Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 14
Alla metà del secolo XIII i Templari divennero proprietari del promontorio, dove ancora durava la leggenda di Circe, figlia del Sole e dove si era mostrata la coppa di Ulisse, il _Graal_ di questo antico monte incantato. Un documento del 3 maggio 1259 dice che Pietro Fernandi, maestro dell'Ordine dei Templari in Italia, per autorizzazione del maestro generale Tommaso Berardi, assegnava al vice cancelliere Giordano in cambio del casale Piliocta (oggi Cecchignola, sulla via Ardeatina), _il villaggio Sancti Felicis sul monte Circego, appartenente per diritto all'Ordine_, ottenuta la approvazione della casa romana dei Templari sull'Aventino (oggi priorato di Malta). Era questi il medesimo cardinale Giordano che come governatore della Campagna romana e della Marittima, nove anni più tardi, compariva colle sue truppe dinanzi ad Astura per chiedere, in nome della Chiesa, ai Frangipani la consegna di Corradino, cosa che non potè ottenere, come è noto, disgraziatamente per l'ultimo degli Hohenstaufen.
Giordano era un nobile di Terracina, della potente casa dei Peronti. Egli riunì a Terracina la rocca Circea che rimase alla sua famiglia fino a tutto il secolo XIII, nel qual tempo passò agli Anibaldi di Roma, dai quali nel 1301 la ebbero i Gaetani.
La potenza di questa famiglia derivava allora tutta da Bonifacio VIII; suo nipote Pietro possedeva già le città volsce di Sermoneta e di Norma e una gran parte del territorio pontino, ricco di bestiame, da Ninfa al mare. Pietro Gaetani diede principio a questo ricco possesso--che i suoi discendenti godono ancora--coll'acquisto del capo Circeo. Lo acquistò con tutte le terre dipendenti e ancora i Gaetani portano il nome di San Felice, e insieme acquistò per 2000 fiorini d'oro il lago di Paola, da Riccardo Anibaldi, signore della torre delle Milizie in Roma. Da quel tempo i Gaetani possedettero la rocca Circea per 400 anni. In questo lungo periodo di tempo essa fu tolta loro una volta, ma per soli due anni, quando Alessandro VI li privò di tutti i feudi negli Stati della Chiesa per donarli al figlio di Lucrezia, al piccolo Rodrigo di Biseglia. Allora egli eresse Sermoneta in ducato, ma subito dopo la sua morte i Gaetani rientrarono nei loro possessi, e siccome erano anche conti di Fondi, il castello Circeo costituì la pietra di confine della loro signoria sul mar Tirreno. Dalla cima del loro palazzo a San Felice essi spaziavano con lo sguardo, entro il cerchio armonioso del panorama, sul loro feudo da Fondi fino ad Astura e dalle mura ciclopiche di Norba fino alla spiaggia pontina.
Nell'anno 1713 i Gaetani alienarono il capo Circeo, e il duca Michelangiolo lo vendette ai Ruspoli di Roma, insieme col palazzo Gaetani sul Corso che si chiamò d'allora in poi palazzo Ruspoli.
Nel 1718 il capo passò agli Orsini come dote di Donna Giacinta Ruspoli; ma siccome la Santa Sede si era riservato il diritto di riacquistare il feudo, gli Orsini dovettero venderlo nel 1720 alla Camera Apostolica per 100,000 scudi. Nel 1808, dopo 88 anni, fu venduto nuovamente, al principe Stanislao Poniatowski, e così un magnate polacco, ultimo della sua casa, divenne signore dello storico capo e lo tenne per 14 anni. La Camera Apostolica lo riscattò nel 1822 e con la caduta degli Stati della Chiesa passò alfine in proprietà dello Stato italiano.[9]
Questa è la breve storia del capo Circeo: intanto il sole si è alzato fra i monti di Gaeta e la luna è scomparsa nella luce. Il capo è apparso tutto scoperto dinanzi a noi, illuminato dal sole matutino con una luce tranquilla e tutto l'incanto è finito.
