Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo
Part 32
— Mille grazie! madama Serena: questo è bello in verità, magnifico: con vostra licenza procurerò che venga stampato nella _Gazzetta di Francia_: di barbari che vi proclamavano m'impegno a farvi bandire fra un mese pei popoli più civili della cristianità per le quattro parti del mondo. — Rispetto al vostro nome, madama, egli sta per empire le bocche dei parigini per una eternità, la quale, come sapete, in Francia si compone di tutta una settimana e talora anche di un po' del lunedì.
— Non vi pigliate questo disturbo, capitano; in quanto a me desidero che il mio nome non esca dalle pareti domestiche: mi piacerebbe però che i vostri compatrioti assumessero della mia patria migliore opinione, e sopratutto consigliassero ad operare più giustamente.
— Come vi accomoda, madama, e adesso, signor Altobello, se non vi sembra troppa pretensione per un prigioniero, mi vorreste un po' ragguagliare per mio governo come intendete cucinarmi.
— A me non ispetta dirvelo; voi siete prigioniero di Serena.
— Oh! ma questo sta per diventare magnifico; il valore prigione della bellezza come nei tempi della cavalleria che in Francia piangono perduta, ed io ritrovo florida in Corsica: or dunque, madama nemica mia amica, fatemi trasportare nel vostro castello e tenetemi schiavo della vostra beltà.
— Se veramente a me tocca decidere su di voi, io considero che in casa mia manchereste dei comodi ai quali il vivere delicato vi ha forse assuefatto: inoltre non mi sembra offendere la patria restituendovi alla libertà, dacchè i suoi destini non penso che dipenderanno da un uomo di più o da un uomo di meno; in ogni caso la vostra ferita vi toglie la facoltà per parecchio tempo di trattare le armi. Signor capitano, voi siete libero; aspettate tanto che la notte infittisca, e procureremo mandarvi un uomo e un mulo per trasportarvi sino a Bastia.
— Mille milioni di grazie, mia generosa nemica; ma dite un po' quanto vi piace, voi non m'impedirete di pubblicare con la _Gazzetta di Francia_ questo atto prodigioso, unico al mondo, e scriverne a mia madre.
— Voi ci disservireste, signor Rinaldo, disse Altobello, imperciocchè ci fareste cadere in sospetto dei gelosi patriotti per aver reso la libertà ad un prigioniero come voi; e co' sospetti ai tempi che corrono non si canzona.
— Che poi lo scriviate alla vostra signora madre io non dissento, anzi ve ne prego, soggiunse Serena; e le direte che ho pensato alla sua angoscia, e ne rimasi impietosita, dacchè tutte le donne che soffrono sono sorelle; ditele ancora, che presentandosele occasione di sollevare qualche mio povero compatriota ella lo avrebbe fatto in virtù del suo buon cuore senz'altro eccitamento, ma se la memoria dello aiuto prestato al suo figliuolo renderà più consolante la sua voce, più benevola la sua carità, io penserò che mi abbia rimunerato oltre il merito.
Il capitano Rinaldo a notte inoltrata, posto come si potè meglio su di un mulo, era condotto in Bastia: certo sofferse molto, e due volte svenne; tuttavolta la strada che mena alla libertà non sembra mai tanto dolorosa da dissuadere veruno dallo scorrerla sino in fondo.
Mentre il generale Paoli stava per mandare intimazione al comandante Ludre di arrendersi senza indugio, gli fu annunziato un parlamentario per parte dei Francesi; fattolo subito mettere dentro la stanza lo accolse secondo il suo costume in piedi e passeggiando. Il cane Nasone tornato a casa aveva ripigliato il suo ufficio standosene a giacere in mezzo alla sala. L'ufficiale dopo i consueti saluti espose con parole succinte, il comandante Ludre avrebbe reso il borgo se in capo a 24 ore non fosse stato soccorso: intanto gli mandassero i Côrsi provvisioni di bocca, che verrebbero pagate a prezzo corrente; passate le ore 24, senza che alcuno uscisse ad aiutarlo, gli fosse lecito abbandonare il Borgo con gli onori di guerra, le bandiere spiegate, tamburi battenti, e tornarsene con tutta la sua gente a Bastia, portando seco cannoni, bagagli e munizioni di guerra.
