Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 13
Rimaneva un'ora sola di strada per giungere ad Astura, e nel camminare lungo questa triste spiaggia, mi colse quella profonda malinconia che nasce nel vedere cosa che rammenta una grandezza scomparsa. Non è solo il ricordo della tragica fine del giovane Corradino e della stirpe degli Hohenstaufen, che può qui rattristare l'animo, specialmente di un tedesco; v'influisce anche e per molta parte l'aspetto della contrada stessa. Vorrei poterla descrivere con le parole, come il mio compagno di passeggiata l'ha saputa riprodurre nelle sue tele che spero saranno presto note a tutti. Sarebbe bene che un qualche istituto artistico della Germania pubblicasse un album degli Hohenstaufen.
Il luogo dove ci eravamo fermati era circoscritto dalla parte di terra dalle paludi pontine, su cui imponenti si ergono i monti Volsci che scendono al mare; e dalla parte del mare dal capo Circeo che, simile ad un'isola, si perde nell'azzurro del cielo. Sulla spiaggia sorge, ad un dato punto, una piccola cappella abbandonata e deserta e pochi passi più in là emerge dalle acque il castello di Astura, un piccolo quadrato di mura merlate, con in mezzo una torre. La cappelletta e il castello sono gli unici edifici che sia dato vedere in questa vasta solitudine. Per quanto si volgesse da ogni parte lo sguardo, non si scoprivano che due ombre nere sui merli del castello e due vecchi pescatori seduti contro il muro, taciturni e quasi annientati dal calore del sole fulgente che stavano intrecciando una rete di giunchi per i pesci, mentre la loro barca si dondolava sulle onde.
Correvano gli ultimi giorni del 1268 quando, perduta la battaglia di Tagliacozzo, giungevano su questo lido, fuggiaschi e pieni di terrore, il giovane Corradino, il principe Federigo d'Austria, il conte Galvano Lancia con i suoi figli, insieme coi due conti della Gherardesca, parenti dell'infelice Ugolino che i versi di Dante hanno immortalato. Venivano da Roma dove, come narra il cronista Saba Malaspina, avevan cercato rifugio dopo la sconfitta, e dove era rimasto Guido da Montefeltro, quale vicario del senatore Arrigo di Castiglia. Corradino era giunto colà «senza pompa alcuna, non come capo di un esercito, ma come uno che abbia tutto perduto e che non cerchi che di salvarsi di nascosto, e quasi fuori dei sensi» (_latenter ingreditur mente captus_). Ma in Roma erano giunti dal campo di battaglia anche i suoi nemici, Giovanni e Pandolfo Savelli, Bertoldo e molti guelfi con l'intenzione di sollevare la città, cosicchè gli amici avevano consigliato al giovanetto di non indugiare a cercare scampo nella fuga. Si diresse con i suoi compagni verso il mare, con l'idea di recarsi a Pisa ed ivi imbarcarsi per la Sicilia; cercò una barca e la ottenne dagli abitanti del villaggio di Astura, dove s'imbarcò e salpò. Ma avutane notizia Giovanni Frangipani signore di Astura e riconosciuto dai gioielli che Corradino aveva regalati, essere i fuggitivi personaggi ragguardevoli, salì su di un'altra barca, li raggiunse a forza di remi e li ricondusse nel castello. Invano Corradino supplicò che lo lasciasse fuggire coi suoi, che non lo volesse consegnare nelle mani di Carlo, avido di sangue; invano gli ricordò la gratitudine che doveva alla casa di Svevia, avendo i Frangipani ottenuto grandi feudi dall'imperatore Federigo ed essendo stato da questi lo stesso Giovanni creato cavaliere; invano Corradino promise ampia ricompensa e si dichiarò pronto anche a sposare la figliuola di Frangipani. Il signore di Astura era titubante e commosso forse dalla gioventù, dalla grazia, dalla sventura di Corradino, incerto, come dicono i cronisti, da qual parte avrebbe potuto trarre maggior guadagno, se da Corradino o da Carlo d'Angiò; quando dinanzi al castello arrivò Roberto di Lavena, capitano delle galere angioine che ingiunse al Frangipani di consegnargli i prigionieri. Narra Saba Malaspina che il Frangipani fece condurre i poveri fuggiaschi in un altro castello vicino, per non essere costretto a consegnarli a Roberto contro sua volontà e prima che questi avesse soddisfatto al pagamento della pattuita ricompensa; ma quest'altro castello non è nominato.
