Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 42
La parte cismontana dell'isola non fu lasciata senza l'estremo contrasto. Clemente Paoli addentrandosi nel bosco di San Pietro occorse in Antongiulio Serpentini e nella moglie sua Rossana che con una mano di gente si aggiravano per quelle parti smaniosi di vendetta quanto più disperati della vittoria: poco più oltre rannodarono il capitano Pilone: insieme uniti, pei conforti massime di Clemente, si apparecchiavano a tentare un colpo ardito; si rammenta che alla opera egregia si aggiungesse anche Giancarlo Saliceti, come per miracolo rimasto illeso sotto un mucchio di cadaveri alla battaglia di Pontenuovo, donde uscì a notte alta e scampò con meno pericolo degli altri, perchè il nemico si fosse disperso nelle vicinanze, e il fiume, che molto tiene del torrente, in quelle ore avesse scemato assai dalla sua turgidezza: racimolati da 500 uomini penetrarono nel Niolo dove sorse sempre la prima aurora e si spense l'ultimo crepuscolo della libertà côrsa; sopra coteste aspre giogaie la gente semplice e forte pare che abbia agio di favellare più d'appresso con Dio che in loro ispira carità indomita di Patria. I Niolini senza tanti ragionari si dissero parati a tutto; richiesti di vettovaglie, non ne avevano: proposero andarne alla cerca a Giussani, Asco, Muttifao ed in altre terre prossimane, e andarono, ma tornarono co' sacchi vuoti; i popoli atterriti dalla vista dei Francesi stracorridori, i quali avevano incominciato a mostrarsi fin là, gli supplicarono a non gli esporre a sicurissimo eccidio: col nemico così inviperito e così grosso su gli occhi, non essere a tentare cosa che valesse; gli uni e gli altri si riserbassero a fortune migliori. Allora passarono i monti; e qui si rinfocolò la guerra.
A Fritzlar conte di Narbona, uomo superbo e di natura feroce, fu commesso opprimere la parte oltramontana; reputandola impresa appena degna del suo valore uscì veramente grosso e munito ottimamente di artiglierie da Ajaccio, ma procedeva alla sbadata, sicuro di non incontrare veruno intoppo per la via; ma giunto che fu a Mezzana ecco occorrergli Clemente Paoli, ch'egli credeva rimasto morto a Pontenuovo, a contrastargli il passo: salito il buon conte in furore perchè si attentassero resistergli, raccolse le sue forze per levarsi, com'egli diceva, per sempre d'intorno quel fastidio d'insetto, ma intantochè il tafano lo pungeva or qua or là dolorosamente, ed ei menava invano le mani, ecco arrivargli notizie, che i Côrsi comparsi a Peri facevano le viste di piombargli alle spalle: di vero erano accorsi ai suoi danni con quanti avevano potuto trarre seco l'Abbatucci, l'Ornano e il padre Paolo Roccasserra buono a predicare, meglio a combattere. Il conte obbligato a riparare al nuovo pericolo smezzò le forze, ma respinto da ambe le parti si strinse nel fiuminale di Celavo dove riparò in forte positura munendola di terrapieni e di artiglierie, deposta poi ogni intempestiva baldanza, invece di assaltare attese con diligenza a difendersi assalito.
I capi Côrsi esaminata bene la faccenda vennero nel parere di non arrisicare battaglia, bensì circuire tutta cotesta gente, bloccarla e ridurla a darsi prigioniera per falta di viveri. Il conte di Narbona a prezzo d'ingordo premio trovò modo di avvisare il conte di Vaux delle angustie in cui si trovava ridotto, onde questi, che ormai credeva vinta la impresa urlò, bestemmiò e poi piuttosto con ismania febbrile, che con sollecitudine soldatesca, si dette ad ammanire corpi di milizie spingendole con parole accesissime e con larghe promesse a correre e impedire lo smacco; da prima spedì il marchese della Valle, e ce n'era di avanzo; ma dopo poco gli avviò dietro con altro distaccamento il barone di Bamenil; e tuttavolta parendogli che fossero pochi ci aggiunse tre corpi di milizie côrse, comandate da tre capitani côrsi, il nome dei quali per rispetto altrove discorso non mi giova ricordare, nè altri ha da mostrarsi voglioso di apprendere. Tutte queste milizie per la Biguglia, la Casinca e le pievi del Verde e di Aleria, dovevano penetrare nel Fiumorbo e quinci per vie montane giungere in tempo per bloccare i bloccatori. E' sembra, che gl'impedimenti naturali stimassero poco, quelli degli uomini nulla, perchè più pericolosa via non era dato immaginare: di fatti piccola mano di montanari tra Poggio e Isolaccio arrestarono tutte queste milizie.
