Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 39

Chapter 393,760 wordsPublic domain

— Certo! morire. Per la Immacolata! così disse Leonida alle Termopili ai suoi trecento, e nessuno fece spallucce; e chi era Leonida? Un pagano; e che disse ai suoi trecento? Sta sera cenerete meco, domani ceneremo tutti a casa del diavolo. — Mentre io posso assicurarvi, Altobello, che morendo per la Patria voi andrete a cena con gli Angioli diritto come un cero.

E Altobello: — E non è per questo che io parlo; bensì perchè pensava che la Patria si aspettasse da noi qualche cosa meglio che morire.

— E ancora io lo penso; però, figliuolo, io vo' che tu sappia non essere cosa di piccolo momento lasciare a cui viene dopo una vendetta da compire; i figliuoli non possono davanti agli uomini, e nè davanti a Dio ripudiare la eredità sanguinosa. E datagli una grande stretta di mana se ne andò pei fatti suoi.

Altobello quando entrò nello studio del Paoli lo rinvenne sempre inteso sopra la carta geografica; appena ei lo avvertì rizzossi in piedi, e tale prese a parlare:

— Io non comprendo niente nell'ordine di guerra del nostro nemico: affermano moversi in tre colonne, una nel Nebbio, e sta bene; l'altra per la forra del Golo; finalmente l'ultima contro la Casinca; e' pare che non sappiano, forra del Golo che sia, e non temano incontrarci ostacolo, onde scorrendo fino alla costiera pigliarci alle spalle se contrastiamo nel Nebbio, tagliarci la ritirata se indietreggiamo; meglio così. Se il tradimento non ci consegna a mano salva in potere dei Francesi, potremmo anche sgarrarla; accostatevi, Altobello; se mai venissi a mancare, perchè i casi della guerra importa prevedere tutti, e per me non sono i soli che io deva temere, giova che voi conosciate i miei disegni e procuriate mandarli a compimento. Bisogna che i patriotti sgombrando subito il borgo si affrettino a ingrossarsi al ponte in foce di Golo, e quivi alzando bastie e terrapieni adoperino ogni industria a ributtare il nemico dalla Casinca. Da ciò due sequele; o il corpo nemico si ferma in capo al ponte, o si ritira in Bastia, e tanto minori forze avremo a combattere noi: ma questo non sembra verosimile; bensì reputo certo ch'ei si unirà alla colonna la quale per la forra del Golo avvisa pigliarci alle spalle; se ciò avviene, _erat in votis_. Ora passiamo al Nebbio: qui andranno più gagliardi, perchè per primo scopo con lo stare forti in Patrimonio e in Barbaggio vorranno separarci dal Capo Côrso, e questo dubito che sia per venire loro conseguito con molta agevolezza; e poi mireranno a spazzarci via dal Nebbio cacciandoci dalla costiera di Lento e Canavaggia giù per la vallata del Pontenuovo. Le forze non ci bastano a tutto; intorno a Patrimonio e Barbaggio, dopo avere sostenuto il nemico irrompente quanto desidera l'onore della milizia, i nostri si ritirano su Rapate e Murato, e si uniscono agli altri di San Pietro per difendere le bocche di Tenda: alzino terrapieni, asserraglino strade, mettano travate alle case, i ponti rompano; ad ogni costo si sforzino sostenersi; avendo a cedere, riparino al campo trincerato di Santo Nicolaio; non si potendo reggere nè meno a San Nicolaio, scendano giù per la costiera gettando rinforzi in Lento e Canavaggia. Qui poi bisogna tenere fermo o morire; però studiate mandarci in fretta le robe e gli uomini che vi ho minutamente distinto nell'ordine di numero 9. Quanti non capiranno là dentro si riducano a valle, e passato il fiume a Pontenuovo riparino sopra la destra sponda del fiume. Per ora basta così: commetto il mio quartiere generale a Murato, dovendo lasciarlo lo trasferirò a Rostino, laddove ci possiamo mantenere nel Nebbio meglio che mai; se non possiamo, ecco la massima parte dell'oste francese stipata nell'angusta e dirotta valle del Golo: ora la Corsica la tiene nel palmo della mano: solo ch'ella stringa le dita con l'usato valore ed eccola soffocata; dalla destra le rovescio addosso i popoli di Casacconi, Ampugnani, Santo Antonio e Santo Angiolo co' circostanti paesi; a sinistra quelli di Bigano, Campitello, Scolca, Valpaiuola e Vignale; Lama, Pietralba e Ortenga di faccia; tutta la Casinca alle spalle. Padre Bernardino è già in via per tenere bene edificati i popoli di Casacconi e delle pievi convicine; ora voi pigliate tutti questi ordini e spediteli; procurate affidarli a giovanotti dalla gamba destra e dall'occhio acuto; sapete a cui potete fidare?

