Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 51

Chapter 513,888 wordsPublic domain

Altobello, nato e nudrito in Corsica, sapeva che l'anima del côrso agitata dalla passione devia dalla rettitudine nel modo stesso che urtata la bussola, l'ago si scosta dal polo, ma come questo a mano a mano che la vibrazione va cessando ritorna dove la natura lo tira, così l'anima côrsa nella quiete ritrova la via della giustizia. Per la quale cosa tu vincerai co' Côrsi, se avendo ragione, ti lascerai pel momento vincere; la contraddizione gli aizza, e quando il sangue bolle, la superbia partorisce sofismi sopra sofismi, e villanie, e non sopportabili ingiurie. Anche gli antichi loro legislatori ebbero a considerare la triste conseguenza dei mali generati, da questo perfidiare, epperò lo puniscono con gravi pene. Gli uomini educati per ordinario appaiono guariti da tale difetto; i meccanici un po' meno, le donne punto, e credo ormai che si giudichi infermità disperata.

[Illustrazione: ... e le direte che ho pensato alla sua angoscia, e ne rimasi impietosita... (_pag. 361_)]

Pertanto l'Alando, messe da parte ogni altro rimbecco, lasciò solo Ferrante con la sua coscienza, la quale non andò guari a bisbigliargli dentro: tu hai torto. Ed egli, a lode del vero, non lasciò dirselo due volte, ma subito dopo si levò in piedi, scese, si erpicò, e tanto mise in opera le mani e i piedi che, ricuperato il teschio, se lo recò sul braccio coll'atto amoroso di madre che porta il suo figliolo: depostolo poi sur un masso gli si genuflesse davanti, e favellò agitato:

— E tu prima di me, come me e forse più di me, conoscesti le ore nere del bandito, però perdona com'io ti avrei perdonato. — Quindi giunte le mani, declinato il capo e chiusi gli occhi, recitò molto devotamente un _de profundis_ per l'anima del bandito.

Altobello, scosso l'amico suo per una spalla, gli disse:

— Ferrante, io non istarò a cercare adesso quale delle due misericordie meriti il primato, se quella dei morti ovvero quella dei vivi; certo è però che l'una senza l'altra non regge: andiamo pertanto a riscattare dallo abbattimento i nostri amici, affinchè se abbiamo a morire, moriamo come uomini non come lumache.

E come dissero fecero, traendo per forza all'aria aperta Ugo, Romano e Rutilio; sopra i quali come già su loro, operò il refrigerio del moto, del vivido aere e del freddo lavacro. Essendosi intanto fatto sentire il bisogno del cibo, Altobello si offerse andarlo a cercare nella grotta abbandonata, però che avessero di comune accordo statuito abbandonarla come stanza maluriosa: colà si accorse di cosa a cui non aveva posto mente egli nè i compagni suoi, avanzare tanto di cibo quanto appena bastava a un solo. Lo prese, e messolo davanti agli amici, non tacque che era l'ultimo, se Dio non provvedeva.

— E Dio provvederà, risposero, o col mandarcene, o col togliercene il bisogno.