Pasquale Paoli non posava giorno nè notte per rianimare, eccitare, ordinare: e in qualche parte gli veniva fatto con buon successo, più sovente no; non mica che all'aspetto di lui non si accendessero, od alle sue parole non fremessero, ma a mano a mano, ch'egli si allontanava, essi si sroventavano; il pensiero ripigliava il sopravvento alla passione, e lo schioppo testè carico ponevano da parte non senza un sospiro.
Dal paese dove nacque e morì Sampiero d'Ornano, dalla terra bagnata dal sangue dell'eroe, vennero, e non poteva fare a meno, cinquecento uomini improvvidi magnanimamente del poi, non volendo nè sapendo guardare nulla oltre il dovere, e si offersero al Paoli per la vita e per la morte. Per quanto tu ci pensi sopra, tu non verrai a conoscere tutti i benefizî che una grande anima largisce alla contrada dove per grazia del cielo ella comparve, i presenti sono meno, nè i più importanti, perchè le generazioni, che la circondarono non la compresero, o se compresa, non ebbero virtù d'imitarla; ma ella partendosi lasciò quasi un modello ai futuri, affinchè i pensieri e le opere loro ci adattassero; ognuno del popolo si reputa erede di un frammento di cotesta anima, quale come un santuario riposto dentro di lui lo fa sacro, ed ogni senso di viltà, di bassezza ne allontana, quasi sozzurra che valga a inquinarlo: e non fie vana fede quella che ti fa credere, che cotesta anima indefessamente stemperandosi nell'aere mandi aliti sani al tuo corpo e affetti sani al tuo spirito; beata la terra, che vanta per genio del luogo un'anima grande!
In Ornano pertanto stavasi Pasquale, e circondato così da gioventù feroce, fremente arme, che dimenticata la realtà dei casi consolandosi con la speranza del futuro o con la memoria del passato. Gli pareva potere ritentare la prova, anzi pensava vincerla e di un colpo ardito opprimere il nemico: il suo spirito pregustava la esultanza della patria consolata, i gaudii della gloria, la commozione della gratitudine: davanti a sè teneva aperta la carta geografica dell'isola e accennando col dito i sentieri per valli e per poggi, sempre più infervorandosi esclamava:
— No, non può mancare; coraggio, Côrsi, la stella della Corsica non è ancora tramontata.
E quasi coro Altobello, Canale, Ugo della Croce, Romano Colle e Rutilio Serpentini con altri dintorno ripetevano! — no, non è ancora tramontata.
Ad un tratto si aperse la porta della stanza e fu visto entrare un soldato, il quale prima di ogni altra cosa si volse addietro a richiuderla: era Clemente Paoli mandato a chiamare e venuto in obbedienza agli ordini del suo generale: dopo la battaglia di Pontenuovo dove fu così funesto il suo ardore, o ira contro sè o coscienza lo rimordesse, non si attentò più comparire davanti al fratello: ed ora oh! quanto si mostrava diverso dal prode guerriero, che rimasto per fortuna intatto dalle palle nemiche aveva fama di essere ciurmato: la faccia sordida di colore oscuro, le labbra nere del continuo mordere le cartuccie, la congiuntiva degli occhi ingombra di sangue e di bile; di persona l'ombra appena di sè stesso, le vesti gli cascavano di dosso, non più Clemente, bensì lo scheletro di Clemente Paoli; e quasi la fortuna volesse fargli perdere tutto ad un tratto anche la sua invulnerabilità, adesso appariva fasciato alle braccia e alle gambe: anche nel capo era stato percosso e gravemente; e nondimeno si conosceva, che questa rovina gli veniva meno dalle ferite del corpo che da quelle dell'anima.