Intanto arrivava dalla parte di terra, con fanti e cavalli, il cardinale Giordano di Terracina, governatore per la Santa Sede della contea della Campagna; egli pure richiese la consegna dei fuggiaschi.
Il vile traditore, intascato il denaro di Giuda, consegnò gl'infelici che aveva ospitato, nelle mani dei loro acerrimi nemici. Furon condotti a Napoli, prima attraverso i boschi e i monti di Palestrina, poi traverso le meravigliose campagne poco tempo innanzi percorse vittoriosamente. Il 29 ottobre la mannaia troncava la testa di Corradino per la prima, poi quelle di Federigo, dei valorosi conti della Gherardesca, del generoso Galvano Lancia, fratello di quella bella Bianca che aveva partorito Manfredi a Federigo il Grande e per ultimo quelle de' suoi giovani figli, Galeotto e Gherardo che erano stati poco prima strangolati nelle braccia del padre.
Presso la torre di Astura, in quella solitaria spiaggia, mi tornarono alla memoria tutti gli altri luoghi famosi nella storia degli Hohenstaufen che io ho visitato nelle mie peregrinazioni per l'Italia. Mi è apparsa la bella figura di Manfredi, biondo, ricciuto, sui campi di Benevento, quale Dante lo vide, con una doppia ferita alla fronte ed al petto, mormorante mestamente: «I' son Manfredi, Nipote di Costanza imperatrice». Lasciai errare lo sguardo sul mare ricco di memorie e lo rivolsi laggiù dove giace la bella Sicilia, dove sorge, in mezzo a giardini sempre in fiore, sulla spiaggia più amena del mondo, quel castello di Palermo nel quale visse Federigo e da dove era partito per la Germania; pensai al duomo di quella stessa Palermo, a quell'oscura cappella, dove riposano, dentro ai loro sarcofaghi di porfido rosso, Enrico VI, Federigo e le due Costanze, rappresentati con la corona in testa e con la dalmatica di seta, il cui orlo è ornato da iscrizioni saracene.
Entrammo quindi nel castello. Un ponte in muratura lo unisce alla spiaggia ed un ponte levatoio dà accesso all'interno. Nella piccola corte sorge la torre ottagonale che termina con una specie di terrazza, dove rimane un unico e arrugginito cannone. La guarnigione, composta di otto uomini, quando entrammo stava facendo gli esercizi nella piccola corte e don Pasquale, luogotenente di Astura, la stava guardando dal terrazzo con l'aria di chi avrebbe voluto essere ovunque, fuori che lì. Ci condusse nel suo piccolo e meschino alloggio e ci fece vedere degli arabeschi pompeiani assai ben fatti: dipingendo egli trascorre le sue giornate in quella solitudine. Il luogotenente ci disse che ciascuna di queste torri della costa è attualmente custodita da otto uomini, comandati da un maresciallo o da un ufficiale e che le prescrizioni di vigilanza sono severissime, temendosi da parte dei mazziniani un colpo di mano.
Visitammo tutto il castello composto di piccole e melanconiche stanze, dove il ragno tesse le sue tele e lo scorpione trova un ricovero nelle infinite screpolature dei muri; la vista però, tanto sulla pianura verdeggiante, quanto sul limpido mare, dove ora si vedono, ora spariscono le vele delle barche pescherecce, è bella e affascinante. La torre sembra fatta apposta per un bardo, che vi suoni l'arpa e vi muoia col canto del cigno, nell'ora in cui il sole scende in mare e tinge di color porpora il capo Circeo. In quell'ora regna sul mare una tale tranquillità, tale uno spirito di quiete che non si può descrivere; si direbbe che il sonno e la morte si librino sul mare e che quella barca che gira, come un'ombra, il capo Circeo, porta forse il dio del sonno spargente calma e riposo sulle onde.
