Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 45

Chapter 453,953 wordsPublic domain

La Corsica ebbe a sostenere in quei giorni il tipo, per così dire, di perfezione ideale di uomo siffatto: costui, come altrove esposi, venne prima con Teodoro, e combattè crudelissimamente per la libertà, poi s'ingaggiò co' Francesi, ed anco più trucemente mise le mani nel sangue per la tirannide, gli fu patria la Lorena; due amori egli ebbe nel mondo: sangue e vino, nè metteva differenza o poca a versare dell'uno come dell'altro; la sua spada profferiva come il carnefice la mannaia; percoteva senza saperne la causa, nè si curava saperla; niente gli premeva conoscere chi avesse torto o ragione e nemmeno lo domandava; mascagno e maliziato partecipava della jena e della scimmia; come Margutte professore solenne di cose inique, le quali a lui sembravano, come diceva, una minestra senza sale, un'insalata senz'olio, se non le condiva con le sue facezie più strazianti delle sue medesime atrocità. Costui, avuta carta bianca dal governo di Francia, per ridurre la isola a devozione, la correva di su e di giù portando da per tutto la miseria, ma non gli bastava, che avrebbe voluto eziandio spargervi il terrore, e questo non gli riusciva; sovente qualcheduno dei suoi mancava alla chiamata, e se ne chiedeva ai paesani, nessuno lo aveva visto: finchè frugando qua e là lo trovavano sforacchiato da una palla, raramente da due, più spesso non trovavano nulla, chè la terra lo aveva coperto col suo mantello di zolla: talora qualche palla a costui portò via il cappello di capo, e una volta lo spallino: non passava sera che non sentisse fischiarsi intorno agli orecchi tre o quattro palle, che piacevolmente appellava zanzare côrse: da tutto questo comprese, che se non si levavano le armi di mano ai Côrsi non si veniva a capo di nulla, fermo in simile disegno, il quale per avventura era il più razionale di ogni altro, vi lascio figurare s'ei mettesse a tortura il cervello per pescare trovati capaci di farglielo conseguire: sopraggiungeva in un paese alla sprovvista e notturno, e inondate le case di sgherri, rovistava ogni luogo per rinvenirci armi: niente era salvo dalle sue ricerche; rompeva muri, scassinava mobili, rivoltava il terreno e maritali letti sfondati e laceri lasciava in mezzo della stanza, e per mettere fine dirò che nè le gole dei camini, nè altre più immonde andavano esenti dalle sue investigazioni: costumò ancora occupare uno o più paesi e quivi prendere stanza campando con la sua gente a spese dei paesani, finchè non gli avessero portato le armi; e bene egli potè vedere l'ultimo pane di cotesto popolo, non già uno schioppo solo: mise in pratica anche questo altro spediente; entrato sopra una pieve minacciò disertarla col fuoco se non rendevano le armi, incominciando ad ardere gli olivi, le viti e ogni albero fruttifero sopra la decima parte del contado, e promettendo che ogni giorno avrebbe operato altrettanto su l'altro decimo se non gli consegnassero le armi, e i Côrsi videro con dolore inestimabile ridotti in cenere quegli olivi, testimonianza della benevola sollecitudine dei padri verso i figli, in cenere la vite sola capace ormai di portare un raggio di gajezza sopra il loro cuore contristato, e i frutti idonei ad addolcire alquanto le loro labbra amare: li videro ma non consegnarono uno schioppo. Di un tratto egli mutò registro a modo dei sonatori degli organi: a cui facesse la spia bandì avrebbe dato di grosse mance e poi perfino rimessione di ogni pena a quale spontaneo consegnasse l'arme, e tanto di danaro che valesse quattro volte il prezzo dell'arme consegnata, ed anco questo non gli valse. Merita particolare menzione quello che fece a Castirla ch'è paese di tratto non lungo discosto da Corte: il Sionville prese tempo per entrarci dentro, allorchè il popolo era in chiesa alla messa: circuita la parrocchia dai suoi sgherri, egli inosservato quatto quatto salì la scala che metteva al pulpito e quivi rannicchiandosi rimase senza farsi vedere, finchè il Pievano finita la messa si volta al popolo che benedicendo accommiata con le parole: _ite missa est_. Allora egli sbalza su ritto come un di quei diavoli di saltaleone scappano fuori dalle scatole di finto tabacco, e voltosi al popolo favellò:

— Neh! dilettissimi, neh fratelli, avete a sapere, che io sono venuto a farvi la predica.