Entrò, fece il saluto militare e stette davanti il suo fratello, il quale a vederlo si sentì commosso da un tumulto di affetti: voleva abbracciarlo, voleva rimproverarlo: quel suo stato così gli strinse il cuore, che per poco non iscoppiò in pianto; pure facendo forza a se stesso, e tentando con la voce del corpo vincere il grido dell'anima, con molto impeto disse:
— Venite Clemente. Dio ci ha flagellati, ma non ci vuole oppressi; egli nella sua misericordia ci dà campo da vendicare mille offese in un punto, e ciò che più importa ristorare le fortune inferme della Patria. Altobello si reca (guardate su la carta) a Zicavo, e fatta raccolta di gente accorre in aiuto dei Fiumorbini i quali hanno già arrestato i corpi di milizia spediti dal de Vaux in soccorso del Narbona: tra quei gioghi, in mezzo di coteste foci può presentarsi il destro di sterminarli; ad ogni modo basta che li trattenga; questo deve farsi; se si avventurano nella foresta dei pini non ne escano più. — Io piglio il comando del campo di Mezzana e vi prometto non farmi uscire di mano questo tracotante del Narbona: a voi Clemente, il periglio e la gloria maggiori; prendete con voi Serpentini e Saliceti, attraversate il Niolo dove vi aspettano a braccia aperte, quindi scendete in terra di Comune, assalite improvviso i Francesi alle spalle nei monti del Fiumorbo, separateli da Bastia, e per fame o per ferro voi sterminate il marchese della Valle e il barone di Bomenil, io il conte di Narbona: non domando cose strane da voi; solo che mostriamo la consueta celerità, la vittoria è sicura....
Clemente, mentre il fratello infervorato favellava, fu visto tentennare a modo di albero che il boscaiolo a grandi colpi di accetta cerca di abbattere; ora non si potendo più tenere cadde di sfascio nelle braccia del fratello e proruppe in pianto; le bende scomposte per quel moto smanioso lasciarono grondare la piaga del capo, sicchè scendendo giù sul volto al desolato sangue e lagrime, parve che piangesse sangue. Pasquale anch'egli avrebbe pianto se non restava atterrito dallo stato del fratello: egli non lo aveva mai visto piangere, e le lacrime dell'uomo forte sbigottiscono appunto per questo, che l'animo nostro pensa quanto grave ha da essere il cumulo dei mali che valse a vincere coteste indomite nature. Lo stianto della passione dolorosa aveva tolto a Clemente la favella, e si temeva peggio; onde dopo averlo adagiato sopra una seggiola, Altobello corse verso la porta per uscire in traccia del medico; ma Clemente tentato di levarsi su ritto per impedirlo e non lo potendo, con le mani, con gli occhi, con tutta la persona sembrava supplicarlo a non aprire la porta; ma non lo intesero; e ad ogni modo non sapendo darsi ragione di codesta strana fantasia non l'avrebbero atteso; però Altobello venuto più presso la porta l'aperse.
Dalla porta semiaperta sbucarono fuori due mani: ho detto due mani, e doveva dire granfie che pelose erano tanto e armate di ugnuoli da disgradarne quelle della jena; e subito dopo tenne dietro alle mani una maniera di ceffo orribile per enorme naso adunco e il mento sfuggevole verso la gola; gli occhi piccoli, tondi e immobili, il cranio calvo con pochi peli dietro la nuca, che parevano venuti a lite fra loro, gli davano aria dello avoltoio monaco che muta le penne; comparve al fine la persona scarna, ossuta, figura proprio da cataletto. E' sembra, che la natura nei momenti di mal umore crei siffatti animali, perchè servano di annunzio alle sciagure come i gabbiani al cattivo tempo: di vero tu li trovi dove qualche infortunio, o peggio ancora, qualche iniquità sta per consumarsi; nella stanza dell'infermo avvisano che il prete coll'olio santo è per le scale, in casa all'inquilino precorrono i famigli che vengono a gravare i mobili pel debito di pigione: nel fondaco del mercante precedono il sindaco del fallimento accorrente ad apporre i sigilli; nelle famiglie danno cenno, che quivi la carità nel partorirci l'odio vi è morta per l'operazione cesarea: però il marito sta in procinto di repudiare la moglie, il padre di diseredare il figliuolo; nelle assemblee notificano prossimo il partito, che torrà la reputazione al popolo, o spegnerà la libertà del paese. Nudriti di disprezzo trasudano malignità da tutti i pori del corpo. Tito, passate ventiquattro ore senza avere beneficato persona ebbe ad esclamare _ho perduto un giorno_! questi non lo diranno, ma sentiranno averlo perduto se nel medesimo periodo di tempo non mettono alla disperazione ventiquattro povere anime. Dopo lui si mostrarono due faccie pecorili come si trovano in maggioranza per tutti i municipii, che paiono destinati ad ospitarle a mo' dei presepii i bovi; facce stupide, facce grulle le quali, se la demenza possedesse case da affittare ai matti, metterebbe sopra le porte pei _appigionasi_.
