città volsca che non ha mai mutato nome. Essa col tempo divenne sannitica, quindi latina, infine romana. Nel periodo romano vi nacquero i tre Deci e il famoso Attilio Regolo e ne sortì la gente Valeria, alla quale appartenne l'oratore Quinto Valerio; e poi Lucio Mummio: nomi sufficenti ad illustrare la città.

Durante il medio evo anteriore si trova ricordata Sora quale città di confine, più volte sorpresa e saccheggiata dai duchi longobardi di Benevento. Probabilmente allora era bizantina. Posseduta quindi da varî duchi di razza longobarda, finì per passare in potere dell'imperatore Federigo II che la distrusse. Più tardi appartenne ai conti d'Aquino, divenuti signori della maggior parte del territorio fra il Liri ed il Volturno. Carlo d'Angiò nominò conte di Sora un Cantelmi, parente degli Stuart ed Alfonso d'Aragona eresse Sora in ducato di cui primo signore fu Nicolò Cantelmi. Ma i papi frattanto non avevano mai cessato di aspirare alla signoria di questa bella regione e la ottennero sotto Pio II che conquistò Sora per mezzo del suo capitano Napoleone Orsini. Re Ferdinando I di Napoli confermò il possesso, ma Sisto IV ne privò la Chiesa nel 1471, investendone suo nipote Leonardo della Rovere, allorquando questi sposò la nipote del re. Più tardi, nel 1580, Gregorio XIII acquistò Sora dal duca di Urbino per suo figlio don Giacomo Buoncompagni: pochi furono i nipoti in Roma che ricevettero così cospicuo dono. Il territorio rimase in potere dei Buoncompagni-Ludovisi fino alla fine del secolo XVIII. In questo tempo tornò al regno di Napoli, e di quello splendore del nepotismo romano non rimase in Roma che il palazzo di Sora e il titolo di duca di Sora, titolo che ancor oggi porta il figlio primogenito del principe Ludovisi-Piombino.

Mentre i della Rovere possedevano Sora, nacque colà un uomo illustre, Cesare Baronio, l'ultimo uomo di grandi meriti di questa contrada. Per quanto incantevoli, melodiose e pittorescamente irradiate dal sole, le sponde del Liri, ombreggiate da lunghe file di pioppi, non produssero mai un genio poetico, un Orazio, un Ovidio, un Ariosto; produssero invece famosi uomini di guerra e grandi oratori, e veramente per i retori è questo un ambiente favorevole alla creazione delle immagini e dei tropi per l'inesauribile eloquenza di questa natura.

Cesare Baronio nacque il 31 ottobre 1538. Lo si può considerare come il Muratori della Chiesa, di cui scrisse gli annali dalla nascita di Cristo all'anno 1198. Nel 1588 fu pubblicato il primo volume della sua opera, in cinque parti, compilata con i materiali degli archivi vaticani, lavoro veramente gigantesco, cui si può ricorrere utilmente, in molte parti, come a fonti originali, specialmente per i primi e più oscuri secoli del medio evo; ma libro di cui convien far uso con molta prudenza, poichè a quell'epoca gli studî storici non erano così innanzi come lo divennero in seguito è quindi opera informata a spirito illiberale ed ingiusto, frutto cioè di uno dei periodi più ardenti della reazione cattolica contro la riforma. Dagli oratori suoi compaesani Baronio non prese nè il sale attico, nè l'urbanità, nè lo spirito di discussione filosofica, nè la purezza della lingua. Non gli fa difetto però una certa ampollosità ciceroniana ed una certa maestosità che risalta ancora maggiormente accanto alle opere del Rainaldo, del Laderchi e del Theiner, suoi continuatori. Egli fece i suoi primi studî a Veroli, poi a Napoli e a Roma dove fu discepolo di quel santo assai originale che fu Filippo Neri; visse anche, come monaco, nell'Oratorio da questi fondato in S. Maria della Vallicella. Fu cardinale e dopo la morte di Clemente VIII, poco mancò che non ottenesse la tiara; ma, punto ambizioso, volle che fosse collocata sulla testa di Leone XI de' Medici, amico suo. Morì due anni dopo, il 30 giugno 1607. Venne sepolto nella chiesa dell'Oratorio di Roma. Il Baronio rimarrà sempre una gloria della storia ecclesiastica e la sua gigantesca opera sarà sempre meritevole di ammirazione.