Un'agitazione insolita adesso s'impadroniva di cotesti mal capitati, la quale doveva attribuirsi meno alla inquietudine della mancata vettovaglia, che al mutamento del tempo. Infatti la stagione acerba, e tirata dalla rigida tramontana, cedeva davanti allo scirocco, che si avanzava baldanzoso come insegna di esercito sicuro di vincere, e nuvole dietro nuvole affrettavansi appunto pari a legioni accorrenti sul campo di battaglia; ancora il rombo incessante del tuono in lontananza pareva lo strepito delle artiglierie: sul declinare del giorno il cielo si oscurò affatto; allora ogni oggetto prese secondo la sua natura a manifestare lo sgomento per la vicina tempesta; tutte le cose mandavano suono, e tutto suono era rammarichìo. Altobello uscì con Ferrante dalla nuova grotta benedicendo Dio nelle glorie della procella, però che anch'essa, anzi ella principalmente, valesse a sollevare la sua anima e a indurla alla dimenticanza delle miserie presenti; rannicchiati nel breve resedio, di faccia al luogo dove cascò il teschio, stavano ammirando lo scompiglio degli elementi: l'emisfero era buio come il folto della mischia, e al pari di quello terribile d'infiniti strepiti: però di tratto in tratto quasi lo spirito del male battesse le palpebre, scoppiava il baleno a illuminare il cielo e la terra; nè di colore sempre uguale; all'opposto era vermiglio quasi volesse mettere fuoco al creato o lo avesse spruzzato, di tal altro livido quanto la faccia della viltà abbattuta ed ora per ultimo glauco di quell'azzurro grigio che ritiene la congiuntiva dei trapassati prima che una mano pietosa ne abbia chiuso le palpebre al sonno che non ha risveglio. Bastava questo spettacolo per atterrire ogni più saldo cuore, e pure si sentiva che qualche cosa di più tremendo stava per sopraggiungere; e sopraggiunse, in tutta la sua maestà si mostrò il Signore del bene e del male, sotto il soffio del quale le quercie piegano quasi giunchi palustri, i monti traballano come menadi ebbre, gli oceani spariscono via al pari delle lacrime dagli occhi dell'erede, e i cieli si ripiegano a guisa di tenda del pellegrino del deserto, che passata l'ora del meriggio ripiglia il cammino; il firmamento non sostenne la sua presenza senza lacerarsi da un capo all'altro, e dal fesso si rovesciarono giù acqua, neve e grandine mescolate insieme; la faccia di Dio si rivelò paurosa nei fulmini, il suo potente braccio picchiò sopra la terra come il guerriero il suo scudo di battaglia. Orrendo a udirsi e a vedersi; ululavano i monti pari a larve dei primi abitatori del mondo fuggite fuori delle antiche sepolture; e i grappi della neve strappati dalla violenza del vento sembravano chiome canute, che le dolorose svellessersi nell'impeto della disperazione, intantochè i mille rivi ingrossati di acque erano immagine delle lacrime prorotte da occhi che da secoli e secoli non avevano pianto.

— Lì!... lì!... gridò spaventato Altobello, abbracciando strettamente pel collo Ferrante... l'avete visto? l'avete visto?

— Chi mai, Altobello? La fantasia vi atterisce...

— No... vi dico di no... io l'ho visto...

— Ma chi?

Che mai aveva veduto Altobello? La cara immagine materna circondata dalle vampe del fulmine, tra le schegge della rupe percossa, che si spandevano all'aria come falde di neve infiammata; e l'aveva vista prima cadere in ginocchio poi rovesciarsi col capo in dietro e le braccia aperte ad implorare dal cielo un soccorso, che non poteva ormai più sperare dagli uomini. Il suo pensiero più veloce del baleno avvertì, che forse l'apparizione non era di persona viva, sibbene l'anima della madre, che, passata all'altra vita per subito infortunio, veniva a visitarlo; poteva anche supporre che fosse errore della sua fantasia, come poco prima aveva notato a Ferrante; ma quanto l'uomo è corrivo ad accogliere difetto in altrui, tanto è restio a confessarlo per sè: quindi o quella che gli compariva davanti fosse sua madre viva, o l'anima di lei defunta, si sentì rimescolato dalle ugna dei piedi fino alla punta dei capelli.

— Mamma! Mamma!... siete qui!

— Sono qui...

— Viva...?

— Sì, per la grazia di Dio; ma dammi aiuto... che non so se intera...

— Dove?

— Qua... per di qua... vieni diritto alla voce...

— Oh! vi ho vista... allungate la mano...

— Non ci arrivo...

— Guardate di alzarvi un po' voi... io non posso di più staccarmi dalla roccia... l'agguanto con due dita...

— Mi proverò... ecco...

— Un altro po'... stringetemi forte con una mano... l'altra... agguantatemi coll'altra... vi sentite bene assicurata?

— Sì...

— Dunque su?

— Su pure...

E così, come per miracolo, la fortissima madre, in mezzo alla tempesta e ai fulmini, quasi precipitata tra i laceri di una rupe, fu messa in salvo dal figliuolo, il quale appena fermo sul ripiano della grotta, bagnato più di sudore, che di pioggia, cadde sfinito, non così la madre, che a tastoni gli cercò la bocca, e accostata alle sue labbra una fiaschetta di liquore:

— To', disse, figliuolo, ristorati, che devi averne bisogno.

