Passeggiate per l'Italia, vol. 1
Chapter 10
Ho visto una di queste torri brillare a qualche distanza sul mare: era il celebre castello d'Astura. Più in là, ad un miglio distante da questa, ho scorto un'altra torre, Foceverde, così chiamata da un torrente che, uscendo dal bosco selvaggio e paludoso, si versa nel mare. Una terza torre sorge più lontano, presso un lago, circondato da folte piante, le cui acque, illuminate dai raggi del sole, splendono come oro liquido. Una grande, profonda pace regna sul lago insieme con un silenzio di morte. Non vi sono che uccelli marini che svolazzano senza posa, qualche pescatore, pallido per la febbre, intento a ritirare nella sua barchetta le reti, e qualche povero diavolo che, mezzo nudo, va pescando le sanguisughe. È questa la torre ed il lago di Fogliano, un tempo chiamato _Clostra Romana_. Lucullo vi possedeva una villa e vi allevava le murene. Il Ninfeo, il torrente, che abbiamo visto correre attraverso alle rovina di Ninfa, va a gettarsi appunto nel lago di Fogliano, ed io potei seguirne tutto il corso, attraverso le paludi pontine.
Più lontano ancora si scopre il lago dei Monaci, poi quello di Crapolace, infine il gran lago di Paola con la sua torre, e non lontano da questo il capo Circeo, che il mare sembra circondare da ogni lato.
Chi non ha mai attraversato le paludi Pontine per recarsi per la via Appia a Terracina e crede che siano delle putride e nauseabonde maremme, s'inganna. Vi sono, è vero, terreni paludosi e stagni in quantità, ma nascosti da boschi, nei quali errano cinghiali, istrici, cervi, bufali e buoi quasi selvaggi. Nei mesi di maggio e di giugno la regione pare quasi un mare di fiori. Nell'estate, invece, sembra il Tartaro; la pallida febbre vi regna sovrana, facendo strage dei poveri pastori e degli operai che vi guadagnano miseramente il pane.
Più ci si appressa al mare e più i boschi si allargano, e da Norba si vedono distintamente sino al capo Circeo. Si seguono dalla foce del Tevere, da Ostia, da Ardea, da Nettuno sino a Cisterna e Terracina. In mezzo a quei boschi vi sono dei tratti liberi, dove vengono raccolti gli armenti e dove abitano i coltivatori, come, per esempio, Conca, Campo Morto, Campo Leone, Tor del Felce ed altre località. Là, nell'interno, dove i boschi cessano, esistono delle vaste praterie, e più in là dei campi coltivati, e quindi la via Appia, restaurata da Pio VI. Lungo il suo percorso attraverso la pianura marittima abbiamo scorto Cisterna, il villaggio più importante della regione paludosa, anticamente chiamato _Tres Tabernae_, e For'Appio, anticamente _Forum Appium_.
In nessun secolo si è riusciti a prosciugare le paludi pontine. Giulio Cesare ne concepì l'idea, ma morì prima di aver cominciato i lavori. Gli imperatori romani, prodighi nelle costruzioni di qualunque genere, non se ne curarono mai; ed è curioso notare che fu un re barbaro, erede e conquistatore di Roma, Teodorico il Grande, che fece ristabilire la via Appia e prosciugare una parte delle paludi pontine presso Terracina. Esistono tuttora in questa città due iscrizioni, ove è ricordata l'opera memoranda del re goto. Fra i papi, fu Sisto V, questo romano pratico e di carattere energico, che per primo riprese i lavori e due secoli dopo Pio VI continuò l'opera sua facendo ricostruire la via Appia, scavare a fianco di questa un grande canale, ed altri secondari, trasformando inoltre una parte delle paludi in terreni coltivabili: egli fu veramente un benefattore per una parte della regione marittima.
Dalle rovine ciclopiche di Norba discendemmo a Ninfa, che è a' suoi piedi, proprio dove cominciano le paludi; vi si arriva per una comoda ma tortuosa discesa, oppure attraverso il ripido pendìo del monte. Noi preferimmo quest'ultima via, e dovemmo saltare di roccia in roccia facendo rotolare i ciottoli in basso.