Poche cose nel mondo tollerano una troppo grande vicinanza, o piuttosto il rapporto della nostra immaginazione con esse non le sopporta. I monti, come gli uomini e le loro imprese, i grandi e la loro fama, hanno bisogno di un velo di luce e d'aria che li renda misteriosi alla nostra immaginazione e tenga lontana l'indagine critica; quanto più piccoli sembrerebbero essi se le loro leggende fossero d'un tratto demolite dalla vicinanza del tempo e cadesse l'illusione che li avvolge! Profondo è il simbolo dell'Iside velata!
Come appare magico e misterioso il promontorio Circeo guardato dalla lontana Astura, dai monti Volsci o da quelli Laziali, ed anche da Terracina, quando cade la sera! Ora invece mi appariva grigio e verde, simile a molti altri monti; spariva quella forma insulare che aveva assunto nella lontananza e lo vedevo scendere verso la pianura pontina con una larga striscia di terra. Le belle forme sparivano e profonde selve coprivano i suoi fianchi fino alla sommità, mentre questa da lontano sembrava rocciosa e nuda, scintillante di riflessi solari!
Prendemmo terra a Torre Vittoria, dove il piede del promontorio si perde sul lembo della spiaggia, senza però avere un luogo di approdo in forma di porto. Non vi erano pescatori, nè barche. La torre è un edificio quadrato, dicesi costruita dai Gaetani. La sua guarnigione è stata soppressa, come quella di tutte le torri marittime, alla caduta del governo pontificio. Serve ora di caserma ai doganieri ed anzi uno di questi appena ci scorse, scese le scale e venne a salutare i pescatori che ben conosceva, ed a verificare il loro passaporto. Lasciai i marinari sulla spiaggia e con la mia guida mi avviai verso San Felice. La posizione del villaggio e la piccola via che vi conduce mi hanno ricordato Capri. Ma il capo Circeo non ha null'altro, o ben poco, che lo faccia rassomigliare a quest'isola. Dopo un quarto d'ora di non faticosa salita sul declivio coperto di siepi e cespugli di mirto, mi è apparso il villaggio in una posizione veramente incantevole.
San Felice sta su una piattaforma naturale, abbastanza larga, al di sopra si levano pareti boscose, dinanzi si apre l'immensa distesa e sotto, nella profondità, il mare turchino. Il paesetto ha poche strade rettilinee ma strette, sormontate dal castello baronale ed una decorosa chiesetta. Di fronte al castello si apre la piazza o strada principale. Le case sono, per solito, di un piano e prive di qualunque pretesa artistica. Fui non poco sorpreso dal fatto che un villaggio così antico e separato dal resto del mondo potesse avere il carattere di un borgo aperto. Che San Felice occupi il luogo dell'antica Circea, non può essere posto in dubbio, perchè non c'è in tutto il promontorio un'altra superficie libera e piana su cui potesse essere edificata una città.
Qualunque traccia di antica storia è scomparsa. E' vero che il palazzo dei Gaetani occupa evidentemente il terreno già occupato da una rocca medioevale che prima del dominio di quei duchi dovette appartenere ad uno dei loro predecessori, ma questo castello baronale non era l'antica _Arx Circeji_ che doveva stare invece su una rupe enorme dominante la città, al disopra della quale ancora si vedono resti di mura ciclopiche larghe cinque piedi, e molti blocchi di pietra. Mi recai a visitare questo luogo, persuaso che il palazzo Gaetani fosse stato costruito sulle rovine dell'antica _Arx_.
Questo castello ha la forma di un grosso dado, con un cortile spazioso che fu quello della fortezza. Nel centro di esso cresce un boschetto ameno di oleandri e di mirti. Contro una muraglia sono appoggiate le basi marmoree di sei colonne, unica antichità che abbia trovato a S. Felice. Invano ho cercato stemmi e inscrizioni medioevali sulle porte; di queste una sola aveva forma gotica. Dell'antica fortezza resta una torre quadrata, alla quale si appoggia l'edificio centrale, ma anch'essa è restaurata. Le parti adiacenti del castello baronale sono di costruzione posteriore all'epoca dei Gaetani che nel secolo XVII aggiunsero ad esso comodità e nuove bellezze per potervi passare qualche settimana. Il cambiamento radicale avvenne certo sotto Poniatowski.
