Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 37

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Quando i Romani stavano in procinto di profferire le sentenze assettavansi, e lo starsi seduto dicono confacesse molto alla eccellenza del giudicato come alla dignità del giudice; e può darsi; l'uomo però ha bisogno di aprire la dura mano della necessità per pigliarvi i presagi del futuro, deve starsi a modo di lottatore. I pensieri talora scoppiano in mezzo ai rumori del giorno simili a baleni di raggio ripercosso sopra lo scudo; tal altra nella pace della notte scendono spessi e luminosi al pari delle stelle cadenti, ma e nell'un caso e nell'altro, dove la facoltà intellettiva non venga mossa dal sangue agitato, impadula come acqua morta. Per questo il generale Paoli, abbandonata per tempo la mensa era sceso nel giardino per meditare su le faccende della Patria; quantunque il vento dai monti soffiasse gelato, aveva scoperta la testa e di tratto in tratto ne scompigliava i capelli, affinchè l'aria fresca vi si rinnovasse per entro. Il suo sangue bolliva, e dalla bocca gli scoppiavano parole rotte appunto a modo di sonagli che saltino su da un liquore che bolle.

— Perchè tanto odio contro la libertà?... Egli diceva. Fin qui i governi della terra si modellano su quello di Polifemo, mungere e mangiare il gregge.... Però Ulisse comechè nano dirimpetto a lui gli cavò l'occhio; sta bene, ma gli Ulissi vennero sempre rari nel mondo, massime ora. Adesso la viltà del gregge supera la ferocia dei Ciclopi; se restassero gli uomini un giorno privi di padrone, urlerebbero alla fine del mondo... Dicono la forza tenere il popolo pei capelli, mentre gli introna gli orecchi col grido: io sono il diritto: non è vero, la forza non può tanto se non la aiutasse la paura... Il carro del diavolo tirano queste due bestie; forza e paura... Ah! uomo di poca fede, perchè dubitasti? Questo sconforto nasce dal desiderio ingeneroso di essere sortito tra quelli che raccoglieranno e non tra quelli che arano, tra i trionfatori e non tra i combattenti... Per mezzo alle tenebre, da schiavi ignudi, tra le feste che la prepotenza ubbriaca concedeva alla disperazione digiuna, una fiaccola sola trasmessa velocemente di mano in mano passava il Reno, passava il Danubio ad infiammare alla vendetta il sangue dei barbari, saliva per monti, scendeva per valli finchè non arrivasse; così la libertà passa di generazione in generazione nella corsa desolata che esse menano traverso i secoli, finchè non arrivi agli eletti che con questo fuoco acceso nell'ira e mantenuto dall'odio inceneriranno il rogo della tirannide: nè i tempi paiono lontani... e come? Non so, ma l'aria che respiro mi sembra pregna di tempo nuovo: certo poca cosa sono io.... e non uso a pescare nelle acque dove si cova il destino dei popoli, lontano dal mondo, in mezzo ad un'isola; che importa questo? Quando l'uomo del settentrione vuole accertarsi se il diaccio ha messo crosta sul Boristene da reggere il passo dei suoi carri e di lui, manda innanzi la volpe; il disprezzato animale origliando il minimo rumore di cretti invisibili dà all'uomo quella sicurezza che questi non può procurarsi con le sue facoltà. Tra cento anni saranno spariti dal mondo la casa di Borbone, la casa di Austria e il pontificato di Roma, i tre chiodi che tengono fitta in croce la umanità...

Intanto che il Paoli molinava simili concetti, in un luogo remoto del giardino lungo il muro, si vedeva strisciare pian piano su la terra un mostro immane; però la Corsica non contiene serpi grandi nè piccoli, almeno così credono, e il nuovo mostro presentava la mole del massimo dei boa per grossezza; ancora costui sembrava allungare e ritirare branche proporzionate al corpo, e spesso sostava quasi che impaurisse dallo scroscio delle foglie secche che si sgretolavano sotto i suoi passi; sovente levava il capo e lento lo volgeva dintorno come sospettoso di vedere oggetto di che non avesse paura. Scopo dei suoi passi sembrava veramente che fosse il Generale, ma si comprendeva chiaro che ei non ardisse cimentarsi troppo; però era da credersi che il Generale, vagando come lo menavano le gambe nelle frequenti giravolte, pigliasse il verso da codesta parte: quindi il meglio era aspettarlo a piè fermo: questo parve appunto deliberare la strana figura e rannicchiata dietro un tronco di albero attese.

