Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Part 31

Chapter 313,915 wordsPublic domain

Contemplando cascare il giovane, certo ufficiale più provetto proruppe in orribili bestemmie e gli si gittò addosso a speculare di che sorte fosse la ferita, ma accortosi che la povera creatura era spacciata s'inviperì più che mai urlando che cento, mille Côrsi non reputava bastanti a vindicarlo. Intanto Clemente aveva ricaricato lo schioppo — e' mi dispiace proprio, disse, che cotesta anima deve comparire davanti al suo Creatore fuori dello stato di grazia; ma ci ho colpa io, se con la morte in bocca si comportano così poco cristianamente? _Ora pro eo._ — Al fine delle parole il vecchio andò a far compagnia al giovane; di loro la storia non ricorda il nome, e non importa investigarlo, conciossiachè la maggiore carità che possiamo adoprare per coloro che sono morti a sostenere la causa degli oppressori consiste appunto a lasciarli nell'oblio nel quale s'immersero interi. Ad un tratto venne al pensiero di Clemente il salmo 143 del santo re David, il quale, a quanto sembra, in parecchie cose buone arieggiava con lui e incominciò a cantare: _Benedictus Dominus meus qui docet manus meas ad prœlia et digitos meos ad bellum_ — e al fine del versetto il suo schioppo ficcava una palla di oncia o nel capo o nel petto di un Francese. — Veramente pochi canti di guerra possiedono virtù di eccitare l'odio dello straniero fino al delirio come quel salmo meraviglioso; però appena può immaginarsi non che dirsi la veemenza con la quale Clemente urlava:

«Signore abbassa i tuoi cieli e scendi: tocca i monti e fa che fumino.

«Vibra il folgore e dissipa quella gente; avventa le tue saette e mettile in rotta.

«Stendi le tue mani dall'alto e riscotimi, e trammi fuori, dalle grandi acque, di mano degli stranieri, la cui bocca parla menzogna e la cui destra è destra di frode.

Acciocchè i nostri figliuoli sieno come piante novelle bene allevate nella loro giovanezza, e le nostre figliuole sieno come cantoni intagliati dell'edificio di un palazzo.

E le nostre celle sieno piene e porgano ogni spezie di beni, e le nostre greggie moltiplichino a migliaia e a diecine di migliaia nelle nostre campagne.

Ed i nostri buoi sieno grossi e possenti e non vi abbia nelle nostre piazze nè assalto, nè sortita, nè grido alcuno.»

Ventura fu pei Francesi che Clemente non ricordasse il salmo 120 o non lo credesse adattato all'uopo, perchè chiudendo ogni versetto con la morte di un uomo, cotesto salmo contando versetti 176, avrebbe menato uno scempio di loro, mentre il 143 annoverandone sol 15, la sua recitazione non costò troppo caro ai Francesi.

Il Grandmaison si accorse presto, che o per previdenza, o per avviso ricevuto in tempo il nemico gli aveva tese insidie; ignorava il numero degli assalitori; ma o pochi o molti era chiaro che dei Francesi non ne sarebbe scampato un solo; e fu mestieri dar volta. Mesti per tante morti e avviliti per non averle potute vendicare, forse non si riduceva persona nei quartieri di Oletta, se il vento che soffiava da levante non avesse portato agli orecchi di Clemente un suono di rombo e voci che domandavano aiuto.

Lasciamoli andare, disse allora questo Aiace côrso, che hanno avuto il loro compito; io penso che quelli che arrivano al quartiere appiccheranno i voti alla Madonna, dacchè da questa parte non ci è da temere più nulla, su da bravi, figliuoli, un sorso di vino, e via difilati al borgo.

Alle ventidue il marchese Chauvelin avendo riposato la sua gente ed ingrossatosi co' rinforzi che di ora in ora gli arrivavano con celeri passi da Bastia statuì tentare un altro assalto. Pasquale Paoli dalle alture di Luciana avendo avvertito il nuovo turbine che si andava formando, comandò a Decio Cottoni e a Giantommaso Arrighi pigliassero tutta la gente che gli stava dintorno e scendessero a investire di fianco i Francesi; avendogli Decio avvertito ch'egli rimaneva solo, e in caso di bisogno su che pensasse appoggiarsi, Pasquale rispose: — non fa caso; vi dirò come Abramo: Dio provvederà, qui non ci ha tempo da perdere, partite.