Tutto qui allora spira dolcezza. Mentre il capo Circeo riporta alle avventure omeriche, alle imagini dell'Odissea, la solitaria torre di Astura parla delle grandi e non meno poetiche memorie dell'epoca degli Hohenstaufen. Quanti ricordi non risvegliano questi nomi degli Hohenstaufen e del provenzale Carlo d'Angiò! Ritornano alla memoria i personaggi del «Parsifal» di Wolfram di Eschenbach e Corradino diventa Parsifal che cavalca per il mondo, per trovare la sacra coppa di sangue del Graal, Elisabetta di Baviera diventa Erzeleide, sua madre, che non lo vuole lasciar partire, e così si presentano Goffredo d'Angiò, il cavalier Gavino e Feirefiz, Arturo e Titurello e il castello di Graal, nella foresta selvaggia, i saraceni, i trovatori, i pellegrini, i penitenti e i saggi dell'Oriente.
Astura è la torre del romanticismo, è la sede della poesia tedesca in Italia. Essa appartiene ai romantici, come la grotta azzurra di Capri. Io, in nome di questi, ne ho preso silenziosamente possesso, dichiarando proprietà nazionale della Germania questo leggendario castello.
La sola torre risale ai Frangipani; tutto il resto è di epoca posteriore, giacchè nel 1286 i siciliani, che nei vespri avevano preso una splendida vendetta del sanguinario re Carlo, guidati dal loro ammiraglio Bernardo da Sarriano, lo distrussero tutto, ad eccezione della torre, ed uccisero anche il figlio di Frangipani. Anche ora sulle mura esterne del castello si vedono le armi dei Colonna, che ne furono in seguito proprietari. Dopo i Frangipani, divenne feudo dei Gaetani; quindi passò in possesso dei Malabranca, degli Orsini e dei Colonna, i quali lo vendettero nel 1594 a Clemente VIII. Presentemente Astura è feudo dei Borghese.
Altri ricordi storici si ricollegano ancora a questo castello. Innanzi al ponte, che serve di accesso, notai degli avanzi di un pavimento in mosaico, quasi ricoperti dalla sabbia, e mi accorsi subito che il castello, sul mare, sorgeva sopra le fondamenta di una villa romana assai vasta, le cui rovine erano visibilissime sul fondo del mare, ed anzi in alcuni punti ne emergevano ancora. Sorgeva l'antica villa sopra un banco di sabbia e molto probabilmente, appunto per questo Plinio dà il nome d'isola ad Astura, colonia d'Anzio: la località in antico è possibile che si trovasse per un piccolo tratto d'acqua staccata dal continente. Strabone infatti dà a quel braccio di mare il nome di Storace (Storas potamos), Plutarco lo chiama Astura (ta Astura) e ne parla quando descrive la tragica fuga, qui avvenuta, di Cicerone. A dire il vero, deve recar non poco stupore ai miei lettori che questo luogo solitario, appartato, possegga altre tristi memorie, e che molto tempo prima di Corradino sia stato un punto di sventura, dedicato forse alle Eumenidi.
Cicerone vi possedeva una villa. Egli ne fa menzione spesso nelle sue epistole, in una delle quali, scritta ad Attico appunto da Astura, è detto: «_Est hic locus amoenus et in mari ipso, qui et Antio et Circaeis aspici possit_». Abitava volentieri questa villa che più delle altre gli offriva quiete e riposo. Poco prima della sua morte venne qui ed Astura gli fu fatale. Vi si era rifugiato in primavera, non appena aveva saputo che sarebbe stato compreso nelle liste di proscrizione; Plutarco narra che si era qui imbarcato per fuggire in Macedonia, presso Bruto, ma che aveva poi cambiato idea ed era tornato a terra. Con l'intenzione di recarsi a Roma per cercare di commuovere Ottaviano, partì da Astura e prese la via della città ma, fatte appena dodici miglia, fu colto da paura e tornò indietro rapidamente. Salito su di una lettiga, si avviò verso Gaeta, ma raggiunto per via dai cavalieri che lo inseguivano, in un punto che viene anche oggi additato, fu da quelli ucciso.
Strana coincidenza! Lo stesso Ottaviano fu preso nella medesima Astura, a quanto narra Svetonio, dal male che pose fine a' suoi giorni. Venne qui poco prima della sua morte, nell'ultimo suo viaggio per la Campania. «Al principio del suo viaggio venne ad Astura, ed essendosi trattenuto, contro la sua abitudine, all'aria libera, di notte, per godervi il fresco, fu colto da dissenteria e ciò fu l'inizio della sua malattia». Dopo una breve dimora a Capri, morì a Nola.
