Passeggiate per l'Italia, vol. 1

Chapter 15

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Ci arrestammo un istante ad un miglio dalla spiaggia. La barca sembrava davvero un guscio di noce sul flutto irrequieto, ora avendo come sfondo l'orizzonte da un lato ed i monti dall'altro, ora sprofondandosi nelle liquide valli. Questa gita mi fece molto piacere, perchè non temo il mare agitato e non soffro punto il mal di mare. I rematori vogavano faticosamente, ma con arte consumata sapevano ora evitare, ora utilizzare abilmente le onde più grosse e più alte. Allora capii veramente che cosa fosse una barca equilibrata e la nostra poggiava fissa e sicura sui suoi quattro remi, che insieme sembravano servirgli come braccia e come ancora. Era assai difficile avanzare e dopo più di due ore di lotta ci trovammo di nuovo di fronte a torre Badino.

Questa torre ed un casino lì presso indicano il luogo dove il Portatore, un braccio del canale pontino, si versa nel mare. Vi sono stati costruiti dei moli. I pescatori risolsero di mettersi sotto vento ed invece di continuare il faticoso viaggio, arrivare così a Terracina per il canale.

Alla foce del Portatore l'agitazione delle onde alte e grigie era assai forte: la nostra barca ne risentì la violenza con un forte beccheggio, ma presto, oltrepassato un ponte levatoio, ci trovammo in uno specchio d'acqua più che tranquillo, morto, nero, stagnante. Da quello entrammo nella Linea Pia che conduce direttamente a Terracina.

La Linea Pia è fiancheggiata da alti olmi, e sulle sue rive cresce la più ricca flora di gigli acquatici che abbia mai visto. In alcuni punti il canale era impaludato, o era completamente coperto di piante. A causa di questo tre marinai dovettero scendere dalla barca e tirarla dalla riva con una fune, a forza di braccia.

Per quanto ad ogni stagione la Linea Pia venga sottoposta ad un ripulimento, essa è invasa di nuovo prestissimo dalla flora palustre. Il metodo per pulirla è semplicissimo: si caccia qua e là per il canale una frotta di bufali e si fa loro calpestare l'erba. Queste bestie si sforzano naturalmente di liberarsi e di guadagnare la terra ferma, non perchè temano l'acqua, essendo al contrario animali di palude, ma perchè la fatica necessaria per strappare e pestare le piante così intrecciate, stanca anche la loro possente muscolatura. Ma i butteri che li accompagnano, li respingono nel pantano colle loro lunghe lancie, ed altri tormentatori stanno dietro sui sandali e fanno lo stesso con delle aste puntute. Il giorno dipoi vidi, sulla via Appia, presso la stazione di Mesa, questa selvaggia scena palustre: è impossibile immaginare qualcosa di più singolare di quei mostri neri ammassati nel canale che, simili a un branco di cavalli del Nilo, agitano le loro teste possenti con le corna piegate all'indietro, sbuffano fuor dell'acqua, mentre faticosamente avanzano nuotando e calpestando.

Quanto più ci avvicinavamo a Terracina, tanto più il canale diveniva animato. Molti sandali tornavano carichi dalla città e su molti di essi sedevano uomini civilmente vestiti che sembravano passeggeri ed erano forse proprietarii di terre vicine.

Scendemmo dal battello al ponte, presso il grande ospedale militare ed io mi recai subito alla riva accanto all'albergo, per sapere qual fine avesse fatta la gigantesca tartaruga. Essa stava distesa su un carro a due ruote, legata con funi e accuratamente avvolta in scorze d'albero, quasi si fosse voluto preservarla da un raffreddore. Molta gente stava ad osservarla attentamente. Il guscio robusto era di un bellissimo color bruno con macchie nere; la testa pareva quella di un'aquila e perfino la bocca aveva la forma di un becco. Viveva ancora e guardava gli astanti con occhi spalancati pieni di stoica indifferenza; sembrava quasi volesse dire: «Tu sei una creatura più abominevole di me, o uomo, e cento volte più crudele e vorace del pescecane, tu che strappi alle profondità dei mari i suoi abitanti per seppellirli nel tuo stomaco, nella grande voragine e abisso del mondo vivente!» Nella notte la tartaruga doveva essere spedita al suo destino, cioè a Piperno, fra i monti Volsci, dove sarebbe stata poi venduta come cibo di magro.