— Avete da aggiungere altro?
— Non ci è altro.
— Tornate al signor comandante, salutatelo in mio nome e ditegli: circa agli onori di guerra egli gli avrà tutti; le sue bandiere porti seco; millanterie nè iattanza garbano ai Côrsi, e chi abusa della buona fortuna dimostra non meritarla; le umiliazioni inaspriscono gli animi e piacciono ai barbari o ai vili. Rispetto alle armi e alle munizioni noi ne siamo privi; bisogna che ce le diate; non vi sarebbe nè manco onore vincere gente disarmata; gli arsenali di Francia poi ne possiedono a macca per rifornirvene fra giorni; potrei esigere il giuramento, che fino a guerra finita non ripiglierete più le armi, ma ci rinunzio perchè avendo veduto come per ordinario siffatte promesse non si osservino, voglio risparmiare a voi la vergogna di mancarci, a me il disgusto di punirvi, caso mai mi ricapitaste fra mano; tutti i Francesi con queste condizioni escano dal Borgo fra un'ora; gli altri rimangano. Andate.
— Signor Generale, rispose il parlamentario con voce alterata facendo sforzi infiniti per contenersi, signor Generale, voi ci trattate come se ci aveste messo i piedi sul collo; un'ora! ma ci vuole più tempo a sellare i cavalli. Questa condizione non palesa punto la cortesia che presumete mostrarci.
— Per Dio santo! urlò il Generale picchiando col pugno chiuso su la tavola, intanto che i suoi occhi balenarono — e chi siete voi per vituperare in altrui quello che voi stessi stimate potere fare con lode? Vi rammentate? Qui.... sono pochi mesi, quando contro la fede della tregua voi scorrazzavate per Capo côrso, il Nebbio e la Biguglia, mandai da Lento un messaggio al marchese Chauvelin perchè mi concedesse sei giorni di armistizio al fine di radunare i rappresentanti del popolo perchè sopra le proprie sorti deliberassero. Avete obliato quello, che mi mandò a rispondere? Noi lo ricordiamo: se vi piace sottomettervi sottomettetevi: tregua non vi si concede nè manco un'ora. E a ridurre un popolo fiero, che da quaranta anni combatte per la libertà, al giogo amarissimo del servaggio straniero, mi sembra, signore ufficiale, che ci volesse un po' più di tempo, che a poche centinaia di vinti per uscire da un ricinto di case. — Quando voi mi pagaste cotesta moneta la dicevate fatta di oro di coppella, perchè coniata da zecca francese; ed ora che io ve la restituisco tale e quale, non la riconoscerete più? Osereste sostenere ch'io ve l'abbia falsata? A cui sputa contro vento la saliva ritorna in faccia. Non una parola di più, partite.
E levandosi l'orologio di tasca lo pose sopra la tavola. L'ufficiale si partì pensando forse poteva darsi, tutto il torto non fosse del Generale côrso, e per la presunzione francese non era poco.
Il comandante Ludre radunò da capo il consiglio di guerra; veramente non s'intendeva a che fare: ma e nelle malattie non si manda pei medici ed anco più famosi quando l'infermo boccheggia _in articulo mortis_? L'uomo è schiavo legato alla catena dei costumi. La milizia francese indi a breve conobbe i patti della resa, e le parvero ostici: perchè la cosa che abbia virtù di percotere più forte le menti dei Francesi sia la umiliazione, e volentieri lo confesso, quella che sopportino meno, e vendichino più presto; ma la necessità gli stringeva con tanaglie di ferro.