Voglia ora il lettore gettare ancora uno sguardo su quell'altura di dove abbiamo preso le mosse e dove si scorge sempre Veroli. Chi non conosce, o non ha mai udito parlare di un'opera italiana intitolata «Del beneficio di Cristo?» Pubblicata nel 1542 in Venezia in grande quantità di copie, diffusa in molteplici traduzioni, dopo trent'anni era divenuta già irreperibile, tante erano state le mani che ne avevano fatto ricerca per consegnarla alle fiamme. Udimmo, pochi anni fa, che inaspettatamente se n'era scoperto un esemplare in una biblioteca di Cambridge e venne di poi ristampata in Inghilterra, in Germania e in Italia. Aonio Paleario di Veroli fu l'autore di quel celebre scritto ed io voglio porlo a fronte di Baronio, suo contemporaneo e quasi suo concittadino, essendo nati in località distanti appena due ore l'una dall'altra. Paleario non morì cardinale; dopo di aver trascorso tre anni nelle prigioni dell'Inquisizione, fu tratto alla forca e bruciato nel 1570.

Non si riesce oggi a comprendere come un uomo abbia potuto essere giustiziato per aver intrapresa, con la coscienza di un santo, la giustificazione della dottrina di Cristo. Leggendo oggi, dopo alcuni secoli quello scritto soave e pio, fondato unicamente sui precetti dell'Evangelo, vien quasi fatto di dubitare se sia proprio vero che per esso l'autore abbia potuto essere condannato al rogo da cristiani.

In quel tempo venne anche giustiziato Carnesecchi, amico di Clemente VII. Era il tempo dei riformatori italiani di Giovanni Valdez, di Bernardino Ochino, di Vergerio, di Paolo Ricci, di Antonio Flaminio; il tempo in cui anche cardinali come il Contarini, il Morone, il Polo, venivano citati innanzi l'inquisizione. Le fiamme del rogo che arsero Aonio, eccitarono lo zelo di Baronio ed i suoi annali della Chiesa ne risentono, perchè scritti alla loro luce.

La città di Sora e tutti i paesi del confine napoletano rigurgitavano di soldati, perchè all'intorno si stava stendendo un cordone militare. Sulla piazza erano disposte artiglierie da montagna; lancieri correvano al galoppo per ogni dove e poco dopo il mio arrivo giunse da Capua il settimo reggimento di linea che riempì tutte le strade di baionette. Trovai che la fanteria aveva molto migliore aspetto della cavalleria ed osservai, particolarmente tra gli ufficiali, dei bellissimi tipi di uomini. Tanto la cavalleria però, quanto la fanteria erano vestite di una tela di un colore tra il bigio e il turchino che faceva assai brutta figura. Il luccicare di tutte quelle baionette, quelle fisonomie abbronzate, gli abiti coperti di polvere, la ressa alla porta delle caserme, le grida di comando, davano l'idea di una piccola guerra. Così io qui m'imbattevo nella questione romana. Quelle truppe erano avviate verso gli Abruzzi. Nel pensare a un nemico, esse non potevano concepirlo che nelle persone di Vittorio Emanuele o Garibaldi. Correvano le notizie più strane, più contraddittorie, gli uni assicuravano che Garibaldi si trovasse di già negli Abruzzi, gli altri che i francesi fossero in marcia verso Ceprano. La completa segregazione di Napoli, la mancanza di giornali, di ogni mezzo di pubblicità, favorivano la diffusione di tutte queste voci, tanto più che tutti quegli apparecchi accennavano positivamente a probabilità di guerra.

Proseguendo il mio viaggio, incontrai truppe in ogni luogo e durai fatica a prestar fede a miei occhi, quando, nel tornare da Arce, presso il ponte di Ceprano, trovai gli avamposti stabiliti sulla strada come se il nemico fosse già alla frontiera. I romani ridevano di cuore di tutto quell'apparato guerresco.

«Non vi potete fare un'idea--mi si diceva in Ceprano--della paura che i napoletani hanno di Garibaldi; giorni sono abbiamo avuto qui una festa religiosa e, come si usa dappertutto, abbiamo sparato i mortaretti e lanciato dei razzi; sapete di che cosa furono capaci questi napoletani? Dettero il segnale d'allarme con gli squilli delle trombe ed il rullo dei tamburi in Arce e Isola». «Che cosa ve ne pare--mi disse un'altro--di questi napoletani? Se potessimo disporre di cinquecento uomini soltanto, arriverebbero senza ostacoli a Napoli, ma bisognerebbe che fossero buoni parlatori; sapete!».

Quest'ultima frase, prettamente italiana, ci dà una giusta idea della natura delle persone.