Vi rammentate di frate Bernardino da Casacconi? Voi ve ne ricordate di sicuro; ora non vi potrete dare pace com'egli che sapeva così bene movere la lingua, non menasse meno valorosamente le mani. Sentite; non è colpa sua, bensì mia, che nè tutto nè di tutti io posso dire; però egli si era chiuso con i più valorosi de' suoi compagni nel convento dei cappuccini del Borgo e quinci dispensava in copia moschettate come in tempo di pace benedizioni: il nostro padre Bernardino durante la tregua era salito in campanile condotto dalla medesima causa, che teneva il generale ritto sopra le alture di Luciana a specolare il paese; ed egli pure aveva notato uno dopo l'altro arrivare i rinforzi da Bastia, ordinarsi e certamente allestirsi a rinfocolare la battaglia; onde messo da parte il moschetto aveva preso un martello e con quello picchiava con garbo sopra la campana più grossa procurando cavarne lo squillo maggiore; avrebbe pure desiderato imprimere a quel suono un accento di dolore, di agonia, di scongiuro, d'istanza smaniosa, di rabbia furibonda, in breve di tutte le passioni, che in quel punto scompigliavano l'anima del frate; e ci si arrovellava dintorno per ottenere al meno l'equivalente. Indi a poco gli risposero da una valle un'altra campana e un corno marino: allora il cuore del frate esultò, perchè era riuscito a far sentire ai Côrsi la voce della madre che li chiamava; e questi furono i suoni che percossero anche Clemente Paoli, troppo discosto dal Borgo per sentire il martellare del padre Bernardo. Questo fu nuovo trovato per trasmettersi le chiamate nei pericoli; in antico però, secondo che testimonia Pietro Cirneo, si partecipavano notizie di ogni maniera, in guisa che il moderno telegrafo elettrico più poco seppe aggiungere di velocità, e senza la spesa di un quattrino. In effetto taluno per ordine del Comune saliva sul più alto colle della pieve dove, dopo avere sonato il corno, gridava con quanto gliene poteva la gola: «gente del tale e tale luogo, sappiate ch'è accaduto la tale cosa nel tale e tal altro paese; fatela sapere intorno a voi.» E il popolo accompagnava il banditore coll'immenso urlo: «viva il popolo! viva la libertà!»

L'agonia del frate Bernardino si calmò alquanto allorchè su le pendici dei monti di faccia e a mano destra aguzzando gli occhi vide comparire e subito sparire alcuni punti neri a mo' di muffli, che dopo aver saltato da una roccia all'altra si rinselvano. Allora lasciato il martello riprese lo schioppo ed abbassò gli occhi giù nel paese fuori delle trincere dei Côrsi; colà vide il brulichìo dei granatieri in procinto di avventarsi da capo; dai gesti argomentò i proponimenti feroci; tanto pareva ai Francesi delitto che le vittime non cantassero _alleluia_ a sentirsi sgozzare dalle armi del Cristianissimo, e non levassero le mani ai suoi gloriosi carnefici? Gli ufficiali parlavano ai soldati accese parole, massime il conte di Marbeuf, che ritto su di un rialzo di terra gli arringava tutti e col dito accennava i deboli ripari dei Côrsi; pareva gli rimproverasse, e certo gli rimproverava, di non avere saputo espugnare cotesti deboli ripari di terra, abborracciati da gente ignorante di ogni arte guerresca. — Sul più bello del suo discorso sentì chiamarsi a nome:

— Ohè! signor conte Marboffe, ohè! — Il conte si guardò, meravigliando, dintorno, e non vedendo persona ripigliava la orazione, ma la voce continuò:

— Signor conte, non miri di quà e di là; si volti in su al campanile; veda, son io che le parlo, frate Bernardino da Casacconi indegno servo di Dio: le pare carità questa di aizzare carne battezzata contro carne battezzata come se fossero altrettanti mastini? O che gliel'hanno rubata la Corsica perch'ella si arrovelli tanto a conquistarla? Eh! si vergogni; queste non sono opere da cristiani nè da gentiluomini...

— Che gracchia quel corbaccio lassù? proruppe il conte; Luigi fagli per la sua predica l'elemosina di una palla di oncia nel capo.