LE SPONDE DEL LIRI.

(1859).

Le sponde del Liri.

(1859).

Invito il lettore ad un'escursione attraverso il paese latino, da Veroli a Casamari, da Isola a Sora e ad Arpino, da Arce ad Aquino, da San Germano[10] a Montecassino, proprio mentre l'Italia centrale pullula di armati, mentre le Romagne hanno scosso il giogo pontificio, mentre gli animi tutti sono preoccupati dalla _questione romana_.

Questa regione è la continuazione del Lazio; il Liri divide con confini naturali la Campania in due parti: quella romana è solcata dal Sacco che si getta appunto nel Liri sotto Ceprano ed è propriamente la campagna romana; l'altra metà, magnifica pianura fra l'Appennino ed i Volsci, è la Campania napoletana, dove scorre il Liri. Essa si estende veramente fino a Capua, ma i monti la circondano di fronte a San Germano e la separano così dalla _Campania felice_. A Montecassino mi fecero osservare un giorno di lassù il castello di S. Pietro in Fine, e mi spiegarono questo nome con: _in fine Latii_; se non che l'erudito don Sebastiano Calefati mi fece riflettere che _in fine_ poteva anche significare: al confine della giurisdizione della diocesi di Montecassino. Non intendo però entrare in una disquisizione geografica; scendiamo piuttosto tranquillamente da Veroli, per arrivare sulle rive del Liri in una bella giornata di ottobre, mentre un sole tepido splende sui campi tingendo i monti de' più bei colori dell'autunno, mentre dinanzi ai nostri occhi si stende la classica campagna attraversata dal fiume, il cui bel nome risveglia i pensieri più gentili, più soavi e diffonde un alito poetico per queste contrade.

Uscendo dalla porta dell'alto paese di Veroli e camminando lungo le sue mura mezzo rovinate, prima di scendere nella pianura, per la prima volta mi si spiegò dinanzi la regione che volevo percorrere. Alla mia destra erano i campi di Ceprano, il ponte ove Manfredi fu tradito e più in là la catena azzurra dei Monti Volsci; alla mia sinistra i monti maestosi di Sora, volti verso gli Abruzzi e pieganti verso il Liri. Ma ciò che sopra ogni cosa attrasse la mia attenzione fu la vetta di un monte, o per dir meglio la linea bianca che lo coronava. Era Arpino, la patria di Cicerone e di Mario. Produce profonda impressione il vedere per la prima volta, e per di più in modo confuso e ad una certa distanza, un luogo che segna due grandi epoche e di cui ci è noto il nome sin dall'infanzia. Mi ritornarono così alla memoria infiniti particolari dell'età giovanile: il mio pensiero si riportò ai banchi della scuola dove ci veniva spiegato Cicerone, si riportò allo stesso volume stracciato e stampato su cartaccia grigia delle sue orazioni ed al tuonante ed indimenticabile _Quousque tandem Catilina?_ Ed ora mi trovavo proprio dinanzi alla patria di Cicerone, dinanzi a quell'Arpino che non avrei sperato o sognato di veder mai.

Non essendovi altra strada carrozzabile all'infuori di quella sotto Casamari, e tutta questa regione latina non avendo altro mezzo di comunicazione con i paesi finitimi se non la Via Latina che porta a Capua, dovetti scendere di cavallo per percorrere lo scosceso sentiero che va fino a Veroli.