Il cane Nasone non si scompagnava mai dal suo signore, in ispecie quando usciva fuori di casa; ma quella sera lo trattenne Matteo Massesi che pronto si mise tra il cane e la porta, e mentre ne chiudeva l'uscio, con un pezzo di zucchero tirò a sè Nasone. Nasone capiva trovarsi in buone mani, andava tranquillo che ciò non fosse punto preordinato a fin di male, ed anche lo zucchero lo tirava; egli non aveva il lusso dei sette peccati mortali come l'uomo (e taluno ne possiede anche otto), ma la gola era la sua pecca; tuttavia trangugiato ch'ebbe lo zucchero si voltò gagnolando alla porta e quivi raspava e col muso s'ingegnava ad aprirla. Matteo poneva ogni studio a quietarlo; ma era niente; gli pose altro zucchero, e' tornò invano: di un tratto il cane si ferma allungando le gambe davanti e le posteriori raggruppando, leva il capo come fa il bracco quando punta, e subito dopo tese le orecchie, aggrovigliata la coda, tutti i peli irti si avventa contro la porta con un furibondo latrato; al tempo stesso fu udito dal giardino un colpo di pistola; e' parve che ne restasse ferito Matteo, imperciocchè vacillasse, e dati indietro due o tre passi percotesse con le spalle nella opposta parete; ma si riebbe presto, e asciugandosi il sudore colla manica del vestito aperse l'uscio donde precipitò con Nasone in traccia del Generale. Lo trovarono fermo e sereno, senonchè entrambi, cane ed uomo, essendogli con furia saltati al collo, poco mancò che non cadessero giù tutti in un fascio: frattanto con lumi ed armi traeva gente da ogni luogo, per la quale cosa il Paoli si vide circondato da una frotta dei suoi; richiesto, appagò l'ansietà loro dicendo come passando presso all'albero lì vicino un uomo posto in agguato gli sparasse contro una pistola; a parere suo molto avere a costui dovuto tremare la mano perchè il colpo era stato a bruciapelo e non si poteva sbagliare, ma la Provvidenza anche per questa volta essersi degnata salvarlo. Rientrò in casa dopo queste parole accompagnato da molti; e più prossimo di tutti gli procedeva accanto il Massesi, il quale sembrava non potersi saziare di baciargli la mano e domandargli se veramente non l'avessero colpito e se si sentisse male. Molti furono i ragionari intorno all'accaduto che non importa riferire; il Paoli giudicò che il colpo partisse senza dubbio dai Francesi, e su tale proposito disse queste parole dure:

— La vanità dei Francesi è più crudele della ferocia dei cannibali; se traverso la via che mena al Campidoglio incontreranno il cadavere del padre, ogni francese si sentirà il cuore di Tullia per passargli sopra e correre a coronarsi d'infamia e di alloro.

Maravigliando poi di non vedere il cane fidato e parecchi dei suoi che pure gli erano comparsi nel giardino, lo chiarirono come fossero corsi dietro le traccie dell'assassino; allora il Generale osservò:

— Gli è tempo perso; il male lo abbiamo in casa....

Aveva appena finito di parlare che il cane entrò tenendo un foglio in bocca, il quale si fece a depositare su le ginocchia del Paoli: — ed ora, che significa questo? interrogò; poi preso il foglio e gettatovi sopra gli occhi: curiosa! aggiunse, è una lettera indirizzata a te Matteo.

— A me? Ah! forse nella confusione mi sarà cascata di tasca.

— Senza dubbio, senza dubbio, e sarà, io gioco, di qualche tua dama: ecco dunque spiegata la causa per la quale ti vedo meno frequente intorno a me: quasi quasi mi piglierebbe vaghezza di conoscere la bella che mi fa concorrenza.

— Oh! voi non lo farete.

— Perchè no? Anzi dovrei; perchè se dritto amore, mi toccherebbe promuoverlo, se illecito reprimerlo.

— Per amore di Dio rendetemi la lettera.

— Io non sono geloso; spero che non sia affetto del quale tu abbia ad arrossire; ecco la lettera, e tu Nasone torna a cercare, per questa volta l'hai fatta corta; — e così dicendo porse la lettera a Matteo il quale stese la mano pronta come un baleno, ma così tremula che girava intorno al braccio del Generale senza poterlo toccare; quando fu per pigliarla, un altro braccio sporto fra mezzo, la portò via dalle dita del generale esclamando:

— Questa lettera ci manda la Provvidenza per iscoprire qualche nero tradimento.

— O padre Bernardino, eccovi qui sempre co' vostri eterni sospetti; rendete via la lettera allo zitello: non vedete che con quegli occhiacci da spiritato lo fate morire di paura.

— Questa è sfrontatezza fratesca; come ci entrate voi? Rispettate i miei segreti o che io... la lettera... per Dio!... la lettera — e Matteo si slanciava destro come un gatto sul frate, il quale steso un braccio col pugno chiuso, respinse il giovane intanto che diceva senza punto scomporsi:

Non vi confondete, figliuolo; io sono confessore, e la conoscenza di molti altri peccati sta sepolta quaggiù: dove si tratti di fragilità umane resteranno fra voi e me; nessuno ne saprà straccio, in fede di sacerdote; e senz'altro aspettare spiegò la carta: appena scorsa con rapido sguardo alzò gli occhi e vide Matteo che quatto quatto si accostava alla porta tentando nel suo folle pensiero di svignarsela inosservato.

— Altobello, gridò il frate allo Alando che in quel punto si trovava più vicino al Massese impeditegli di fuggire, perchè quanto è vero Dio, il traditore è costui.

— Traditore! gridò balzando in piedi il Generale, e poi ricadde a sedere facendosi in viso pavonazzo come se lo avesse colto la gocciola; con la mano accennava aprissero le finestre per lasciare libero l'ingresso alla corrente dell'aria. In quanto a Matteo non importava reggerlo! egli era cascato disfatto su le braccia all'Alando.

In mezzo ad un silenzio di sepolcro venne letta la lettera funesta, la quale diceva così:

Bastia, 7 febbraio 1769.

«Matteo!

«Il tempo stringe e tu mi giri nel manico: caso mai ti ripegliasse la solita vigliaccheria, ti avviso che ti perdi senza prò. Se lo scellerato si troverà vivo di qui a otto giorni egli leggerà la ricevuta che in doppio originale, uno per me, l'altro pel signor conte di Marbouef, scrivesti e firmasti di tua mano, la quale se per avventura avessi dimenticato, ti copio per tuo governo e dice così: — io sottoscritto ho ricevuto da S. E. il signor conte di Marbouef luigi sessanta da lire 28 l'uno che tanti mi paga a conto dei luigi cento costituiti in dote da S. M. cristianissima alla nobile donzella Caterina figliuola del nobile signor Orso Campana; la quale signora Caterina ha promesso pigliarmi per suo legittimo sposo a patto che nel corso del corrente mese di febbraio 1769 io abbia a consegnare vivo o morto, in mano dei Francesi Pasquale Paoli tiranno della Corsica, patto da me acconsentito e accettato; ed in fede io Matteo Massesi mano propria. — Tu vedi dunque che siamo in buona regola: però volendo, com'è dovere di sposa venire in aiuto del marito, ti mando questa lettera per uomo fidato che si è profferto di ammazzare il Generale, purchè gliene sia dato il comodo, e questo tu potrai molto agevolmente fare consegnandogli la chiave della porta del giardino dove il maledetto da Dio si reca a passeggiare talora dopo pranzo. Se ci capiterà solo od anche in poca compagnia il nostro uomo assicura ch'è affare finito; e ammazzato ch'ei l'abbia scapperà per la medesima porta alla campagna salvandosi sopra un buon cavallo per la via di Aleria o dalla parte che gli tornerà più destra. Tu partirai il dì dopo od anche la notte medesima. Sbrigati dunque, se è vero che il mio amore ti prema e se vuoi guadagnarti le grazie che ti sono state promesse. Tua affezionatissima sposa Caterina Campana.»

Giuseppe Maria gran cancelliere di stato, padre di Matteo, uomo di partiti rigidi ed inventore di nuove maniere di supplizio conobbe vano supplicare misericordia: in cotesta medesima notte risegnò la carica, e consegnati i sigilli si ridusse in sua lontana campagna a nudrirsi di dolore e di veleno. I Francesi, più tardi, divinando il tesoro di odio contro gli uomini che si doveva essere accumulato in cotest'anima, lo chiamarono a pigliare parte al festino di sangue, ed egli accorse come dicono che costumi l'iacal, a rodere le ossa della gente sbranata dal leone.

Matteo però fu giudicato con tutta la solennità dei riti forensi e comecchè nè egli nè altri sapessero addurre scusa la quale valesse se non a torre, almeno a scemare la colpa, non dimanco ebbe la difesa. Gli uomini a quei tempi chiamavano ed anco adesso chiamano coteste formalità osservanza ai sacri diritti dell'uomo, ma in effetto e' sono grullerie o ipocrisie, e bene spesso l'una cosa e l'altra, quando la colpa è manifesta, e il reo non la nega: o quando il principe vuole la tua morte, e i giudici tirano salario per servirlo del loro mestiere, che montano tante storie? Fuori il carnefice addirittura; sarà tanto tempo risparmiato; e il tempo, pensateci bene, è moneta; così predicano quotidianamente gl'inglesi principali economisti del mondo. La storia infama come crudele Sisto V, che volendo s'impiccasse subito quel giovane fiorentino che ammazzò uno sbirro, e sentendosi opporre che bisognava innanzi giudicarlo rispose: giudichisi pure a patto che s'impicchi prima di desinare, e stamane rammentatevi che ho fame; e Cosimo de' Medici, che sotto i ragguagli del fiscale scriveva asciutto: s'impicchi: se gli Spartani avessero posseduto la forca non potevano adoperare concetto più laconico; e finalmente quel Ferdinando di Napoli, delizia del Romano Pontefice Pio IX, che mandò una compagnia di moschettieri al Presidente di una Corte di giustizia facendogli sapere che si sbrigasse a giudicare gli accusati perchè i moschettieri avevano ordine di fucilarli prima di rientrare nei quartieri, la quale cosa importava accadesse prima di vespro; crudeli certamente furono e molto, ma bisogna confessare che furono eziandio molto sinceri. Matteo Massesi fu condannato a morire strangolato con lo strumento paterno.

Tutto il giorno fu triste; rossi nuvoloni andavano in volta sul cielo rombando con un tuono continuo come se i demoni dell'aria se gli strascinassero dietro; verso sera si abbassarono; e squarciandosi con folgori terribili e spaventoso fracasso mandarono acquazzoni a diluvio e bufere di grandine: pareva che cascasse giù il cielo; il vento penetrò le case spazzando la polvere del pavimento, strappando i ragnateli dai palchi, sbatacchiando porte rompendo vetri e sfondando impannate, poi dagli usci socchiusi mandò fuori gemiti, urli, stridori, che suscitavano negl'inquilini giusta le più recenti avventure patite, o la ricordanza della moglie morta fra le angosce del parto, o quella del rantolo della lunga agonia del padre, o il rammarichio del pargolo che si dibattè tra gli spasimi, o il vagellamento del fratello che traboccò nell'altra vita delirando vendetta; ancora il vento indiavolato si avventa a spire su per la cappa del camino spingendo innanzi a sè faville sommovitrici di lontani incendii: allo sbocco rovina l'angolo dei tegoli murato su la cappa per riparare il fumo, schianta pietre e lavagne mulinandole attorno a mo' di foglie secche. Guai a cui in quel punto passa per la via! che contro cotesta pioggia schermo di ombrello non vale. Inoltre si infilò nei campanili, si erpicò per le scale e prese ad agitare le campane a strappate, le quali di tratto in tratto cacciarono uno squillo che pareva un singhiozzo; quinci si spinse su la cuspide arrovellandosi intorno alla banderuola, scotendola a destra, a sinistra, poi ravvolgendola velocissimamente intorno all'arpione: adoperando insomma l'estremo di sua forza per iscassinarla di costà quasi in vendetta della testimonianza ch'ella di cotesta altezza faceva agli uomini della sua incostanza e della sua cattività; scendendo entrò in chiesa, e menando remolino per le colonne, per gli altari e su per le cupole ci destò diverse voci e tutte paurose, perchè sul pavimento fischiava come se dalle sepolture i peccati mortali dei sepolti ne prorompessero in forma di serpenti, dagli altari come se i santi corrucciati rimproverassero agli uomini le sempre cresciute offese al Signore, e pel vacuo delle cupole reboando gelava il cuore per paura, che gli angioli sonassero le trombe per la chiamata dei morti al giudizio universale. Tutte le cose avevano un gemito sotto il flagello della natura presa da furore; gli alberi rovesciavansi gli uni su gli altri stridendo come soldati di esercito sconfitto, e le acque stesse dei fiumi e dei fonti schizzando percotevano a mo' dei flagelli, delle furie.

Il Paoli chiuso nella sua stanza, seduto contro al suo solito stringendosi con la manca mano le tempie, la bufera infernale o non sentiva o non ci badava; così durò fino a notte avanzata; allora si levò e apparve scolorito; non si sarebbe potuto dire se avesse pianto; certo gli si vedevano gli occhi infiammati; prese un coltello, si coperse con un gabbano e uscì di casa.

Aveva mutato appena due passi nel corridore dove metteva la prigione di Matteo Massesi, che si vide venire incontro la burbera faccia del padre Bernardino, il quale disse:

— Il cuore me lo porgeva che sareste venuto quaggiù.

— Però mi aspettavate? rispose il Generale aggrottando le sopracciglia,

— No; io non aspettava voi; bensì aspetto che ei si svegli — e col dito accennava la carcere di Matteo — come per me la morte corporale lo colpisce, vorrei che anche per me la vita dell'anima gli si schiudesse. Ma e quando anco avessi aspettato voi, il merito non sarebbe stato minore.

— Frate! io non amo che si guardi così al sottile nella mia vita, ve ne avverto, e la vostra vigilanza mi pesa, abbiatelo per inteso.

— Pasquale, figliuolo mio, non lasciarti sopraffare dal demonio della superbia; io ti rammento che fui l'amico di tuo padre; epperò immagina che per la mia bocca ti parli cotesta anima benedetta. Soffri le mie parole; esse sono amare come la medicina, ma apportano la salute come quella. Tu sei venuto a salvare lo sciagurato.

— E che fa a voi cotesto?

— Che fa? quando, e Dio non voglia, a te non importasse più della tua fama, la tua fama appartiene alla Patria, ella è nostra e noi dobbiamo averne cura.

— Oh! ma allora io diventai il peggiore dei servi; io sarei lo schiavo di tutti.

— Non si va in alto senza portare seco molti doveri, e non ci si mantiene senza molti dolori. L'uomo rettore di popoli si rassomiglia in tutto a san Bastiano: egli è esposto a chiunque vuole scoccare la freccia contro di lui; ma come il santo in premio del martirio acquistò le glorie eterne del paradiso, tu per breve fastidio godrai rinomanza immortale, mentre noi perduti dentro il tuo raggio non lasceremo memoria della nostra comparsa nel mondo, nè manco nella famiglia da cui nascemmo. La tua gloria divorerà tutte le nostre glorie, a modo che il serpente uscito della verga di Mosè si mangiò quelli che nacquero dalle verghe dei maghi di Faraone.

— Tuttavolta non vedo come da salvare un condannato me ne abbia a venire scapito di reputazione; all'opposto sempre fra gli uomini fu benedetta la clemenza.

— Ci è tempo di clemenza e tempo di giustizia. La tua giustizia ha lavato la Corsica del sangue fraterno pel quale era infame; la tua giustizia ha ricondotto la osservanza delle leggi e la pace nel paese, la sicurezza nelle famiglie; perchè dunque di un tratto ciò che prima ti piacque ora t'incresce?

— Non m'incresce, ma mi percuote la mente la sentenza del Montesquieu, la quale dice: la grazia compone il fiore più bello della corona dei re.

— Può darsi dei re, perchè i fiori di queste corone sono spine nel capo dei popoli; fatto sta che la grazia è l'opera dell'uomo il quale si costituisce superiore alla legge; la grazia rompe l'ordine della uguaglianza sovente in prò di cui se lo merita meno, per ultimo la grazia converte la giustizia in ingiustizia tanto di faccia a coloro a cui si concede, quanto agli altri a cui si nega. I nostri statuti ti conferivano per errore simile facoltà, e tu accorgendotene non te ne prevalesti mai. Più tardi potranno mitigarsi le pene; quella di morte abolirsi; la legge meno acerba esattrice dovrà contentarsi di essere pagata in ragione di 15 soldi per lira, ma ognuno ha da pagare.

— Signore! E' troppo duro che muoia cotesto sciagurato appena giunto al ventiquattresimo anno.

— E quanti anni contava di più Giovanni Brando? Tu non salvasti amici nè parenti; che mai diranno se salvi questo? — Diranno — ed abbassò la voce; che chiuso ad ogni affetto di sangue e di amicizia il tuo cuore sostenne offendere la giustizia per passione sconsigliata.

— Questo non diranno; amai cotesto giovane; forse lo amo ancora, non però oltre la giustizia e il debito. Nell'ora suprema, che per lui si avvicina, abbia, dacchè dargli alcun altro sollievo mi è tolto, le mie consolazioni; lasciatemi andare, io voglio vederlo per cinque minuti.

— Generale, vogliatemi favorire il vostro orologio.

— Che volete farvene?

— Ci guarderò sopra il trapasso dei cinque minuti e ve li rammenterò; voi non ce li guardereste di certo: adesso cotesto arnese non può giovare a voi che ponendolo nelle mie mani.

Il Paoli tenendo un candeliere acceso in mano si accostò al letto di Matteo: egli dormiva, e dal sembiante giocondo pareva che in quel punto lo allietassero sogni soavi: il capo egli inchinava appoggiato al destro braccio sporto penzoloni fuori del letto; i capelli copiosi inanellati gl'inquadravano la bella faccia; un madido rossore gl'imporporava le guancie; le labbra aveva socchiuse e frementi come se dessero un bacio o favellassero parole di amore. Il Paoli non ne sostenne la vista; riportò il candeliere su la tavola e prese a passeggiare incerto se dovesse svegliarlo o se partire senza avere ricambiato motto con lui: lo tolse di dubbio un sospiro, e dopo il sospiro un grido.

— Ah! disse Matteo levandosi, io n'era sicuro, e il sogno me lo accertava pur dianzi. Il signor Generale non ti lascerà morire, no: egli ti ama tanto! Certo io l'ho offeso, non lo nego; non mi state a dire che merito castigo; lo so: non mi rimproverate la mia ingratitudine; io la sento: non mi avvilite con obbrobrio; voi non potreste vituperarmi come mi vitupero io. Così, signor Pasquale, non ponete in me più fede, ritiratemi il vostro affetto, fate quello che volete; ma non mi lasciate morire, non è questa l'età in cui si muore; io vi parerò il sole col mio corpo; vi farò schermo contro le palle nemiche; servitevi di me come di piumaccio per riscaldarvi i piedi, o di poggiuolo quando salite a cavallo; ma non mi lasciate morire.

— I cinque minuti sono passati — si udì ammonire la voce del padre Bernardino traverso la porta.

— Ah! rimescolandosi tutto, gridò Matteo, e poi con accento più spedito soggiunse — che se non vi degnate tenermi più accosto a voi, ebbene me ne andrò lontano, mi bandirò dal paese, andrò in terra straniera ad espiare la mia colpa col rimorso.

— Sono passati sei minuti.

— O piuttosto, sentite, compenserò con altrettanto utile il danno che stava per recare al paese: vi pagherò il tradimento tramato in tanta vendetta compita; mi condurrò a Bastia, dove dimostrerò il colpo essere andato fallito per difetto del sicario: mi farò dare altri denari e ve gli manderò: m'ingrazierò presso di loro, ne spierò i segreti e i disegni, e ve ne ragguaglierò ora per ora; m'introdurrò nella cucina del conte di Marboeuf il giorno che metterà tavola agli ufficiali dell'esercito, e gli avvelenerò tutti....

— Sciagurato! proruppe il Paoli col pugno levato come se volesse schiacciargli il capo, e chi ti ha dato il diritto di giudicare così malignamente di me?

— Otto minuti sono passati.

— O Dio! O Dio! non mi lasciate morire...

Il Paoli si tenne a mezzo l'atto: intese a ricomporsi per alcuni momenti; alla fine con voce ferma aggiunse:

— Matteo, voi dovete morire...

— Grazia, per carità! E allora che cosa ci siete venuto a fare?