Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 50

Chapter 503,873 wordsPublic domain

La via dall'altra parte, tenuto di conto delle asperità incontrate fin ora, poteva dirsi agevole, non perchè piana, ma perchè gli scalini i quali tornavano a salire erano scavati con abbastanza larghezza; mentre ascendevano notarono parecchie grotte, che avevano aspetto di più comode delle altre fin lì abitate dai proscritti, e talune apparivano difese da un po' di muro e da un assito a mo' d'imposta per ripararle dal vento, adesso logore per vetustà. Di sopra le grotte tornarono i mali passi, ma nel presagio che fossero gli ultimi, si fecero cuore; di vero questa volta la speranza non li deluse, e dopo averci adoperato un po' le mani ed i piedi, si trovarono su la spianata in cima al monte.

I proscritti voltavano tutti le spalle dalla parte dove sboccava la via consueta, e là intenti miravano, sia che fosse giunto fin lassù qualche insolito rumore, sia che si struggessero nella impazienza di vedere arrivare Ferrante: erano tutti a un dipresso della stessa statura, le vesti o piuttosto gli stracci in tutti pari, e pure Francesca Domenica non isbagliò a riconoscere il figliuolo suo. Non lo chiamò perchè il tremendo anelito non concedeva l'adito alla parola, ma egli la sentì, però che ei volgesse come presago, e per ben due volte con suono di voce, che non può ridirsi, esclamò:

— Mamma! mamma!

Mamma, e non madre, chiamano i Côrsi, dacchè come per proverbio ripetono spesso gentilmente, che _per dì mamma s'impiccicanu e labre duie volte_, cioè _si baciano due volte le labbra_. Coteste due povere creature si abbracciarono, si strinsero, la bocca incollarono sulla bocca, un medesimo alito fatto di due fiati respirarono; pareva volessero confondersi co' corpi come con la respirazione; non parlarono, o piuttosto si parlarono coi palpiti, cuore sovrapponendo a cuore; e certo troppe più cose, e troppo meglio si dissero con un palpito solo che con la favella. Il corpo è carcere così dell'anima come della intelligenza; e il pensiero schiavo della materia non può riscattarsi dall'avaro carceriere se non gli lascia in mano massima parte del tesoro dei suoi concetti.

Che cosa è mai il tempo per coloro, che lo vorrebbero spento? E questi sono di due maniere enti; o i troppo felici o i troppo miseri; ai primi qualunque durata pare meno di un baleno, ai secondi rincrescono i minuti come la eternità; Altobello e Francesca Domenica per doppia cagione potevano avere smarrito la misura, ma in quel momento si sentivano felici. Ferrante fu quegli che, osservando declinare il giorno, si attentò mettersi fra mezzo a quei santi affetti, e ricondurre le anime immemori ai tristissimi uffici della vita, e:

— Signora, diceva, la luce presto vien meno sul fianco orientale della montagna, e voi correte risico di restare quassù.

Francesca Domenica di tanto non potè tenersi, che non facesse spalluccie. Altobello, il quale conobbe tosto quella non essere la via per venire a conclusione con sua madre, soggiunse:

— Mamma, osservate, che voi siete l'unico legame, che ci unisca al mondo; se voi aveste a restare chiusa qui con noi, voi perdereste la vita, e questo non vi importerebbe gran fatto, ma con la vostra perdereste anco quella di questi valorosi giovani... ed anco la mia.

— Tu parli da quel savio figliuolo che fosti sempre, Altobello; affrettiamoci, via; accompagnami fin qua oltre che la via non è troppo dirotta, e ragioneremo scendendo.

