Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 12
Su questo lido più volte mi è accaduto di pensare alla brillante ambra gialla che si raccoglie sulle nostre spiagge e che qui il mare non produce: qui esso somministra invece tutte le specie più preziose del marmo. Se ne potrebbero raccogliere a carri e dei più rari, che le onde gettano sulla riva. Vi si vede il verde e il giallo antico, il preziosissimo alabastro orientale, il porfido, il pavonazzetto, il serpentino azzurro. Per comprendere donde vengano tutti questi marmi preziosi, basta dare dalla spiaggia uno sguardo in fondo al mare: sorgono ivi ancora le fondamenta di quei palazzi marmorei romani che si specchiano nell'acqua, e per la distanza di un chilometro da terra, la spiaggia d'Anzio non è che un seguito di mura: e non solo si possono anche oggi vedere massi grossissimi, resti di costruzioni, ma distinguere pure che sono opere romane in peperino, collegate con la pozzolana, indistruttibili, lavorate egregiamente a forma di reticolato. Tutta questa spiaggia non era che un seguito di grotte, di bagni, di templi, di palazzi, di cui le fondamenta in gran parte sussistono in fondo al mare o sotterrate nelle sabbie della spiaggia. Su questa sorgevano le stupende ville marmoree degli imperatori. Qui si sprofondava nella dissolutezza Caligola; egli aveva una speciale predilezione per Anzio ed aveva anzi formato il disegno di venire a stabilircisi: qui festeggiò le sue nozze con la bella Lollia Paolina. Qui faceva le sue orgie Nerone, che era nato ad Anzio e vi aveva impiantato una colonia; qui fece il suo trionfale ingresso, tirato da bianchi destrieri, di ritorno dalle sue rappresentazioni teatrali in Grecia.
Anche prima, Anzio era stata dimora preferita dei Romani: Attico, Lucullo, Cicerone, Mecenate, Augusto vi ebbero le loro ville. Ed in quali fresche montagne o belle spiagge d'Italia questi favoriti della fortuna non ebbero le loro ville! Di quali monumenti deve avere allora brillato questa spiaggia, a giudicare dai frammenti, che, quasi testimoni storici, sono da secoli e secoli gettati sulla spiaggia! Queste rovine spargono nell'idillio di Anzio una nota melanconica, ed i pensieri, i ricordi che esse destano, valgono ad accrescere fortemente l'incanto di questo soggiorno. La mancanza assoluta di storia, la separazione completa dal mondo e dalle sue vicende, sono quelle che danno uno speciale carattere alle nostre spiagge del Nord; qui in Italia, invece, non si rinviene un solo angolo di terra, per quanto solitario e remoto, dove le memorie severe e classiche del passato non sorgano, dove non invitino a riflettere sul continuo avvicendarsi delle sorti del genere umano. Sedendo qui sulle rovine di un palazzo romano, al rumore delle onde che si frangono contro di esse, tornano inconsciamente alla memoria i versi di Orazio:
«_O diva gratum quae regis Antium, Praesens vel imo tollere de gradu Mortale corpus, vel superbos Vertere funeribus triumphos!_»
E la vista del capo Circeo ci richiama alla poesia omerica, e quella della lontana Astura ci trasporta in altre storie, in altra poesia, sì che ci circondano tre periodi dell'umana civiltà, tre diversi generi di poesia: Omero, Orazio ed il poeta degli Hohenstaufen, Wolfram di Eschenbach.
La Dea Fortuna aveva in Anzio un tempio famoso, ed avevano quivi i loro templi anche Apollo, Venere Afrodisiaca, Esculapio e Nettuno. L'idea che su questa spiaggia deserta, circondata di prati, brillò in tutta la sua divina bellezza, attorniato da altre stupende creazioni artistiche, l'Apollo del Belvedere, aumenta il pregio di questo luogo, già di per sè amenissimo. La statua meravigliosa fu qui scoperta ai tempi di Giulio II, ed anche quelle che sono nelle gallerie del Vaticano, del Campidoglio e del palazzo Albani, furono in seguito per la maggior parte qui rinvenute, come del resto anche il famoso gladiatore morente, parecchie statue di imperatori, i busti di Adriano, di Settimio Severo, di Faustina, i satiri, gli atleti, le statue di Giove e di Esculapio, i tripodi stupendi e i meravigliosi altari del Campidoglio, dedicati ai venti. Sopra un'altura della spiaggia, dove ora sorge, sulle fondamenta di un tempio antico, un piccolo forte, dal quale, appoggiato ad una vecchia e gigantesca spingarda del medio evo, tutta arrugginita, un soldato contempla il mare, sono tuttora in piedi le basi di antiche colonne e vicino queste, ventidue splendidi capitelli corinzi di cipollino. Le loro volute ed i loro ornamenti sotto l'abaco, sono particolarmente geniali ed io non ricordo di averne mai visto di simili; rappresentano conchiglie, delfini, gamberi di mare. L'architetto conformò gli ornamenti al luogo, e molto probabilmente questo tempio era dedicato a Nettuno.
Ad Anzio ho trovato una persona che si diletta di antichità; in Italia non v'è paese di qualche importanza che non abbia il suo storiografo locale od il suo archeologo. Ad Anzio è il canonico Lombardi, presidente dell'amministrazione del porto, il quale abita all'ultimo piano del casamento che comprende il bagno penale. Ho trovato questo degnissimo uomo, intento a decifrare un'antica iscrizione, disotterrata dai galeotti. Il Lombardi ha già scritto un libro su Anzio, ed attende ora ad un'opera più vasta sulla storia e sulle rovine della sua città. Ho letto con piacere e con gratitudine il suo pregevole lavoro.
Oramai ho percorso tutta questa spiaggia sino ad Astura e da per tutto ho trovato avanzi di ville, di bagni, frammenti di marmi, di mosaici, fra i quali ricorderò il pavimento in mosaico, abbastanza ben conservato, che è di fronte alla torre solitaria di Astura, sulla spiaggia, presso il ponte. È impossibile figurarsi quanti e quali stupendi edifici abbiano i romani innalzato lungo questo mare. Tutta la spiaggia dalla Toscana sino a Terracina, da Terracina a Napoli, attorno al golfo, fino a Salerno, non dovè essere che un seguito di palazzi marmorei, di templi, di bagni, di palestre, una manifestazione continua della magnificenza romana; e quale fosse lo splendore di tutte queste costruzioni si può anche oggi giudicare dalle rovine che giacciono in fondo al mare. Chi avesse percorsa allora questa lunga riviera e veduti tutti questi edifici destinati al piacere, al diletto, gareggianti per importanza con le città, avrebbe certamente potuto ammirare una grande manifestazione della civiltà. Ora invece queste amenissime spiagge sono nude e deserte, non offrono altro allo sguardo se non le torri cadenti, innalzate nel medio evo contro le invasioni dei Saraceni, torri che possiamo vedere sparse lungo tutte le coste d'Italia e delle isole del Mediterraneo, e che dànno loro un aspetto magico, quasi direi cavalleresco.
Qui non mancano però neppure monumenti moderni, che ricordino altri siti, altre regioni. La bella villa Mencacci, che sorge in una fresca valletta, vicino alla spiaggia, fu, per esempio, non è molto, abitata per varî anni da un re in esilio che aveva vissuto in America e guerreggiato per un trono sulle belle sponde del Tago. Intendo parlare di Don Miguel, principe esecrato dal Portogallo, che venne qui fuggiasco, senza corona e visse a lungo in questa solitudine, vicino ai galeotti, in un esilio che fu certo senza conforti, perchè se a noi, che nulla abbiamo da espiare, questa spiaggia solitaria, ai contini delle paludi pontine, può apparire poetica, ad un re spodestato dovette riuscire insopportabile e con un carattere quasi vendicativo. Don Miguel ammazzava qui il suo tempo cacciando continuamente nei boschi sopra Astura. Un giorno scomparve. Mi hanno narrato in Anzio che soleva trattenersi volontieri con i pescatori e che non si vergognava punto di parlare della sua disgraziata lotta per la corona del Portogallo.
Contemplando la villa Mencacci, la fantasia vola lontano, al Brasile ed al Portogallo, alle burrascose vicende della loro storia.
Un altro avvenimento moderno ricorda questa spiaggia: lo sbarco, cioè, nel 1848, degli spagnoli, chiamati da Pio IX fuggiasco, per salvare gli Stati della Chiesa. Trovavasi allora il Papa in esilio nella rocca di Gaeta, la Coblenza dell'emigrazione italiana nel 1848 e nel 1849: mentre i francesi marciavano su Roma, gli austriaci occupavano Bologna ed i napoletani si avanzavano verso Terracina. Gli spagnoli, che da molto tempo non erano più apparsi in Italia, sbarcarono a Porto d'Anzio ed occuparono tutto il paese, fino ai monti di Albano e della Sabina. Erano, a quanto mi si è detto, della bella ed allegra gioventù, ma mal vestita e peggio armata. I francesi non tardarono a surrogarli, ed i giovani ufficiali di Valenza e di Barcellona abbandonarono a malincuore i monti di Albano, dove erano stati rapiti dalla bellezza delle donne, alcune delle quali ancora ricordano con un sospiro i poveri cavalieri di Spagna.
Porto d'Anzio non vanta donne belle, nè bei costumi, essendo la popolazione composta di elementi diversi. Si distingue, al contrario, sia per bellezza femminile, sia per originalità di costume, la piccola città di Nettuno, che sorge pittorescamente sulla spiaggia e di cui le nere mura si specchiano nel mare. Vi si arriva da Porto d'Anzio in tre quarti d'ora, facendo una bellissima passeggiata. A metà strada, in mezzo ad un bosco, sorge la splendida villa del principe Borghese, signore di tutto il circondario. All'orizzonte si scorgono i monti Volsci ed il capo Circeo, immerso in una luce superba, che ricorda, con la sua forma imponente e caratteristica, i promontorî più belli d'Europa, quali quelli dell'isola di Capri ed il monte Pellegrino di Palermo.
Per giungere a Nettuno v'è un'ottima strada, che passa davanti alla villa ed attraversa un bosco di sugheri e di elci, dove sono parecchi ruderi romani. Scavando sotto la strada è facile scoprire dei pavimenti in mosaico. Sulla spiaggia la strada è ancora più bella: la sabbia è ora gialla, ora scura, ora di un bel rosso acceso, ora di tufo vulcanico. I cardi turchini della costa del mar Baltico vi crescono abbondantemente, come pure la scabbiosa e la camomilla; invece però dei salici, degli ontani, delle foreste di abeti, sono qui le piante dei paesi meridionali e i mirti dai fiori bianchi, il mastice e le fragole e il ginestro dai fiori color oro che abbonda su tutte le coste del Mediterraneo e l'olivo selvatico. Splendono qui pittorescamente le malve arboree, con i loro candidi calici, e i rovi con i loro variopinti fiori e grandioso s'innalza fra le piante minori il classico acanto, con le sue belle foglie corinzie ed i fiori rosa o bianchi. Qua e là si vedono anche dei _cactus_ e l'aloe, quasi piante esotiche. L'usignolo allieta con la sua presenza ancora questa spiaggia, nonostante sia passato il giorno di S. Giovanni, epoca in cui gli uccelli cessano qui di cantare e cedono il posto al grillo anacreontico: l'usignolo non può staccarsi da questo verde, da questo fresco mare, e fino ad Astura le paludi pontine continuano a risuonare dei suoi armoniosi gorgheggi.
Una quiete profonda regna nell'antico paese di Nettuno e ne' suoi dintorni. Nettuno attualmente è circondato da antiche torri e da scure mura merlate, che hanno più di una volta resistito agli assalti dei Saraceni. Nessun pescatore o marinaio avviva lo specchio dell'acqua, poichè non vi è porto, e la popolazione è dedita alla pastorizia.
Sulla piazza di Nettuno sorge un'antica colonna solitaria, emblema dei Colonna, antichi feudatari del paese. Le strade sono profumate dai garofani che ornano quasi tutte le finestre e che, agitati dal vento, ondeggiano i loro fiori color rosso ardente. Fiori così belli annunciano donne più belle ancora; infatti nei garofani che rallegrano le finestre, si può quasi vedere la bandiera nazionale delle donne di Nettuno: il loro costume non è di aspetto men gaio, meno vivace di quello dei purpurei fiori.
E' cosa degna di nota che in Italia anche i più piccoli paesi sembrano quasi altrettante repubbliche, diverse per usanze, per tipo, per foggia di vestire. Si potrebbe dire che ogni castello, ogni villaggio forma una popolazione a sè. Bisogna vedere le donne di Nettuno in un giorno di festa per potersi fare un'idea precisa della bellezza e dell'eleganza del loro costume nazionale. Nei giorni di lavoro non sono che i minimi particolari quelli che indicano la moda del paese, come, ad esempio, la foggia di portare i capelli, divisi in mezzo al capo e lisci, senza trecce nella parte posteriore, rattenuti da un nastro verde per le ragazze, rosso per le donne maritate e nero per le vedove; basta dunque vedere una donna per saper subito se sia nubile, maritata o vedova.
Ho assistito qui a due feste, a quella di S. Giovanni ed a quella di S. Luigi. Nella prima ho visto una processione con musica, per le vie; la croce era completamente coperta di garofani e tutti portavano fiori. Vi prendevano parte donne e fanciulle, ed era veramente uno spettacolo stupendo vedere per quelle cupe strade tante belle figure e così splendidi abiti. Ecco in che consiste il costume delle donne di Nettuno: in capo portano una specie di fazzoletto a striscie d'oro e d'argento che sporge sulla fronte; una gonnella di seta o di velluto color rosso scuro, ricamata sul fondo in oro o in argento, scende loro dai fianchi, e sopra questa portano un corsetto di broccato, ugualmente ricamato sul petto e sulle maniche. Anelli, orecchini, braccialetti di oro e coralli dànno ancora maggior risalto alla bellezza della persona ed all'originalità del loro costume. Il colore dei vestiti è a volte verderame o violaceo, o anche nero o azzurro scuro. Pare anzi che l'eleganza e la bellezza di questo costume nobiliti il portamento delle donne; io le ho viste infatti passeggiare per le piazze del loro paese in rovina con l'incendere maestoso delle romane e di quelle certo non meno belle: parecchie con un profilo greco nobilissimo, tutte con capelli corvini ed occhi scintillanti, atti a soggiogare il cuore più duro. Allorchè i mortaretti, che formavano quasi una ghirlanda su un antico muro, sono scoppiati, i cannoni hanno sparato, ed ho visto tutte quelle donne con i loro abiti rossi ed oro, avvolte nei vortici di fumo di quell'artiglieria popolare, mi è sembrato di trovarmi dinanzi ad un Olimpo, popolato da divinità ideali.
Però, anche senza il loro costume festivo, son belle del pari le donne di Nettuno. Si vedono ogni giorno, in gruppi numerosi, lavare patriarcalmente i loro panni alla fontana pubblica; non attaccano mai discorso con gli stranieri, sono timide come gazzelle, e rispondono appena, solo con gli occhi bassi, al saluto.
La festa di S. Luigi ha un altro carattere; è una festa popolare, e mi ha ricordato il mio paese natio. Sulla piazza del mercato era stato innalzato qualcosa di simile ad una forca ornata di fronde; dalla trave superiore pendeva, legata ad una fune, una pentola oscillante; dei giovani a cavallo agli asini dovevano, correndo, cercare di far destramente con un bastone un foro nelle pareti della pentola; ma la colpissero o no, questa si rivoltava e bagnava il cavaliere, fra le risate generali degli spettatori. Colui che riusciva a colpire la pentola riceveva in premio due _paoli_ da un prete che esercitava le funzioni di giudice del campo. Quando la pentola fu rotta ed il giuoco terminato, ebbe luogo la tradizionale tombola. Il premio consisteva in una pezza di stoffa in cotone, che pendeva da una finestra. Un ragazzo estraeva i numeri, che venivano spesso annunciati coi nomi proverbiali che loro si sogliono dare, ed eran motivo di nuove risa. Sempre però si rideva con quella naturalezza e quella convenienza che sono doti caratteristiche e preziose del popolo italiano, di natura civile ed educato.
Così vivono e si divertono i cinquecento abitanti di Nettuno, in certo modo separati dal resto del mondo, fra il mare, le paludi pontine e le strade poco frequentate che portano da una parte ad Anzio e dall'altra a Velletri. Nettuno però possiede campi e giardini, somministra il vino che si beve ad Anzio, ed ogni giorno invia a questo porto un carro di pane bianco, perchè là si fa solo del pane grossolano. Ho bevuto a Nettuno del vino squisito, cosa non facile in questi anni in cui il dio Bacco è travagliato da fatale malattia. Un cittadino del luogo ci volle un giorno condurre nel suo _tinello_, come qui chiamano la cantina; è sceso segretamente in un nascondiglio sotto il suolo e ne ha tratto fuori uno stupendo vino rosso, quale non ne avevo più bevuto da Siracusa in poi.
Sulla spiaggia di Nettuno ogni coltivazione cessa oltrepassata appena la città, cominciando quasi subito, in tutto il loro squallore, le paludi pontine che si estendono fin verso Terracina. Non più abitati sulla riva, solo sorgono qua e là, solitarie, alla distanza di circa due miglia l'una dall'altra, le antiche torri medioevali. L'aspetto di questa solitudine, di questo deserto, di questa mancanza di coltivazione è grandemente imponente. Pare quasi di non trovarsi più sulle classiche coste d'Italia, ma nei deserti dell'India o dell'America. Il frangersi continuo delle onde, lo scintillare del sole estivo sulla bianca, piana, monotona spiaggia, il cupo bosco infinito che accompagna per qualche centinaio di passi il mare, lo stridore dell'avvoltoio e del falco, il volo dell'aquila, che altissima si libra sulle ali in larghe spire, il calpestio ed il muggito dei tori selvaggi, l'aria, le tinte, l'aspetto delle cose e degli elementi dànno veramente qui l'impressione di un mondo deserto e selvaggio.
Il 28 giugno, il pittore ed io partimmo lungo questa spiaggia per recarci ad Astura, distante circa tre ore di cammino. Il mattino era di una limpidezza straordinaria, il mare tranquillissimo ed il capo Circeo, avvolto in una tinta rosea, davano al quadro un aspetto del tutto omerico. A Nettuno comprammo vino e pane e quindi proseguimmo la nostra strada. Ci fermammo a far colazione su di un vecchio tronco d'albero, presso una carboniera e provammo un piacere simile a quello di Ulisse, quando si assise al banchetto apprestatogli da Circe nel suo palazzo. Era veramente delizioso gustare un buon sorso di vino in quella profonda pace, su quell'omerica spiaggia, dinanzi all'azzurro di quel mare, tinto in rosa all'orizzonte.
Fino a questo punto tutto era andato benissimo, ma giunti là dove il bosco scende fino al mare, cominciammo ad avere dei timori. Non erano già i banditi che ci davano pensiero, ma le mandre di tori e di bufali che vagano colà completamente liberi, non sorvegliati da pastori. Tutta quanta la spiaggia fino a Terracina è coperta di numerose mandre di tori, di buoi, di vacche, dalle corna lunghissime, di quella forma tutta classica della campagna romana e che si vedono scolpite nel Partenone, attorno all'ara del sacrificio. Le loro corna sono lunghe quasi tre piedi, molto divergenti, arditamente contorte, grosse, chiare, di bel colore.
Quasi in tutte le case del Mezzogiorno si vedono queste corna, tenute come amuleti contro il «_malocchio_» e piccoli cornetti vengono portati dai principi alla catena dell'orologio e pendono dal collo dei ragazzi dei pescatori.
I buoi sono selvaggi e grandemente pericolosi; il solo pastore li può governare, stando a cavallo, con la sua lancia; più pericolosi ancora sono i bufali. Questi vivono a branchi e vagano solitari e liberi come i cinghiali; frequentano volentieri gli stagni e le paludi e nuotano con grande agilità. Quando si attraversano le paludi pontine o il bassopiano di Pesto, si vedono molti di questi mostri neri e selvaggi immersi negli stagni, dai quali stendono fuori talvolta, sbuffando, solo le tozze teste. Il bufalo cammina sempre col capo chino a terra e guarda sospettoso dal basso in alto. Non si serve delle sue corna, che sono come quelle del montone rivolte indietro, ma rovescia a terra con la sua fronte di bronzo l'uomo che insegue, quando l'abbia raggiunto; quindi gli pone il ginocchio sul petto e lo calpesta fino ad ucciderlo. I pastori domano questi pericolosi animali con la lancia; passano loro attraverso il naso un anello ed allora li attaccano al carro e se ne servono per trasportare grandi pesi, voluminosi blocchi di pietra, o tronchi d'albero giganteschi. Col latte della bufala vien fatta la _provatura_, che è una specie di cacio molto difficile a digerirsi. La carne del bufalo è poco stimata, perchè dura; la comprano gli ebrei poveri del ghetto che non ne mangiano generalmente altra. I bufali abbondano nelle paludi pontine, nella squallida riviera di Cisterna, di Conca e di Campomorto, covo della febbre, dove perfino l'assassino non viene ripreso, quando vi si sia rifugiato. Gli uomini che custodiscono queste bestie menano una vita misera, sono febbricitanti e di poco inferiori agli indiani della Prateria.
Il possibile incontro di questi animali ci dava assai pensiero; appena giunti nei boschi, li vedemmo numerosi sulla spiaggia. Lasciati liberi, percorrono sempre la stessa strada e sempre nelle stesse ore; al mattino escono dalla foresta e vengono al mare, per bevervi l'acqua salata, quindi o si sdraiano sulla sabbia o pascolano lungo la costa; vi passano tutte le ore calde e quando sulla sera comincia la temperatura a rinfrescarsi, si muovono e pascolando lentamente sulla riva s'inoltrano nei cespugli sino a che non arrivano nel fitto dei boschi, dove trascorrono la notte, per scendere il mattino appresso nuovamente al mare.
Alla vista di tutti quegli animali, rimanemmo alquanto perplessi. Era impossibile passare di là, perchè avrebbero potuto tagliarci la via, molti essendo proprio in riva al mare; proseguire lungo la spiaggia era pericoloso, perchè sarebbe stato necessario passare in mezzo ad essi e qualche animale furioso avrebbe potuto inseguirci nella direzione del capo Circeo: pensammo se non fosse stato più prudente tenerci vicino alla macchia e questo partito ci sembrò il migliore.
Scendevano intanto sempre nuovi branchi, la qual cosa ci fece argomentare che ve ne dovevano essere ancora nei boschi, e se ne scorgevano infatti fra i cespugli di mirto. Ad un tratto scorgemmo due magnifici tori, dalla fronte splendente, arrestarsi e fissarci: allora prudentemente, pian, piano, ci avviammo verso il bosco ed in poco tempo ci trovammo nel fitto degli alberi. E' impossibile figurarsi dei boschi più adatti per i briganti che questi di Astura: non sono già formati da alte quercie, ma da fitte macchie di sugheri, di olivi selvatici, di lentischi, di rovi neri, di mirti, coperte di piante rampicanti, di edera bellissima, che forma delle volte, quasi moschea boschereccia, impenetrabili ai raggi del sole ed alla pioggia. Vi erano dei cespugli di mirto di un'altezza straordinaria e tutt'intorno un odore di selvatico, che penetrava i sensi.
Il terreno non è piano, ma accidentato, percorso da piccoli ruscelli, in molti punti paludoso; vi abbondano gl'istrici, le tartarughe e le serpi; noi vi trovammo spesso delle penne di galli selvatici, avanzi del pasto di qualche aquila: ciò dava ancora maggior risalto alla cupa poesia di questa riviera.
Ci riuscì alla fine di scansare i branchi dei bufali e dei tori e quando ne incontravamo qualcuno in ritardo ci arrestavamo e restavamo silenziosi e tranquilli finchè non fosse passato e dopo aver superato rivi, fossi e siepi, sboccammo finalmente di nuovo sulla spiaggia e ci fermammo per riposarci piacevolmente all'ombra di un muro, cui era addossato uno steccato destinato a racchiudere una mandra. Anche questo muro era certo, come lo dicevano chiaramente alcune vestigia di mosaico, un resto di qualche villa romana.