Questi edificò nuovamente l'interno, stanze e saloni, e l'adornò di pitture. L'attuale deserta abitazione dovette essere allora un luogo delizioso, tale che il nipote del re di Polonia non avrebbe potuto trovarne uno più bello. Egli vi si recava spesso, quando lasciava Roma, dove possedeva la villa di fronte alla porta del Popolo; è stato davvero un benefattore di questo villaggio; lo ha migliorato, vi ha costruito una fontana ed una strada che va al mare, ed ha ricompensato sempre generosamente i servigi resigli.
Presso S. Felice il principe si fece edificare anche un casino, ora in completo sfacelo, come il giardino annesso. Questo casino sta sull'orlo estremo della piattaforma, sul mare, e costituisce il più seducente belvedere che abbia mai visto.
Come ho detto, Poniatowski vendette il capo Circeo nel 1822; vendette anche subito dopo la villa in Roma e la collezione di antichità, e si ridusse a Firenze, dove nel 1831 morì.
San Felice conta 1200 anime. L'agricoltura è la sua ricchezza, soprattutto le viti che coprono gli ultimi declivi del capo.
Furono sue industrie un tempo i vasi d'argilla e d'alabastro. Queste fonti di guadagno sono scomparse, pure la popolazione non mi è sembrato soffra grande miseria. Si trova nel paese un albergo, molto primitivo ed anche un caffè; avrei dovuto pernottarvi, se avessi voluto poi salire sulla vetta del promontorio, ciò che era mio desiderio, non tanto per visitare le antiche mura che si additano come resti del tempio di Circe, quanto per godere l'incantevole panorama. Dicono che di lassù, a 1900 piedi, quando l'aria è limpida e chiara, si vede il convento di Camaldoli che domina Napoli, e la cupola di S. Pietro di Roma.
Da San Felice si può comodamente salire sulla vetta del monte per sentieri rocciosi, fra folti cespugli: ci vogliono però alcune ore. Mi ero proposto di fare il giro intorno a tutto il capo, ma dovetti abbandonarne l'idea, perchè dalla parte del mare le rocce cadono a picco, non lasciando sentiero possibile sulla spiaggia. La distanza da San Felice fino al punto in cui la parte interna del capo trova di nuovo il mare, presso il canale di Paola, è di tre miglia ed eguale lunghezza ha il capo: la sua larghezza non è certo invece più di un miglio.
Lasciando San Felice presi dapprima un breve sentiero, assai comodo e agevole, poi scesi per il declivio della roccia giù al piano boscoso e giunto ai piedi del capo, potei ammirarlo in tutta la sua forma. E' una grandiosa piramide, la cui vetta, nella sua estremità, si ripiega in alto, dal lato occidentale. Fin verso la cima è coperto di quercie e di cespugli, fra i quali qua e là spiccano masse rossastre di acute roccie. Le pareti s'innalzano spesso perpendicolari e sembrano sorreggere un tetto. Tutto il capo sembra un tetto spiovente; ma vi si distinguono dieci monti che portano nomi speciali. Nelle spaccature delle rocce crescono i palmizi nani. Molte palme che adornano il Pincio sono appunto cresciute sul capo Circeo.
Nella mia passeggiata ho attraversato un boschetto di mirti, lentischi ed eriche, che crescono qui arborescenti, ed ho visto alte quercie da sughero, sempre verdi e quercie tedesche. La quercia nordica, che da noi comincia assai tardi a inverdire, in questo clima è uno degli alberi più precoci. Le trovai, già perfettamente coperte di fronde, lungo il canale della Linea Pia, mentre l'olmo ne era quasi spoglio. Il bel bosco sul capo porta il nome di Selva Piana: numerosi greggi di pecore e armenti di giovenchi vi pascolano e danno al placido paesaggio un carattere solennemente idilliaco.
Per voler trovare ora su questo capo un luogo dove immaginare la valle e il palazzo della melodiosa dea Circe, è necessario pensare alla piattaforma stessa di San Felice o a questo gradevole e ameno declivio.