Fu allora, che Altobello pose mente al nuovo sentiero donde erano venuti la madre e Ferrante, e maravigliando interrogò perchè avessero tenuto cotesta inusitata via per salire, e perchè trascurassero la vecchia per discendere: saputane la cagione, osservò non parergli cosa da farne caso, anzi ci spese sopra un motteggio, o due; e tuttociò per non apportare giunta di angoscia alla madre, mentre in fondo dell'animo vedeva con terrore stringersi il cerchio come quello in cui viene preso lo scorpione, al quale non avanza altro scampo che uccidersi per non restare ucciso. La madre interrogata da lui intorno a Serena, e che facesse, e come si portasse, e se la infermità le dava tregua, a sua posta con pietosa menzogna lo accertava non andare di peggio, correre per le malattie di petto la stagione, oltre l'usato rigida, veramente dannosa, pure aversi a sperare che presto rimetterebbe della sua asprezza; certo la povera Serena al primo alito di primavera si sentirebbe ricreata; intanto ella pensare sempre a lui; da mattina a sera non rifinire mai raccommandarlo alla beata Vergine, a Dio e a tutti i suoi Santi; ed anco a raccomandarsi a lui affinchè non si cimentasse senza necessità; per ora stesse quieto; quando finirebbero mai cotanti affanni? E ancora io, ti supplico come sorella in Gesù Cristo, e come madre ti comando a non esporti. A questo pensa, che tu ti metterai a pericolo di vita forse una volta in capo al mese e noi ti ci tremiamo dieci volte all'ora; pensa che nell'ardore del combattimento tu non puoi e tu non devi ricordarti di noi, ma noi non cessiamo un minuto di averti dinanzi gli occhi.

Così di parole in parole scesero su la parte avanzata, che faceva risega alla montagna dove stavano appoggiate le teste degli arbori. Altobello non s'immaginando nè pure per ombra che sua madre avesse quinci a passare, esplorava attorno come procedesse la via: quando seppe non presentarsene altra eccetto quella del fiero ponte si volse alla madre per impedirle con preghiera il passo, ed esperto della ferrea volontà della madre sua, disposto ad usarci anco la forza; ma non fu a tempo perchè Francesca Domenica già ci avea messo sopra il piede; allora egli si chiuse gli occhi per non vedere; quando gli riaperse avvisò la madre in salvo dall'altro lato che gli mandava saluti col cenno della mano; subito dopo disparve nelle ombre del crepuscolo che moriva.

I proscritti tornavano taciturni alla grotta; tanto gustarono di cibo e bevvero vino, quanto bastava a mantenerli in vita; quasi per tacito accordo cotesta sera non alterarono ragionamenti; mesti, scorati giacquero su la massa di foglie, che serviva loro di letto, e come poterono meglio si schermirono dal freddo con le pelli di capra; fingevano dormire, ma la vigilia dell'uno si palesava all'altro col frequente crosciare delle foglie peste dallo spesso dare di volte sull'uno e l'altro fianco ch'essi facevano, con gli sbadigli convulsi, ed anco con qualche gemito comecchè soffocato.