Così giungemmo a Ninfa, la leggendaria città rovinata, mezzo sepolta nella palude, con le sue mura, le sue torri, le sue chiese, i suoi chiostri e le sue case coperte di edera. Il suo aspetto è più incantevole di quello di Pompei, le cui case sembrano spettri o mummie sventrate, faticosamente strappate alla lava vulcanica. Sopra Ninfa invece si muove, al soffio del vento, un mare di fiori; ogni muro, ogni chiesa, ogni casa è rivestita d'edera, e su tutte quelle rovine oscillano i purpurei stendardi del dio trionfante della primavera.
Si prova un'inesprimibile emozione nel penetrare in questa città d'edera, nel percorrere le sue vie deserte, nascoste quasi sotto l'erba e i fiori e nell'errare fra quelle mura dove il vento scherza fra le foglie. Non un rumore turba l'alta sua pace, all'infuori del grido del corvo che ha posto dimora sulla torre del castello, del mormorio delle limpide acque del Ninfeo, del sussurro dei giunchi in riva allo stagno e del canto melodioso e dolce delle erbe, agitate dalla brezza.
I fiori coprono le vie e vanno, come in processione, salgono sulle chiese in rovina, si arrampicano ridendo sulle finestre cadenti, barricano tutte le porte, invadono le case, dentro le quali dimorano gli Elfi, le Fate, le Naiadi, le Ninfe e tutto il mondo incantato della favola. Le gialle camomille, le malve, i narcisi odorosi, i cardi dalla barba grigia, che debbono esser qui vissuti un tempo come monaci, i candidi gigli, personificazione delle pie monacelle che vissero un giorno tra queste mura; le rose selvagge, l'alloro, il lentischio, le alte felci, le rampicanti clematiti, i rovi, il caprifoglio, i garofani rossi che sembrano Saraceni incantati, i fantastici capperi che spuntano dalle fessure dei muri, le fucsie, il mirto, la menta aromatica, le ginestre dorate, ed infine l'edera oscura che ha tutto invaso e che ricopre le rovine in verdi cascate; tutto questo mare di fiori e di profumi rapisce i sensi, conquide l'anima e fa deliziosamente sognare.
Le mura della città sono ancora in piedi; esse circondano Ninfa con una larga cintura e son rivestite completamente d'edera; solo qua e là sbuca fuori dal verde qualche merlo corroso o qualche torre a metà diroccata. Le porte sono esse pure invase da piante selvatiche, da rovi e da edera; sembra quasi che i fiori di Ninfa abbiano voluto barricarle contro l'invasione d'un nemico esterno, come un tempo lo furono contro i Saraceni o i mercenari di Federigo Barbarossa e poi contro quelli del duca di Alba e dei Colonna. Ora la distrutta città ed i suoi fiori non sono minacciati più che dal fulmine e dalle bufere, che si scatenano dalle paludi pontine.
Esistono ancora tutte le piazze, tutte le strade fiancheggiate dalle case cadenti ed invase dall'edera; talune, che conservano l'aspetto di palazzi di architettura semigotica, appartennero certo alle famiglie più ricche e più illustri del luogo. Le più curiose a vedersi però sono le chiese; sono ancora in piedi i ruderi di quattro o cinque di esse. Non ho mai veduto rovine più poetiche, e difficile sarebbe voler descrivere quei campanili in parte rovinati, con le loro finestre ad arco oppure tonde, o divise in mezzo da una colonnina, con le loro cornici medioevali ad ornato, tutti guarniti di edera e coperti di fiori variopinti; tutti quegli avanzi di vôlte, di navate, sepolti in un mare di lussureggiante vegetazione. Tutte quelle chiese sono antiche ed appartengono ai secoli XI e XII, se pure non sono di costruzione anteriore perchè il loro stile è quello della semplice forma di basilica. Nelle loro deserte navate ora pregano i fiori ed invece del profumo dell'incenso l'atmosfera è impregnata dall'olezzo delle rose. Sulle pareti, nelle tribune rovinate, qua e là si scorgono ancora, fra l'edera, alcuni avanzi di affreschi: vi sono martiri con la palma in mano e con gli strumenti del martirio a lato. Le loro pallide figure, circondate da svanite aureole d'oro, coperte dalla dalmatica e con la ricca stola, fra il verde ed i fiori dalle mille tinte, sembrano irritate nel vedere i figli di Flora, la dea pagana, celebrare un culto sacrilego nelle chiese abbandonate. Non risuonano più quelle vôlte delle litanie monacali; più non vi s'ode che l'estivo ronzio degli scarabei, e le anacreontiche canzoni amorose del grillo. Gli scarabei ed i fiori sono i soli signori di quei templi e più non li abbandonano.
