Passeggiate per l'Italia, vol. 1

Chapter 11

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Sono ormai nove anni che ogni estate mi delizio del mare. Ivi ho trascorso le mie ore migliori ed ho fatto le mie più belle escursioni. Mille imagini e mille ricordi sono sorti in me nello scorgere questo mare latino. Ma mentre riapparivano chiare e limpide nella mia mente le coste elisie della Corsica e della Campania, i golfi superbi di Palermo, di Cefalù, di Siracusa e dell'Etna, la spiaggia latina non ha punto corrisposto alla mia aspettazione. In tutti gli altri mari si vedono magnifici scogli, capi, promontori, castelli e città torreggianti qua e là sulle rive, ricchi oliveti scendenti sino al mare, aranceti fioriti e odorosi, melagrani con i loro frutti infuocati. Chi può dimenticare, alla vista del mare, il magico lido di Sorrento, i giardini di Palermo, i vigneti che si stendono lungo la spiaggia stupenda di Acireale, sul mar Jonio? Ritornando col pensiero a tutte queste bellezze, la spiaggia del mare latino e la piccola città di Anzio mi hanno prodotto una penosa impressione. Per quanto abbia spinto l'occhio dalla parte di Ostia, non mi è riuscito vedere che macchie deserte, una spiaggia depressa di argilla e di sabbia, alcuni spazi chiusi da palizzate, dove pascolavano alcune mandre. La città è un complesso di ville in stile romano, di casupole in pietra, di capanne ricoperte di paglia, che si stendono tutte intorno al piccolo golfo, sulla cui spiaggia sono alcune barche tirate a secco e nel porto poche paranze.

Alla _locanda_, seduto dinanzi al cavalletto, ho trovato un compatriota tedesco, distinto paesista; pitture di marine, da poco terminate stavano sulle pareti e provavano che l'autore non aveva perduto il suo tempo. Non gli ho celato la mia delusione, ma egli mi ha portato alla finestra e mi ha fatto osservare il mare che scintillava di luce e all'orizzonte i monti che si profilavano in una tinta azzurrina. Non era trascorsa una giornata che io non pensava più a tutte le amene riviere che conoscevo ed ero completamente conquistato dal nuovo fascino di questa solitaria spiaggia di Anzio. Essa mi ha ricordato quelle del mio mar Baltico, meno belle e pittoresche e più d'una volta alla vista di queste gialle coste senza rocce, ho esclamato: Ma questo è proprio Neukuhren, Wangen, Sassau! La spiaggia del mar Baltico e quella del mare latino si somigliano fra loro, come un'ingenua canzone popolare ricorda i classici idilli di Teocrito.

Nè Poussin, nè Claudio, nè Salvator Rosa sarebbero certo qui venuti a trarre per le loro marine l'ispirazione. Nulla vi ha qui di epico, di eroico, di grandioso, di ardito, di bizzarro, di fantastico. Tutto v'è ampio, largo, indeciso, ma tranquillo, pieno di dolcezza, idillico insomma. Quest'ampia, lunga spiaggia ha un significato veramente lirico, ed ora mi so spiegare l'attrattiva che essa aveva su i Romani, preoccupati sempre delle sorti del mondo intero. I contemporanei di Augusto, di Caligola, di Nerone (questi era appunto di Anzio) amavano sottrarsi a tutte le preoccupazioni della capitale e godere, per un mese, nell'estate, in Anzio, il dolce far niente, come anche oggi è solito fare il papa.

Quale pace scende negli animi nella solitudine di questo mare! Quella linea fine e dolcissima della spiaggia che si prolunga per miglia e miglia e si perde poi nei vapori, quella sabbia morbida e scintillante, quelle onde che si frangono di continuo in quel mare che muta ad ogni istante aspetto e tinta, quel superbo capo di Circe, che emerge nel mare come un'isola e splende come un magico e grandioso zaffiro, quella lontana e piccola isola di Ponza, di cui le vette sorgono dalle onde quasi corolle di fiori, quelle cento piccole vele che vanno, vengono, compaiono, spariscono; quel canto melanconico dei pescatori, quel suono di flauti e di arpe, tutto ciò fa sì che se al di fuori rintronasse il mondo intero del rombo del cannone, dello scoppio delle granate, qui non giungerebbe l'eco più lieve.