Alla dimani poi seduti sopra i loro giacigli tennero parlamento; molti e varii i pareri e concludenti poco come accade nelle estreme angustie; piacque su le altre la opinione di Ugo della Croce, la quale fu, non aversi punto a credere che la guardia della costiera dovesse durare; cotesta essere una scorriera passeggera del provinciale, se già a quell'ora non era cessata; parergli impossibile che i soldati lungamente si trattenessero costà, massime nella perversa stagione, molto meno volessero stanziarvisi, privi di asilo per ripararsi dalle intemperie; e questa opinione piacque non mica perchè fosse più giudiziosa delle altre che furono emesse, ma perchè meglio delle altre garbava, chè l'uomo comunque sagace è fatto così, e di colta crede sempre a tutto ciò, che più lo lusinga, o che l'offende meno. Così anco in mezzo alla procella un raggio di sole trova la via tra nuvolo e nuvolo per dare agli uomini speranza, che cotesto scompiglio della natura cesserà presto; ma come quel raggio in breve si dilegua così disparve da cotesti cuori la fiducia ricadendo nel buio della disperazione. Tuttavolta statuirono che Ugo sarebbe andato a specolare se il suo presagio rispondeva al vero, e Ferrante per la nuova strada a vedere se da cotesta parte fosse rimasto sgombro il passo. Ugo tornò fedele come la colomba dell'arca, ma non portava come lei fronda di olivo; contro la sua previsione i soldati del provinciale avevano preso stanza a piè della salita, e fabbricataci una capanna per dimorarci la notte. Ferrante venne più tardi, ma non recò migliori novelle; egli si era arrisicato fino alle case dei montanari, e mentre si avvisava penetrare dentro la più appariscente, averla con somma meraviglia rinvenuta aperta cioè senza traverso alla porta, perchè su i monti le case non abbisognavano a quei tempi serrame più solido di un segno qualunque, che attestasse la volontà del padrone, che nessuno s'introducesse in casa sua; non dimanco entrato egli scorse un uomo in atto di rovistare: temendo di essere scoperto, senza punto pensarci si trovò ad avere inarcato il moschetto pigliando di mira il malcapitato montanaro: quegli però non mostrando cenno alcuno di viltà avergli detto: — giovane, non fa caso, alzate su lo schioppo che io non fui mai traditore, nè incomincierò adesso. Alla voce sicura, alla sembianza onesta essersi arreso, e quegli, cavato di seno l'_abitino_ della Madonna, averlo scucito e trattone fuori una cartuccia gliela porse dicendo «Sapete leggere?» ed egli lesse così: «Noi Pasquale Paoli, generale del regno di Corsica, facciamo fede come Asone di Tavera meriti la riconoscenza della Patria e la riverenza di tutti i buoni patriotti; nelle condizioni in cui ci versiamo non ci è dato, oltre questa, largirgli altra ricompensa: ella basterà al suo cuore generoso, non basta all'obbligo mio e alla gratitudine dei suoi concittadini. Vivario, 10 giugno 1769. Pasquale Paoli.» Dopo ciò, deposto ogni ritegno Ferrante avergli aperto lo stato suo e dei compagni, e quegli così averlo ammonito: — figliuolo mio, la è una matassa arruffata; credete, il meglio sarebbe seguitare il consiglio della signora Alando, recarvi a San Bonifazio cogliendo il tempo opportuno, e ripararvi in Sardegna; ma, poichè mi dite questo esservi tolto dalla religione del giuramento, io vo' che sappiate aspettarvi sicurissima prigionia e morte, se mai vi attentaste avventurarvi verso Corte: piena dei soldati del provinciale la campagna; veruna capanna, verun casolare senza micheletti o spie: ogni viandante sottoposto a sottili indagini; a lui pastore, tornato a casa a pigliare certo danaro sepolto per comperare bestiame, che, stante la rea stagione, molti del piano gli offerivano a grato prezzo, non essere stato concesso arrivare fin là senza passaporto e mallevaria di due notabili bastiesi, senza andare soggetto a quattro visite lungo il cammino. Ferrante allora, interrogato Asone se, tornando in Casinca, piglierebbe per Corte, e quegli rispostogli di sì, averlo pregato di porgere avviso di tutto l'accaduto alla signora Alando, e quegli avergli promesso; di più sarebbe andato in cerca per quei luoghi di castagne, e, se gli venisse fatto raccoglierne, le avria portate in casa, dove Ferrante a bello agio poteva andarle a trovare.

Asone mantenne la promessa, portò circa un sacco di castagne in casa sua, e passando da Corte, tentò fare l'ambasciata alla signora Alando; visitarla non gli pareva ben fatto, e poi non gli sarebbe ad ogni modo riuscito; allora prese lingua del confessore della Francesca Domenica, e, conducendosi da quello, sotto pretesto di confessione lo supplicò ragguagliasse la signora Alando di quanto concerneva il suo figliuolo: poi l'uomo dabbene andò pei fatti suoi, ed il Pievano adempì anch'egli il carico preso.

La ragione, per la quale il pastore da Tavera non si era attentato visitare la madre di Altobello, fu questa, che il governo ormai deciso di sterminare il seme dei banditi, ordinò si sostenessero i parenti più prossimi di quelli, e ai più lontani, come pure gli amici, si minacciassero asprissime pene, caso mai ardissero provvederli di vettovaglia; sperando in questa maniera gli avrebbe spenti la fame. Francesca Domenica, compassionando altrui, sè confidava immune da cotesto bando, ma non accadde così, imperciocchè, o cominciasse a sospettarsi la verità della morte del suo figliuolo, o quale altra ne fosse la causa, comecchè ritenerla prigioniera non si attentassero, pure le misero sentinella alla porta, con ordine di vigilarla dovunque avesse indirizzato il passo, e pigliare nota di quanti la visitassero; onde, se togli il pievano e il dottore, gli altri tutti, per paura di perdere, o di non acquistare, si rimasero da frequentarla.