Nè qui finisce l'influenza fatale di Astura: anche il successore di Augusto, Tiberio, si ammalò in questo luogo poco prima della sua morte. Ecco ciò che narra Svetonio: «Ritornò in tutta fretta in Campania e, giunto ad Astura, vi cadde ammalato. Riavutosi un poco, s'imbarcò per il capo Circeo». Essendosi quivi il male aggravato, colto da paura, egli s'imbarcò di nuovo, e prima di poter arrivare a Capri, fu costretto a scendere a terra, al capo Miseno, dove spirò.
Che aggiungere, quando avremo detto che anche su Caligola, successore di Tiberio, Astura esercitò la sua malefica influenza? Quivi Caligola sbarcò prima di morire. «Si trovò--dice Plinio--un piccolo pesce, chiamato _remora_, appeso all'albero maestro della galera che portava Caligola da Astura ad Anzio e ciò venne considerato come presagio della sua prossima fine».
_Astura mala terra, maladetta!_ Noi pure, innocenti viaggiatori, doveva costringere a precipitosa fuga, a noi pure doveva far provare ambasce di morte.
Lasciando Astura, decidemmo di prendere, invece della strada lungo il mare, quella attraverso la foresta, di cui avevamo sentito vivamente lodare la selvaggia bellezza. Non conoscendola, prendemmo con noi un soldato del piccolo distaccamento, un bel giovane robusto e forte che doveva servirci per alcune miglia di guida e prestarci nello stesso tempo aiuto, non già contro i briganti, ma contro i tori ed i bufali. Per un certo tratto camminammo lungo la spiaggia, dove potemmo vedere dei tori neri tanto maestosi che Giove non avrebbe potuto averne dei migliori, allorquando trasse in mare la bella Europa. Poco dopo ci trovammo in mezzo alla foresta. Camminavamo per ampi sentieri, fra odorosi cespugli di mirto, sotto la volta di gigantesche quercie, rallegrati da mille effetti della luce del sole che volgeva al tramonto. Il bosco presso Astura è molto bello. Pensavo alle mie spiaggie natie, alle loro alte quercie diritte, fra i tronchi delle quali si può scorgere l'azzurro del mare; tutti i miei pensieri erano rivolti al passato. È bello aggirarsi là per quei boschi, spiando la comparsa dei cervi e dei caprioli, quando sbucano dai cespugli e vi contemplano con curiosità, alzando il loro capo coronato dalle lunghe corna. Qui invece balza talvolta fuori da un cespuglio la nera testa di un bufalo o di un toro e talora attraversa il sentiero un lungo serpente variopinto. La vegetazione è di una bellezza e rigogliosità tropicale; l'edera raggiunge qui le proporzioni di un albero e si abbarbica alle quercie le circonda le avvinghia, come i serpenti Laocoonte e pare quasi voglia soffocarle in un vigoroso amplesso e strapparle al suolo; sale su tutti i rami e giunge sino alla cima, lassù dove hanno ricetto gli uccelli selvatici della foresta.
Camminammo in tal guisa per alcune miglia, assorti sempre nella contemplazione di quello stupendo spettacolo. La nostra guida di Astura, là dove il bosco cominciava a farsi men fitto, ci lasciò, dopo averci indicato il sentiero della macchia, al di là della quale dovevamo trovare il mare. Lieti e felici continuammo a camminare fra i mirti e gli olivi selvatici, quando tutto ad un tratto ci trovammo di fronte ad un centinaio di tori. Ci fermammo subito: uno dei tori a sua volta si arrestò stupito; alzò la testa, ci contemplò con gravità maestosa, poi si staccò dal branco e ci venne incontro. In quell'istante il mio compagno chiuse il suo maledetto ombrellone bianco da pittore e subito il toro furiosamente spiccò un salto e tutta la mandra lo seguì. Una nube di polvere si levò tosto nel bosco e noi ci demmo a precipitosa fuga, guardandoci ogni tanto indietro. Era un orribile e bello spettacolo il vedere quegli stupendi animali correre avvolti in una nube di polvere!