E siccome i Côrsi scandalizzati da tanta profanazione mostravano volere uscire con segni manifesti di orrore, egli continuò.

— Sicuro! bella come il Pievano io non ve la posso dire, ma siccome mi preme che la sentiate in fondo, così vi avverto, che quale si attenti uscire sarà ricacciato in chiesa a calci di fucile, sicchè disponetevi ad ascoltarmi con benevolo orecchio.» E questo a fè di Dio mi sembra un bellissimo esordio a cui i maestri di rettorica non hanno pensato dalle mille miglia. Sputò e ripigliò a ragionare. — Ora dunque voi avete a sapere, che ieri notte dormendo sul manco lato io mi sono fatto un sogno: mi pareva vedere la testa di Moro, che è la vostra impresa, con una bellissima corona reale in capo e la benda cavata dagli occhi, la quale prima mi rise mostrandomi da coteste sue labbra grosse due fila di denti, che sembravano fagioli bianchi e poi disse: «maresciallo, buona sera; tu vedi che io porto corona reale e fui sempre arme di regno, figurati se mi adattava di cuore a servire d'impresa ad un villano nato e sputato com'era quel coso di Pasquale Paoli! però della mia reverente fedeltà pel Cristianissimo tu non hai a dubitare, questa benda che i Côrsi mi avevano messo su gli occhi io me la sono levata per vedere i fatti così come vanno in servizio di S. M.; avendo pertanto esaminato con diligenza le faccende ho conosciuto, che nella pieve di Talcini, e precisamente nel paese di Castirla, ci vivano mucchi di briganti, che bisognerebbe ardere di un bel fuoco di pruni secchi, fa presto a visitarla che ci troverai armi, munizioni ed altri testimoni dell'odio implacabile che cotesti ribaldi portano al prediletto loro padrone e signore: Io; che credo ai sogni, ho dato retta alla testa di Moro, ed eccomi tra voi.»

A queste parole quella povera gente sbigottita, consapevole come fosse stato dichiarato il possessore dell'armi reo di morte, con voci rotte si mise a gridare:

— Signore maresciallo, credete per la Immacolata Santissima, che vi hanno ingannato, la è pretta calunnia messa fuori dai nostri nemici che ci vogliono condurre al macello: vi pigli carità di noi; noi non abbiamo fatto male a nessuno e fin qui fummo fedeli e vi promettiamo conservarci per lo avvenire obbedientissimi sudditi del nostro reale signore e padrone, come dite voi.

— Zitti! riprese il Sionville, zitti! non urlate tutti assieme, che non siete mica colpevoli... taluni non accuso, ma altri stanno lì lì per ribellarsi, e ne sono sicuro; i primi facciano una cosa, si separino dagli altri raccogliendosi qui sotto il pulpito, e così sceverata la zizzania dal buon grano, vi lascio in pace...

— Nessuno signor maresciallo, qui nessuno è reo, tornò a gridare con una sola voce il popolo presagio di guai.

— Olà, zitti! voi mi avete fradicio. A questa toppa io proverò un'altra chiave. A voi, signor podestà, sbugiardate questi saracini, e ditemi su, quali sono le persone, che qui in Castirla congiurano contro la legittima autorità del re nostro sovrano, e la quiete della isola.

— Io conosco il popolo di questo paese, rispose il podestà alquanto turbato, fedele e devoto; se avessi avuto odore, che ci si nascondessero armi, io mi sarei già dato premura di scoprirle e vi avrei tolto il disturbo di salire fin qua. Vivete tranquillo, signor maresciallo, io vi assicuro, che potete proprio contare sopra i sentimenti di fedeltà di questo popolo.

— O sentiamo via, signor dottore, e come hanno ad essere secondo voi i sentimenti di fedeltà al sovrano?

— Parmi agevole dirlo: il dovere del suddito sta nell'obbedire con anima volonterosa alle leggi, e amare e venerare il principe...

— Così asciutto asciutto senz'altra giunta?

— Che abbia a fare di più io non saprei, se vostra eccellenza non me lo insegna.