— Quanto a ciò non dubitate — e così rispondendo Altobello pensava a tali di cui il nome dovrebbe leggersi nel calendario dei santi dei popoli liberi e che pur troppo non vi si leggono, imperciocchè i popoli di Europa fin qui libertà che sia veramente non sanno e calendario non posseggono; per ora è fuoco di paglia, forse avverrà diversamente più tardi; e si avviava; senonchè lo trattenne sopra la soglia il Generale e dolcemente richiamandolo aggiunse:

— Altobello, il dovere di cittadino o la stima di amico mi persuadevano prima della spedizione di cotesti ordini a domandarvi se al vostro giudizio si fosse affacciato partito che vi paresse migliore per salvare la patria.

— Risponderò leale come merita la lealtà vostra. Ho sovente udito dire dal mio zio ed anco rammento avere letto, che Sampiero, il quale fu eccellente maestro di guerra ai tempi suoi, diceva che le vere Termopili della Corsica erano alla stretta di Omessa.

— Ed è così, ma Sampiero non si trovava con cinquantamila uomini su le braccia da combattere: le artiglierie si trattavano allora con poca industria, massime nei monti; nè aveva la Corsica intera a difendere; per sostenermi a Omessa contro il de Vaux mi occorrerebbero venti cannoni, munizioni in copia e artiglieri capaci; tutta la parte della isola lasciata scoperta cedendo alle corruttele francesi, perderebbe l'amore della libertà, di amica la sperimenteremmo nemica: a Sampiero non capitò mai di vedersi così com'io ricinto da tutte le parti: finalmente Omessa ci rimarrà sempre per ultimo partito, quantunque io tema forte che questa sia l'ultima battaglia che combattiamo, se la fortuna ci si mostri contraria.