Si trovava allora per caso tra i Francesi al Borgo un Mattei di Lota traditore e spia, il quale si era condotto al Borgo per rivendere l'anima sua a minuto indicando strade, scoprendo imboscate, e commettendo anco di peggio se di peggio avessero avuto i Francesi bisogno, ed egli protestò di farlo. Avvertito dei patti della resa se gli sentì appuntare al cuore come la cima d'una spada; però non mise tempo fra mezzo di condursi ai quartieri del Ludre per dimostrargli il debito, anzi la necessità di salvarlo ad ogni costo: respinto dal piantone schiamazzò, pregò e per ultimo minacciò: e furono parole perdute; convinto finalmente ch'ei diceva le sue ragioni agli sbirri, si apprese a nuovo partito il quale fu questo: salì sul tetto della prossima casa, e quindi arrampicandosi giunse a quello del quartiere del Ludre: qui rovesciò la lavagna murata ad angolo su la cappa del camino, e bravamente si cacciò giù per la gola fuligginosa. Mentre il comandante approfittandosi del tempo brevissimo stava per mettere fuoco ad un fascio di carte portate sul camino, ecco con molta paura rotolare giù una figura mostruosa, che non avrebbe così di leggieri riconosciuta, se non si fosse dato pensiero di gridare subito:
— Non dubitate di nulla, signor comandante, sono il vostro confederato Mattei: ho sentito cosa alla quale mi riesce impossibile credere, voglio dire che quel traditore del Paoli non vuole ricevere a patti che i Francesi soltanto, in quanto a lui, cotesto ribelle di S. M. cristianissima, lo conosco capace di questo e di altro, ma voi spero, signor comandante, che siete quanta lealtà e quanto onore vivono nel mondo, rigetterete di certo il vituperio di simili condizioni.
— Non istà in mio potere farlo: dopo la ritirata del marchese di Chauvelin non mi avanza scelta.
— Voi vi disonorate...
— Io? gridò il comandante, e gli si spinse contro con mano aperta per dargli uno schiaffo; poi si ritenne aggiungendo con ineffabile disprezzo; voi non meritate nè anco uno schiaffo; che debito ha con voi S. M.? Voi vi siete venduto, egli vi ha comprato, e a parere mio più caro di quello che meritavate; la è partita saldata. Uscite.
Il Mattei voleva ripetere, e dalle labbra frementi e dagli occhi che schizzavano veleno si poteva argomentare di che razza parole, ma due granatieri lo acciuffarono, e lui repugnante e sbuffante di un solenne spintone cacciarono a capitombolare giù delle scale fino a mezza strada. — Cotesto modo di palesare la propria intenzione parve anco al Mattei tale da dissuaderlo a tentare da capo col Ludre; si provò a procacciarsi miglior ventura co' soldati; aveva dimessa ogni petulanza, dalla procacia trapassando alla più abietta umiltà, supplicava lo ricevessero nelle loro fila, sopportassero fingerlo camerata; la carità non fa macchia, o fatta, ella stingerla con le proprie mani subito; deh! non impedissero che vestita l'assisa soldatesca, si mescolasse fra i granatieri.
La più parte di cotesti militi repugnava non comprendendo, o ricusando capire, che se il tradimento frutta infamia, metà appartiene a cui lo commette e metà a cui se ne approfitta; ma un sergente che già fu usciere di Parlamento, e risegnò lo ufficio affermando, che gli pativa meno l'anima di vedere ammazzare la gente colla spada che con la penna, chiesta ed ottenuta a parlare licenza osservò come il punto adesso stava nel ricattarsi; però più che mai abbisognare essi di gente devota che per un po' di danaro mettesse a repentaglio per loro anima e corpo: considerassero che incominciava allora la guerra: anco le spie comporre fra loro un'arciconfraternita, e di che tinta! questo rispettabile corpo si terrebbe offeso dello abbandono di uno dei suoi membri: non per lui certo, ma per proprio interesse persuaderlo a tenerlo bene edificato, non rifiutandogli l'ultimo rifugio nel quale confidava la sua salute. Cicerone non poteva orare di meglio nè persuadere più arguto: lasciarongli pertanto vestire la militare assisa e confondersi fra loro.