Luigi ch'era fante del Marbeuf non intese a sordo, e di un colpo portò via una ciocca della barba al cappuccino.

— Per Cristo! esclamò il frate, e subito dopo si morse le labbra, ma ormai era ita e di un salto agguantato lo schioppo con gran voce aggiunse:

— Signor conte, io le baratto il suo scudo in moneta côrsa; badi s'ella è di buona lega.

— Ah! frate — disse il Marbeuf cascando — mi ha morto.

I Francesi, per le vecchie e per le nuove ingiurie infelloniti tornarono ad avventarsi con furore impossibile a descriversi; i Côrsi non avevano perduto tempo ad allestire altre difese; da capo scalate, da capo olii ed acque bollenti, ma per questa volta pareva si facesse di tutto, imperciocchè dietro ai liquidi buttavano i vasi; da capo gambe infrante, uomini capitombolati e rotti su le selci, ferite di ferro e di fuoco, membra lacere sotto il continuo rovescio dei sassi e di muri; sempre più terribile l'aspetto delle moltiplici morti.

Decio Cottoni arrivato su i luoghi si appostò in uno dei rialzi di terra abbandonati dai Francesi e si diede subito a trarre; Clemente pure giunse dall'altra parte e omai di ripari non voleva sapere niente, bensì fare impeto alla scoperta: più cauto Altobello ne lo dissuase confortandolo ad imitare il Cottoni; dai ripari ammazzarono a man salva, e comecchè i Côrsi non isbagliassero il colpo a volo vi avete a figurare se a fermo, onde pareva la morte vendemmiasse; chè gli uomini cascavano giù stretti insieme da parere propriamente grappoli. Nè i bersaglieri si contentavano di volgari ferite; al contrario volevano scegliere; così colpirono i colonnelli del reggimento Rovergue e del Sassone, e dopo questi la più parte degli ufficiali. Il marchese di Chauvelin non anco disperato di vincere chiamava a sè il marchese di Tilles e il visconte di Beauve, ed ordinò, che preso un distaccamento dai reggimenti Medoc e Brettagna, si recassero a sloggiare i Côrsi dai fortini: i valorosi colonnelli partirono ad eseguire il comando; non li trattennero la pioggia delle palle, non i morti che seminavano per la via; per essere i parapetti bassi saltarono i ripari e quivi incominciarono a trucidare, con le baionette in canna, i Côrsi si provarono resistere co' pugnali, ma conosciuto subito impari il gioco fuggirono e si sbandarono; i Francesi stando raccolti in manipoli, appena usciti perderono il loro vantaggio: sarebbe stato sano consiglio anco per loro tornare indietro alla guardia dei fortini; ma non seppero o non vollero; fatto sta che continuarono il Tilles a perseguitare il Paoli verso Biguglia; il Beauve, il Cottoni verso Luciana.

— E adesso, che come generale non mi resta a fare più nulla, andiamo a sostenere le parti di soldato — disse Pasquale Paoli — rispetto a voi, signor Boswell, restate qui, chè non è giusta, che ne abbiate a toccare per fatti non vostri; addio; — Nasone andiamo.

— Con vostra buona licenza, signor Paoli dacchè abbiamo passato tanta parte di giorno assieme, permettete ch'io lo finisca.

— Ma voi non siete armato...

— Di fatti io non mi presento alle palle francesi in qualità di soldato, bensì d'invaghito.

— Non praticate da savio, signor Giacomo; arrosto che non tocca lascialo andare che bruci, dice il nostro proverbio — e mentre il Paoli così favellava correva, e il signor Giacomo dietro sbuffando.

[Illustrazione: — Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto accanto: la colpa è del buio: vuoi che accenda un altro lume? (_pag. 384_)]

— Bene, il proverbio non manca di senno, ma ora che sono diventato mezzo Côrso mi tocca più che non credete.

Intanto che andavano Nasone percorreva fiutando la terra; di repente lo videro fermarsi, poi raspare, dimenare forte la coda, poi squittì dando segni di sorpresa e di allegrezza.