Il conte de Vaux con 24 Battaglioni di fanti e tutta la cavalleria, eccetto la legione di Soubise, stanziò ad Oletta, dove avendo convitato il 3 maggio a festivo pranzo gli ufficiali superiori, levate le mense commise che con le artiglierie facessero gazzarra in segno d'allegria per la vicina battaglia. Invero all'alba del giorno veniente egli mosse con parte delle milizie ad assalire Rapale, altre ne mandò verso San Pietro e altrove a scarrozzare il paese per prendere lingua delle opere di fortificazione costruite dai Côrsi, e dei difensori di quelle. Certo pertinace fu la resistenza dei capitani Colle e Pelone a Rapale, però non si deve credere che sarebbero stati bastanti a ributtare i Francesi dove questi avessero deliberato di spuntarla; al contrario deve credersi che il de Vaux, uomo rotto agli scaltrimenti guerreschi, a questo modo operasse per indurre i Côrsi nella fallace opinione ch'ei tornerebbe ad assalirli in quel punto nel giorno veniente e così divertirli da Murato dove intendeva operare ogni suo sforzo. Però non si deve tacere che il Paoli, sia che si accorgesse dello strattagemma del nemico o no, difettava di forze per fronteggiarlo in due luoghi; anzi dove quegli appariva più debole, pure era tanto da vincerlo tre volte di numero. La mossa di Murato minacciava di tagliare il Paoli fuori del centro dell'isola ricacciandolo nel Nebbio, nel Capocorso e verso Bastia in mezzo al nemico grosso e padrone delle terre fortificate; non ci era tempo da perdere; dato dunque il segnale della raccolta, si ritirò con solleciti passi al campo di San Nicolaio, dove potendo avrebbe voluto sostenersi; ma il capitano di Francia inseguendolo stretto non gliene diede abilità; e poi il campo di San Nicolaio, ottima positura per chi può campeggiare ad armi uguali al nemico, non apparisce fornito da veruno dei naturali vantaggi, onde, si reputa dai maestri di guerra un luogo atto alle difese: pertanto il Paoli ebbe anco di lì a sgombrare e tosto: per questa mossa si trovò separato dal Nebbio e dal Capocorso, dove i popoli stavano in aspettativa per sollevarsi; se non che, vista poi la mala parata, cagliarono; le milizie rimaste fuori si sciolsero sperperandosi per evitare la prigionia e forse peggio: soccorse ai capi una nave d'Inghilterra usa fino da cotesti tempi ad accorrere dove accadono naufragi per raccoglierne le reliquie; la quale imbarcati Antonlionardo di Belgodere, Achille Murati, il capitano Pelone, un Pizzoni con altri 176 compagni li trasportò a Onelia, donde tornarono, ma tardi. Un altro danno troppo maggiore per lo scoramento fu questo, che avendo spedito gente a Pietralba, affinchè si aprisse l'adito in Balagna e quivi reprimesse le scorrerie dello Arcambal, la incontrò trista e curiosa, perchè i terrazzani in parte spauriti dai progressi del nemico, in parte sobillati dalla fazione fabiana avversissima al Paoli, le avevano contrastato i passi: ond'ella per non dare al nemico gradito spettacolo di guerra cittadina, se n'era tornata. Dall'altro lato a conforto dell'animo sbattuto del Paoli soccorreva il pensiero, che sgombrato il Nebbio, di poca importanza alle fortune della guerra appariva la Balagna; e più di questo la vista delle bandiere côrse che scendendo giù dalla vasta costa conobbe sventolare prima su Lento, poi su Canavaggia: deliberato di stabilire questi due punti quasi perno delle mosse future fece alto mostrando francamente la faccia al nemico tanto che ottenne risposta ai messaggi in tutta fretta spediti agli uomini di cotesti due paesi a domandare se di soldati o di munizioni desiderassero rinforzo.

Reduci e messaggi gli riferirono, che i Lentini e i Canavaggesi lo ringraziavano; avere a sufficienza di tutto, vivesse tranquillo, terrebbero fino all'ultimo fiato _per lui_. Allora scese giù in valle di Golo, in sembiante allegro, ma chi gli avesse visto il cuore avrebbe esclamato: Oh Dio che passione! In vero la risposta dei popoli della costiera lo aveva trafitto più che tutto: egli pensava amaramente come lui non più considerassero una cosa con la Patria, bensì colle parole _lui_ oggimai distinguessero dalla Patria: il quale linguaggio palesò sempre a chi intende, che altri già si decise a tradirli o prese a prestare le orecchie credule od interessate ai sobillatori, che sempre intenti alla rovina di un popolo danno ad intendere come la causa della patria sia diversa da quella del suo custode. Giunto a valle gli occorse un corriere che lo ammonì da parte del Serpentini avere il Marboeuf tentato il passo del fiume, ma respinto con perdita non pareva disposto per ora a rinnovare la prova. Questa fu buona novella e se ne rallegrò; sicchè il suo volto riapparve sereno, e' sembra che la Provvidenza pei suoi arcani fini volesse provare la tempra di cotesta anima con l'assidua vicenda del dolore e della gioia capace ad abbattere anche le divine non che le umane nature; lotte ineffabili sono coteste; qualcheduno ne scampa e il Paoli fu tra questi; ma pari a quella che Giacobbe sostenne coll'Angiolo, chi n'esce, ne rimane tocco per tutta la vita.