Rientrati nella grotta per comune avviso deliberarono accendere il fuoco, nella fiducia che, mentre durava la bufera, nessuno ci avrebbe atteso; e se ci avessero atteso, se si sentivano cuore, salissero a spegnerlo. Costà di foglie e di rami secchi non si pativa penuria. Francesca Domenica sana e salva, eccetto qualche contusione, fe' voto recarsi in pellegrinaggio alla Madonna della Vasina per la grazia ricevuta, andò ad asciugarsi in una grotta, i proscritti rimasero nell'altra, dove tanto piacere presero a vedere il fuoco e a confortarsi le membra al benefico calore di quello, che quasi dimenticarono lo stato in cui si trovavano ridotti.

Intanto che quei meschini si ricreano, ragguagliamo il lettore del come la Francesca Domenica si trovasse lassù. Abbiamo detto il Governo avere ordinato, che le sentinelle vigilassero giorno e notte intorno alla casa Alando, non per impedire la gente a entrarci, od uscirne, bensì per tenere di occhio alla Francesca Domenica, e spiarla sempre in qualunque luogo ella s'incamminasse: non era per tanto difficile accorgersi com'ella fosse segno di continua attenzione, nè per dire il vero il Governo si curava troppo che ella ed altri se ne avvedessero, reputandosi assodato abbastanza per dispensarsi dal dissimulare; nè ella, come prudente, pretermise abbigliarsi con la consueta veste, e recarsi a visitare quotidianamente la tomba: nè anco trascurava ogni dì portarci le consuete provviste di biscotto, vino, acquavite, ed altre cose al vivere necessarie, ma ogni dì con terrore crescente si chiariva come tutto rimanesse intatto; segno certo, che o a Ferrante erano chiuse le vie per passare, o qualche malanno era capitato lassù. Simile dubbio diventò ansia, subito dopo, angoscia, indi a un'ora agonia, ed ella capì che sotto cotesta doglia smaniosa non avrebbe potuto nè manco durare due volte in ventiquattro ore.

Il giorno successivo, quando vespero declinava a sera, Francesca Domenica insieme col Pievano di santa Devota stavano accanto al letto di Serena. Misera lei! La sua vita, la quale aveva combattuto mirabili lotte contro la distruzione, adesso davasi per vinta, in guisa che il suo lento avviarsi si mutò ad un tratto in un correre verso il sepolcro. Conforme è indole di cotesta infermità, di grado in grado che le persone assistenti deponevano la fiducia di vederla sanata, la speranza recingeva lei coll'iride dei suoi lieti colori; però le parole di Serena non si versarono mai come ora gioconde circa la dolce stagione di primavera: nè mai come ora la punse vaghezza dei lieti raggi del sole, e dello incanto delle notti stellate: ora le tornava a mente la famiglia dei fiori, ed ella salutavali peculiarmente a nome quasi amici lontani; e ricordava il colle erboso, e il bosco degli ulivi, dietro al tronco dei quali, dopo aver tirato al padre un melo granato, si nascondeva; nè qui si restava, che crescendo la esultanza dei presagi le fioccavano nella mente i pensieri di Altobello, della messa nuziale, e il suono dell'organo, e la parola sacra davanti a Dio, che unisce i due enti come un ente solo, e giorni placidi, e figliuoli diletti, e l'addormentarsi pieni di anni nelle braccia del Signore. Le ultime forze della vita svaporano per così dire in cotesti delirii; infatti dopo aver vagellato un pezzo cadde rifinita in un torpore foriero della morte. — Sogliono taluni maledire siffatto fenomeno quasi perfida lusinga della natura, mentre altri più dirittamente crede, che ciò non avvenga senza consiglio pietoso della Provvidenza; ed invero nelle altre infermità, la creatura prima di morire cade per ordinario in uno stato di stupidezza, onde senza accorgersene penetra nel regno della morte; non così l'etico, se non fosse la tenace speranza che gli benda l'intelletto, egli sentirebbe entrare i suoi piedi uno dopo l'altro nella fossa, il diaccio di quella corrergli su pei reni mentr'ei vi si adagia supino; vedrebbe cascare fino l'ultimo atomo di arena della sua esistenza: a goccia beverebbe il calice della distruzione. Ora questo pare troppo crudele supplizio perchè possa patirlo Dio.

— Ella dorme, andiamo di là nell'altra stanza, Pievano, che io vi ho da parlare, — disse Francesca Domenica, rizzatasi in piedi, dopo che curva con la persona ebbe mirato in faccia Serena.