— Sicuro, che ve lo insegnerò io, pezzo di somaro. Si ama il proprio sovrano davvero quando ci mostriamo disposti a fare per lui quanto gli può riuscire di servizio, invigilando i suoi nemici, spiandoli, rivelando ai magistrati le trame, le insidie e le intenzioni loro, non portando rispetto ad amici, a conterranei, a parenti, anzi nè anco a mariti, a genitori, a figliuoli, ributtarli di casa, non visitarli, non nudrirli, unirsi al reggimento provinciale côrso per isterminarli; ed anche non basta: bisogna ingegnarci a scoprire e denunciare al Governo le persone con le quali i sospetti mantengono usanza, quello che in generale si pensa, in quali luoghi, in quali case sogliono adunarsi e quando, e in quanti, se hanno armi, e dove le appiattino; se riesce, le portino via essi, se no vengano a farne il rapporto. Ricordinsi i buoni sudditi, che qualunque impegno di onore viene meno all'onore di servire il proprio sovrano, i beneficî non tengono, nè promesse, nè speranze, perchè veruno può beneficare più di lui, vincolo alcuno di tanto può reggere ch'egli non valga a sciogliere; desiderio che persona possieda più facoltà di lui di soddisfare. Questi obblighi crescono pei magistrati, ed anco per loro aumentano via via, che occupano ufficio più sublime.

«Ai parrochi in particolare, e ai confessori in generale corre dovere di provocare le confessioni piene e circostanziate, e rivelarle, che non ci ha segreto che tenga, quando si tratta d'impedire che i malvagi arrechino danno a colui che dopo Dio, e come Dio, merita il profondo omaggio della reverenza vostra. Di fatti, credete voi, parrochi e confessori, di essere istituiti nell'interesse di Dio? Ma' mai lo credeste, vi fareste canzonare, imperciocchè egli non abbia punto bisogno di voi, l'occhio di Dio ti è sopra anche nella tenebra e vede di notte più dei gatti; il suo orecchio ti sta sul cuore e sente venir su i pensieri appena nati, anzi anco prima che nascano, _ergo_ Dio non ha bisogno di voi; i vostri occhi e i vostri orecchi o non sono buoni a nulla, o sono buoni in quanto gli mettete al servizio del re, ed ecco per qual modo un buon suddito senza taccia di temerarietà può sostenere di nutrire sentimenti di fedeltà verso il proprio sovrano.

Il parroco, offeso nella sua religione e nella sua onestà da cotesti scempi discorsi, esclamò dall'altare:

— Signor maresciallo, voi operereste assai meglio dando voi stesso lo esempio del timore di Dio, levandovi da un luogo che non vi spetta, e cessando discorsi pieni di scandalo.

— Come pieni di scandalo? Oh! non lo ha detto San Paolo, che le podestà furono messe da Dio, e che va dannato chi le disobbedisce? Dunque, che vi ribolle? Lo so io da che nasce questo, egli è perchè voi siete Paolista, nemico del buon governo, dell'ordine, anche voi perturbatore della dignitosa tranquillità dei popoli, un commettimale, uno avversario della concordia; insomma un repubblicano, un parricida, e vi mettete in quattro per ricoprire le colpe di questi vostri briganti.

— Io sono sacerdote e voi soldato, però non potendo, nè dovendo vendicarmi, badate, i vostri oltraggi fanno come le processioni; io vi attesto pel sangue di Gesù Cristo redentore, che tutti questi miei parrocchiani sono innocenti della colpa di cui gli accusate.

— Ohibò! Non istà bene a un prete dire bugiarderie: e ve lo provo...

— Siamo innocenti! urlava il popolo, siamo innocenti!

Intanto il Sionville aveva staccato il Cristo dalle staffe dentro le quali lo collocano a manca del pulpito, e recatoselo accanto all'orecchio diceva:

— Vien qua, dolce Gesù Cristo, signor mio, e bisbigliami dentro l'orecchio il nome dei traditori del re di questa terra, mostrando così che fra me e te siamo pane e cacio assai più che questi rinnegati non credono.