Costoro entrarono e soffermatisi al cospetto del generale attonito per simile novità, il caporione che dalla servile domestichezza e dalla paurosa petulanza dimostrò appartenere alla razza degli azzeccagarbugli, vergogna del fòro e peste delle città, squadernato un foglio leggeva:
— Eccellenza! I padri del comune Delle Vie, di Sartene, Scopamene, Garbini e generalmente di tutti gli altri della provincia della Rocca, essendo venuti in cognizione come V. E. sia decisa di sostenere la guerra contro le armi di S. M. cristianissima, hanno dovuto considerare come qualmente essi non trovino in questo il tornaconto loro e nè anche nel sottosopra il diritto. Non il diritto, perchè non una, ma parecchie volte i Côrsi invocarono gli aiuti della Francia, onde non sembra ben fatto rifiutarli adesso, che ce li profferiscono; non l'interesse....
— Concludete, chè il tempo e la pazienza mi mancano di sentirvi leggere cotesta filastrocca; che volete da me?
L'oratore piegò il foglio, se lo ripose in tasca e disse:
— I comuni della provincia della Rocca, protestando il dovuto rispetto alle virtù di V. E., dichiarano, che innanzi tratto le raccomandano di cessare le ostilità, e di gettarsi, com'essi fanno nelle braccia di S. M. cristianissima; caso mai, che V. E. per sostenere il punto, o per qualche suo particolare interesse s'incaponisse a tirare avanti la guerra, allora la supplicano a uscire dalla provincia per non renderla immeritevole della grazia di S. M. cristianissima; di più conoscendo a prova l'amore, che l'E. V. ha portato sempre ai grami Côrsi, e porti, umilmente implorano che dove prescelga (che sarebbe il meglio) di abbandonare l'isola, si astenga imbarcarsi a Sartene, non mancando nella costa orientale golfi e cale assai più adattati, che non è il porticciuolo.
[Illustrazione: PASQUALE PAOLI]
Il generale fu visto impallidire: ma fu un momento; poi rilevò maestoso la persona sicchè parve ingrandito, e con voce forte rispose:
— Non io venni spontaneo come il barone Teodoro di Newhoff chiedendovi per compenso di poco soccorso il regno; chiamato obbedii alla voce della Patria la quale in dieci, in venti consulte mi commise difendessi la sua libertà; e questo ho fatto con la fede di cittadino e di cristiano. Separare adesso la causa mia dalla vostra, fingere privata querela ciò che i nostri avi sostennero, è viltà. — Dite piuttosto, che renunziate alla eredità dei vostri maggiori; dite, che rinnegate quarant'anni di martirii, di sangue, di gesti gloriosi e di sciagure: dite che vi venne in fastidio la libertà, che vi piacque farne danari, come di cosa che non si usa più... questo dite, chè la menzogna aumenta la infamia e non può giovarvi in nulla.
In premio dell'opera voi mi date l'esilio, e certo pensando alla inopia che mi aspetta in terra straniera, al tedio continuo e alla mancanza di ogni consolazione, dovrei affliggermi molto per me se il presagio della miseria a cui siete riservati, e al disprezzo di voi stessi, ultima sciagura! non mi togliesse al senso dei miei mali per desolarmi con ogni fibra del mio cuore per voi. Ah! avessi potuto lasciarvi miseri, non avviliti; la speranza avrebbe potuto ricondurre un'altra aurora per tutti.