Qui troviamo, se non vere e proprie valli, almeno dei larghi fianchi montuosi dove è possibile collocare idealmente il castello incantato di Omero, colla sua ombrosa solitudine e insieme il suo aperto orizzonte. Qui cresce un'inesauribile flora. Vi crescerà forse anche la salutare erba Moly che Mercurio somministrò al paziente Ulisse:
bruna N'è la radice: il fior bianco di latte.
Ma siccome anche l'eroe dice essere difficile che creature mortali possano coglierla, così i botanici dovranno rinunziare a scoprirla senza l'aiuto di un Dio.
La fantasia popolare non ha del resto stabilito alcun luogo come dimora di Circe, e la leggenda è rimasta qui più per il nome della maga Circe che per la favola stessa: essa non è che artistica ed archeologica. Qui si son fatti il concetto di una maga Circe come di una Loreley che attirasse e facesse arenare le navi. Mi hanno raccontato che essa era stata alfine sfidata da una nave straniera tutta di cristallo, sulla quale la maga non aveva potuto esercitare potere alcuno e che anzi era stata presa, rinchiusa nella nave e portata via. Da allora se ne erano perdute le tracce e credo che la potenza immaginativa di questo buon popolo lavoratore non sia andata oltre nella bella leggenda di Circe. La mia guida mi narrava con soddisfazione un fatto accaduto durante il suo soggiorno in San Felice ad una sentinella di guardia alla torre del Fico; a questa sentinella, di notte, era apparso un cane dagli occhi di fuoco ed aveva tracciato intorno a lei circoli magici.
Nell'uscire dallo splendido bosco, avevo alla mia destra il lago di Paola, a sinistra la spiaggia del mare e sopra, all'estremità del capo, una graziosa torre, la torre di Paola. Il lago appariva come un grigio e melanconico specchio d'acqua fra rive piane, un vero lago di maremma che s'internava per parecchie miglia dentro terra. Stavano sulle sue rive due chiesette chiamate San Paolo e Santa Maria della Surresca. In tempi remoti, il lago era unito al mare e formava una baia: ora la comunicazione è ristabilita per mezzo di un canale. Lucullo vi aveva una villa e famosi vivai. Anche nel medio evo fu luogo di pesca e di caccia all'anitra (l'anitra selvatica si chiama qui _folaga_) e solo per opera del tempo l'antico canale è andato in rovina. Innocenzo XIII fece costruire il casino e la chiesa che stanno ancora sul canale, sebbene abbandonati e quasi rovinati ed altre case anche fece costruire sulla sponda del lago, per i pescatori e ispettori e per magazzini. Oggi uno speculatore di Sperlonga ha preso in affitto la pesca del lago per la modesta somma di lire 7500 annue. L'ardente sole del mezzodì fiammeggiava sul lago plumbeo nella profonda e selvaggia solitudine delle paludi e dei boschi: appena gli alti giunchi e i tamarischi della riva si movevano; non una barca appariva sulla superficie tranquilla; questa quiete fosca e solenne aveva qualche cosa di favoloso.
Camminavamo lungo le case della riva, lungo il muro di un grande giardino che fu di Poniatowski, ora completamente abbandonato e selvaggio. Sulla porta di una casa sedeva la moglie di un pescatore con i suoi figlioletti che non apparivano punto pallidi di febbre, ma freschi e rosei, fra reti distese, stanghe e altri attrezzi pescherecci. Uscirono poi anche alcuni uomini e con loro il fortunato affittuario del lago, lo speculatore di Sperlonga; questi ordinò ad un ragazzo di farmi vedere i vivai. Salimmo allora su un sandalo, una specie di barca assai antica, di cui ho trovato menzione in vecchi documenti riguardanti le paludi pontine. Nel 1223 fu concesso il diritto all'abbazia di Grottaferrata di tenere _duos sandalos ad piscandum in Lacu Folianensi_. Il sandalo è il battello della palude, quadrato e piatto; le dimensioni variano secondo il bisogno. E' barca di carico e di tragitto insieme. Il suo nome ed il suo uso si son mantenuti dai tempi più antichi, e son dovuti certamente alla sua forma. In sandalo andavano i viaggiatori romani quando dal _Forum Appii_ solevano fare una gita sul canale _Decemnovius_. I vivai si trovano in vicinanza delle sponde e formano una serie di camere circondate da un reticolato.