Tutti i borghi all'intorno, per la massima parte più antichi di Roma, appartenendo all'epoca di Saturno sorgono su colline rocciose, neri e cupi d'aspetto, rimasti da secoli e secoli quali erano un tempo. I conti e i feudatarii del medio evo vi avevano fabbricato in ognuno il loro castello che sorge tuttora, abbandonato e deserto, dimora dei soli gufi. Il colono vi coltiva anche oggi, soggetto ad un principe romano o ad un convento, la vite, l'olivo, il granturco e la sua condizione, per quanto non sia più servo della gleba, non è in fondo affatto mutata. Per il Lazio, regione saluberrima, non vale la ragione dello spopolamento dei dintorni di Roma, l'influenza cioè della malaria. Fa impressione percorrere una contrada che da lungi appare come un paradiso e poi non è che un deserto pittoresco, coltivato solo qua e là a granturco, un deserto di aridi campi, popolati unicamente di ginestre e di asfodeli, su cui i falchi svolazzano con ampi cerchi. Si rimane stupiti di non trovare una popolazione florida e ricca, città fiorenti ed al vedere solo qua e là gruppi di meschini abituri sulle alture. Gli abitanti del Lazio, bella, buona e forte razza di uomini, sono rimasti in uno stato assolutamente primitivo; il loro modo di vivere, i loro costumi, i loro bisogni non subirono mai la menoma variazione e se uno de' loro antenati tornasse oggi al mondo, non troverebbe forse al suo paese altro di nuovo all'infuori dell'uso, del tabacco, dei fiammiferi e della polvere da sparo. Tutti quei castelli conservano sempre i loro nomi: Veroli, Pofi, Arnara, Bauco (_Babucum_), Ripi, risalgono alla più remota antichità. Li troviamo menzionati nei documenti del IX e X secolo coi loro nomi attuali, con le stesse chiese, con i loro conti e giudici, per lo più di stirpe longobarda; non saprei citare un sol luogo di fondazione posteriore.

Il sole del pomeriggio splendeva ancora ardente su quegli aridi campi, quando entrai in un'orribile strada, in un sentiero, a malapena praticabile per i muli che conduceva al monastero di Casamari. Passai dinanzi ad un casolare solitario dove si era fermata una comitiva di gente venuta da Veroli, fra cui alcune ragazze, vestite per bene che stavano danzando e scherzando: tutto ciò produceva in quella solitudine una gradevole sensazione; si sarebbero potute paragonare ad uno stormo di garruli uccelletti in una cupa foresta. Proseguii quindi per una buona strada fiancheggiata da olivi e da vigneti ben coltivati, il che rivelava un possesso tenuto con un sistema di coltura molto diverso da quello dei dintorni. Presto ne scoprii la ragione; incontrai una compagnia di pellegrini che tornavano dal celebre convento di Casamari, gli uomini col bordone in mano, le donne portando sulla testa panieri di provvigioni, vestiti tutti nella pittoresca foggia dei monti latini.

Più volte avevo udito parlare di questo convento e mi era anzi stato vantato con quello di Fossanova, come il più bello di tutto il Lazio; soprattutto come una vera meraviglia di architettura gotica; ora finalmente me lo trovavo di fronte, mole grandiosa di severi edifici, dalla tinta grigia, sorgenti solitari sul sottostante altipiano, tra i quali emerge il vertice della chiesa del monastero. Tutto questo è circondato da un cortile con una porta maestosa di stile romano che dà accesso ad un porticato, che ricorda assai _l'arcus deambulatorii_ dei ricchi monaci medioevali; accanto scorre un ruscello, l'Amaseno, ombreggiato da melanconici pioppi: tutto ha l'aspetto di un deserto silenzioso e arso dal sole.

In genere i monasteri al dì d'oggi hanno un non so che di desolato, di morto, come di cosa che non risponde più all'indole dei tempi. Qui invece nulla è mutato; l'atmosfera morale di vari secoli addietro, sopravvive; i monaci continuano a salmodiare, a pregare, a tacere, a lavorare come in passato, rivestiti degli stessi abiti, negli stessi locali, con la stessa monotona uniformità. Tutto è andato mutando nella storia del mondo, ma fra i monaci di Casamari nulla è cambiato; ad essi basta che durino la chiesa, i vescovi e il papa in Roma. Nulla nei dintorni ha un aspetto diverso dall'ieri: Veroli, Pofi e San Giovanni sussistono tuttora come una volta, con le loro chiese e i loro santi e i pellegrini continuano come prima a battere alla porta del monastero. Essi non hanno più da temere i Saraceni, nè i baroni rapaci, nè i condottieri; vivono però in continua angustia per la rivoluzione, che finirà col tornar loro più fatale dei Saraceni e dei masnadieri medioevali, poichè da quelli non avevano da temere che l'incendio o il saccheggio, mentre da questa dipenderà la loro esistenza. Inoltre i beni dei monasteri sono diminuiti e con ciò resta inceppata l'azione esteriore alla Chiesa. In realtà un tal convento è come una cronaca in pergamena dove le vecchie miniature rivivono come fantasmagorie.