Ormai quello che non aveva avuto la virtù di operare la propria salute operava l'amore della religione: la rabbia vinceva la paura, e già usciva dai petti anelanti la voce cupa e minacciosa furiera delle procelle umane: ogni uomo aveva adocchiato o candegliere, o scranna, o arnese altro qualunque, che il furore converte in arme, quando il Pievano, persona prudente, considerando che il nefandissimo atto non avrebbe menato a danno di persona, come colui ch'era consapevole non trovarsi armi nel paese, supplicò a mani giunte il popolo a quietarsi tanto, ch'egli avesse potuto parlare, la quale cosa avendo a stento ottenuta, egli disse:

— Or via, finitela, e diteci quali voi accusate colpevoli.

— Eccomi subito, e raccostato il Cristo all'orecchio disse: i rei che mi sono stati rivelati, quei che tengono armi nascoste nelle loro case sono: Filandro Vinciguerra ed Imperio Castineta ambedue di questo paese.

— E qui presenti, soggiunse il Pievano additandoli e disposti, io penso, a somministrarvi tutte le giustificazioni che stimerete più convenevoli.

— Sì, signore, risposero ad un tempo cotesti due onesti cittadini, la nostra coscienza non ci rimprovera delitti di veruna specie e sopra il santo evangelo possiamo giurare...

[Illustrazione: ... accatastarono cadaveri umani, e in breve ebbero costruiti parapetti e trincee di carne umana. (_pag. 464_)]

— È fiato perso, perchè per non farmi credere una cosa basta giurarmela; se sarete innocenti lo vedremo tra pochi minuti, e così dicendo scese dal pulpito. Venuto in chiesa egli barattò non so quali parole col podestà, spinse il Pievano in sagrestia e ce lo chiuse dentro: guai a lui se si attentasse uscire, lo avrebbe fatto portare a Corte legato come un Cristo, ci pensasse, poi aperte le porte della chiesa andò difilato alle case Imperio e Filandro; le scombussò, mise sossopra, fece il diavolo e peggio, e non trovava nulla; si mordeva allora lo sciagurato le labbra per la rabbia, davasi dei pugni nella fronte, un po' pregava Dio, un po' lo bestemmiava: mentre la sua smania cresceva al punto da rompere in convulsioni, ecco accostarsegli un uomo, che a guisa di bracco gli strisciò da lato e fuggì via: di un tratto si placò il furore del Sionville; che trapassando a gioia smoderata, si mise a sghignazzare, spiccò salti, battè forte le mani gridando:

— Le ho trovate! le ho trovate!

E seguito da tutti corse a certa stalla, che appartata dalla casa del Castineta e del Vinciguerra, possedevano in comune fra loro; quivi dopo poco rivoltare di paglia rinvennero tre o quattro schioppi rugginosi e in malo arnese, che non avrieno preso fuoco nè manco a metterli in forno. Il Sionville con fronte di bronzo, fingendo una grossissima collera, riprese a tempestare peggio di prima.

— Briganti! Traditori! Mi aveva detto il giusto Gesù Cristo neh? Quando s'incomoda egli dal paradiso a fare la spia, credete che ci si metta per canzonare un pari mio? Incatenateli, a Corte, alla forca, _marche!_

Gli urli, i pianti, le disperazioni, ed anco le minacce potevano sul Sionville quanto il suono del mandolino sopra un lupo affamato: quei miseri furono carichi di catene e circuiti dagli sgherri, che a furia di armi contenevano appena il popolo, erano tratti a Corte.

Partirono, e forse un miglio era il paese rimasto loro dietro le spalle, quando un ufficiale di età assai provetta mise il suo cavallo accanto a quello del Sionville, che cavalcava cantando in quilio certa sua canzone da taverna, e così gli disse:

— Maresciallo, già siamo d'accordo, che non eseguirete mica sul serio la pena di morte sopra cotesti due poveri grami.

— Non siamo d'accordo per niente, io gl'impiccherò bene e meglio appena arrivati a Corte.