Dopo la partenza di Francesca Domenica, una maniera di smania febbrile invase i nostri proscritti, e li condusse a rifrugare tutte le latebre della costiera per vedere se, oltre le due conosciute, offerisse qualche altra via di scampo; ci si affaticarono attorno per più di un dì, aggrappandosi ai rocchi con le mani, ovvero calandosi agguantati a qualche fune, e sempre invano, perchè di botto si parava loro davanti uno scoscio formidabile tagliato a perpendicolo, dove le corde non bastavano, ovvero una seguenza di scogli appuntati e taglienti, dove avrebbero lasciato a frusto a frusto la carne e le ossa senza venirne in fondo. Allora, cadendo la febbre, prese a impossessarsi di quei meschini una tristezza grave, infinita, che in breve doveva condurli ad amare la morte come l'amica più fedele della loro vita.

Primo a cascare sotto il peso del tedio fu Rutilio Serpentini, che ricercato il giorno appresso a levarsi dal suo giaciglio di foglie di castagno, rispose:

— Non mi annoiate, mi sento le membra e l'anima stanche.

Coteste parole erano profferite con voce pacata, e pure contenevano in sè tanta preghiera e sconforto e minaccia, che i compagni ne rimasero scossi; e lasciaronlo stare; ciò poi accadeva perchè con echi simili tutto il loro ente ripeteva cotesto grido. Uscirono i quattro più perseveranti e spesero il giorno come gli altri; la notte passarono vigili e non pertanto silenziosi: quando un poco di raggio si fu messo, non senza sforzo, sorto in piedi Altobello, disse agli altri:

— Andiamo.

Ferrante, appuntellandosi sul gomito ed aiutandosi con le mani, giunse a mettersi diritto, non così gli altri tre, e Ugo della Croce ponendosi ambedue le mani sotto il capo, e le gambe tenendo rannicchiate una soprammessa all'altra, sbarrata la bocca a lungo sbadiglio, disse:

— Io vo' dormire.

Romano da Colle, scosso più volte, non rispose nè meno.

Come il vento trasporta i semi da una pianta all'altra, così la inerzia del Serpentini durante la notte si era appiccata ad Ugo della Croce ed a Romano, nei quali avendo rinvenuto il terreno disposto vi aveva prodotto germogli e frutti. I due rimasti si strinsero le spalle e uscirono soli; perchè? Ritentare le cose disperate è supplizio che si legge imposto nello inferno ai perduti; si consigliarono pertanto scendere il monte per la via ultima scoperta e spiare se ci fosse modo alcuno allo scampo. Il ponte, che prima mise spavento ad Altobello, ormai per frequenza ei non curava; quando non fosse stato così, ei si sentiva tale da non reputare sventura precipitarsi di sotto. Pervenuti al lembo del bosco si divisero, pigliando questi da un lato e quegli dall'altro, dopo molto errare si riunivano, e ricalcando la sera avviliti la strada, quasi sempre si ripetevano le medesime novelle: avere scorto la campagna gremita di picchetti, parte fermi in case o capanne, e parte in giro; ora si erano potuti sottrarre alle costoro esplorazioni celati dietro il fusto di un larice girando via via che i micheletti procedevano, ed ora rannicchiandosi dietro un sasso: tale altra dovevano lo scampo all'essersi ficcati sotto la neve: impossibile pertanto pareva loro scivolare da cotesta catena; si sentivano presi non come uccelli in gabbia, bensì come belve nei parchi, e destinati a cadere inevitabilmente sotto i colpi del carnefice: di fatti, con quale speranza, sfuggiti dal primo picchetto, avrebbero evitato il terzo ed il quarto? Come traversare inavvertiti tanto spazio di via? Come senza sospetto entrare e stare nelle terre? Almeno possedessero qualche panno da travestirsi, ci era da correre il rischio! ma non avevano altra veste eccetto i cenci che portavano addosso, e la cappa nera, uguale a quella che usò per lo addietro Francesca Domenica, ormai nota e presa appunto di mira: non ci pensiamo più: abbiamo lottato quanto a forza umana era concesso: contro il destino non vale dare il cozzo; e nè noi sortimmo dalla natura nervi di ferro, nè Dio ci dotò della sua potenza per poterlo vincere.