Passò il ponte che ha nome di nuovo, lungo ben cinquanta braccia; lo trovò benissimo in ordine, munito di trincere e fortini; uno dei quali a metà del ponte: poichè tutta la sua gente lo ebbe passato ed egli ultimo, chiamò a se il conte Gentili preposto al comando dei prussiani e degli Svizzeri messi a custodia del ponte, e gli disse che l'esito della guerra dipendeva nella massima parte dalla difesa di cotesto ponte; confermasse i soldati nella ottima mente; con ogni partito più acconcio li persuadesse a tenere il fermo. Cotesta gente rude, ma fida, udì con lieto animo le parole del generale e rispose farebbe il debito: allora il Gentili su la fede di soldati e di cristiani la richiese di giurare che avrebbero senza rispetto, finchè l'anima le bastasse, sparato adosso a qualunque si fosse ardito passare. Appena passato il ponte, il Paoli scrisse lodando Saliceti, Cottoni e Serpentini, strenui mantenitori della foce del Golo, e raccomandò loro che operassero in modo che durante la notte gli spedissero di rinforzo quanta più gente potesse, senza però mostrare di sguernire il ponte. Giunto a Rostino, appena scese da cavallo, prese penna e calamaro e di suo proprio pugno vergò sopra un foglio d'ordine al comandante delle compagnie côrse stanziate al ponte alla Leccia: pigliasse sul far del giorno mille uomini fra i più gagliardi e valicato il Golo a Ponte Rotto per via di traghetti s'insinuasse nelle macchie di Canavaggia, donde ingaggiata la battaglia avesse ad irrompere improvviso percotendo il nemico di fianco o alle spalle. Dopo questi ordini parve più quieto, e proseguì a mandare comandi da ogni parte e a riavere ragguagli; i corni côrsi non cessarono mai tutta notte di rispondersi da valle a valle, e più che di uomini parvero voci delle foreste secolari, di vetusti dirupi che si dessero la posta per la prossima battaglia; però come se il cielo volesse chiarire le sue sinistre intenzioni, ad un tratto si ricoperse di nuvoli e quindi a breve il vento precursore della tempesta, scotendo gli alberi fronzuti di foglie novelle, empì la campagna di un segreto rammarichio, di un suono di piante come se le anime dei morti per la Patria da quarant'anni in poi uscissero dalle antiche sepolture per lamentare il prossimo infortunio, poi scoppiò il fulmine e il tuono lungamente ritronante di forra in forra terribile come la voce dell'Angiolo che sveglierà i morti di tutta la terra e dirà: — sorgete, o morti, e venite al giudizio! — Durò la tempesta poco più di due ore; ma la sconcia pioggia empì fossati, ingrossò i torrenti, e alle tante voci di terrore il Golo aggiunse il suo brontolìo mentre menava torvo le gonfie acque: passate due ore le stelle tornarono a scintillare più vivide come se avessero terso i raggi nei lavacri del cielo. Il Paoli ora si affaccia ad una ed ora ad un'altra finestra, impaziente di scernere su l'estremo orizzonte quella lista di luce grigia foriera del giorno; ma non vedendola comparire, scende e montato il cavallo s'inoltra solo per la via che da Rostino mena a Ponte Nuovo; il poggio sul quale si era cacciato ingombravano allora macchie di cornioli e qualche sughero, onde poco si poteva scorgere di giorno, molto meno di notte. All'improvviso il cavallo si ferma e il Paoli scorge due uomini armati ognuno da un lato tenergli il morso; veramente non si può nè manco dire che la costanza in lui fosse virtù; piuttosto qualche qualità naturale del suo temperamento; tuttavolta si tenne giunto alla sua ultima ora e non gliene increbbe; chiuso in sè, sdegnoso di profferire parola stette ad attenderla: però rimase poco in cotesta ansietà dacchè una voce amica rompendo il silenzio disse:

— Ecco, per un capo di esercito questo è trascuratezza degna di biasimo.

— O padre Bernardino, chi vi può riconoscere sotto le fogge che ogni giorno mutate, è bravo davvero!

— Mi sembra che non vi abbia a tornare nuovo che i frati trattino le armi in Corsica, e chi crede altrove che le virtù del chiostro chiudano la porta in faccia alle virtù della Patria ha torto marcio; ma ciò non monta adesso: tornate indietro, Pasquale e spedite i vostri ordini da Rostino, procurando di non mostrarvi fra i soldati, perchè vi ha tra essi non uno ma più Giuda, che hanno venduto il vostro sangue e già riscosso il prezzo.