La fama, come suole, precorritrice delle tristi novelle (quella delle buone arriva sempre zoppicando) empì Corte del fatto del Sionville, onde gli animi se ne sgomentavano, e un pezzo stettero in dubbio di andare a vedere se fra i tratti a vituperio al supplizio vi fosse alcuno dei loro cari; alfine vinse la pietà, e s'incamminarono a incontrarli; prima di tutti fu vista Francesca Domenica, la quale allo accostarsi del carro sentì sfinirsi dentro e le convenne con ambedue le mani coprirsi gli occhi, ripreso cuore, separò un pocolino un dito dall'altro e per quel filo di luce agguardando le parve non distinguere il contorno della sembianza del suo povero figliuolo; allora risoluta buttò giù le mani, e vide che tra gli incatenati sul carro non era il suo figliuolo: pensando alla disperazione che l'avrebbe invasa se le compariva davanti la cara faccia, se ne tornava quasi lieta, quantunque altri affanni non meno strazianti l'aspettassero a casa.

Chè quivi da parecchi giorni giaceva inferma Serena. Vi ricordate la giovane baliosa, la quale si mesceva tra i combattenti e si cimentava alle prove più perigliose? Ohimè, adesso quanto apparisce mutata da quella! Il suo cuore come arco troppo duramente teso si ruppe. Noi andiamo soggetti a due maniere di malattie, la prima maniera esterna nabissa il corpo, onde l'anima è costretta a uscirne come l'inquilino dalla casa aperta alle intemperie delle stagioni; la seconda muove dall'anima, la quale a guisa di pugnale troppo affilato, taglia il fodero; quelle sovente guariscono, queste non mai. Troppo cumolo di affetti si era precipitato su di lei: la strage paterna, l'atroce vendetta che ne seguitò, l'amore per Altobello, la sua prigionia, il caso di Mariano, il quale tanto non si potè celare, che qualche odore non ne arrivasse anco a lei, le acute trepidazioni per la vita che si era condotta a menare l'uomo da lei scelto a sposo, le vicende infortunate della guerra, la fuga del Paoli da lei riverito come secondo padre, i mali presenti, il presagio dei futuri, tutte queste passioni a troppo largo palpito avevano dilatato quel povero cuore, perch'egli avesse potuto durare senza sfiancarsi. Da prima l'assalse una quiete stanca, una mestizia assidua che la chiamavano al pianto; ora le pareva mancarle sotto i piedi la terra ed ora un ronzìo molesto le zufolava dentro le orecchie; di un tratto vide più soli, o il sole spezzarsi in milioni di faville che le ferivano gli occhi; un po' più tardi ad ogni subitaneo rumore, o di porta che sbatacchiasse, o di masserizia che cadesse, ella rabbrividiva battendo a verga tutte le fibre da capo a' piedi; le lacrime che avevano preso a versarsi non piante dagli occhi suoi, e anche gli sguardi si succedevano uno più lungamente lucido dell'altro a mo' di lampada presso a morire; la vita le fuggiva per tutti i sensi incessante, minuta come l'arena d'orologio a polvere: la voce sonava a mo' di strumento scordato, e il riso appariva su le sue labbra simile alla viola tra i fiori. Durante questo periodo della sua infermità, per attutire alquanto l'arsura che le avvampava le viscere, ella prese a vagare per la campagna ma i suoi piedi si voltavano sempre al camposanto dove al fianco; del padre assassinato dormiva l'omicida; qui stava ore e ore, e per tempo lunghissimo nel medesimo atteggiamento, sicchè di leggieri chi passava poteva supporla una statua sepolcrale; sopra tutto le piaceva considerare le spoglie della natura, che il verno soprastante le rapiva pari al conquistatore entrato in paese nemico, e sembrava consolarsene; un giorno la fermò una foglia la quale sola sul tronco si dibatteva al soffio gelato di novembre; dopo averla fissata un pezzo la staccò, e pian piano la depose su la terra dicendo:

— Abbi pace anco tu in compagnia delle tue sorelle già secche; che giova contrastare al destino? Per le foglie e per gli uomini cascati non si rinnova la primavera.

E sempre e più sempre crescendo in lei il talento delle cose lugubri, incominciò visitare gl'infermi e ad assisterli, senonchè migliorando essi cessava ella di andarli a trovare, tuttavia sovvenendoli con robe o con denari; se si aggravavano non gli lasciava più giorno nè notte; spiava i moti dell'agonia, le guise di esalare l'anima, e se la morte fosse scienza da impararsi, certo ella non ebbe scolare più diligente di Serena alle sue fiere lezioni. Quando il morto si trovava in là con gli anni, ella nel chiudergli le palpebre diceva:

— Beato te! di cui gli affanni sono finiti.