Riuscimmo ad arrivare nel fitto della macchia e, con le mani insanguinate pelle spine, ci cacciammo nei cespugli, da dove potemmo vedere, fra la polvere, il luccichio delle corna dei tori, mentre si udiva sotto i loro piedi lo strepito dei rami infranti.
Non vidi mai il terrore meglio scolpito sopra un volto umano come allora su quello del mio compagno e il mio spavento non era punto minore. Finalmente tutto tornò silenzio intorno a noi: la mandra furiosa aveva proseguito la sua corsa verso il mare. Riprendemmo la nostra strada per la foresta e, spiando continuamente se i tori riapparivano, uscimmo alla fine dal bosco e sbucammo sulla libera spiaggia. Credo di non aver sentito mai un'eguale soddisfazione nel rivedere il mare e mi toccava proprio provare ad Astura, sulle tracce di Corradino, quali siano le ambasce di una fuga precipitosa, col pericolo della morte alla gola. Si sarebbe detto che uno spirito maligno, il demone di quel luogo maledetto, avesse destato in me tante dolorose memorie e avesse voluto darmi un'idea precisa di quanto ivi soffrì il povero Corradino. Gli animali selvaggi furono però più compassionevoli verso di noi che non gli uomini per Corradino.
Proseguimmo la nostra strada e ci fermammo di nuovo per riposarci sulle rovine del palazzo romano, dalle quali il melanconico castello appariva ancora più bello e più espressivo nell'incerta luce del tramonto. La vista di numerose mandre che coprivano la spiaggia sin quasi a Nettuno, c'impensierì di nuovo: ve n'erano alcune sdraiate in riva al mare, altre salivano per ritornare, come è loro abitudine, al bosco, perchè cominciava la frescura della sera. Passammo innanzi a cento e cento corna gigantesche, ma gli stupendi animali non ci fecero alcun male perchè noi ci tenevamo rasente al mare, al disotto di essi; apparvero infine due bei butteri, i primi che avessimo incontrato, a cavallo, che galoppavano, con la lancia in pugno, lungo la riva, e la loro vista ci rinfrancò.
Felicemente raggiungemmo Nettuno e di qui, con un senso di compiacenza, contemplammo la strada percorsa ed il castello di Astura che a quella distanza, a quella dubbia luce emergeva come un cigno sulle onde del mare.
IL CIRCEO.
(1873).
Il Circeo.
(1873).
Da Terracina, dove avevo passato la Pasqua, volli scendere al capo Circeo, fosse pure per una breve visita. Capo Circeo giace a tre ore da questa città, benchè sembri, per la trasparenza dell'aria, molto più vicino. Il grandioso promontorio si innalza sulla lunga duna e lascia da per tutto un orlo di spiaggia, su cui si cammina come su di un tappeto di velluto.
Mi allettava assai l'idea di andare a piedi fino al capo, ma i pescatori di Terracina me ne dissuasero ed io non vi andai perchè non ero sicuro che la strada fosse libera da mandre di bufali. Questi pescatori erano stati rallegrati prima della mia partenza da una pesca eccezionale: essi stavano con altra gente sulla riva, quando i loro sguardi furono attirati da un oggetto che si alzava di tanto in tanto sulla superficie delle acque e che pareva attaccato ad una corda, fissa a sua volta ad un piuolo. Era una grossa testuggine marina che si era impigliata nelle reti: la povera bestia era rimasta gravemente ferita da un raffio, ed i pescatori l'avevano legata, come un cavallo, per una zampa, ed assicurata ad un palo. Essa faceva grandi sforzi per liberarsi e di tanto in tanto sollevava la testa, il collo e una parte del suo guscio rosso scuro, per respirare. Fu lasciata tutta la notte al suo martirio e la mattina seguente, quando partii per il capo, vidi dalla mia barca che era ancora nello stesso posto.