Pochi giorni prima a Roma non vedevo l'ora in cui giungessero al caffè i giornali, e mi precipitavo quasi sul _Monitore di Toscana_, sulla _Gazzetta di Genova_, sulla _Gazzetta universale di Augsburg_, appena arrivavano; qui, invece, non si ha nessun giornale, neppure il _Giornale di Roma_, periodico più innocente ancora di un'egloga di Virgilio, e se si chiede a qualcuno: «Che cosa fa Omer Pascià?... Dove si trova l'ammiraglio Napier?... Continua Silistria a resistere?...», si ha una scrollata di spalle e nulla più.

Quando mi affaccio alla finestra della mia stanza, sotto la quale i pescatori napoletani, seduti sulla sabbia, racconciano le loro reti, scorgo tutto il magnifico golfo, ed il mio occhio può seguire tutta la spiaggia sino al capo Circeo: su questa spiaggia, presso Anzio, sorge la bella villa del principe Borghese, in un parco assai trascurato, ma ricco di elci e di olivi, e più in là il castello e la città di Nettuno, bruna e pittoresca, costruita sul mare e famosa in tutto il mondo per la bellezza delle donne e per la loro stupenda foggia di vestire. La linea della spiaggia continua poi, sempre fina e dolcissima, ed in lontananza, in fondo, appare confusamente un bianco castello. Questo castello stende sulla spiaggia e sul mare quasi un velo di tristezza, e così, come il capo Circeo, desta un sentimento di omerica poesia. Ogni tedesco è portato a contemplarlo mestamente e l'animo suo non può che riempirsi di malinconia e di tristezza, giacchè quel castello segna un periodo grande e doloroso nella storia della nostra patria: esso è la rocca di Astura, dove, dopo la sconfitta di Tagliacozzo, cercò rifugio l'ultimo degli Hohenstaufen, Corradino, e dove il traditore Frangipane lo tenne prigione e lo consegnò poi a Carlo d'Angiò, avido di sangue. Da quella rocca precipitò in mare il sole degli Hohenstaufen.

Questo castello, dalla mia finestra, mi è sempre davanti agli occhi e mi richiama al desiderio della patria lontana ed aumenta quella mestizia che è propria di tutta questa spiaggia. Non ho potuto aver pace sino a che non mi ci sono recato e non ho visitato le sue antiche mura; ora posso di nuovo guardarlo tranquillamente. Anche là vogliamo andare, perchè da per tutto giriamo, avendoci gli dèi concesso queste ore libere.

Quando i signori romani si recavano a villeggiare ad Anzio, la città era vasta ed il porto in fiore. Nerone lo aveva costruito splendidamente, ed anche oggi si scorgono in fondo al mare i resti di un molo grandioso, visibili quasi quanto quelli del ponte di Caligola, nella baia di Pozzuoli. Se non che sin dal medio evo il porto cominciò ad andare in rovina ed a riempirsi di sabbia, e la città, saccheggiata prima dai Saraceni e poi distrutta da un terremoto, oggi non è più che un villaggio. Nel 1700 Innocenzo XII restaurò il porto, riparò la strada, costruì alcune case ed una fontana. Dopo di allora i papi vi si recarono di tanto in tanto, prima che dalle paludi pontine sorgessero i miasmi che dànno la febbre, per godervi un po' di tranquillità e di riposo. Pio IX fece acquisto recentemente della splendida villa edificata nel 1710 dal famoso cardinale Alessandro Albani, dove dimorò per qualche tempo Winckelmann, insieme col cardinale e con la principessa Albani. Con gli scavi fatti qui eseguire, il cardinale non solo fece un affare eccellente, ma riuscì anche ad ornare la sua villa in Roma di molte e belle statue.