Dalla rottura di una trincera incominciarono a defilare i vinti; volevano passare a due e a tre, ma venne loro impedito; e fu mestieri adattarsi a uscire ad uno per volta; mala parola era questa pel Mattei, il cuore gli s'impiccolì; pure nelle sembianze si mantenne sicuro; sperava sempre non badassero tanto pel sottile. A mano a mano che si accostava però gli venne fatto di notare con terrore, che Minuto Grosso con una schiappa di pino accesa stava agguardando tra ciglio e ciglio chiunque passasse; ora per maledetta disgrazia egli aveva pratica con costui; lo avrebbe riconosciuto di certo, denunziato, tradito; e il sudore freddo gli gocciolava lungo la schiena; ma forse sotto altre vesti poteva sfuggirgli, e poi Minuto Grosso aborriva restare lungamente a gola secca e l'acqua detestava quanto la sete; non era da credersi che giusto in quel giorno ei si fosse astenuto dal bevere; e gli tornava il cuore in corpo: intanto egli si avvicinava; ora la coscienza tormentandolo da capo gli faceva toccare con mano che Minuto Grosso non era stato preposto costà per nulla, e quello specolare uomo per uomo chiariva espresso che qualcheduno cercava; e il Mattei tornava a sdilinquire; ma su coraggio, che non vorrà riconoscermi, e farà la gatta di Masino: diavolo! avevano bevuto insieme; egli era come mettergli la corda al collo; non si tradiscono così i compari, gli amici, i patriotti....
— Eccolo là; pigliatelo, costui è il traditore.
Queste parole tagliavano a mezzo le consolanti speranze del Mattei; e così stavano ammaniti a mettergli le mani addosso, ch'ei si trovò preso e legato quasi prima di essersene accorto. Qualcheduno dei granatieri francesi, certo spinto da indole generosa, fece atto di proteggerlo, ma in quel punto essendosi fatte sentire queste altre parole che pronunciò il capitano Decio:
— Anche questa si doveva vedere! i granatieri di Francia coprire con la propria divisa un traditore.
I granatieri rimasero impietriti; e dopo breve ora si allontanarono con celeri passi e fronte abbassata.
Il Mattei tratto davanti al consiglio di guerra si voltò a destra, e con istupore ravvisando un suo parente esclamò:
— Queste cose si fanno a un parente, Lorenzo?
E quegli gli rispose:
— Non ti si fanno come a parente mio, ma come una carne con Anton Francesco Gafforio, che vendè il sangue del fratello ai Genovesi.
Allora colui piegò a sinistra e riconobbe in chi lo teneva il suo fratello:
— E tu mi meni alla mazza, Liborio? Non sono più tuo fratello?
— Sì, come Caino lo fu di Abele.
— Compatriotti, ammiccando col capo in giro gridava, rammentatevi che sono dei vostri.
— Anche Giuda fu degli apostoli.
Breve il giudizio; riconosciuto e condannato.