Le truppe intanto avevano occupato i loro quartieri ed io mi misi in cammino per recarmi alla patria di Mario. Il carretto che mi portava correva a precipizio ed anzi, presso il ponte, gittò a terra una donna. Gridai, ma fortunatamente la poveretta si rialzò subito e il mio vetturino continuò a sferzare, bestemmiando, il suo ronzino. Per andare da Sora ad Arpino, conviene ripassare per Isola; prendemmo colà due signori di Arpino che lungo la strada furono molto loquaci, forse perchè evitai di parlare di politica; ma appena giunti in città, fecero, prudentemente, le viste di non aver veduto mai il forestiero.

In vicinanza di Sora passammo presso il convento, già famoso e ora rovinato, di S. Domenico. Sorge in un'isola del Fibreno o Carnello, nome questo, che assume poco prima di sboccare nel Liri, in una località bellissima, ricca di piante dove sorgeva la villa che vide nascere Cicerone e suo fratello Quinto.

Questo S. Domenico fu un santo del secolo X, contemporaneo di S. Nilo e di S. Romualdo nato a Foligno nel 951, fu monaco benedettino a Montecassino sotto l'abate Aligero; fondò parecchi monasteri nella Sabina, e nel 1011 questo, aderendo alle preghiere del conte Pietro di Sora, di stirpe longobarda ed esistono tuttora i documenti di quella fondazione. Domenico vi fu abate, e vuole la tradizione che Gregorio VII vi sia vissuto qual monaco benedettino.

Quante volte non avrà quell'uomo grande e singolare passeggiato fantasticando sotto i pioppi dell'isola di Cicerone; certo però non si sarà mai immaginato di dover vedere un giorno un imperatore ai suoi piedi in atto di penitente e di dover sostenere in Roma ed anzi nella storia del mondo, una parte ben più importante di Mario o del debole Cicerone.

Nonostante la memoria di Gregorio, la disciplina andò rilassandosi fra i monaci di S. Domenico; al contatto di quella splendida e voluttuosa natura, non è facile, anche ai monaci, non cedere all'umana fragilità; e non a torto provvedeva Benedetto confinando i suoi nella severità di monti selvaggi. Onorio III nel 1221 riunì per sempre il monastero di S. Domenico, _hortus deliciarum_, come lo qualifica nella sua bolla, a quello di Casamari. Rimase così disabitato per cinque lunghi secoli, finchè Clemente XI vi installò i trappisti, che finirono poi per riunirsi a quelli di Casamari. Finalmente Ferdinando II donò S. Domenico al Capitolo della basilica vaticana che oggi ne ricava un esiguo reddito. La chiesa, di stile gotico, è quasi completamente rovinata e nulla vi è di notevole nel convento; il solo ricordo di Cicerone invita ad arrestarsi in quel luogo.

Ivi Cicerone, Quinto ed Attico si trattennero in quei colloqui che ci rimangono ancora nei tre libri, _de legibus_. Da Arpino, passeggiando lungo il Fibreno, pervenuti _in insula quae est in Fibreno_, vollero fermarsi per riposare, discorrendo di filosofia. Attico non riusciva a saziarsi di ammirare la bellezza del luogo e Cicerone, narrando che spesso vi si recava a pensare, a leggere, a scrivere, disse che trovava in quella località una particolare attrattiva, perchè era la sua culla, _quia haec est mea, et huius fratris mei germana patria; hinc enim orti, stirpe antiquissima, hic sacra, hic gens, hic majorum multa vestigia_. Aggiunge che quella era già stata proprietà dell'avo suo, che suo padre, malaticcio, di cui fa un grand'uomo, vi era invecchiato negli studi e che alla vista di quel luogo natio, comprendeva il sentimento di Ulisse, che preferiva l'aspetto d'Itaca alla stessa immortalità. Riconosceva che Arpino era sua patria come _civitas_, ma che propriamente apparteneva all'agro Arpinate, ed allora Attico descrisse le bellezze dell'isola circondata dalle acque del Fibreno, che andavano a rinfrescare quelle del Liri ed erano talmente fredde, che a mala pena vi si poteva immergere il piede. Sedettero allora per trattenersi intorno alle leggi, e noi oggi possiamo figurarci più volentieri il gruppo di quei tre personaggi togati, eminenti per istruzione e per urbanità, che non i monaci in tonaca, coll'ispida barba, contemporanei di Gregorio VII, in pieno secolo XI, nell'epoca della maggiore barbarie, della maggiore decadenza di Roma. Quale sorpresa non avrebbero provata Cicerone, Attico e Quinto se avessero potuto vedere i Romani dell'undicesimo secolo!