Se la bandiera côrsa strappata da mani repugnanti fosse caduta sul campo di battaglia, la Immacolata che vi sta dipinta sopra avrebbe raccolto il sangue sparso per la Patria e portato al trono dello Eterno implorando vendetta per lui; ma adesso di che volete ella supplichi Dio per voi? La viltà si detesta così in cielo come in terra: disertata dalla Beata Vergine, ecco la vostra bandiera diventò tutta bianca, potete usarne come _mandilo_ per asciugarvi le lacrime, potete servirvene come lenzuolo per involtarci dentro la patria, perchè la patria è morta; ella va a raggiungere dentro i sepolcri i suoi figliuoli, i suoi veri e legittimi figliuoli che hanno combattuto, e sono morti per lei; _finis_, (e qui prese con ambe le mani la carta geografica della isola che gli stava davanti, sbarrò le braccia e fecene due pezzi, aggiungendo con voce tremante) _finis Corsicae_.
Poi con un gesto ineffabile di disprezzo e d'imperio comandò agli odiosi oratori gli sgombrassero davanti.
Se ne andarono l'avoltoio e i pecori municipali, i quali usciti all'aperto, il primo disse agli altri:
— Ringraziamo Dio, la è ita a finire meglio ch'io non pensava; ad ogni momento io temevo, che dato di piglio al bastone non ce ne avesse amministrato un carpiccio delle buone.
E gli altri due, tuttochè pecori comunali, risposero:
— Magari! che con un po' di tempo e qualche empiastro si poteva guarire, ma egli ci ha battuto il cuore, e a questo noi non potremo trovare rimedio mai.
Sul fare della notte secretissimi messi partirono portatori di lettere ai comandanti delle milizie a Mezzana, al ponte di Peri, al fiuminale di Celavo, ai boschi del Verde in Fiumorbo, colle quali s'ingiugneva cessata ogni resistenza tornassero di quieto a casa nascondendo le armi in luogo sicuro per ripigliarle in migliore occasione: per ora impossibile tenere fronte al nemico: non clamori, non minaccie; si conservassero a fortune migliori. Giunse a tutti oltre ogni estimativa amaro cotesto ordine, come quelli a cui, ignorando la diserzione dei compagni, pareva poter resistere con vantaggio; celarono le armi per grotte montane, taluni vollero portarle seco loro, e male gliene incolse; prima però accesero i fuochi anco sopra il consueto, perchè il nemico accorto del partirsi che facevano non si fosse mosso a perseguitarli. Alla mattina le sentinelle avanzate dei Francesi non udendo i soliti rumori, nè per quanto aguzzassero la vista vedendo comparire persona, si attentarono trascorrere più oltre e conobbero i Côrsi avere abbandonato il campo: ciò riferirono subito ai superiori, che sospettosi d'insidie dettero il comando di moversi, ma adoperandovi tutte le precauzioni costumate dai cautissimi capitani quando si inoltrano in paese doloso. — Dopo due o tre miglia, ebbero a persuadersi che i Côrsi erano affatto scomparsi, e facilmente attribuirono il caso alla gran paura che avessero preso di loro; essi che stremi di viveri già avevano incominciato a parlare di resa per non rimanere morti di fame nel fiuminale di Celavo! — Allora non contenti di essere così per miracolo liberati e nè manco di vincere a man salva, parve loro non avere fatto nulla se non riuscivano a mettere le ugne addosso al generale Paoli: lui bramavano, lui spasimanti agognavano per rendere più splendido il trionfo a Parigi di cinquantamila Francesi gente cappata, sopra poche migliaia di Côrsi mal vestiti e peggio armati.
Senza ostentazione e con modi semplici secondo la sua natura gli dettava, il Paoli chiamati gli ultimi compagni della sua fortuna, disse loro:
— Amici miei, i Francesi cercano di me ed io non credo giusto invilupparvi nelle mie venture; fate una cosa, tornatevene in famiglia ed anco voi cedete a tempo per conservarvi a sorti migliori.
Ma gli altri torvi risposero:
— Che vi abbiamo fatto per meritarci questo oltraggio? Noi saremo con voi in vita e in morte: voi padre, voi madre, voi moglie, voi figliuoli, voi tutto.
Il Paoli si strinse gli occhi con la mano, e ce la tenne un pezzo; poi a strappi soggiunse:
— Vi domando perdono. Partiamo.