Nel Mezzodì della Francia fu sporta un giorno lagnanza a S. Bernardo che una chiesa costrutta di recente ed appena consacrata, fosse stata invasa dalle mosche. S. Bernardo esclamò: «Io le scomunico», e quando i messaggeri tornarono nella chiesa trovarono tutte le mosche morte. Sarebbe però ben difficile ad un santo liberare le chiese di Ninfa dai fiori, e per quanto quei poveri martiri si mostrino imbronciati, tra non molto l'edera li seppellirà interamente. Di molti di essi non si scorge più che un lembo di veste, sul quale sta scritto in caratteri latini il nome del santo: fra gli arbusti si possono ancora leggere i nomi di S. Sisto, di S. Cesareo o S. Lorenzo. Quando entrai nell'ultima chiesa, rimasi estatico. Invece dell'antico pavimento in mosaico bizantino, trovai un tappeto di fiori e di erba, e sull'altare, dove un tempo stavano le reliquie dei santi, vidi una rigogliosa vite dell'India, co' suoi grappoli rossi ed azzurri. Gli altari di Cristo non potrebbero essere meglio infiorati!
Non manca dunque nulla a Ninfa per essere il _pendant_ di Pompei. Laggiù, ai piedi del Vesuvio, la classica antichità parla nelle immagini ridenti della città morta: qui è l'epoca cristiana che ha lasciato un po' della sua anima sopra i muri rovinati e coperti d'edera. A Pompei tutto spira amore e vita; vi si vedono amorini che pescano in uno stagno, satiri che danzano, grilli che tirano un carrettino, baccanti, avvolte nel loro bianco velo, che suonano il tamburello, o recano nelle loro mani misteriose cassette, o sollevano coppe cariche di succosi fichi; qui invece, nella Pompei del medio evo, l'occhio non vede che rappresentazioni di morte e di dolore. In luogo delle stupende imagini antiche qui si contemplano le melanconiche imagini delle catacombe, santi condotti al martirio, fiamme, croci, esseri inginocchiati, con le mani giunte, dinanzi al carnefice che tiene già la spada levata.
Sarebbe ormai tempo di seppellire nei fiori tutti quei martiri, tutti quei santi, tutti quei crocifissi corrosi dal tempo. Qui la natura ne ha sparsi a larghe mani sulle tombe di quei poveri peccatori e di quei poveri monaci che si tormentavano, si martoriavano nei tempi della più cupa superstizione. Non è forse tempo che pure il cattolicismo circondi di fiori le tombe de' suoi morti?
All'ingresso della città sorge ancora il castello, altra volta residenza dei baroni, nelle cui prigioni languirono le vittime del feudalismo. L'alta torre quadrata, di mattoni, è simile alla torre delle Milizie a Roma, e probabilmente della stessa epoca. Essa sorge in prossimità di uno stagno che, come lo Stige, sta vicino alla città dei morti ed è circondato da una cintura di canne. Il luogo suscita ricordi mitologici: lo si direbbe il soggiorno delle ombre, visitato da Enea o da Ulisse. La cupa torre ed altre rovine gettano la loro ombra tremante sulle acque silenziose dello stagno e il giunco vi sussurra malinconicamente agitato dal vento. Talvolta si leva un grido d'anitra selvatica: sembra quasi il gemito di un'anima che soffra nelle profondità della terra ed aspiri tornare alla luce.
Seduto in mezzo alle rovine, girai lo sguardo su quel verde reame di ombre, poi levai gli occhi verso la linea azzurra, tracciata nel cielo dalle montagne, su cui si distaccano gli scogli ciclopici di Norba ed il suo castello, e infine li abbassai di nuovo sulle paludi pontine e sul capo Circeo che superbo emergeva dal mare illuminato dal sole cadente.