Il nome di Casamari è stato erroneamente spiegato in _casa amara_ e così erroneamente lo spiega pure il Westphal, nella sua opera sulla Campagna romana, alludendo alla regola severa dei fratelli della Trappa, cioè dell'assoluto silenzio prescritto ai monaci che vi abitano.

Sembra invece più giusto farlo derivare da _Casae Marii_, case di Mario, perchè la badia fu eretta in un _fundus Marii_, ossia in un antico possedimento del famoso eroe di Arpino.

Così vuole la tradizione e così pure afferma il Rondinini, che scrisse: «_Monasterii S. Mariae et Sanctorum Joannis et Pauli de Casaemarii brevis historia, Romae, 1707_».

Il monastero venne fondato da alcuni abitanti di Veroli nel 1036. Primi ad occuparlo furono i benedettini. Ma nel 1152 Eugenio III v'installò i cistercensi che posseggono anche il bello e vicino convento di Trisulti; Federico II con un atto del 1221, datato da Veroli e che tuttora esiste, confermò i monaci di Casamari nel possesso de' loro beni; ma i suoi soldati distrussero il monastero allorchè l'imperatore la ruppe con Roma.

La storia di Casamari non offre nessuna particolarità: non fu che il solito continuo succedersi di guerre, di distruzioni, di ricostruzioni, alle quali andarono più o meno soggetti del pari tutti i monasteri. Nessun personaggio illustre uscì dalle sue mura. Casamari non ha avuto una storia propria come la vicina Fossanova, di cui il Muratori pubblicò una cronaca. Non ha avuto neppure le ricchezze di Trisulti, sebbene possegga ancora vari beni nella Campagna romana. Il suo maggior vanto consiste nella sua meravigliosa chiesa, di cui fu iniziata la costruzione nel 1203, proprio quando l'architettura gotica cominciava a venire introdotta in Italia.

Entrando nel cortile che precede la chiesa provai un disinganno: la facciata cui si accede per un ampia gradinata, il vestibolo a foggia di porticato, promettevano assai poco. Trovai in questo vestibolo una statua di Pio VI e una lapide in onore di Pio IX, per aver questi ristabilito il patrimonio del monastero. Ma appena entrato nella chiesa provai una grata sorpresa trovandomi in un tempio a tre navate, vasto, di proporzioni armoniche, bello, chiaro, ad archi a sesto acuto, con il coro separato solo da una cancellata, il tutto di una semplicità elegantissima.

L'armonia dell'architettura, la semplicità dell'edificio, la tinta tranquilla del travertino, lo stile gotico del mio paese, non potevano produrre in me impressione migliore; il mio occhio, abituato da vari anni alle basiliche di Roma col loro soffitto piatto ed alle chiese a cupola sovraccariche di ornamenti di tempi posteriori, non poteva a meno di trovare nel gotico uno stile architettonico nuovo, svelto, imponente per la fusione della ricchezza con la semplicità, dell'arditezza con la grazia, della forza con la sveltezza, per l'armonia di tutte quelle parti che concorrono a costituire un complesso bello, raro e sorprendente. Abituato a vedere chiese piene di sculture, di ornati barocchi e pesanti, di pitture, d'iscrizioni, di tombe, di altari, questo tempio, dove nulla era di tutto ciò, mi parve bello, semplice, veramente fatto per l'esercizio del culto di una religione pura ed immateriale.

Nessun'imagine, nessuna nicchia, nessuna cappella, un unico altare sotto un tabernacolo a cupola, il tutto come nelle antiche chiese cattoliche tedesche trasformate in templi protestanti. Casamari pareva appunto una di quelle. Non ricordo di aver visto mai in Italia altro edificio di stile gotico di così bella semplicità. La navata centrale ha sette archi a sesto acuto, sostenuti da fasci di colonne; al quinto arco trovasi la cancellata che separa il grazioso coro; al di là non v'è nessun ornamento bizzarro, nessuna statua; soltanto dietro il cancello, a fianco dell'altare, due grandi vasi, con piante di amaranto in piena fioritura che fanno un bell'effetto in quel luogo semplice e imponente.