— Fermi: qui dietro ci ha qualche cosa di nuovo, notò il Paoli; in effetto di lì a pochi secondi ecco dai cespugli uscire a diecine, a ventine, cani meno grossi, ma della razza di Nasone, quale grigio quale rossigno, i quali si ricambiarono quei convenevoli, che il Galateo dei cani diverso da quello di monsignor della Casa predica onesti; dietro i cani naturalmente vennero i padroni, i quali mirando, ed essendo mirati dal generale, corsero ad abbracciarsi di cuore, erano montanari delle Costiere e li guidava Vinciguerra da Canavaggia. In breve spiegarono, che, quantunque non comandati, sapendo come la battaglia andasse per le lunghe erano venuti a dare una mano ai fratelli, e menavano seco certi compagnoni, dai denti dei quali si ripromettevano quanto dalle proprie mani se non di più. — Raccolti insieme sommavano a cento uomini ed a sessanta cani. Il generale ripigliando subito il cammino disse a Boswell:

— Lo aveva presagito che Dio provvederebbe.

Già erano venuti in parte dove le palle passando via zuffolavano, od abbattevano i ramoscelli degli alberi, allorchè un pedone tutto affannato venne loro incontro agitando da lontano un foglio; si fermarono, e quegli fattosegli più presso correndo disse:

— Ah! signor generale, siete voi? Manco male che vi ho trovato subito; non ho potuto esentarmene; eccovi la lettera consegnata in proprie mani secondo il desiderio del moribondo, e adesso addio.

E ratto com'era venuto andava via; al generale che gli urlava dietro: dove vai? dove vai? — Rispose: — torno a battermi.

Il generale spiegò e lesse lo scritto, vergato con mano tremante, il quale diceva così: «Signor generale, raccomando mio padre a voi, la mia anima a Dio. Fra un'ora sarò con gli altri valorosi morti per la patria. Vito Savelli.» Ah! quel caro giovane pareva se la sentisse piovere addosso.

— Bene, prese a dire il Boswell; benissimo; che manca a questa lettera per essere bandita sublime in tutte le scuole del mondo, se non essere scritta alle Termopili da uno dei trecento di Leonida?

— Chiedo perdono, rispondeva il generale tuttavia correndo; Leonida e i suoi si consacravano morendo agli Dei infernali. Vito rende la sua anima a Dio di cui si sente parte. La differenza mi sembra enorme.

— Bene; voi parlate sempre bene.

Erano sul punto omai di sboccare dall'estremo lembo del bosco, allorchè videro venire incontro a loro un uomo fuggendo, il quale ne teneva un altro in collo quasi intendesse rapirlo. Il generale che se lo trovò addosso, lo abbrancò pel petto gridando:

— Ah! dall'altra parte è il nemico e tu fuggi?

— Non fuggo, no, rispose trangosciato il Côrso; lasciatemi andare; Cristo! o non vedete che questo che io porto è morto; mi fu ucciso accanto; no in verità, signor generale, finchè il mio povero fratello mi sta davanti, non mi riesce levargli gli occhi di dosso; e non mi posso battere... vado a seppellirlo e torno subito.

Allora il generale mettendo una mano su la spalla dell'uomo:

— Tu sei di Alesani parmi, e dei Tommasi: non piangere....

— Io non piango.

— Va, torna indietro; chi ti comanda?

— Il capitano Decio...

— Bè; aspetta (e scrisse sopra un foglio col lapis: fa quello che ti dirà il Tommasi. P. P.) porta questo al capitano, ed ordinagli da parte mia, che ceda a poco a poco il terreno dilungandosi dal Borgo verso il lago Benedetto, e procuri tirarsi dietro i Francesi: in quanto a questo valoroso non darti pensiero a seppellirlo; lo riporrò io stesso con queste mie mani sotto terra; sei contento?

Il Côrso non potendo parlare gli baciò le mani; gli pose fra le sue braccia il fratello, e preso il foglio in un momento disparve.