Avevo con me quattro barcaioli e un servo dell'albergo che aveva passato qualche tempo a S. Felice, sul promontorio e che doveva farmi da guida. In tutto, eravamo sei persone. Partimmo alle quattro del mattino: la luna chiara che discendeva verso occidente, spandeva nell'ultima lotta col giorno, un bagliore largo e dorato sul mare lievemente mosso. Fitte nebbie apparivano ad oriente, verso la palude di Fondi, e nascondevano le rocce di Sperlonga ed i promontori di Gaeta e di Mondragone. Anche il capo Circeo era cinto di un velo, squarciato solo sulla vetta.
Soltanto chi ha viaggiato per mare fra il tramontar della luna e il nascer del sole può aver sentito la gioia divina dell'imminente nuovo giorno. Il respiro continuo del mare che sale dall'irrequieto e vivo elemento, ha in sè il fremito primordiale della creazione. Perchè mai il mare sveglia in noi, anche visto in lontananza, o sentito nel ritmico palpito delle sue onde dalla riva, un desiderio così profondo, ansioso ed ignoto, come nemmeno le cime delle Alpi sanno svegliare? Forse perchè questo nostro piccolo _io_ colle sue piccole necessità e la coscienza della natura, destata per un attimo, si trovano in immediato contatto coll'Infinito e l'Eterno, con ciò che non ha storia, nè tempo, nè limiti, nè forma.
Avanzavamo rapidamente nell'aria fresca e serena, condotti dolcemente dal vento e dal marinaro e sempre più si andava svolgendo dalle brume il capo oscuro, col suo bianco paesello sulla punta e una torre grigia ai piedi, sul mare. Ma prima di approdare a questa, voglio dire due parole sulla storia del _Mons Circeus_ o _Monte Circello_.
Da lungo tempo il paese delle favole di Circe fu fissato su questo promontorio che invero, con la sua forma nettamente insulare, i suoi folti boschi, i suoi odorosi declivii, le sue grotte di stalattiti sul mare, costituiva un ambiente, per lo meno non disadatto, a far sorgere una favola magica di antichi navigatori. Il monte Circeo era nei tempi preistorici veramente un'isola, come oggi le isole di Ponza e come un tempo il Soratte. A poco, a poco e certamente molto prima dei tempi dell'Odissea, questa isola si riunì alla terra e divenne un capo. Gli antichi geografi riferiscono che su di esso giacque una città col tempio di Circe e con un altare a Minerva, dove era conservata la coppa di Circe in cui Ulisse aveva bevuto. Anche la tomba di Elpenore vi si mostrava, con i mirti che vi erano germogliati sopra.
La città di Circei, o Circeo, era volsca, come Anxur, oggi Terracina. I Romani la conquistarono e vi stabilirono una colonia che non fu certo mai grande e potente, ma per la sua posizione fu una delle più belle piazze forti ed inoltre un gradito soggiorno. Lucullo vi pose i suoi vivai e v'edificò una villa e Lepido, quando dovè ritrarsi dal consolato, venne qui a dimorare.
L'antica città scomparve in un'epoca incerta; forse fu distrutta dai Goti. Sulle sue rovine sorge l'attuale San Felice, costruita probabilmente intorno all'antica fortezza dalle mura ciclopiche. Questa _Arx Circaea_ o _Rocca Circeji_, si trova spesso menzionata nei documenti e nelle storie medioevali; solo molto più tardi compare il nome di San Felice. In questo luogo nel secolo VIII era anche un vescovato. La fortezza di Circeo era considerata come la più importante fra quelle della spiaggia pontina. Si sforzarono di acquistarne il possesso la città di Terracina, i conti di Gaeta e quelli di Fondi; ma essa riconobbe la sovranità del Pontefice.
Al principio del secolo XII, quando i duchi normanni avevano in loro potere l'Italia meridionale, essi s'impadronirono anche di questa fortezza, ma solo per poco, perchè i papi salvaguardarono bene i loro diritti sulla terra di confine, su Terracina e sul promontorio che ne dipendeva. Sul finire del secolo, divennero padroni della rocca di Circeo i Frangipani di Roma che possedevano Astura e molti altri territorii sul Tirreno ed essi seppero sottrarla alla giurisdizione di Terracina, dopo un lungo assedio. Essi possedettero la _Rocca Circeji_ per lungo tempo; Ottone e Roberto Frangipani la diedero poi a Rolando Guidonis de Leculo, ma a questi Innocenzo III la ritolse per restituirla alla Chiesa.