Solo la chiesa è di stile gotico; le altre parti del monastero sono invece di vero stile romano. Il cortile è un ampio quadrato, con archi semigotici, interrotti a metà da due colonne: in complesso è tutt'altro che bello. La sala del capitolo è abbastanza strana: il suo gotico pare volgere allo stile moresco, la volta è sostenuta da quattro fasci di otto colonne sulla cui estremità ottangolare poggiano gli archi a sesto acuto, partendo dal mezzo della parete ove terminano con un fantastico capitello. L'alternarsi poi di pietre bianche e nere accresce l'originalità del colpo d'occhio.

Vidi solo pochi monaci che passeggiavano silenziosi su e giù e non mi volsero mai la parola. Un frate laico mi recò una brocca d'acqua e sentendo che venivo da Roma mi chiese che cosa vi fosse colà di nuovo e dove si trovasse in quel momento Garibaldi. Il nome longobardo di questo prode capitano del popolo risuonava sopra ogni bocca al confine del regno di Napoli, come tanti secoli prima vi risuonarono quelli, parimenti longobardi, dei duchi Garibaldo, Grimoaldo, Romualdo e Gisulfo di Benevento. La figura di lui, popolare anche colà dove provocava timori anzichè speranze, pareva avere un'influenza veramente magica e non dovevo tardare ad averne la conferma nel napoletano.

Nel medio evo correvano per la Campagna i nomi di Nicolò Piccinino, di Fortebraccio da Montone, di Sforza d'Attendolo e di altri capitani di ventura, divenuti famosi per cento scorrerie, battaglie e conquiste di città. In realtà però non erano che audaci briganti e le loro gesta guerresche furono per l'Italia peste obbrobriosa: l'eroe popolare di oggi, Garibaldi, ha invece consacrato la spada e la vita al riscatto della patria sua.

Montai nuovamente a cavallo, per continuare il mio cammino, quando il sole al tramonto tingeva con le sue più belle tinte i monti di Arpino. Dal monastero al confine napoletano non v'è più di un'ora di strada. Fa sempre un particolare piacere trovarsi in un paese di confine. Là dove i popoli, gli stati confinano, si trova un carattere intermedio, una certa vivacità di spiriti: gli abitanti dei confini generalmente stanno in guardia, gli uni contro gli altri, mentre gli uomini che vivono nel centro degli stati diventano facilmente indolenti, ai confini sono sempre irrequieti, mobili, avidi di novità, furbi e infidi, perchè sempre in contatto coi forestieri. Un nuovo orizzonte si apre davanti ai loro occhi, li spinge ad investigare, a paragonare, li rende proclivi al biasimo, alla critica. Il passaggio da uno stato ad un altro produce sempre una singolare incertezza; per questo la dea Fama abita più volentieri al confine, come nella vita sospetto e invidia sono per lo più demoni bastardi di un confine morale.

Non tardai ad arrivare alla dogana romana, solitario casolare lungo la strada, dove le guardie di finanza ammazzavano il tempo fumando il loro sigaro. Di là, dopo aver percorso una strada attraverso ad un terreno coltivato a vigneti, giungemmo al vero confine, segnato da una semplice pietra. Il dio Termine congiunge qui pacificamente il territorio di Roma e quello di Napoli, non divisi neppure da un fosso.

A breve distanza dal confine sorge il primo villaggio del napoletano, Castelluccio e poco al disotto di questo, quello amenissimo d'Isola, che giace in una vaga isola del Liri. Folti gruppi di alberi in una valle ombrosa annunciano la vicinanza del fiume; graziose ville, opifici industriali, sorgono in mezzo al verde e la campagna, mirabilmente coltivata, mostra la fertilità e la ricchezza che hanno sede generalmente dove sono grandi corsi d'acqua. E sopra questi ricchi campi, in una regione ondulata, s'elevano belli e maestosi, a poca distanza, i monti di Sora. Questo tratto di paese, illuminato dal sole cadente, mi ricordò la Conca d'oro di Palermo; ha comune con essa la seria maestosità delle montagne e la fertilità delle pianure; se non che, invece del mare, si vede in questi campi il Liri o Garigliano[11] che scende rumoroso dall'Abruzzo, come il giovane Apollo e disseta romani e napoletani, per aprirsi poi il cammino tra i monti Volsci e scender placidamente alla riva del mare.