Cicerone nacque fra questi pioppi del Fibreno, di cui sentiamo sempre con piacere il mormorio delle foglie agitate dal vento. Ma a che parlare della sua stupenda culla a coloro che non potranno forse mai gettare uno sguardo su questa campagna smaltata di fiori, rallegrata da una continua primavera? Quale stupendo panorama di monti tutto all'intorno, quali tinte calde non si perdono nei vapori dell'orizzonte!

Cicerone fu figlio della pianura, non dei monti; egli, spirito vasto, radunò in sè quale fiume potente tutti i ruscelli dello scibile suo contemporaneo. Mario invece fu figlio delle montagne, nato proprio in Arpino, fra le mura dei ciclopi, dove vogliamo salire.

Ho veduto pochi terreni così frastagliati e parlanti come questa patria di Cicerone; sorgenti, canali, ruscelli ad ogni passo e di tutte le tinte; ed in mezzo a tutto ciò, il rumore dei molini, le grida dei lavoratori dei campi, ed il fracasso del nostro _char à banc_ che correva sempre a precipizio.

Passammo nella pianura, dinanzi a parecchi casini e vaghi giardini; quindi, lasciata la valle del Fibreno, prendemmo a salire il monte per una bella e comoda strada, dalla quale si gode una nuova vista, affascinante per la varietà, sulla lontana campagna di Roma e la pianura di Pontecorvo. Sora dista da Arpino sette miglia, di cui quattro corrono in salita in una regione coltivata ad oliveti, lasciando sotto il Liri. Man mano che si sale, diminuiscono le case, e raramente se ne incontra una lungo la strada.

Giunsi finalmente ad Arpino verso un'ora dopo mezzodì ed entrai in città per l'antica porta romana.

La patria di Cicerone e di Mario conta attualmente 17,000 abitanti. Le sue vie sono strette, la piazza piccola, ma non fanno difetto case di signorile apparenza. Del resto, la città è morta e non vi si scorge indizio di attività industriale. In quasi tutti i paesi intorno a Roma esistono chiese antiche; Arpino non ne possiede alcuna, quantunque anticamente la sua cattedrale fosse un tempio dedicato alle nove Muse; ora invece è dedicato agli Angeli, come se vi fosse stato bisogno della musica celeste di questi per far tacere per mezzo del cristianesimo i canti pagani delle nove vergini sorelle dell'Olimpo.

Arpino è divisa in due parti; la città vecchia, sul punto più elevato dove sorgeva l'antica rocca, e la città propriamente detta che si stende ai piedi del ripido pendio del monte. Questa divisione è antichissima, ed è una caratteristica distintiva di tutte quante le antiche città volsche e latine. Del resto, le mura ciclopiche, scendenti dall'altura su cui sorgeva la rocca, provano che la città moderna è fabbricata sulla stessa area dell'antica, ed anche la porta della città è di origine ciclopica. Le mura sono in tutto simili a quelle di Segni e delle altre antiche città del Lazio. In generale sono ben conservate, specialmente nella parte più alta, cui si accede per una ripida strada scavata nel tufo calcareo, fiancheggiata da oliveti che scendono fino alla parte bassa.

Lassù sorgeva la rocca ciclopica, e nel medio evo il castello dei conti longobardi. Esiste ancora una vecchia torre rivestita di edera; sono vicino ad essa quelle mura di giganti che non si possono guardare senza stupore. E' ancora in piedi una bella porta ciclopica e le mura formano un quadrato attorno alla rocca. Le porte per solito finiscono in un arco a sesto acuto, o tozzo, come quelle di Alatri, di Segni, di Norba; questa invece è di stile quasi gotico, se non che esiste tuttora il macigno che serviva di chiave alla volta e non è possibile che abbia assunto la presente forma in seguito a rovina accidentale. Le pareti sono formate di sei ordini di macigni, collocati tre per tre; la larghezza della porta è di otto passi, la sua profondità interna di sette e l'altezza di circa quindici piedi. I macigni, di tufo calcareo porosissimo, sono di forma quasi quadrata.

Di là scendono le mura con dolce pendenza, come a Segni, interrotte qua e là da una porta quadrata di stile etrusco, o da torri medioevali di guardia. L'edera le ricopre; nelle loro fessure crescono olivi selvatici e arbusti fioriti. Il loro aspetto, cupo e severo, riporta ai primitivi tempi italici, coi quali comincia la storia del Micali. «Nei primi tempi regnò in Italia Giano, quindi Saturno, il quale fuggendo dalla presenza di suo padre Giove dalla Grecia, si ricoverò nella città di Saturnia. E siccome rimase in Italia nascosto (_latuit_), ne venne a quella regione il nome di _Latium_».