E se per lo contrario giovane, rendendogli il medesimo ufficio con pari affetto, esclamava:

— Beato te: di cui i dolori non incominciarono mai.

Quantunque il vento della fortuna avesse portato via parecchi amici della famiglia Alando, pure la reverenza vetusta e lo amore indomabile gliene aveva conservato qualcheduno; tra questi un vecchio dabbene, medico del luogo, il quale aveva veduta nascere Serena, e non sapeva darsi pace di averle a sopravvivere. Egli la visitava mattina e sera e le ordinava posasse l'animo, non si tribolasse con pensieri funesti; dopo il tempo cattivo venire il buono; Dio misericordioso avrebbe sentito pietà di tutti, massime di lei innocente come Gesù, pura quanto la Vergine Maria; con altre più cose che le anime afflitte non possono fare e che durando sono capaci a trapanare il granito nonchè il cuore umano; e poi la dieta di latte e i sughi di lichene e le altre cose che le si possono fare e si fanno, ma non giovano a nulla. Nè egli punto s'illudeva considerando alla inferma gli occhi diventare ogni giorno più acutamente fulgidi, quasi la Provvidenza li disponesse alla dignità delle visioni spirituali, e sul sommo delle guance infoscarsi il colore vermiglio, ultimo addio dell'astro della vita che tramonta; per la quale cosa ogni volta che Francesca Domenica l'accompagnava all'uscio interrogando come l'andrebbe a finire, e se ci fosse punto di speranza, egli sempre rispondeva:

— Mia signora, i rimedii per coteste infermità gli speziali non tengono nei barattoli, bensì Dio nei tesori della sua misericordia; la gliela raccomandi a Dio nelle sue orazioni, signora Francesca Domenica, chè quella povera _tinta_ in coscienza lo merita.

— Oh! davvero; ella è una santa; e par che il cielo la richiami a casa; ed anco voi, signor dottore, pregate per la mia cara figliuola...

— Si figuri! Ma le orazioni di un vecchio peccatore, come sono io, credo che poco possano giovare ad un'anima benedetta come la sua: ad ogni modo non mancherò, signora Francesca Domenica, non mancherò...

Francesca Domenica per non destare sospetti nell'animo di Serena, tornando a casa ebbe la precauzione di salire le scale, senza scarpe, ma le tornò inutile, imperciocchè appena questa la vide le disse:

— Mamma, a questa ora dove siete stata?

— Io?... Io?...

— Ho sentito il rumore dei vostri passi fin giù su la strada... Perchè volete negarlo? Voi fate male, mamma, a non dirmi la verità...

— Io non ho negato, Serena, nè sono usa a mentire; vi dirò, ma non vi turbate; era andata a vedere se caso mai fosse venuto Altobello, ovvero persona che me ne portasse le nuove...

— Se lo confidavate a me non avreste sciupato i passi, perchè ho saputo qui che non è anche giunto, ma non tarderà ad arrivare.

— E chi può averlo detto, figliuola mia?

— Chi me lo ha detto? Veramente tale, che lo può sapere: dopo che siete uscita voi, una voce mi ha chiamato: Serena! Serena! — Io stava in forse di rispondere perchè non riconosceva la voce, e mi sembrava non averla mai udita, ma la voce replicò da capo: Serena! Serena! Allora mi sono fatta cuore, ed ho risposto: Chi è che mi chiama dalla parte di Dio? Sono io, mi ha risposto la voce, sono il tuo babbo, che vengo ad annunziarti, che ti aspetto in luogo di salute, ma prima di morire rivedrai il tuo sposo Altobello. Dopo ciò non ho sentito più voce, bensì le ha tenuto dietro lo _scuccolo_ con istridi così assordanti, che mi pareva proprio la nottola si fosse posata sul davanzale della finestra.

Francesca Domenica tacque e pensò tremando al presagio di prossima morte, che i Côrsi reputano infallibile quando la voce dei defunti chiama gl'infermi, o piuttosto quando sembra a questi esserne chiamati; nè meno atterrì lo _scuccolo_, sfida di vendette che non avea cessato mai di perseguitarla, e da un pezzo in qua si faceva sentire più frequente di prima: certo le sembrava respirare un'aria pregna di sciagura.