Quando si varcano i confini della sacra repubblica _di S. Pietro_ per entrare nel Regno non bisogna aspettarsi piacevoli impressioni, poichè bisogna confessarlo, gli abitanti dello stato pontificio conservano anche oggi tracce dell'antica grandezza romana, hanno un non so che di grave, di riflessivo, di misurato, una disinvoltura ed una franchezza di contegno, una facilità di parola, una certa generosità di tratto, ereditate dai tempi antichi. La costituzione stessa dello stato della Chiesa, dove il potere assolutamente monarchico, poco traspare, la mancanza di un governo civile accentrato e quella, non abbastanza apprezzata dai romani, di un esercito permanente, le franchigie municipali garantite per anni ed anni, da trattati e da statuti locali (annullati la prima volta dalla repubblica francese e più tardi, sotto la restaurazione, dal cardinale Consalvi), finalmente la mancanza di una dinastia ereditaria; tutte queste cose contribuirono a mantenere, fino ad un certo punto, negli stati della Chiesa sentimenti repubblicani. Entrati nel territorio napoletano invece tutto muta aspetto ed il cambiamento non torna certo a vantaggio di quest'ultimo! La natura grave dei romani scompare ad un tratto; il dialetto diventa barbaro e incomprensibile; gli uomini appaiono meno forti, meno generosi ed invece più importuni, ma al tempo stesso paurosi. Vi abbondano soldati, poliziotti, spie e doganieri di un governo sospettoso, malsicuro, illiberale; nessuno qui può parlare come la pensa, cosa poco piacevole per un napoletano.

Ad Isola v'è una bella cascata d'acqua, una splendida vegetazione, praterie freschissime; ma trovai anche la dogana. Dovetti farvi una lunga fermata e perdervi del tempo per colpa di sei poveri volumi. Eccettuato un _Orazio_, tutti gli altri erano libri di storia medioevale, libri innocentissimi, come ognun vede: ma gl'impiegati di dogana non ne comprendevano il titolo. Lamentarono, a dire il vero, con me la morte di Humboldt, quasi fosse riuscita dannosa alla cultura intellettuale di Napoli; lodarono l'istruzione della Prussia, dove le opere filosofiche sono familiari a tutti; ma conclusero che i miei sei volumi erano merce di contrabbando, che dovevano spedirli al capoluogo, all'ufficio superiore, dove mi sarebbero stati certo restituiti dopo un paio di giorni. Non potei fare a meno di far loro notare che altrimenti si faceva nella mia Germania, dove si cerca di agevolare agli studiosi il modo di viaggiare e non si creano loro imbarazzi e aggiunsi che trovavo addirittura barbare le loro leggi di dogana. Mi rallegrai meco intanto di aver avuto la precauzione di non recare a Montecassino i miei manoscritti, perchè altrimenti avrei corso il rischio di perdere il frutto del lavoro di qualche anno. Tale è la sorte che in questo beato regno può toccare ad uno straniero che viaggi occupandosi tranquillamente di gravi studî sul medio evo. Quale proibizione più assurda, più barbara di questa dell'introduzione dei libri? Finalmente mi fu possibile persuadere l'impiegato, in fondo persona gentilissima, a lasciar passare i miei poveri volumi senza mancare affatto al suo dovere. Per giustizia accennerò ora quanto più liberale sia il governo pontificio: allorquando feci ritorno da Montecassino con gli stessi libri, con altri che mi aveva donato don Luigi Tosti e coi materiali raccolti e con questa merce di contrabbando mi presentai al ponte di Ceprano, l'impiegato della dogana pontificia non fece che gettarvi sopra un rapido sguardo e con gentilezza somma, mi disse: «Passate pure, signore».