Speravo di vedere il più raro acquario, ma fui deluso, nè in questi vivai, nè nell'antico bacino murato che ancora si usa, mi fu possibile vedere un sol pesce.
Dal lago andai verso il mare, lungo il canale di costruzione romana che è largo circa 30 piedi, ed ha argini in mattoni. Innocenzo XIII lo restaurò nel 1721. Cateratte massicce lo proteggono contro le onde del mare. Si aprono queste per lasciar passare i pesci e lì ne vidi alcuni. Una delle cateratte serve anche da ponte. Su questa trovai in muratura lo stemma dei Conti (aquila della Campagna e dadi sulla scacchiera) con sotto la seguente iscrizione, memoria di quel Papa della casa Conti:
«_Quod Inter Mare Tyrrhenum Lacumque Circejum Pristino Aquarum Restituto Commercio Carolo Collicola Aerario Ac Rei Marittimae Praefecto Piscatorio Urbis Foro Fisci Rationibus ac Publicae Utilitati Providerit Anno Pont. Primo_».
In mezzo alla solitudine selvaggia del capo Circeo, sul lembo estremo dell'antico dominio papale, questa iscrizione sul pallido marmo mi affascinò con tale forza storica, come se fosse di un passato molto più remoto e come se appartenesse alla stessa epoca della lapide che, nel palazzo municipale di Terracina, eterna la memoria del prosciugamento delle paludi pontine eseguito dal gran re dei Goti, Teodorico.
Lo spazio di dodici secoli che corre fra queste due iscrizioni, comprende quasi tutto lo sviluppo dell'Occidente dalla caduta dell'impero romano; è per questo che sembra così lungo... Ma che sono dodici secoli nella vita del mondo? Il tempo che corre fra ieri ed oggi. In altri luoghi si ha profonda coscienza del lavoro incipiente dello spirito umano; qui, nelle paludi pontine, il tempo invece appare piuttosto come una superficie eguale e senza interruzione che si estenda indefinitamente monotona.
Non ho mai sentito così bene quanto presto le cose umane divengono leggendarie, come dinanzi a questa iscrizione. Il dominio temporale dei papi che soltanto tre anni fa cadde per sempre, mi si presentava già come un mito sulla cui storicità si dovesse riflettere come su quella del dominio dei Goti. I papi hanno lasciato molte indelebili tracce nella terra che fu loro, dall'Etruria al capo Circeo. Quando la figura storica del cristianesimo sarà passata, quando i dogmi e il culto della Chiesa per le generazioni future avranno soltanto un interesse storico, come oggi per noi il culto di Ptah e di Osiride, allora si ricercheranno gli stemmi pontifici, le iscrizioni e i monumenti dei più potenti dei re-sacerdoti, che si chiamavano papi, e si farà ciò col maggiore interesse e col più vivo desiderio, molto più di quello che si faccia oggi per le iscrizioni dell'antichità; le rovine di San Pietro e del Laterano saranno allora per l'osservatore e per l'archeologo oggetto di maggior considerazione che non le masse gigantesche del Colosseo e le rovine dei templi e delle terme di Roma.
I papi sono riusciti a dare alle loro opere un vero sentimento di romanità: anche queste paludi lo provano. Dopo Teodorico, re dei Goti, furono Sisto V e Pio VI che ristabilirono la via Appia ed i canali pontini. Il Governo italiano, nella successione, si è assunto il compito di continuare i lavori e di fare anche di più; e per ora è passato così poco tempo dalla caduta del _dominio temporale_, che non è lecito movergli rimprovero se ancora non ha pensato alla sistemazione del porto di Terracina. Più urgente, invero, sarebbe la costruzione di quello di Brindisi, che aprirebbe all'Italia meridionale una nuova vita e la via del commercio con l'Oriente.
Basta dare uno sguardo alla baia di Paola che, protetta dal promontorio, si offre all'ancoraggio, per comprendere quale avvenire essa potrebbe avere. E' l'unico luogo, nel promontorio, dove sia possibile l'approdo. Qui sbarcò Ulisse:
Taciti a terra ci accostammo, entrammo, Non senza un Dio che ci guidasse, il cavo Porto e sul lido uscimmo...