Fatto gomitolo si avviarono pei gioghi di Bavella, e quando scopersero il mare sostarono per vedere se sopra il lontano orizzonte si scoprisse qualche naviglio con la prua rivolta a coteste sponde; non nube in cielo, non vela in mare, l'uno e l'altro deserto nella magnificenza dello azzurro sterminato. Allora ristrettisi a consiglio determinarono sbandarsi sì per procacciarsi alla spicciolata il vivere per cotesti luoghi montani, sì per isfuggire più facilmente alle ricerche del nemico; e convennero altresì, che quale primo scorgesse qualche bastimento ne avrebbe porto avviso ai compagni, se di giorno con tre fumate, se di notte con tre vampe, coll'intervallo di un quarto di ora di uno dall'altro, affinchè potessero esserne avvisati tutti e accorrere alla posta.
E bene incolse loro il partito preso, imperciocchè indi a pochi giorni comparvero stracorridori Francesi i quali si dettero a frugare di qua e di là come bracchi alla campagna: ventura fu che le compagnie côrse agli stipendii del nemico venissero adoperate a battere i boschi di foce di Verde e di foce di Vizzavona che giudicarono più atte a' nascondigli, però che altramente non sarebbe stato lieve fuggire; pure parecchie notti il Paoli ebbe a passare dentro tane da volpi, di cui l'apertura copersero con pruni intralciati a piante selvatiche, da allontanare qualunque sospetto; ed una volta, narra la fama, che la passò a cavalcione su di una sughera nascosto dalla spessa fronda di quella; intantochè una squadra di Francesi sdraiati a piè dell'albero andavano trattenendosi fra loro del guadagno che ne sarebbe loro toccato se lo avessero preso e degli onori (giudicavano a quei tempi i Francesi degno del rimerito di onori agguantare a mo' di facinoroso un difensore della patria libertà), come pure degli strazii che avrebbero fatto a quel brigante del Paoli traendolo incatenato traverso la Francia.
Il Paoli però la più parte della notte passava in compagnia di Altobello e di Nasone lungo la spiaggia a speculare se qualche legno giungesse; la notte del 12 giugno prima assai che il sole cascasse dietro ai monti si era levato uno scilocco fresco, che in breve ora aveva sommosso la superficie delle acque; per quanto l'occhio si spingeva lontano si vedevano miriadi di ondate spumanti simili a cavalli bianchi sfidati a gara di corsa verso la riva; parecchi di questi ad occhi meno esercitati avrebbero potuto parere vele, ma quelli del Paoli e dello Alando non si potevano ingannare; e poi non dirò la sfiducia, ma un senso di avversità si era per modo insignorito della loro mente, che non si avventuravano a credere le cose prospere se non si manifestavano certissime. Pure non seppero lasciare il lido finchè non sorse alta la notte; allora Altobello rompendo primo il silenzio, favellò:
— Signor generale, parmi, che sarebbe bene andarcene; quest'aria non è sana, e col vento che tira, non pare verosimile che sia per approdare veruna nave alla spiaggia.
— Vi ringrazio, Altobello, perchè questo fiotto di onde che si rompono sul lido mi sonava come il pianto delle migliaia degli eroi defunti venuti a lamentare la rovina della Patria. L'anima mia ne rimaneva inebbriata di amarezza, e non sapeva staccarsene. Voi avete rotto l'incanto: andiamo.
Lenti, silenziosi ripresero la via lungo la costiera che ha davanti a sè gli scogli di Facina e delle Capricaglie: di un tratto parve loro squittire Nasone, ma non ci porsero troppa avvertenza perchè appunto in quel momento Altobello quasi rammaricandosi, esclamasse:
— Gran che! manco una vela: gli amici si sono proprio dimenticati di noi?
— Figlio mio, nel pellegrinaggio che imprende la sventura talora ho veduto accompagnarsele la pietà, di rado l'amicizia.
— Voi avete calunniato una virtù come Bruto a Filippi le calunniò tutte... — Fu sentita una voce, che al Paoli parve, e veramente era quella del signor Giacomo Boswell, il quale spietatamente soggiunse: — e salvo vostro onore, con maggior biasimo di lui, perchè egli era pagano, mentre voi siete cristiano.
— Signor Giacomo!