Ultimi giacquero disfatti dalla empia virtù del tedio, epperò il tracollo di loro fu più duro di quello degli altri. Sentirono farsi pese le membra, a fatica sollevarono le mani non altramente che se fossero di piombo, appena le stendevano a pigliare cibo o bevanda molestati dalla fame; e bisognava che gli stringesse suprema qualche altra necessità perchè si movessero da giacere; l'aria stessa provavano greve e sul petto una sbarra di ferro come anticamente ponevano in Inghilterra su quello dei traditori. Da prima gli stimolò continuo il bisogno di stirare le braccia, sbadigliare, allungarsi con la persona, poi parve loro più giovevole lo starsi rannicchiati senza muoversi; spesso gli pigliava un languore di stomaco, cui tenevano dietro due o tre boccate di acqua; di breve i languori si mutarono in granchio, e il vomito dell'acqua in sete; ad ora uno zufolìo increscioso fischiava dentro le loro orecchie, e davanti agli occhi turbinavano nuvoli di faville. Tale il corpo; la facoltà intellettiva non sonnecchiava, bensì si struggeva in opera inane, imperciocchè la tenesse assorta la contemplazione di un punto fosco dal quale, invece di spicciare luce, o idea o immagine, usciva, spandendosi ed infoscandosi vie più sempre, il buio; gli era un tormento di sepolto vivo, o di anima condannata alla custodia del suo corpo morto: per ultimo cotesto punto diventava doloroso quanto una capoccia di chiodo ardente ma non infocato, e allora un gemere vario empiva cotesto luogo già miserabile per tanta sciagura. Se il cuore in loro vivesse non si accorgevano, nè ci badavano; forse se quelli che li cercavano a morte fossero saliti a scovarli fin lassù, mossi dall'istinto che domina ogni animale per la propria conservazione, si sarebbero difesi, ma per andare ad assaltarli eglino stessi anche con la certezza di vincerli, per certo non avrebbono fatto un passo; il più mortale nemico loro poteva passargli da canto senza paura, perchè lo avrebbero bene agguardato alle spalle finchè non fosse scomparso, ma veruno avrebbe posto il dito sul grilletto per isparargli dietro lo schioppo. Foglie secche, rimaste a mezzo dicembre su l'albero della vita.

Pure Altobello un giorno con supremo sforzo si levò su le ginocchia, e camminando carponi fino alla bocca della caverna, si rinfrescò la fronte inaridita con un pugno di neve; scosse potentemente le fibre del corpo gli dettero forza a rizzarsi, appoggiandosi ai sassi, ed a muovere due o tre passi fuori, l'aria vivida gli cagionò le solite vertigini, sicchè per poco non ricadde a terra, pure si resse; di breve acquistò vigore da sgranchiarsi le membra, si agitò, rifluì vivido il sangue nelle vene, la memoria e il pensiero tornarono nella consueta loro sede.

Qual sede e dove? Racconto storie, non detto trattati di metafisica: però basti al lettore sapere che la memoria e il pensiero tornarono nella sede dove, senza dubbio, stanno il pensiero e la memoria.

E con la memoria tornarono gli affetti eziandio, però che appena Altobello ebbe, per così dire, riscattato la sua anima, si fece indietro ed affacciandosi alla caverna esclamò:

— Chi vuol vedere il cielo? Chi lo vuol vedere?

Nessuna risposta, ed egli da capo:

— Chi vuol vedere il cielo?

— Io lo vorrei, ma non posso; rispose una voce, la quale quantunque roca, Altobello ravvisò per quella di Ferrante; allora quegli, come pauroso dell'influsso dell'aere maligno, entrò di corsa e preso Ferrante sotto le ascelle lo trascinò fuori della grotta: quivi gli stropicciò la neve in faccia, gli stirò gambe e braccia; lo sovvenne a rizzarsi in piedi, lo sostenne ritto; però parve che Ferrante non ne restasse gran cosa soddisfatto, dacchè guardava Altobello a squarcia sacco, e continuava a mostrare la sembianza stravolta come uomo a forza desto.