Quando vi furono, ella proseguiva sommesso: — Di queste due cose una accadde di certo: o me gli hanno tutti ammazzati, o, se vivi, poco più devono penare per morire di fame, dacchè vedete da parecchi giorni i viveri non sono tocchi.

— Signore! Quanto mi angoscia.... Io darei una libbra di sangue per chiarirmene, non fosse altro per metterli a modo e a verso dentro sepoltura cristiana.

— Qui bisogna uscire d'incertezza, e voi mi dovete aiutare.

— Gesù! E come vi entro io povero prete?

— Oh! non avete detto poco anzi che avreste dato una libbra di sangue?

— L'ho detto, e lo mantengo.

— Ebbene io non vi chiedo tanto; per un giorno o due imprestatemi le vostre vesti.

— E a qual fine, signora Francesca Domenica?

— Per travestirmi, e tentare se possa giungere in questo arnese fin lassù; guardando tra i vetri mi sono accorta che a voi non tengono dietro; però, quante volte io riesca senza sospetto a uscire allo aperto, collo aiuto di Dio spero arrivare a salvamento.

— Ma che vi pare? Gli abiti di un sacerdote addosso ad una donna!

— Per avventura, signor Pievano, temereste voi, che vi venissero contaminati da me?

— Ohibò! Una donna pia e timorata di Dio come siete voi non può che edificare così gli uomini come le cose... e nondimanco vorrei mi capiste, gli abiti sacerdotali se non si hanno a considerare sacri, religiosi per lo meno sono.

— E fossero sacri, che monta? Era pur sacra la veste di Cristo, nè egli si scandalizzò quando i soldati se la divisero, e la giocarono a dadi; immaginate se volesse corrucciarsi con voi per averla prestata ad una povera madre, affinchè ella possa sovvenire il suo figliuolo prossimo a perire di fame; e, posto ancora che un po' di peccatuzzo ci cadesse, reputate voi, che non sia capace a farvelo rimettere Maria Santissima, madre anch'essa piena di dolori?

Il Pievano mosse due volte o tre le labbra come per replicare, ma poi non trovò argomento migliore di quello di levarsi la callotta, e grattarsi la testa, sicchè la Francesca Domenica ripigliò:

— Capisco, che pericolo voi lo correte...

— Francesca Domenica, avvertite che io non vi ho parlato di pericolo...

— Ma forse ci avete pensato.

— No, sul carattere di sacerdote.

— Allora io ci ho pensato per voi; io mi taglierò i capelli come voi a zazzera, canuti gli abbiamo ambedue, per istatura siamo pari o la batte lì, nè credo vorranno badare tanto al minuto, e poi fo conto uscirmene a buio fitto, me ne andrò alla Canonica per avvisare il Cappellano, affinchè, se qualcuno andasse, o mandasse per voi, gli dica, che vi trovate impedito: io m'industrierò scivolare tra le ascolte; caso mai m'imbattessi in qualcheduno, e m'interrogasse, dirò, che vado per soccorrere infermi ridotti _in extremis_; voi vi rimarrete qui, finchè io non torni, a custodire la inferma.

Per tacito consenso Francesco Domenica non toccò, e il buon Pievano non la interrogò sul tasto ugualmente probabile di rimanere arrestata: però il Pievano vide un altro ostacolo sul quale non potè dispensarsi di parlare:

— E... signora Francesca Domenica, se vi pigliate le mie vesti, almeno le più necessarie... da quella donna previdente che siete, avete pensato come resto... questo discorso, capite, ve l'ho dovuto fare _honestatis causa_...

— Dite santamente; non ci aveva pensato, ma ci si rimedia presto... vi metterete gli abiti di Altobello.

— Ma signora... che vi pare alla mia età, e col mio carattere, vestirmi da soldato! Se (e Dio non lo voglia) se accadesse di dovere amministrare i sacramenti alla signora Serena... come potrei comparirle dinanzi vestito da capitano di fanteria con Gesù Cristo in mano?

— Dite santamente: venite meco, che vi darò la veste da camera del mio defunto marito, che di colore oscuro vi si adatta benissimo.