In questo modo, sicuro il generale che il distaccamento francese non lo avrebbe molestato, con urli che andavano a cielo, suoni di cento corni e latrati di una torma di cani cascò improvviso alle spalle dei granatieri che operavano sforzi più che umani per rovesciare i parapetti côrsi e penetrati nel Borgo sovvenire la gente del Ludre; in parte si vedevano mucchi di cadaveri a piè della trincea senza che l'avessero potuto manomettere; in parte però compariva aperta, e lì dentro la rottura si battevano a baionetta, a coltello, nè le sassate mancavano, nè i pugni, nè i morsi; però il sudore si mescolava col sangue; per mancanza di forza le ferite sdrucivano piuttostochè trapassassero le carni; gli sosteneva la rabbia, la paura e la vergogna del perdere: ormai dall'una parte e dall'altra toccavano il punto in cui anco un grano poteva dare il tracollo alla bilancia; e veramente sessanta cani e cento montanari erano qualche cosa di più di un grano e lo provarono avventandosi con furore non più visto al mondo: terribili gli uomini, ma due cotanti più i cani; le gambe addentate e le cosce non le lasciavano più per ferite nè per colpi anzi nè anco morti, e fu mestieri con taluno aprire co' ferri i denti e liberarlo della testa mozza del cane.

I Côrsi visto il generale a loro tanto diletto, raccolsero quel po' di lena che si sentivano nelle braccia per non apparirgli minori dell'aspettativa ed anco delle promesse che gli avevano fatte: ed egli in mezzo alla tempesta e senza nè pure cavare la spada sereno e tranquillo diceva: — su da bravi, anche uno sforzo e abbiamo vinto!

Mentre voltatosi al signor Boswell, il quale colla scatola in mano lo aveva seguitato, intendeva domandargli: — si può egli fare di meglio? — vide sparirgli il cappello di capo, onde temendolo ferito proruppe in dolorosa esclamazione, senonchè il signor Giacomo sorridendo rispose:

— Poca perdita, un cappello frusto, — e continuò a tirare su la presa di tabacco che aveva incominciato ad annasare — però indi a breve avendo scorto Nasone il quale corso dietro al cappello glielo riportava, soggiunse: — anzi guadagno, e grosso perchè il cappello intero prima costava due scudi o meno, ora forato in questa congiuntura acquisterà un valore venale di dieci sterline o più — forse anco venti.

Il generale non potè astenersi di tentennare il capo pensando come in Inghilterra anco i più generosi, in grazia del costume, ogni cosa ragguaglino a lira, soldo e denaro: ond'ei teneva, per certo, che quando con microscopii perfezionati si potesse speculare la materia del sangue della stirpe anglo-normanna, si sarebbe rinvenuto di certo come nella composizione del medesimo capissero moltitudine di cifre d'abbaco invisibili ad occhio nudo; e questo teneva per articolo di fede da mettersi addirittura in fondo al simbolo degli Apostoli, volgarmente detto il _Credo_.

I Francesi balenarono, e il supremo capitano non aspettando la disfatta, sonata la raccolta dava opera a provvedere che la ritirata si eseguisse col minore scompiglio possibile. Senonchè l'uomo propone e Dio dispone; dopo qualche cento passi i perseguitati perdendo animo e i persecutori acquistandolo, gli ordini scompigliaronsi, e nonostante le minacce e le preghiere degli ufficiali, i Francesi ruppero in fuga.

— Sarebbe bene, diceva un ufficiale francese ad un altro ufficiale mentre levavano a più non posso le gambe verso Bastia, sarebbe bene che la Francia provasse il capitanato di qualche plebeo, perchè da un pezzo in qua voi altri signori ci conducete come montoni.

— Non è così, rispose l'altro; gli uomini che combattono per la libertà valgono tre volte tanto i soldati del re, la più parte dei quali non sa quello che si fa; taluni come me lo sanno e lo detestano.

Il primo di questi ufficiali si chiamava Dumouriez, il vincitore futuro di Jemmappes e di Valmy; il secondo Mirabeau di cui la lingua scalzava il trono di Francia peggio che non avrebbero fatto cento leve di ferro.

Come si confusero gli ordini dei fuggenti, così e più si scompaginarono quelli dei persecutori pigliando ognuno di essi a spacciare il suo; anche i cani aizzati dalla fuga crebbero di rabbia sparpagliandosi per la campagna, e ne successero duelli che sarebbe sazievole riferire.

Non tutti i Côrsi uccisero, nè tutti i cani sbranarono; qualcheduno all'opposto salvò: basti di questi rammentare Nasone, a cui mentre scorazzava per le macchie, occorse un Francese giacente, si fermò in quattro, poi innanzi di accostarsegli fiutò e rifiutò il terreno quasi per ricordarsi: quando parve essersi rammentato, andò oltre spedito, venutogli dappresso si dette ad esplorare se fosse morto o svenuto; bisogna dire lo riscontrasse soltanto svenuto, imperciocchè allora s'industriò a scoprirgli la piaga, e trovatogliela nella gamba sopra il ginocchio, dopo avere strappato il panno, si pose a lambirgliela. Non rimase senza aiuto a lungo nella opera pietosa, che un giovanetto côrso sopraggiungendo, alle sembianza e alle vesti parve ravvisare il Francese; egli pure si affrettò a soccorrerlo; piegato il ginocchio a terra esaminò la ferita; la palla non ci era rimasta dentro ma aveva lacerato le carni e forte ammaccato l'osso; il dolore e la perdita del sangue avevano ridotto a tale cotesto infelice; il giovane trasse fuori della carniera un pugno di fila le quali intinte in certo suo unguento le appose a modo di faldella su la piaga, indi la fasciò: su quel subito non ci era da fare altro nè meglio. Tutto intento alla sua carità il giovane non si accorse che gli era caduto il berretto e molto meno che un altro arrivato lo stava contemplando in tacita adorazione: ad un tratto levando la faccia si vide davanti Altobello, onde subito l'abbassò rossa come la fiamma; Altobello già da parecchio tempo aveva riconosciuto Serena.

— Da quando in qua voi qui?

E Serena sorridendo: — Da quando ci siete voi; voi avete sparato le armi che vi caricava io, e porgeva per di dietro. Allora nel vostro cuore pieno di odio non ci sarebbe entrato di amore nè manco quanto è grosso un granello di panico; però non avete sentito, che io vi stava vicino.

Altobello le prese la mano con le sue, e premendogliela forte disse: — non mi rimproverate, Serena; se vi sapeva di faccia il nemico non avrei potuto fare altro che coprirvi col mio corpo.

In questa il Francese sciolto un fievole sospiro risensava, ed acquistata a pena conoscenza di sè, vedendosi accanto quella immane testa di cane, prese a supplicare così:

— Deh! ammazzatemi di una buona moschettata nel capo, non consentite che mi sbrani il cane.

— Fatevi animo, signor Rinaldo, voi siete fra amici.

— Ah! signor Bertovello...

— Altobello, corresse sorridendo l'Alando.

— Altobello sì, torna lo stesso; con voi può darsi, ma come mi trovi fra amici, con questo signore ch'io non conosco, e con questa bestiaccia che sembra voglia fare di me la sua colazione, non comprendo.

— Voi siete ingrato, capitano. Nasone ch'è il cane del generale vi ha riconosciuto amico tra i nemici, e questo giovane, nel quale non ravvisate la mia sposa Serena, tenendogli dietro vi ha tolto da morte sicura.

— Domando perdono, madama, e anche voi, signor Nasone; ma sapete, signor Altobello, che questo farsi accompagnare in guerra dalle donne e dai cani si rassomiglia assaissimo al costume barbaro altra volta praticato dai Cimbri e dai Teutoni!

— Mio signore, i Cimbri ed i Teutoni si reputano barbari, e furono, non mica pei modi di fare la guerra, bensì pel fine della medesima: in vero disprezzando la terra nella quale gli aveva collocati la natura uscirono per chiedere ai Romani terra italiana e l'ebbero: voi sapete come.

— Sta bene; ho capito; il paragone dei Cimbri con voi si attaglia come la luna co' granchi; ma che volete? Da un uomo che ricupera appena i sensi dopo quattr'ore di svenimento non si può pretendere una dose maggiore di buon senso: dicono che quand'anche il mio intelletto tocca il suo meridiano non si mostri guari più splendido: e mi calunniano: io vi posso assicurare, che quando mi ci metto, ragiono anche meglio di così.

— Non istento a crederlo.

— Malizioso! Ma non sarebbe opportuno esaminare un po' se ho qualche cosa in corpo che non ci dovrebbe stare, come per esempio una palla, inquilino incomodo e che per giunta non paga pigione...

— State tranquillo; Serena che vi ha visitato e medicato accerta che la palla lacerò senza fermarsi, cagionando ferita dolorosa, non già mortale.