— Orsù, disse allora Altobello, andiamo a vedere, se gli antecessori nostri abitassero stanze più agiate delle nostre, perchè da questa caverna dobbiamo uscire per sempre; dal soffitto come dalle pareti sembra che stilli malinconia.

Ferrante gli tenne dietro senza rispondere; entrarono nelle grotte, e le rinvennero meno spaziose della loro, ma più asciutte e provviste di qualche comodità; ne avevano visitate tre e ne avanzava due altre: una di queste era chiusa da un assito; lo remosse Ferrante, ed allungando il piede per penetrarci inciampò in qualche cosa che gli dette molestia; abbassando lo sguardo vide essere un teschio umano, con altro ossame sparso la dentro; preso da subita stizza, sferrato un calcio lo colse in pieno scaraventandolo a capitombolare per le roccie; il teschio rimbalzando percosse su tre o quattro punte, e con un suono fesso parve brontolare; poi caso volle che al quarto sguizzo la scheggia di uno scoglio gli entrasse nel pertugio sotto la mascella, onde vi rimase ritto, e dondolando a destra e a sinistra per ultimo si rigirò, tenendo i fori degli occhi in su quasi per mirare chi gli avesse usato villania.

Altobello non si potea tanto reprimere, che non gli uscisse questo rimprovero di bocca:

— Voi non avete fatto opera buona, Ferrante?

— Che pretendereste voi? Forse che ad ogni teschio di bandito io mi cavassi la berretta e gli dicessi: eccellenza?

— I morti sono sacri.

— Non i banditi.

— E noi non siamo banditi?

— Tra bandito e bandito ci corre; costui quando visse, mise le mani nella roba altrui per cupidità, e nel sangue per vendetta privata, mentre noi se c'insanguinammo le nostre, e' fu per vendicare i torti della Patria.

— E chi vi ha detto che costui fosse bandito di questa ragione; o non piuttosto uno dei padri, forse un compagno di Sampiero, condotto quassù per la medesima causa per la quale ci riparammo noi altri? L'ossa di rado chiariscono se appartennero al carnefice o alla vittima, ma il luogo giustifica, e la storia, che c'insegna che la tirannide, vecchia inquilina del mondo, in Corsica poi ci avesse le sue proprietà. E posto anco che la cosa stesse come supponete, Ferrante, dove fossimo presi pensate voi che proponendo cotesta distinzione ai nostri giudici, ce la menassero buona, o piuttosto varrebbe a mandarci alla mazza più presto?

— Non so se mi varrebbe, perchè non la proporrei.

— Nè io meglio di voi, ma si figura per amore di ragionamento. Il giudice apre il libro e legge: non ammazzare! — ma tu, ripiglia, hai ammazzato: dunque, conchiude, hai da morire. Le scuse non contano, o poco, perchè non mancano mai a cui non ne ha, e chi ne ha, sbigottito le tace.

— Può darsi, che così sia coll'uomo, ma con Dio non ci ha mestiere allegare scuse; egli conosce da sè le intenzioni.

— Voi dite saviamente, ma poichè non può conoscerle altri eccetto Dio, lasciamone a lui la conoscenza e il giudizio. Se costui fu ladro, chi sa quale stretta lo condusse alla colpa? La rabbia della fame, l'avarizia altrui, la pietà forse o di padre, o di figliuolo, tutte queste cause o distinte o congiunte insieme possono disarmare la giustizia divina; e così pure l'omicida che, o per veemenza di passione, o per irresistibile istigazione di parenti, o per necessità di vendicare il sangue paterno, troverà se non perdono intero, almeno benigno riguardo. La giustizia umana procede spietata perchè cieca.

— Voi avete più parole di un leggìo; a sentirvi dovrei vestirmi di sacco e percotermi il petto con una pietra per aver dato un calcio al teschio di un bandito.

— Non dico questo, bensì affermo, che nei casi dubbi è prudente astenerci dal giudizio, e nei crudeli la carità vuole che veruno offenda senza bisogno.

— Ed io, che da ventun'anno in poi licenziati i tutori, una volta faccio come mi piace, ed un'altra come mi pare, e a cui non garba mi rincari il fitto.