A questo modo usciva, non già inosservata, ma non curata la valorosa donna; ella compì per appuntino quanto aveva detto: lungo la strada sovente ebbe a rifare i passi o per iscansare scorrerie, o perchè non vollero lasciarla ire innanzi; cento volte stette ad un pelo di essere scoperta, e cento fu per iscoprirsi ella stessa. — Per ultimo, ella disse, arrivai sul fare della notte su l'orlo estremo del bosco, dove mi introdussi in casa di Orsone dopo essermi bene chiarita che l'era vuota; qui deposi le vesti del Pievano, e il carico; grama cosa in verità, pure tanta, che a voi parchissimi basterà finchè non verranno a levarvi di quassù: poi con quel poco di biscotto e con la fiasca dell'acquavite ho ripreso subito la via fra le roccie.

— Ma che? sul far della notte la tempesta non era anche scoppiata chinamonte?[56] domandò Altobello.

— E come!

— E perchè siete partita prima che smettesse; o almanco rallentasse?

— E perchè sarei rimasta? Ogni passo che mi accosto è un dolore abbreviato al mio figliuolo e ai suoi compagni, diceva io, ed anco mi parve, che non avrei mai potuto desiderare migliore occasione per giungere fin qua senza intoppo come la procella.

— E il ponte come passaste voi?

— Al chiarore dei lampi.

— Dio santo! a pensarci mi piglia il ribrezzo...

— Io non mi sono mai sentita tanto sicura, perchè mi affidavano la fiducia in Dio, e l'amore di madre...

— O mamma! esclamò Altobello gittandoselo nelle braccia, intantochè gli altri presi da uguale meraviglia dicevano:

— Qual donna!

Francesca Domenica, a cui non garbava lasciarsi troppo in balìa delle commozioni, di un tratto con certa sua festività soggiunse:

— E come vedete mi condussero a salvamento, tranne quel po' di fulmine, che veramente mi ha intronata tutta; ma salvo qualche ammaccatura non ci ha nulla di guasto.

— Ora, figliuoli miei, ascoltatemi bene, che mi sento stanca e intendo andarmi a riposare per essere in piedi prima del dì, onde potrebbe darsi, ch'io partissi senza rivedervi. Ferrante, voi andrete, quando vi parrà il destro, a prendere le vettovaglie al solito ripostiglio; voi altri aspettate un mio avviso; qui non vi ci potete più fermare, perchè tra giorni si squaglierà la neve, e si spingeranno a cercarvi fin quassù; io ho mandato per Orsone e con lui concerteremo la maniera della fuga o ad uno per volta, o tutti assieme. Il modo non mi è chiaro ancora; pensateci anco voi altri; se non potessi venire io, manderò persona fidata. Su, figliuoli, state di buon animo; rammentatevi, che il diavolo non è brutto come si dipinge, e sperate nello aiuto di Dio, ed anco un po' in quello degli uomini, perchè qualche cuore veramente côrso non ha cessato di palpitare, e già qualcheduno mi si è profferto, non curando il pericolo, di ospitarvi.

Altobello, accompagnando la madre nella grotta dov'ella aveva da passare la notte, la venìa interrogando sopra la salute di Serena, e la madre, per non isconfortarlo troppo come per non dargli troppa speranza, gli diceva: non esserci di peggio, di questo stesse sicuro, non avrebbe omesso cura, affinchè la povera figliuola si rimettesse in sesto; poi per tagliar corto ripetè sentirsi stracca morta, ed in vero era così, per la qual cosa Altobello la lasciò quieta.

Alla dimane, prima che spuntasse l'alba, Francesca Domenica sorse dal suo letto di foglie di castagno, e messo appena il piede fuori della grotta, incontrò Altobello e Ferrante: con esso loro senz'altre parole prese a calarsi giù di greppo in greppo. Mentre andavano, spuntò l'aurora vermiglia e lieta, comecchè stillante umidità; così forse, avrebbe immaginato un poeta. Diana sorpresa da Atteone, sorse dipinta in volto coi colori della vergogna dai lavacri di Gargazia. Al ponte periglioso si separarono così ordinando Francesca Domenica, la quale, ripreso il suo travestimento, dopo miracoli di sagacia, potè ridursi alle sue case del procoio di Santa Colomba.