Qui approdò Tiberio, venendo da Astura; qui approdarono i Saraceni che molte volte saccheggiarono la località. Si vede ancora la torre quadrata dei Gaetani, la torre di Paola, l'eroica torre che sostenne lotte accanite coi pirati del mare.
Essa si erge su una sporgenza della rupe, immediatamente sopra il capo. Il mare e il canale sono distanti solo pochi passi. Questo punto, presso la torre, era la mèta più ambita delle mie peregrinazioni. E' una solitaria marina, celebrata dalla leggenda d'Omero. La saracinesca è caduta; porte e finestre sono chiuse ed invano tentai penetrarvi. La pallida erba balsamica cresce sulle mura grigiee e gli steli del grano selvatico, inariditi dal salso vento marino, oscillano intorno, mentre le rupi luccicano, al di sopra, di muschi purpurei. Tutto è qui come immerso nel sonno. L'onda marina si frange rumorosa sulla riva silente in ritmi uniformi che tutto il presente seppelliscono nel silenzio e risvegliano nell'anima lontane imagini e lontani ricordi. Ogni tanto un falco si leva da un cespuglio di mirti e si libra sulla costa, emettendo un acuto strido, poi allarga lentamente i suoi cerchi sulla palude e sul mare.
Le dune bianche, abbaglianti racchiudono per parecchie miglia il limpido mare in una linea dolcemente arcuata, finchè si perdono nei vapori, verso Astura. Dietro si stendono paludi e boschi nereggianti, che nascondono altri laghi: il lago di Crapolace, quello dei Monaci e l'altro di Fogliano, simili al lago di Paola, ma senza porto.
Per quanto il mio occhio poteva spaziare lontano, la bella spiaggia mi appariva completamente deserta; nessuna traccia di greggi; sul mare nessuna barca; solo tre o quattro vele, lontane, verso Astura. In distanza appariva sotto il sole una torre: la torre di Fogliano o il castello di Astura. Si può andare fin là a piedi, o a cavallo, seguendo la spiaggia. Anticamente v'era la via Severiana che conduceva fino al capo, lo girava e giungeva a Terracina. Su questa si trovavano: _Ad Turres_, _Circejos_, _Turres Albas_, _Clostra Romana_, _Astura_ e _Antium_.
Dall'alto della torre di Paola si ammira la grande distesa del mare e le isole di Ischia e di Ponza che nettamente vi si delineano, sotto gli scoscendimenti delle rupi ed i massi grigio-rossastri che ricordano il Monte Solaro di Capri. Ridiscesi poi al lago e tornai per la medesima via a San Felice.
Dopo un digiuno di dieci ore, dopo la gita in mare e la passeggiata sotto il sole che già scottava, calmammo la nostra sete, la mia guida ed io, con gli squisiti aranci di questa regione.
La sala del caffè era gremita di abitanti del capo, parte dei quali alti e begli uomini, non vestiti però con costumi speciali. Me ne furono indicati alcuni che avevano servito sotto il papa, il che sembrava in certo modo essere considerato come cosa speciale e onorevole. Mi dissero anche che, prima dell'ultimo rivolgimento, le guarnigioni di tutte le torri del litorale, da Terracina a Porto d'Anzio, erano composte di sanfelicesi.
Un pescatore era intanto venuto ad aspettare o ad affrettare il mio ritorno; perchè, come avevo osservato dalla torre di Paola, il vento si era nel frattempo fatto più forte e il mare si era coperto di schiuma. Una gita di parecchie ore in mare, con quel tempo, non si presentava certo come una bella prospettiva!
Scendemmo per un sentiero fino alla spiaggia, dove apparivano alcuni ruderi antichi. Sarebbe stato veramente bello aver potuto passare in quel luogo alcuni giorni, arrampicarsi sulle rocce, visitare le belle grotte, vedere le torri del Fico, Cervia e Moresca che stanno sulle sporgenze estreme del capo. Camminando lungo la spiaggia riuscimmo di nuovo presso torre Vittoria e salimmo sulla barca:
E quei si rimbarcavano; e sui banchi Sedean l'un dopo l'altro, e percotendo Gían co' remi concordi il bianco mare.