Oltre la _Relazione_, il signor Giacomo Boswell lasciò scritte parecchie memorie intorno ai fatti degni di ricordo, ch'ei vide; tra queste occorre uno scritto su la tragedia del Mattei, il quale merita di venire riportato con le sue medesime parole:
«Condannato ch'ei fu, narra il dabbene inglese, immaginando che lo avrebbero spedito a suono di moschettate, e forse come era piuttosto da credersi con la corda, io aveva pensato di andarmene a cena e poi mettermi al letto, chè le fatiche della giornata mi avevano reso indispensabili il cibo e il sonno; dalle otto della mattina in poi non era entrato altro nel mio corpo che una libbra di pane, forse due dozzine di albicocche, un poco di lonzo (molto celebrato dai Côrsi, ma da farci poco capitale su), un tocco di formaggio di capra (delizioso in verità!) ed un pezzo di castrato arrostito, sicchè si poteva dire ch'io m'era quasimente digiuno: ricordo che, avendo voluto vedere l'ora che faceva, cavai l'orologio di tasca e postomelo sotto gli occhi mi balenavano così che non potei distinguere i numeri: allora compressi la molla perchè sonasse, e avrà sonato perchè nè allora nè poi lo rinvenni mai guasto, ch'egli era dei buoni, avendolo comprato a Londra da Doddy figlio e compagni, dieci lire sterline: ma non sentii nulla; tanto mi aveva intronato lo strepito della lunga battaglia; nondimanco al lume dei pini accesi scorsi consegnare il traditore a sei uomini, tra i quali un prete: essi lo legarono su la groppa di un mulo a mo' di sacco e lo ricopersero di una sargia nera; subito dopo montarono a posta loro a cavallo traendo sospiri e facendo atto di disperato dolore: — povera gente! gridava dietro il popolo, non meritavano questa angoscia. — La curiosità di sapere come andava a finire cotesta faccenda mi tolse per incanto il sonno e la fame: però considerando che se al sonno non poteva rimediare, lo stesso non era a dirsi della fame; andando sul cavallo mi empii le tasche di roba buona a mangiare; e comecchè perdessi qualche tempo, non mi fu difficile raggiungere la compagnia pel chiarore che mandavano da lontano le schiappe di pino; quando venni appresso di loro essi non mi salutarono: non m'invitarono a seguitarli, non mi respinsero; fecero le viste di non accorgersi di me: viaggiammo tutta la notte; l'alba ci colse in riva al mare dalla parte meridionale dello stagno di Chiurlino presso la punta di Arco. Scesero tutti e trassero il traditore da cavallo; già pareva fatto cadavere, ma la posizione diversa, la brezza mattutina o che altro si fosse gli ravvivò la faccia, onde ei rivolse attorno gli occhi consapevoli. — Nicolò, bisogna morire — disse uno della compagnia. — Come morire? rispose con fievole voce il traditore, io non mi vedo attorno che parenti; quei del mio sangue mi hanno menato qua per ammazzarmi? — I circostanti col capo accennarono di sì. — E voi pure, sacerdote di Dio, siete venuto qui per ammazzarmi? — Il prete lo guardò truce e non rispose nulla; però voltosi agli altri disse così: — Parenti miei pei meriti vostri e per quelli dei nostri illustri maggiori avete ottenuto che costui non morisse di corda, bensì fu commesso a voi farlo sparire dal mondo nel modo che paresse più onorato per noi, credete voi dopo ciò potergli lasciare la vita? — Agitarono tutti violentemente il capo da destra a sinistra. — Parenti, figli dei miei zii, fratelli miei, lasciatemi vivere; vi dono quanti denari tengo addosso, e quanti altri tengo sotterrati a Bastia. — Un potentissimo schiaffo gl'insanguinò le labbra mentre a coro urlavano d'intorno: — Taci.
Il prete riprese a parlare: — Parenti, io vi accompagnai disperato di salvargli la vita del corpo, ma con ferma fiducia di scamparlo alla morte dell'anima; fatevi un po' in là tanto che lo riconcilii con Dio.
— Questo non sarà, interruppe il più vecchio dei parenti; deve morire intero; anco Giuda rovinò disperato nell'inferno.
— Ah! Lucantonio che bestemmiate mai! La misericordia di Dio ha sì gran braccia, che piglia tutto ciò che con pentimento vero si rivolge a lei.
— Prete Barnaba, insistè il vecchio, io non costumo troppe parole: questo è il mio pensiero; voi mi siete nipote di fratello, vi ho allevato come figliuolo e più vi voglio bene; ora bisogna che scegliate a vedere me o lui in paradiso; perchè caso mai si salvasse, ed io lo avessi ad incontrare lassù, prima gli sputerei in viso, e gli spaccherei il cuore anche sulle ginocchia del Padre Eterno, poi direi a San Pietro, aprimi l'uscio, il paradiso non fa per me; vado all'inferno per vedere se ci tira miglior vento.