— E come ardite affermare questo?

— Perchè lo so, essendomi stato rivelato in confessione, e veniva appunto per avvisarvene.

— I traditori quali?

— Si palesa il peccato, non il peccatore; io lo ebbi in confessione, e basta.

— Dunque il popolo pel quale ho sofferto tante fatiche e tanti dolori mi rinnega adesso?

— Il popolo non vi rinnega, prese a dire l'altro personaggio, il popolo non sa tradire; se vi avesse preso in odio vi ammazzerebbe, non vi tradirebbe; chi vi tradisce sono gl'incipriati; come hanno imparato a mentire il colore dei capelli, così mentiscono adesso la qualità dell'anima.

[Illustrazione: — Più su ancora, più su, gridava a tutti avanti Altobello; le vette dei monti ci allontanano dai travagli degli uomini e ci avvicinano alle consolazioni del cielo. (_Cap. IX_)]

— E voi chi siete?

— Io sono Orsone di Tavera, che voi non conoscete; ma egli conosce voi, e alla vostra chiamata lasciò quattro figliuoli maschi (le femmine non si contano) a casa, per fare il debito come patriotta e come cristiano.

— E adesso dove andate?

— Sto col popolo dei Casacconi, che di esso sono i parenti miei dal lato della moglie; e vado qui con fra Bernardo per fare il debito come patriotta e come cristiano.

— Andate e rammentatevi e rammentate altrui, che per cosa che vediate o che sappiate, veruno, per quanto amore porta alla Patria, si attenti a passare il fiume della destra sponda alla sinistra se prima non ne abbia ricevuto segno, Dio sia con voi.

— E con voi altresì, rispose il frate, avete le vostre pistole?

— Le ho.

E mentre il frate col compagno scendeva verso il Ponte Nuovo, il Paoli rifacendo i passi s'incamminò sopra la via di Rescamone; giunto forse tre miglia lontano del Ponte Nuovo non gli bastò il cuore di proseguire, e non curando il pericolo lì scese, lì si pose a sedere sopra un greppo col capo appoggiato al tronco di una sughera; l'aurora lo sorprese colà.

Bella fu oltre ogni credere cotesta mattina, e i poeti l'avrebbero paragonata meritamente a Venere quando emerge dalle onde: imperciocchè come la Dea ridesse e come la Dea stillasse acqua, la natura l'aveva dapprima circumfusa di una tenue nebbia, che poi diventata più vermiglia abbandonò all'appressarsi del sole, pari alla sposa novella, che arrossendo si spoglia l'ultima zona all'appressarsi del talamo nuziale. La natura vagheggiando la sua diletta figliuola aveva di propria mano appeso copia infinita di gemme ad ogni foglia di albero, ad ogni pianta, a ogni fiore, poi commise alla brezza e alla luce di ministrare come ancelle, e quella le penetrò nelle intime fibre scotendo di un tremito di voluttà le foglie, le piante e i fiori, i quali parvero piangere per eccesso di piacere, e questa le mise su la faccia gli splendori di Dio; — stupendo tutto e divino, senonchè il lamentìo delle acque grosse che il Golo menava a rompersi per gli scogli del suo letto, a mo' dello scheletro ai festini dei re di Babilonia, ti ammoniva che la sventura è figliuola della gioia, la morte starsi accanto alla vita; dopo la libertà succedere la tirannide. Terribili trapassi e non pertanto fatali!

E sopratutto empiva di affanno la vista di una quercia fulminata; la sua frasca, che fatto meriggio a venti generazioni, eccola in terra sparsa, i rami cionchi in parte inceneriti, in parte riarsi; il merlo cercando il noto nido scoteva alquanto le ale sopra il luogo dove fu l'arbore, e non rinvenendo le amate frasche vibrava nell'aere un gemito e fuggiva via: tutti avevano abbandonato il povero percosso; dal suo casolare lo guardava il boscaiuolo, e intanto che aspettava occasione di metterlo in pezzi senza disturbo, affilava l'accetta. Non vi ha dolore al mondo che uguagli a questo, avvegnadio finchè dura la tempesta o la battaglia imperversa, il tuo spirito si mescola all'uragano, brontola col tuono o si lascia in balìa del lampo, ovvero ancora aspira l'odore delle polveri fulminanti, alle fiere armonie delle zuffe trasale; ma dove si presenti a te pacato dinanzi in mezzo ai fiori il cadavere di un bambino colto anco lui fiore dalla mano della morte, e il raggio mattutino del sole di maggio gli vesta la faccia mentre tutto d'intorno rinnova la vita e ne gode persino l'importuno moscone che non rifinisce mai di zufolare ronzando intorno alle labbra e agli occhi del caro defunto, oh! allora se il tuo cuore non sanguina, va, tu sei più o meno di un uomo, ma cento volte su di una anche meno di una bestia.

Passate con inestimabile ansietà le prime ore del giorno, ormai il sole era arrivato a mezzo del suo cammino; dal ponte della foce di Golo arrivato a gran fretta Giancarlo Saliceti con mille uomini occupava i posti assegnati: tutta quella gente colà raccolta, circa a 4000, anelava come una persona sola; la mano sul grilletto, l'occhio alacre, il piede impaziente. Clemente Paoli dalla sua esaltazione cavava argomento di esaltarsi; voleva parlare e non gli riusciva, le parole cozzavano urtandosi fra i denti donde prorompevano in fremiti, pure scorrendo per le fila co' gesti concitati, gli occhi leonini e le chiome irte ispirava terrore e furore. Di repente dai poggi che menano alla volta di Bigorno balena un lampo, poi due, poi cento; era la vanguardia della colonna francese che sboccava nella valle di Golo. Clemente la vide e immemore dell'ordine di battaglia e della disciplina di cui egli pure fu osservatore piuttosto rigido che scrupoloso, immemore di sè, gittato un urlo, col gesto accennò voler assalire il nemico; chi lo ama il seguisse, e tempestando si slanciò sul ponte. Difficilissima cosa era tenere con le ammonizioni e con gli esempi l'empito dei Côrsi; immaginate chi avrebbe potuto attraversarsegli adesso che gittava legna sul fuoco il meglio reputato dei loro capitani; i Prussiani e gli Svizzeri messi a guardia del ponte non lo tentarono nè manco, massime perchè la consegna portava a impedire la entrata non già l'uscita del ponte. Scoppiarono fuori i Côrsi dal ponte angusto come spirilli di acqua compressa e senza assembrarsi, senza ordinarsi si avventarono a mo' di gatti salvatichi contro i Francesi: questi erano buona e cappata gente in Francia, distinta allora meritamente col nome di granatieri; imperciocchè oltre fare uso delle armi ordinarie, come fu avvertito altrove, costumavano gettare granate nel folto della mischia.

A Clemente teneva dietro frate Bernardino come il tuono al baleno. Poemi, storie e racconti vanno pieni di fatti di guerra, sempre ai medesimi colpi seguitano le molteplici forme della morte, tutte terribili, tutte cause di pianto sconosciuto o non curato; però anco in quest'arte (alcuni la dicono scienza) lo ingegno umano ogni giorno supera sè stesso: verranno tempi nei quali due popoli strapperanno il fulmine dal cielo, non al modo di Franklin, bensì per armarsene le mani ed avventarselo contro: allora potranno, se vogliono, sterminarsi in un minuto. Lo faranno essi? La speranza crede di no, ma la esperienza le tentenna il capo dopo le spalle dicendo: — povera folle!

Noi non esporremo i vari casi di questa battaglia: diremo solo che i Côrsi a saltelloni e alla scoperta corsero incontro ai reggimenti francesi; parte per trovarsi più spediti gittarono gli schioppi, avventaronsi contro le baionette, con le mani agguantarono le sciabole; giocarono di stiletto. I Francesi a cagione dell'asperità del terreno non poterono ordinarsi come avrebbero voluto, dacchè possiamo supporre che se fosse loro riuscito mantenere il fuoco, i Côrsi non avrebbero retto.