Che Circe la maga abbia abbandonato la sua dimora, fabbricata laggiù sul promontorio? Abiterebbe forse ella ora a Ninfa? E' forse divenuta la regina dell'edera! Nel vedere il verde che mi circondava per un momento ho creduto che Ninfa fosse il magazzino d'edera dell'Italia e che ivi venissero le anime dei grandi ad inghirlandare tutte le rovine gloriosamente. Bisogna sedersi su quei muri, allorchè la sera ravvolge, nella porpora da prima, poi nell'oro, tutte quelle mura, tutte quelle rovine tappezzate di foglie, ed allorchè la montagna, il mare, il capo Circeo si tingono con sfumature indicibili.
E che dire poi di questo paese di fate quando si leva la luna e l'illumina con i suoi bianchi raggi? Il ruscello Ninfeo che esce dallo stagno, sembra abbia ivi origine e porti in quel mondo di tombe lo spettacolo della giovinezza e della vita: lo si direbbe un essere umano che abbia paura del funebre luogo e fugga precipitoso e spumeggiante verso il mare, attraverso le paludi pontine. Esso dà moto ad un molino stabilito in un edificio medioevale, in stile gotico-romano, con finestre a colonnine. Un'iscrizione sulla porta indica che il molino e la strada furono opera di Francesco Gaetani, duca di Sermoneta e signore di Ninfa, nel 1765.
In antico un tempio delle Ninfe era costruito, a quanto si dice, presso il lago e da quello il paese avrebbe preso il nome. Si racconta che sulle fondamenta di questo tempio fu poi innalzata la chiesa di S. Michele. Nel 1216 Ugolino Conti edificò nello stesso sito la chiesa di S. Maria del Mirteto.
La storia di Ninfa è peraltro abbastanza oscura. Nel sec. XII apparteneva ai Frangipani. Il famoso Alessandro III vi fu consacrato papa il 20 Settembre 1159. La famiglia Gaetani ne divenne in seguito signora alla fine del sec. XIII ed i discendenti di questa illustre casa ne sono rimasti padroni fino ad oggi. L'archivio di famiglia a Roma conserva numerosi documenti che attestano che Pietro Gaetani, nipote di Bonifacio VIII, conte palatino lateranense e conte di Caserta, comprò a poco a poco le case e le terre di Ninfa dai loro proprietari.
Io non ho rinvenuto alcun documento del XV secolo in questo archivio; ma ho trovato invece un atto stipulato il 22 febbraio 1349 nel castello che oggi giace rovinato. L'atto porta queste parole: «_Actum Nimphe in scalis palatii Rocce Nimphe presente Nicolao Cillone Vicario Sculcule..._».
* * *
L'indomani mattina noleggiammo a Norma dei muletti per recarci al celebre villaggio di Cori o Cora, distante tre buone ore. Vi si arriva per una via carrozzabile che rasenta Ninfa, ma noi preferimmo prendere una scorciatoia montuosa che serpeggia lungo la catena dei Volsci. La vista che vi si gode è meravigliosa ed ampia, stendendosi per la pianura dalle pontine e dal mare fino a Roma.
Il fresco del mattino ed il cielo purissimo, come lo è quasi sempre in settembre, resero deliziosa la nostra gita, sebbene i monti che salivamo fossero monotoni e deserti. Solo qua e là ci imbattemmo in alcuni pastori, intenti a mungere le loro pecore od a preparare innanzi al fuoco il loro formaggio fresco, od anche a costruire le loro capanne coniche da nomadi, con rami di ginestra.
Nel contemplare dall'alto la vasta regione delle paludi pontine e soprattutto la spiaggia latina, là dove sorge l'antica Ardea ed i paesi dei Rutuli, ritornano naturalmente alla memoria le figure di Virgilio. Ivi sorse la Troia romana, ivi fu il campo delle epiche lotte dell'_Eneide_: ricordandolo, sembra quasi di veder rapidamente passare sulle praterie od attraverso le foreste l'eroina dei Volsci, la bella amazzone Camilla:
«Hos super advenit Volsca de gente Camilla, Agmen agens equitum, et florentes aere catervas, Bellatrix...»