Il povero prete levava ambedue le mani giunte al cielo per supplicarne Dio a turargli gli orecchi per non sentire coteste immanità, o almanco condonarle alla passione di quel fiero vecchio vissuto per sè e pei suoi fino a quel punto incontaminato; non durò molto cotesta preghiera, e pure bastò perchè nello intervallo tra la prima e l'ultima parola un'anima fosse cacciata per violenza fuori del suo corpo mortale; il vecchio di un colpo in mezzo al cuore lo freddò; poi vedendo che gli altri parenti si allestivano di sparargli addosso i propri schioppi, ne rialzò la canna dicendo: — Basta; ei non valeva una carica; voi serbate le vostre pei nemici della patria.
Il prete a sentire lo scoppio era caduto in ginocchioni esclamando: — Signore, perdonalo.
Intanto i parenti dopo aver frugato sottilmente il cadavere, e levatogli da dosso tutto quello che si trovava di contante, lo avvilupparono dentro la sargia nera, e al collo e ai piedi gli legarono due enormi sassi; quindi cercata e trovata una delle barche che colà solevano ordinariamente dar fondo per la pesca dello stagno, in quella deposero il corpo, e dato mano ai remi andarono in alto mare dove lo precipitarono. Il vecchio ch'era rimasto sulla riva, mostrando allora accorgersi della mia presenza, mi strinse il braccio dicendo:
— Signore inglese, voi racconterete ai vostri come si puniscono i traditori in Corsica.
— Tuttavolta, io risposi, salvo l'onore vostro, mi pareva che un po' di sepoltura cristiana non avesse guastato nulla.
[Illustrazione: .... senza pigliare nè cibo nè riposo, nella notte picchiò di casa in casa, levando i mariti dalle braccia delle mogli. (_Cap. IX._)]
E l'altro con piglio severo: — No signore, sarebbe stata cosa indegna ch'egli dormisse nel seno della madre che aveva tradito: i traditori non appartengono a veruna religione — e mi voltò le spalle. Meditai profondamente su cotesto fatto; guardandolo con occhio inglese mi si aggricciavano le carni; mi provai considerarlo sotto altri aspetti e mi parve che potesse stare. Tanto è, i santi vanno veduti nelle loro nicchie; però quel danaro grancito addosso all'ammazzato mi tornava a gola; il sospetto dell'avara crudeltà guastava ogni più benevola interpretazione. Parecchi giorni dopo mi abbattei per le vie di Corte nel medesimo vecchio; vestiva a lutto, e camminava con la faccia bassa; scosso dal mio saluto la sollevò a stento; povero uomo! in pochi giorni aveva vissuto anni, e di quelli ultimi che mettono proprio capo al sepolcro: pensai di offrirgli una presa di tabacco per pigliarne occasione di scoprire marina; ma devo confessare a mia lode, che detestai subito lo spediente come ipocrito e ingeneroso, avrei voluto vincere la mia curiosità, ma non potei, che questa malattia mi ha messo il tarlo nelle ossa, onde scegliendo mostrarmi piuttosto che finto impronto, domandai:
— Qualche nuovo dolore?...
— E oh! quanto grande!... quanto grande mio Dio! — e pianse come un bimbo battuto.
— Chi affanna sa consolare...
— Ormai mi sento in fondo di angosce e di consolazioni; tra breve Lucantonio terrà dietro al meschino Barnaba...
— Barnaba! Il prete è morto?
— Ohimè! quell'angiolo volò al paradiso, voglio dire ce lo hanno fatto volare, perchè se dipendeva da lui sarebbe rimasto a chiudere gli occhi ai poveri genitori.
— O come l'è andata? — mi scappò senza che la potessi agguantare, ma il vecchio riprese:
— Vi rammentate che pigliammo la moneta che trovammo addosso al traditore?
— E come! soggiunsi io, ed egli: