Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 35
E il cornetta senza cerimonie intrecciando il proprio braccio col braccio di lui: — Vien meco, il mio caro orsacchiotto côrso, gli diceva, tu stai per bubbolarmi la ganza, ma non importa; a ciascuno tocca la sua volta; quando verrò a Corte ti ruberò la tua; — e via via con la vivacità consueta ai Francesi, massime se giovani e allegri, capaci a far tacere il più assordante passeraio che mai s'udisse sopra olmo, accanto alla fontana del villaggio. — Ei lo condusse a pranzo in compagnia di ufficiali più o meno scapestrati di lui, ma scapestratissimi tutti. Quali fossero i costumi di Francia, allora i libri francesi dissero, e ogni giorno ricordano tuttavia; a noi sarà bello tacerlo; solo tanto ne basti che il Voltaire poteva scerre ad argomento di poema lubrico la sacra magnanimità, e il martirio della vergine orleanese liberatrice della Francia, nè solo il poteva, ma erane lodato. Non pure ai tempi di cui favelliamo sapevano i Francesi decorare il vizio con l'eleganze delle grazie; bensì ora saccheggiavano le antiche e moderne scuole di filosofia per confermargli il regno, ed accrescergli dominio. Matteo, sobrio per usanza non per volontà, casto per costume, non per desiderio, si trovò di punto in bianco tra le commessazioni di un Mirabeau giovine di ventiquattro anni, del Dumouriez, figaro della monarchia francese, e di altra gente di siffatta risma; immaginate che torrenti di lava infocata dovevano sgorgare dalle labbra del Mirabeau a ventiquattro anni, pensate alla girandola de' motti arguti che scoppiettava su la bocca del Dumouriez! Ci era da fare fuggire la virtù rossa come una fravola, con le mani su gli orecchi, e, corsa a rimpiattarsi tra le pieghe della santissima Vergine, non si trovare nè manco in mezzo a quelle sicura.
Si frequentavano è vero le chiese, ma non si credeva in Dio, donde nacque la generazione dei preti, che dette quel Lomenie Brienne il quale proposto a Luigi XVI per arcivescovo di Parigi fece dire quel meschino: — ahimè! bisognerebbe almeno che l'arcivescovo di Parigi credesse in Dio. — Gli antichi, conducendo i Numi sulla terra, certo avevano concesso alla materia troppa parte a scapito dello spirito, ma i Francesi mettendo la materia in cielo e in terra vennero a creare unico Dio il piacere: e parvero allora anacoreti quelli che emendarono la dottrina di Aristippo così; sia Dio il piacere a patto che non abbia per sacerdote il delitto. Vennero bocce di vino di Sciampagna, vennero donne, donne e bocce spedite di Francia; e due di codeste cortigiane si posero in mezzo Matteo, e piacque ad ambedue: ma egli che potrà vincere il rimorso, non seppe vincere il pudore, e si svincolò dalle braccia delle male femmine, con dispetto loro, ilarità di tutti, che vedendo il giovane menare calci e sergozzoni ne smascellavano dalle risa, urlando: — Due volte Giuseppe! due volte! — Per ultimo i giovani sazii di bere e della invereconda petulanza delle femmine, cacciarono fuori di finestra le bocce, e fuori della porta le femmine per dar luogo però a vizio peggiore, il giuoco. Questo veleno che senza rimorso si propinano a vicenda gli amici, tramandato a noi dalle barbarie rude, ed amaro, la civiltà seppe addolcire e ingentilire così, che a' tempi di cui parliamo nessuno poteva presumersi cavaliere compito se non avesse rovinato almeno un paio di amici, e barare non faceva caso; anzi se ne tenevano; della quale cosa ce ne porgono testimonianza le memorie del cavaliere di Grammont. Matteo stimolato a giocare, vergognando di comparire povero, mise fuori i suoi dieci luigi, e li perse in un soffio; allora si rimise, ma punto sopra la sua parsimonia, vergognando passare per avaro, accattò danaro che il cornetta gli profferse, ed anche questo andò dietro all'altro; adesso pensò mancargli assolutamente il potere di restituirlo, e vergognando partirsi da Bastia in voce di truffatore, se ne fece imprestare ancora, il quale finì come il primo, come il secondo e come due altre partite, che cieco ormai, prese da chiunque gliene volle dare.
— Diavolo! costui accatta danari come se l'avesse a fare coi nostri padri, i quali si contentavano essere rimborsati dei presti nell'altro mondo.
Gli occhi di Matteo non videro quale avesse proferito le amare parole, ma i suoi orecchi le intesero, e allora lo assalse la buona vergogna, la vergogna che doveva venirgli prima ed in tempo, mentre adesso era tardi e inopportuna, quella cioè d'ingolfarsi in debiti, che ormai non sapeva come avrebbe pagato; uscì che il capo gli pigliava fuoco, si ridusse a casa e si gettò vestito sul letto: aveva perduto sessanta luigi, dieci suoi o piuttosto del generale, e 50 tolti in prestito; ed ora come li pagherebbe? Di tratto in tratto sbalzava su da letto e si bagnava le tempie, che gli battevano come se volessero rompersi, con l'acqua diaccia; insomma e' fu notte cotesta quale anime dannate possono patire pari, più affannosa non credo. Quanto prima si fu messo un po' di albore, improvido di consiglio uscì di casa; i marinari e gli operai usi a levarsi prima del sole, scorgendo quel giovane pallido errare così mattutino, si fermarono a rimirarlo per maraviglia; ond'ei che se ne accorse, per sottrarsi agli sguardi altrui, trovandosi presso alla chiesa di San Rocco, vi entrò. La vasca dell'acqua benedetta era posta in prossimità della porta maggiore accanto al battisterio dove mantenevano i devoti perpetuamente accesa una lampada; quivi egli intinse le dita chinando il capo, e mentre rialza la persona per segnarsi, di rimpetto a sè gli apparisce, in atteggiamento eguale al suo, Lella Campana. Gli occhi grigi di costei mandarono un lampo:
— Voi qui? susurrò a fior di labbra, e quegli: — pur troppo!
— Vi accadde qualche disgrazia? Venitemi dietro, che vi menerò a casa.
Matteo obbedì senza nè anco pensare a quello che facesse; giunti in casa il giovane lasciò cadersi sopra una seggiola trambasciato, allora Lella vedendolo così gramo esclamò:
— O signore! vi sentite male?
— Porgetemi per carità un bicchiere di acqua, ohimè! mi si sfianca il cuore — e bevve l'acqua; poi riprese — ho.... ho.... che mi abbisognano ora.... subito.... cinquanta, anzi sessanta luigi, altrimenti sono un uomo morto.
— E dove volete, che trovi sessanta luigi? tra beffarda e rabbiosa rispose Lella; ma come siete qui? e disperato, e bisognoso di tanto danaro?
E Matteo a pezzi e a bocconi glielo disse, dando la colpa di ogni cosa al Generale che lo aveva sforzato a venire in Bastia: aggiunse, ogni giorno più lui allungare gli ugnoli da tiranno; oggimai non gli si poteva più reggere accanto; avere reso a tutti manifesto il suo cuore ingrato e maligno: ai vecchi amici preferire qualunque nuovo avventuriere; quelli che lo amarono tanto, e tanto patirono per lui, messi in non cale; prima essersi innamorato di quella statua di cera del Boswell, adesso impazzire dietro quel fastidioso arrogante dello Alando; lui, una volta ad ogni altro preferito, adesso posposto a tutti; non adoperarlo in ufficio più degno che quello di staffiere; la sua bocca non aprirsi più per lui a confidenze di sorte alcuna, al contrario se sopraggiunga inaspettato mentre egli con altri ragiona, tacersi come davanti a sospetto; a queste querimonie ne aggiungeva altre infinite accendendosi, e per così dire inviperendosi col suono della propria voce nel modo che il cavallo inferocisce allo squillo delle trombe di guerra. Lella lo agguardava fisso dentro gli occhi mentre egli favellava: dapprima le pupille del giovane sfuggirono cotesto ardente sguardo; per ultimo ne rimase vinto e tacque come ammaliato; la fanciulla cominciò a guardarlo e a pensare; ad un tratto rompendo il silenzio disse:
— I danari si potrebbero trovare....
— Ah! e come?
— Sposandomi.
— Ma questo sarebbe a toccare la cima dei miei pensieri. Voi sapete, Lella, quanto vi abbia amato; s'ebbi a renunziare a voi fu colpa mia, Lella?
— Certo fu mia; io non volli ascoltarvi, e nè anco adesso vi ascolterò.
— Dunque mi desiderate morto e infamato?
— No, io intendo essere vendicata. Sul corpo di Giovan Bruno giurai che non avrei tolto a marito se non quello che avrebbe vendicato il suo sangue.
— Io lo vendicherò.
— Voi?
— Io.
— Ci avete pensato?
— Ci ho pensato.
— E ne sarete capace?
— Vedremo.
— E farete quello che vi ordinerò?
— Tutto.
— Allora venite.
E presolo per un braccio lo spinse dietro la stanza dove dormiva il padre suo Orso, gridando: — babbo! babbo! — e al punto stesso spalancava le finestre.
Il vecchio scombuiato a cagione del sonno rotto, dell'urlo, e della luce improvvisa che gli feriva gli occhi, balzò a sedere sul letto, strepitando a sua volta.
— Demonio di figliuola, non si può chiudere un occhio con costei.
— Li terremo tanto chiusi quando saremo morti, babbo! E poi ho furia; vi ho condotto un uomo, che mi vuol essere marito, e al quale io voglio essere moglie.
Orso strofinandosi gli occhi esclama:
— E l'altro? E l'altro?
— Perchè vendica l'altro, e voi e me...
— Ah! come si chiama costui? E donde viene?
— Viene da Corte e si chiama Matteo Massesi.
— Il figliuolo del gran cancelliere? Questo è un tradimento.
— Babbo; fin qui avete condotto voi la trama della vendetta e avete rovinato voi e me; adesso lasciate un po' che mi ci provi io: ciò che non valse a fare granfia di leone lo potè dente di topo. Dunque acconsentite voi che io lo sposi?
— Piglia il diavolo che ti porti, ma a quel patto.
— Siamo d'accordo.
— Ma come ti assicuri ch'ei te lo mantenga?
— Questo è mio pensiero.
— Ma egli ti sposerà?
— È pensiero mio: scrivete il vostro consenso e sbrigatevi.
Il vecchio sopra di una tavoletta, che Lella gli posò su le ginocchia, scrisse e firmò il suo consenso; il quale Lella dopo avere letto ripose in seno; allora si fece a richiudere le finestre e le imposte dicendo: buttati giù, babbo, e piglia sonno contento nel pensiero che, mentre dormi la tua vendetta cammina: quindi agguantato Matteo pel braccio riprese: — su via andiamo.
Dove andassero, che cosa statuissero sarà chiarito altrove; intanto importa sapere che Matteo tornato al ridotto del gioco pagò come un banco i suoi creditori; invitato alla rivincita si scusò allegando la sua partenza avere a succedere da un momento all'altro ed usci: però in tutto quel giorno abbandonava Bastia, e fu visto aggirarsi per le strade a mo' di trasognato in compagnia sempre di uno zitello lesto e vispo come una scimmia; non lo riconoscendo persona, pensarono fosse venuto con esso lui; il dì appresso essendosi recato dal conte di Marbeuf per domandargli la conclusione del negozio pel quale era venuto, lo rinvenne focoso, lo guardò truce, gli porse un plico sigillato, ed oltre questa non gli fece altra parola: — qui dentro è tutto. —
Lo zitello, che non si scompagnava mai da Matteo, allora si accostò al conte, il quale fissatolo lo riconobbe e sorrise: — O damigella, voi siete proprio una Maga!
— Or bene, riprese Lella, spero che non mi dissuaderete da accompagnare il mio novello sposo...
— Quantunque mi pesi vedere il nostro cielo vedovato di uno dei suoi astri più belli, tuttavia mi professo troppo buon cristiano per contrariare al precetto: quello che Dio unì l'uomo non separi.
— Fin qui non ci ha unito Dio; voi lo sapete, ciò sarà più tardi, e con migliori auspici, spero; intanto provvedeteci di due passaporti.
Avutili, tolsero commiato dal conte, che rasserenatosi gli accompagnò sino alla porta, colmandoli di carezze e di promesse tra le quali mesceva per via di giocondità la preghiera di essere scelto testimone alle nozze, e compare del primo figliuolo.
[Illustrazione: Poichè ebbe percorso di galoppo un buon tratto di via, il colonnello Valcroissant disse a Rinaldo... (_pag. 317_)]
Bene tornò ai viaggiatori la provvidenza di Lella, imperocchè ad ogni piè sospinto s'imbattessero in pattuglie che gl'interrogavano dell'essere loro, e del dove andassero, e perchè si movessero; alle quali tutte domande non avendo Lella punto voglia di rispondere, si toglieva d'impaccio cavando da tasca il passaporto. Anche Matteo ebbe a patire simile minuta inquisizione e a liberarsene gli valse l'esempio di Lella. Usciti alla fine fuori delle porte di San Giuseppe presero a trottare difilato verso il Golo per la Cansica. Arrivati che furono sotto Furiani, Lella pregò Matteo che andasse oltre pian piano intanto ch'essa si recava a salutare certa sua conoscenza, e gli teneva dietro. Tornando a Corte ella aveva fatto disegno di avvisarne Mariano, caso mai volesse commetterle qualche incumbenza; al volgere di una siepe ella pensava scorgere il tetto di casa sua: per questa volta non vide niente, onde ella incolpò la propria memoria che, distratta da tante faccende, le serviva così infedelmente da farle sbagliare la strada; affretta il passo, arriva in altra parte dove per sicuro si scopriva la casa, ma anche adesso non mira nulla: curiosa a un punto e commossa precipita il corso, e all'improvviso le percuote la vista un mucchio di sassi affumicati. Ristette come impietrita, poco dopo quasi volesse sgombrare la mente di pensieri molesti si fregò la faccia a più riprese: proponendosi di chiederne notizie al primo che le capitasse davanti, già voltava briglia quando di dietro le macerie vide sbucare un uomo che portava una croce tinta di nero dove appariva scritta in bianco qualche leggenda. Lella trattenne il fiato per non dare a sospettare la sua presenza e di dietro la siepe vide cotesto uomo, che scavò un buco fra i rottami, e piantatavi la croce la fissò dritta mercè di sassi collocati in torno a contrasto; allora potè leggere lo scritto che in caratteri più grossi diceva: — _Casa di traditore_: — e in più minuti aggiungeva: — sotto questa rovina giacciono i corpi di Mariano, indegna stirpe di Alando, e della sua moglie Lucia: le anime andarono dannate nell'Inferno.
Cotesto uomo era il pastore Bastiano, che aveva mantenuto la promessa, senonchè gli era parso bene d'introdurci qualche variante, invece d'impiccare aveva appiccato fuoco alla casa, e invece di mandare Mariano solo all'inferno ce lo aveva spinto in compagnia. Lella scappò a precipizio e allorquando ebbe raggiunto Matteo, quantunque usa dissimulare ogni più fiero turbamento, tanto non potè sopra sè medesima, che non comparisse stravolta: quegli lo notò e glielo disse, ma Lella pronta rispose: — era andata a salutare un cugino da parte di madre ed ho trovato, poverino! che gli amministravano l'estrema unzione. — Poi tacque e Matteo rispettando il nuovo dolore non si attentò moverle altre domande.
A molta distanza da Corte Lella si divise da Matteo, e scesa la notte, andando, per giravolte a lei conosciute si ridusse alla casa paterna, senza che persona avesse avvertito la sua partenza, o ne notasse il ritorno, costumando lasciarsi vedere di rado per Corte e facendo correre voce, che giacesse inferma nel letto.
Matteo smontò al palazzo del governo e intromesso subito nella camera del Generale, contro la sua aspettativa lo rinvenne ilare; anzi egli prima incominciò:
— Già me lo immagino, tu mi ritorni con le pive nel sacco: non sei riuscito neh? Già i Francesi sogliono dire, che ciò ch'è buono a pigliare, è anche meglio a tenere, e co' fatti lo dimostrano; sentiamo un po' che cosa dichiara cotesto foglio che ti ninnoli tra le mani: rompi il sigillo e leggi:
Matteo aperse il plico e lesse: — Signore. Voi siete astuto ma badate: anche delle volpi se ne piglia, e ride bene chi ride all'ultimo. Vostro servitore, Conte di Marbeuf.
— Ah! Ah! se l'è presa a male; ma in verità io non ci ho merito. Matteo va a riposarti, che devi sentirti stanco, domani parleremo del resto.
Matteo baciò la mano al Generale ed uscì, ma quale non fu la sua maraviglia quando nella prima persona, che gli si fece incontro, riconobbe Altobello di Alando, che lo salutò molto cordialmente, e motteggiando gli disse: — caro signor Massesi, sebbene io avessi buona opinione nella vostra abilità diplomatica, voi non mi porterete il broncio se ho preferito di fare un po' da me stesso i fatti miei.
Matteo rispose a strappi, e si allontanò strofinandosi gli occhi incerto se vegliasse o se dormisse.
E adesso racconterò per qual guisa Altobello si liberasse dalla prigione francese. Egli venne menato in gran fretta nella cittadella di Bastia, e quivi chiuso dentro il carcere della fortezza di San Carlo, il quale fabbricarono i Francesi sopra uno scoglio altissimo, che domina l'imboccatura del porto. Il prigioniero nuovamente spinto in carcere, per primo, anzi per unico pensiero bada subito come riuscirà ad affrancarsi: tanto l'ansia del vivere libero governa i petti mortali, che questo studio si fa sentire più forte allora appunto che sembrano costretti a doverne deporre perfino la speranza.
La cosa che prima agguarda il carcerato (ed io lo so per molta sperienza fattane) è la porta, parendo a lui che la via ordinaria per uscire abbia ad essere quella per la quale egli entrò, ma in breve con caratteri di chiavistelli e di bandelle viene chiarito, che all'opposto, senza la volontà di cui ti ci ha messo, la porta quasi sempre presenta la via meno facile per uscire di là; allora si volta ad esaminare le inferriate, poi le pareti, il pavimento, per ultimo il soffitto: e se l'uomo possiede forza, volere, coraggio e prudenza, sopra dieci volte nove scamperà: vero è però che queste tre ultime doti raccolte in un'anima, e la prima in un corpo, fanno l'uomo grande, e la più parte delle anime uscite di mano a Dio appaiono piccole e i corpi fiacchi, quindi quelli che rimangono a morire in carcere si contano a migliaia, gli altri che se ne affrancano, su le dita.
Bisogna confessare però che Altobello men che ad altro, quando entrò in prigione, pensava a liberarsene; sentiva forte la necessità di trovarsi solo, e posare in qualche parte il capo che gli pesava indolenzito per la immanità fraterna: bocconi sul materasso, stretta con le mani la faccia, girava e rigirava questo pensiero dentro il cervello, lacerante peggio di un chiodo; non ira, non orrore lo agitavano, non ribrezzo, nè vergogna, nè paura, nè nulla insomma; queste o talune di queste cose verranno dopo; per ora soffre; e così lo travaglia il patimento che non ascolta lo stridere dei chiavistelli intorno agli anelli, nè il cigolare delle bandelle intorno agli arpioni: e fu proprio mestieri che più volte una mano lo scotesse per le spalle perchè tornasse ai sensi della vita: allora lo percosse una voce nota che in suono piacevole gli diceva:
— Caro signor Altobello, non vi lasciate disfare dalla malinconia: ricordatevi che la morte ci ha da trovare vivi.
L'Alando di un tratto voltandosi si mise a sedere e rispose:
— Capitano Rinaldo, ben venuto.
— Mi rincresce non potere dire lo stesso anche a voi.
— Non importa; la sventura è la pietra di paragone dell'amicizia: senza questo accidente non avrei indovinato la eccellenza del vostro cuore di accorrere spontaneo a consolare...
— Certo... non ci ha dubbio... però non affatto spontaneo, perchè... avete a sapere come io sia il comandante della fortezza.
— Voi?
— Io in persona; la maledetta palla, ve ne ricordate? che mi colpì sotto al ginocchio nella battaglia di Borgo mi ha rattrato un nervo, per la qual cosa zoppico, e i medici giudicano che arrancherò per qualche mese ancora: il signor conte di Marbeuf, a cui venni raccomandato dalla sorella del cocchiere del parrucchiere della marchesa du Barry, amica del re, mi ha preposto alla custodia della cittadella per non troncarmi i progressi della professione, e mantenermi nell'attualità del servizio.
— Tutte le quali cose insomma significano, che voi siete il mio carceriere?
— Fortuna di guerra, signor mio; certo voi potreste dirmi, che non foste preso con le armi alla mano; ma armato o no, quando capita, giova sempre pigliare il nemico; potreste anco osservarmi, che vi tesero un tranello e voi c'incappaste dentro, ma vincasi per virtù o per ingegno fu sempre lodato il vincitore: voi potreste dire...
— Signore, io non dico nulla.
— Manco male: ognuno a sua volta dunque, e allegramente. Non vi accomoda la stanza? ve ne darò un'altra; or ora vi manderò biancherie, legna e quanto occorre; già ebbi ordine di provvedere a tutto; pure sapete che io ho obbligo di esservi amico, mancasse l'obbligo, mi sentirei inclinato verso voi per simpatia... comandate dunque... non vi prendete della soggezione... figuratevi essere in casa vostra...
— Signore, io non vi domando nulla....
— Ho capito via... e vi compatisco... per ora vi dura la rabbia in corpo, vi rivedrò più tardi; se le faccende non lo impediscono desineremo insieme.
Tornato nelle sue stanze ormai tra la lettura dei giornali venuti di Francia e il motteggiare tra gli amici, aveva dimenticato Altobello, quando verso sera l'usciere gli annunziò una donna instare di essere presentata al signor comandante.
— M'immagino che non sarà vecchia nè brutta, in caso diverso le avresti detto e alla occasione giurato che non era in casa.
— Difatti è giovane ed anco bella.
— Presto dunque falla passare, che la noia m'ammazza.
Ma il giocondo capitano fece viso da funerale allorchè si vide comparire davanti la severa, malinconica sembianza di Serena: nondimeno le andò incontro con quella maggior grazia che seppe, e disse:
— Già ci era da aspettarcelo: preso il tortore non può mancare la tortora: ah! perchè non si vede in voi disposizione alcuna di praticare coll'esempio il detto italiano: morto un papa se ne fa un altro.
— Signor Rinaldo, dunque Altobello è veramente qui? rispose Serena senza badarlo, o fingendo di non badargli — non ha ferite addosso?
— Figurate! gli è sano come una triglia pescata adesso.
— Dio ve ne renda merito: permettete che io m'assetti un po'....
— Scusate, ma non mi avete nè manco dato tempo di offrirvelo: — Onorato! Onorato! presto, portate vino, aranci, zucchero.
— Non ho bisogno di nulla, mi batteva il cuore dall'ansia e dalla fatica....
— E venite?
— Dal Borgo, donde mi sono mossa ora fanno due ore....
— E volete vedere il vostro sposo?
— No, signore....
— Come, non lo volete vedere?
— No, lo voglio liberare; sono venuta per chiedervelo, persuasa che non vi parrà vero di saldare la partita dell'obbligo che avete con una vostra nemica.
— Oh! signora Serena, che cosa mai dite? voi non sapete che la vostra proposta mi mena diritto in piazza San Nicolaio a ricevervi otto palle nel petto, le quali naturalmente mi troncherebbero ogni aspettativa di promozione, mentre la mia famiglia ed io nudriamo speranza di vedermi elevato al grado di maggiore, colonnello, ed a suo tempo di generale, maresciallo di campo, e poi anche, chi sa, al grado di maresciallo di Francia. Questo è impossibile, madama, ve lo dico col cuore in pezzi; chiedetemi tutto, pigliatemi la vita, le mie sostanze, non ve lo contrasto; ma che io mi esponga ad essere tratto in piazza San Nicolaio.... voleva dire mi esponga a vedere troncare il corso della mia fortuna, questo è impossibile, assolutamente impossibile.
La vanità è feroce quanto il delitto e più, Serena lo guardò in viso, e conobbe che tornava lo stesso che picchiare alla porta d'una tomba: non si smarrì per questo che a molto animo accoppiava ingegno pronto; onde dissimulare il cruccio e il disprezzo, con aria ingenua riprese:
— Mira un po'! ed io la faceva facile. Potrò almeno vederlo?