La descrizione della morte di Camilla e la tragica fine di Evandro, figlio di Pallade, sono ciò che di più bello Virgilio abbia scritto. E' qui che bisogna leggere: i melodiosi versi dell'_Eneide_ sulla campagna romana, per gustarne completamente la magica bellezza. La poesia di Virgilio è improntata di quella stessa pura e maestosa beltà che caratterizza la campagna romana. L'immortale poema è quello che più e meglio riproduce a noi il carattere di Roma antica e fin che durerà il mondo varrà a circondare d'una aureola di poetica ispirazione questi monti, questi boschi e questi campi. Qui vivono Turno, Lavinia, Ascanio ed il fido Acate... e in quale quadro! Esso non ne ha uno eguale, uno così epico, se non sulle rive dello Scamandro, se forse non è ancora più sublime. Cosa v'è di più grandioso della campagna intorno a Roma e del mare che ne lambisce le rive?
Nel percorrere i luoghi che furon la prima culla della grandezza romana, si richiamano alla memoria i versi virgiliani su Troia e sull'Ellade. Si vive quasi in un'atmosfera ellenica, e ciò tanto più quanto più ci si avvicina a Cori.
Questa città è antichissima, risalendo ai tempi mitologici, ai tempi pelasgici. Roma è detta la città eterna, ma non per la sua antichità, perchè molte città della campagna romana sono di gran lunga più antiche, soprattutto Cori che, secondo i calcoli di tutti i topografi antichi e moderni è una delle città più antiche del mondo, essendo stata fondata 1470 anni avanti Cristo, 700 anni cioè prima della fondazione di Roma.
Secondo la leggenda, Cori fu edificata dal troiano Dardano, figlio di Corito, re d'Italia e d'Elettra, figlia di Atlante, il quale poi fuggì, fratricida, per paura di Siculo e di suo padre, nell'Asia, dove fondò Dardania che solo dal suo nipote Tros fu chiamata Troia. Nel VII libro dell'_Eneide_ [verso 670 e seguenti], è nominata Cora:
«Tum gemini fratres Tiburtia moenia linquunt, Fratris Tiburti dictam cognomine gentem, Catillusque acerque Coras, Argiva juventus».
I tre fratelli Catillo, Cora e Tibur o Tiburto erano figli di Anfirao di Argo; venuti dalla Grecia in Italia, costruirono Tiburi o Tivoli. Cora fu anche, a quanto si dice, il fondatore di Cori: questa è la seconda leggenda sull'origine della città.
Siamo ora dinanzi alla città, le sue case sono disposte a piramide sulla montagna; sulla cima appaiono i bei resti del tempio d'Ercole e, ai piedi, stanno dei giardini pieni di frutta e di olivi. Cori conta circa 5000 anime. Fin dal medio evo è stata feudo «del Senato e del popolo romano» ed è uno dei più bei possessi della città di Roma.
Non stancherò il lettore con la descrizione delle rovine di Cori, avendogliene già descritte abbastanza. Meritano però uno sguardo le mura ciclopiche o pelasgiche. Esse sono visibili in molti punti della città; si possono paragonare con le mura dell'antica Micene o Tirinto. Sostengono l'Acropoli sulla sommità del paese. Quando uno si è arrampicato sin lassù, rimane grandemente sorpreso di trovarsi dinanzi alle rovine del peristilio di un tempio di puro stile greco. E' un piccolo edificio dorico grazioso, benissimo conservato. Il travertino delle colonne ha preso un colore turchino grigiastro che gli dà un aspetto assai antico. Si chiama tempio d'Ercole, ma questo nome probabilmente non è giustificato.
Castore, Polluce, la Fortuna e Diana, la dea delle campagne pontine, il Sole, Giano, Eolo, Apollo, Esculapio, avevano i loro tempî a Cori. Si mostrano ancora, sotto l'Acropoli, quattro belle colonne corinzie, murate in una casa, che si pretende siano appartenute al tempio dei Dioscuri. Sussistono tuttora alcuni avanzi di antichi bagni, di cisterne, ed un ponte gigantesco, di costruzione romana, sopra un rapido ruscello che corre presso la città. Altre antichità sparse possono inoltre interessare qui il visitatore.
Poche sono invece le memorie del medio evo. Il tempio di S. Pietro, eretto sopra le rovine di quello d'Ercole, non offre nulla di pregevole: è invece degna di attenzione per la sua architettura la chiesa di S. Oliva. Ma chi può pensare alle antichità dinanzi allo spettacolo della lontana pianura marittima che si gode da per tutto in Cori?
Passare un'estate a Cori sarebbe delizioso, perchè l'aria v'è fresca e balsamica, buono il vino e le frutta così abbondanti che per un _baiocco_ si possono avere ventisei ottimi fichi. Cori però non è affatto visitata dai romani, che preferiscono Frascati ed Albano: pochissimi sono quelli che conoscono le bellezze della loro regione. Eppure dove sognare una vita più attraente di quella che si trascorre percorrendo le montagne della Sabina, i monti Ernici e Volsci? Dove è dato ritemprare il proprio spirito come in seno a questa sana e primitiva natura?
Lasciai Cori per recarmi a cavallo a Velletri e, come feci a Ninfa, mi promisi di tornarvi per vivere qualche tempo in mezzo a questa classica pace.
IDILLI DELLE SPIAGGE ROMANE.
(1854).
Idilli delle spiagge romane.
(1854).
Le spiagge del mare latino sono distanti da Roma solo cinque ore di strada; tre volte alla settimana una diligenza vi porta chi voglia passare alcuni giorni a Porto d'Anzio o a Nettuno, o vi si reca per fare la stagione dei bagni, o per imbarcarsi per Napoli. Come un tempo, queste spiagge sono ancora luogo di ritrovo e di svago per i cittadini dell'Urbe, giacchè è fra le abitudini della vita romana, recarsi almeno una volta all'anno a Porto d'Anzio, come pure a Frascati, a Tivoli, ad Albano, per dimenticarvi la noia della città. Un lungo soggiorno, anche nel luogo più bello, finisce con lo stancare.
Ho provato questa sensazione io pure, sulla fine della primavera del 1854, quando lo scirocco, flagello di Roma, soffiava da più di otto settimane sulla città. Allorchè il 24 giugno, di buon mattino, verso le cinque, sono partito, mi è sembrato di respirare più liberamente. Splendeva un sole stupendo; la strada era già affollata di persone che, con fiori in mano, si dirigeva verso la basilica laterana, la cui piazza, ricorrendo la festa di S. Giovanni, una delle più solenni di Roma, sembrava un mercato di fiori.
Dalla campagna spirava un vento dolcissimo; i prati scintillavano ancora della rugiada notturna ed i campi eran ricoperti di grano da poco falciato.
La strada rasenta i monti Albani. A Fontana di Papa, dove è un'osteria solitaria in mezzo alle vigne, che prende il nome da una fonte fatta costruire in quel luogo da Innocenzo XII, ci siamo fermati. Qui è solito fermarsi anche il papa, quando nel maggio si reca alla sua villa di Porto d'Anzio per godervi la frescura marina.
Regna ivi una grande animazione: tutti si siedono a tavola e mangiano _maccheroni_ ed ottime frittate; vi si beve però del pessimo vino. Ad ogni momento sopraggiunge una carrozza od una persona a cavallo od una squadra di sbirri che tornano da perlustrare la vicina foresta, ho sentito uno di questi vantarsi di aver freddato il giorno innanzi con una schioppettata un brigante. Abbiamo visto anche arrivare da Porto d'Anzio un convoglio di galeotti, seduti sopra un carro, incatenati a due a due; fra di essi vi erano dei bei giovani, vestiti pulitamente, con cappelli di paglia, camice linde, cravatta di seta svolazzante; giunti a Roma, questi dovevano essere lasciati in libertà. Si porta loro del vino, dei sigari, ed i birri, stando vicino, col fucile in ispalla, accettano essi pure quanto viene loro offerto. Tali sono le scene che si possono godere a Fontana di Papa.
Poi la strada corre per due ore entro le macchie che costeggiano le paludi pontine sino a Terracina, coprendo la spiaggia del mare, e che sono abitate da cignali, da porcospini, da bufali, da tori, dalla febbre e dai briganti, che sbucan fuori di là per svaligiare sulla via Appia, o presso Cisterna, o presso For'appio, o sotto le rocche di Terracina, i viaggiatori.
Finalmente ci è apparso il mare, raggiante di luce, turchino, tranquillo, ed abbiamo salutato le onde azzurre di Anzio, l'antica città dei Volsci, dove Coriolano trovò la morte, e dove è stato ritrovato il capolavoro dell'antica scultura, l'Apollo del Belvedere, che ornava il suo tempio.