La villa in Anzio è un palazzo signorile nel gusto dell'epoca; sorge in mezzo ad un vasto giardino, ora mal tenuto, povero di fiori e di piante, ma ricco di aranci. Qui il papa può condurre una vita più solitaria e più libera che a Castel Gandolfo; deve però adattarsi alla vista delle miserabili casupole di paglia abitate da famiglie di pescatori, e ad una vista anche peggiore, quella del bagno penale che sorge presso il molo ed è un ampio casamento chiuso fra il castello e la chiesa. I galeotti lavorano tutto il giorno a cavare il fango dal porto; hanno la catena nascosta sotto gli abiti e per lo più non presentano alcun segno speciale che li faccia riconoscere; fra di essi vi sono molti giovani briganti. Questi galeotti rendono impossibile lo sviluppo di qualunque industria nel porto d'Anzio, perchè, esercitando essi tutti i mestieri, tolgono ogni lavoro agli operai liberi. Risparmiando denaro, essi possono vivere bene, e corrompendo i loro guardiani riescono a godere molte agevolezze. Quando ottengono la loro libertà, si stabiliscono generalmente nel luogo e sposano la loro innamorata.

Un bagno penale ed una villeggiatura estiva del Santo Padre non sembrano cose fatte per andare insieme, ma ciò è prettamente romano, perchè una qualche contraddizione e stonatura devono manifestarsi nella vita romana, in questa paradisiaca natura. Il Papa, però, vuol riedificare Anzio; ha ordinata la costruzione di molte case e ha detto che non vuole più oltre tollerare la brutta vista di quelle capanne di paglia. Il porto va ogni anno sempre più prendendo incremento, soprattutto perchè si trova più vicino a Napoli che Ostia e Civitavecchia. Una società romana ha fatto acquisto di un piroscafo che parte da qui due volte la settimana per Napoli, dove porta i viaggiatori giunti da Roma con la posta. In tredici ore e con la tenue spesa di cinque scudi si va a Napoli. Questo piccolo commercio ha richiamato un po' di vita ed un po' d'industria ad Anzio e son queste le sole fonti di guadagno e le sole occupazioni de' suoi abitanti, le campagne essendo quasi incolte. Non vi sono qui nè vigne, nè oliveti; solo vi si allevano delle mandre, che pascolano liberamente sulla riviera; tutti gli oggetti di consumazione vengono dagli altri paesi: Nettuno fornisce il vino ed anche ogni giorno il pane fresco; Genzano l'olio e le frutta e Cori, nei monti Volsci, le ciliegie ed i fichi.

Gli alberghi sono piccoli e meschini: una camera vi si paga venticinque _baiocchi_ al giorno, e vi si pranza, come a Roma, alla carta; con sette _paoli_ al giorno, corrispondenti ad un tallero prussiano, si ha pensione intera, con quattro piatti a pranzo e tre a cena. I pensionanti sono per lo più pittori tedeschi, che vanno promovendo il progresso nelle piccole locande dei villaggi della costa e dei monti, e che possono quindi esser considerati come tanti missionari della civiltà nella campagna romana.

Vi è però qui in Anzio una cosa eccellente: il pesce. Il golfo fornisce ogni giorno ogni sorta di pesci, e financo delle splendide aragoste. Non sono però mai gli abitanti del luogo che li pescano, perchè essi non hanno tanto danaro per comprarsi una barca; sono invece pescatori napoletani che vengono, sulle loro vaghe imbarcazioni, da Pozzuoli, da Baia, da Portici, da Torre del Greco, da tutta la costa del loro incantevole golfo, e passano qui varî mesi dell'anno a pescare, dormendo nelle stesse loro barche. Altri napoletani abitano nelle capanne e sono generalmente quelli che, per sfuggire alla leva militare, hanno emigrato dalla loro patria. Per tutto il Mediterraneo, del resto, si trovano questi marinai napoletani, che sono i primi pescatori del mondo, e se ne incontrano anche nelle isole spagnole e sulle coste d'Africa, dove pescano il corallo: e così le loro graziose barche variopinte solcano in ogni direzione questo mare.

Ho dunque ritrovato qui, e con piacere, delle vecchie conoscenze. La vivacità del loro gestire, la loro mimica, il loro dialetto, il loro costume mi hanno fatto ricordare quelle scene pescherecce di cui sono stato tante volte spettatore sulle spiagge napoletane. Sono scene descritte e dipinte sino alla sazietà, ma che, sulla riva del mare, appaiono sempre più belle.

Le loro barche, venti all'incirca, ciascuna delle quali porta almeno cinque uomini ed è governata dal padrone, stanno a tre passi dalla mia finestra.

I pescatori generalmente lasciano la spiaggia la sera verso l'_Ave Maria_ e rimangono in mare tutta la notte; al mattino il pesce viene posto in recipienti coperti di paglia, ed alla sera è imballato per esser spedito nella notte con i carri a Roma. La sera si può godere una scena animatissima. Gli scrivani, seduti ad un tavolo, al lume di una lanterna, registrano la merce; i pescatori stanno all'intorno, occupati gli uni a trarre fuori dalle ceste il pesce, altri a spezzare il ghiaccio ed alcuni infine ad accomodarlo. Le varietà e le forme di questo pesce di mare sono veramente sorprendenti: si vedono dei bellissimi rombi, dei grossi palombi, delle variopinte murene, delle sogliole dalle pinne pungenti, delle triglie luccicanti, delle sardine, dei merluzzi in gran quantità. Di quando in quando vengono pescati anche dei delfini ed una sera sulla piazza ho visto persino due pesci-cani, presi la notte precedente. Saranno stati lunghi dagli otto ai dieci piedi, e la loro tinta turchino-nerastra aveva un non so che di ributtante. Il mezzo per pescarli è l'amo: quando si sente che lo hanno addentato, si issano a bordo e si uccidono a colpi di mazza. La loro carne, bianca come quella dello storione, è mangiabile, ma piuttosto dura.

Questi poveri pescatori conducono dunque una vita faticosa, alla giornata, che può apparire poetica a chi sta contemplando, seduto tranquillamente sulla spiaggia, le loro barche illuminate, che ora si vedono, ora scompaiono sulle onde del mare. Un eguale spettacolo si può ammirare sul mar Baltico, ma fra questo e quello si nota la stessa differenza che passa fra il Nord nebbioso ed il Sud irradiato dal sole. Il pescatore napoletano, povero qual'è, mezzo nudo, con i calzoni corti di tela, in maniche di camicia, col suo berretto rosso in testa, è snello, vivace, ciarliero, pronto sempre allo scherzo, al motto, al canto, al ballo; accanto al pescatore taciturno e tranquillo del Baltico, sembra quasi una figura da teatro, sino ad un certo punto ideale. Credo che se si mettessero in una stessa barca un pescatore napoletano ed un pescatore del Baltico, con l'obbligo di passarvi una intera giornata, uno dei due finirebbe per gettarsi in mare. Sarebbe certo impossibile ad un pescatore del Baltico di avere una parte storica come l'ha avuta il pescatore partenopeo, che può vantare il nome di Masaniello.

Masaniello non è già stato un grande uomo, ma certo un uomo strano, anima di pescatore avvezza alle tempeste, ardito, temerario, ambizioso; è stato un uomo del momento, come momentanea fu la sua grandezza; spensierato, folle, senza uno scopo prefisso, simile alle onde sempre agitate del mare, che si accavallano le une sulle altre. Tra le figure storiche non saprei paragonarlo, per origine, condizione e per ombra di passeggera grandezza, che a Giovanni di Leida, il momentaneo re di Münster. Questi era sarto, e in Germania quella dei sarti è la classe più irrequieta; veri napoletani, pulcinella, avventurieri nati, Giovanni di Leida però è stato più grande di Masaniello, perchè in certo modo vagheggiò un'idea, cosa possibile questa soltanto a sarti, non a pescatori. L'uno e l'altro furon figure bizzarre, fatte apposta per il teatro lirico. Ma era ben naturale che sul suolo napoletano l'antica stirpe dei pescatori che vi è più rappresentata che altrove, avesse una volta anche un re.

Ho visto a Napoli, nella pinacoteca un ritratto di Masaniello, opera dello Spadaro, suo contemporaneo: è rappresentato nel costume dei _lazzaroni_, cioè scamiciato, col petto scoperto, abbronzato dal sole, e con la pipa di gesso in bocca, e appunto così stanno seduti dinanzi a noi sulla spiaggia i pescatori napoletani. Se non che il pittore gli ha posto in testa un berretto alla spagnuola, ornato di penne, rappresentando così in modo felice la singolare contraddizione della sorte di quest'uomo. La sua fisonomia non ha nè nobiltà, nè espressione; la sua faccia è larga, grassa, di una mollezza quasi femminile; il suo sguardo ha qualcosa di astuto, di equivoco. Questo ritratto è prezioso perchè è fedele e contemporaneo: in esso si riconoscono le caratteristiche del pescatore napoletano, e Masaniello infatti non fu nè un mezzo eroe, nè un mezzo re Lear, quale il melodramma l'ha voluto rappresentare. Esistono altre pitture dello Spadaro, che rappresentano scene storiche dell'epoca di Masaniello, fra le quali la rivolta del mercato, dove il re pescatore arringa, vestito da lazzarone, il popolo; sul davanti lo si vede vestito alla spagnola, a cavallo, sulla piazza, dove molti nobili sono impiccati o stesi a terra dalle archibugiate. Alfredo di Reumont ha descritto recentemente, con vivaci colori, nella sua opera _I Caraffa di Maddaloni_, la vita di Masaniello.

Questi ricordi ci hanno intanto allontanato dai pescatori della spiaggia d'Anzio. Le loro barche meritano però ancora uno sguardo: sono veramente pittoresche, dipinte come sono a graziosi rabeschi sul fondo bianco; vi si scorgono delfini, sirene, stelle ed in mezzo a questi segni profani o mitologici, la Madonna, o S. Antonio, protettore dei pescatori. Per ripararsi da gli ardori del sole sopra la barca è stesa una tenda di tela; l'armonia di tutti quei colori, neri, bruni e bianchi, il timone ed i remi, le vele spiegate, le reti ammucchiate producono un effetto veramente pittoresco.

Il porto d'Anzio formicola al presente di queste barchette; presso al molo vi sono altri legni napoletani e tartane, venute a caricare legna e carbone, giacchè da questa riviera ricca di boschi vengono portati ogni anno a Napoli combustibile e legname da costruzione per un milione di scudi. Si vedono infatti qua e là sulla spiaggia d'Anzio e di Nettuno grossi mucchi di carbone, cotto nei boschi, dai quali neri bufali traggono pure sulla riva gigantesche quercie. Vengono talvolta attaccati ad un carro fino a sedici bufali, punzecchiati, perchè camminino, con una specie di lancia. Il regno di Napoli possiede vaste foreste in Calabria, ma preferisce prendere il legname dalle paludi pontine, perchè scendendo i boschi sino al mare ed essendo la spiaggia piana e facile, le spese di trasporto sono di gran lunga minori.

In questo ambiente vario, semplice e primitivo, fra questi pescatori e marinai, le figure della città non attirano quasi nessuna attenzione. Qua e là un pittore, seduto e riparato da un ampio ombrello bianco, sta facendo uno schizzo della spiaggia o dei pescatori. Tali apparizioni sono diventate ormai caratteristiche e proprie di ogni bel sito d'Italia; in qualunque bella giornata di estate o di primavera si può esser certi di vedere sorgere, in un posto od in un altro, ovunque è un bel paesaggio, come un fungo, l'ombrello bianco di un pittore. Ne ho incontrati perfino nelle regioni più remote della Sicilia, e ricordo anzi che, arrampicatomi un giorno, nelle ore più solitarie, sulle rocce di Taormina, non potei trattenermi dal ridere, vedendo giù da lontano l'ombrellone: v'era sotto un paesista di Weimar. Raramente invece ho visto dei pittori intenti a disegnare le spiagge del Sunland, che pur sono così belle e superano anzi, come quelle bizzarre di Gross e di Kleinkuhren, per grandiosità, le spiaggie latine; la ragione è che manca loro la magia delle tinte. Nel nord la tinta del mare è o troppo splendente, o dura, o confusa; essa non ha questa fine nebbia d'aria e di luce, nè il magico riflesso, nè il confondersi insieme di dolci luci scintillanti, questa chiarezza eterea di smeraldo. Ma che cosa non può dipingere il pittore? Ciò che ad un profano pare senza significato è colto dall'ingegno creatore, che ne fa un'immagine espressiva. Altrettanto avviene nella poesia lirica. I pensieri, le ispirazioni sono inesauribili. La natura non ha che da essere bene osservata e sentita; essa cela forme e pensieri infiniti, che un uomo privo di fantasia neppure può sospettare. Ed anche su questa costa tranquilla vi sono originali apparizioni; solo è difficile esprimerle, rappresentarle, perchè delicatissime, finissime, non riproducibili con tratti grossolani.

Ma lasciamo da parte l'album degli schizzi e lanciamoci in mare! L'aria marina, narcotica, molto più grave di quella del Nord, invita qui veramente a cercare sollievo in seno alle onde. La sabbia in fondo al mare è bianca come la neve, soffice quanto il velluto e si stende sino al largo. Si vedono per ogni dove persone che si bagnano; qua e là sulla spiaggia sorgono capanne, formate e coperte da rami d'albero. Tutti questi bagnanti vengono da Roma, da Velletri, dai monti, ma non mai prima del luglio, perchè gl'italiani in giugno trovano l'acqua ancora troppo fredda per prendere il bagno. Si ritiene inoltre che non sia igienico oltrepassare i venti bagni e ciò, almeno sembra, per le condizioni speciali del clima; io stesso del resto ne ho fatta l'esperienza nell'isola di Capri. L'acqua pare sia qui più eccitante che nel Nord e quindi prendendone un numero un po' forte, ne risentono il sonno e l'appetito.

Su questa spiaggia non v'è ombra di vita balneare, non vi sono quelle facili relazioni di società, quasi familiari, che fanno sulle spiagge dei nostri mari una festa dei mesi d'estate; qui ogni famiglia, ogni persona vive a sè; il forestiero non ha altro luogo di ritrovo che l'unico caffè del porto, dove, sotto una tenda, allo stesso tavolino, democraticamente e con quella bella confusione di classi tutta speciale all'Italia, seggono il bagnante ed il pescatore mezzo ignudo, che approfitta tranquillamente dell'ombra della tenda per fumare la sua pipa di gesso, senza prendere nè caffè, nè altro.

Alcuni ufficiali del genio ed un capitano pontificio, che mi diverte col suo grazioso dialetto veneziano, sono le persone con le quali generalmente mi trattengo a chiacchierare.

Passato il luglio, la maggior parte dei bagnanti lascia Anzio, incominciando il pericolo delle febbri. Anche ora, in cui il calore è spesso insopportabile e si fa sentire fin dalle sette del mattino, dopo calato il sole l'aria diventa umida ed il venticello tepido e molle che spira dal mare è veramente caratteristico: non è prudente allora rimaner fuori di casa. Il bel chiarore della luna sulle foreste, sulla spiaggia e sul mare, che rende nel mar Baltico così piacevole a quell'ora la vita all'aria aperta, non può qui esser goduto che dalla finestra; imperocchè una sola di queste notti passate all'aperto basterebbe a procurar le febbri e forse anche, dopo alcuni giorni, la morte. E' pericoloso su questo mare lasciarsi adescare dalle sirene: bisogna dunque adattarsi a passeggiare lungo la riva prima del tramonto, facendovi ricerca di conchiglie e di piccoli gamberi marini. Sono questi animalucci grandi al più come un quarto della mano ed hanno quasi la forma del ragno; corrono con una velocità straordinaria ed allorquando si fa per afferrarli, il più delle volte spariscono sotto la sabbia, come spettri nel teatro. Qui dove tutto si mangia, perfino le rane, i porci spini, gli usignoli, questi gamberetti vengono mangiati vivi, dopo essere stati spogliati delle loro squamme.