Tre giorni erano passati dopo l'ultima partenza di Francesca Domenica, e già la ruggine del tedio ripigliava a esercitare la sua virtù su le anime dei nostri proscritti, i quali di rado si cambiavano parole, e comecchè l'uno potesse appartarsi dall'altro, pure si sfuggivano: al quarto verso mezzogiorno, Ferrante e Altobello, tenendo entrambi gli occhi rivolti al medesimo punto, videro moversi qualche cosa pel dirotto calle, che menava alle caverne, ed agguardando meglio conobbero essere un fanciullo, che con lena affannata si affaticava di pervenire in cima alla rupe, Ferrante si levò ritto inarcando il moschetto contro il mal capitato, e da lontano gridò: si fermasse, dicesse chi fosse, ed a che venisse. Il garzone come impedito dall'ansia mostrava, agitandola, una carta, e a posta sua urlava: Altobello! Altobello!

Fu convenuto lasciarlo accostare, e il giovanetto venendo oltre domandò:

— Qual è di voi Altobello Alando?

— Io, rispose subito Ferrante, che volete da me?

— Ecco ho da consegnarvi questa lettera per parte della vostra signora madre: intantochè la leggete io mi riposerò.

Aperta la lettera, Altobello e Ferrante lessero:

«Caro figliuolo.

«Se dubitassi del tuo coraggio ti farei torto, ma non t'ingiurio se ti raccomando raccogliere tutto il tuo coraggio intorno al cuore. Ora bisogna, che tu sappia come Serena la tua sposa della quale a fine di bene io ti dissimulava il vero stato, si trovi in procinto di morte. I medici appena le danno due giorni di vita. Quale sia la nostra desolazione non istò a dirti, massime, che la meschina non trova pace, e smania, e dice, che morirà disperata se prima non ti vede per darti l'ultimo addio, molto più che le si è fitto in mente una fisima da inferma per cui pensa, che i suoi sponsali teco senza prete nè benedizione della Chiesa, non sieno senza peccato; epperò vorrebbe sposarti co' riti della nostra santa religione, magari in _articulo mortis_ Io le ho promesso scriverti, e mantengo la parola, però nel medesimo punto non ti conforto a venire, nè te lo dissuado; come madre io avrei caro tu ti restassi, pure mi rimetto in te. Lo zitello, che ti porta questa lettera è nipote del Pievano di Santa Divota, mi sembra svelto, ed anco lo zio me lo afferma maliziato più di una squadra di sbirri; però servizievole: se ti parrà giovartene, fallo senza rispetti, che ciò a lui piacerà, ed altresì allo zio. Addio; ti lascio con la mia benedizione.»

Finita la lettura, Ferrante aggrondato interrogò il garzone.

— Chi ti ha dato la lettera?

— La signora Francesca Domenica.

— Chi l'ha scritta?

— Lo zio.

— Quale zio?

— Tè! Lo zio Venanzio Pievano di santa Divota a requisizione della signora Francesca Domenica.

Allora entrò su a dire Altobello:

— E da quando in qua state col Pievano?

— Faranno due mesi come saremo a san Biagio.

— E vi ha preso pei servizii di casa? Soggiunse dandogli una sbirciata alle mani.

— Giusto! M'insegna il latino, servo le messe, e mi tira su a prete.

— Ma io non aveva mai sentito dire che il Pievano avesse fratelli.

— Difatti, lo zio non ne ha; io sono figliuolo della sua sorella maritata a Vivario.

Tutte queste domande erano consigliate ad Altobello ed a Ferrante dal sospetto in cui vivevano d'insidie perpetue: nè qui finirono, che molto si allargarono a domandargli quale e quanto avesse provato la vigilanza dei micheletti, e come fosse riuscito a evitarla, e se pensava di correre rischio al ritorno. Il garzone vispo rispondeva a tutto con arguzia maravigliosa: cotesta sua non pareva mente di fanciullo, bensì, piuttosto, che diventatogli adulto lo spirito, il suo corpo fosse rimasto nell'adolescenza. All'ultimo, come uggito, egli disse:

— Voi mi avete fradicio, lasciatemi un po' mangiare un boccone, e dormire un paio di ore e me ne torno pei fatti miei, chè non vorrei lo zio stesse lungamente in pensiero.

E con la beata trasandatura del fanciullo, mangiò e bevve, poi entrò nella prossima grotta, dove indi a breve fu preso da tal sonno, che il russare si sentiva fino dal posto in cui erano rimasti Altobello e Ferrante.

Poichè l'amico suo non rompeva il silenzio, a Ferrante parve bene domandargli:

— E quando fate conto di partire Altobello?